31 marzo – Robert Kelner

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foto via Twitter

“Il generale Flynn ha certamente una storia da raccontare, ed è desideroso di farlo, se le circostanze dovessero permetterglielo. Nel rispetto delle commissioni, per adesso non rilasceremo commenti sui dettagli delle discussioni tra il legale del generale Flynn, la Casa Bianca e la commissione sull’intelligence del Senato, a parte confermare che ci sono state […]. Nessuna persona ragionevole, che sia seguita da un avvocato, si farebbe interrogare in un ambiente così politicizzato e da caccia alle streghe senza delle assicurazioni sulla sua immunità”

Robert Kernel

Robert Kelner, avvocato di Michael Flynn, ha rilasciato una nota con cui sembra confermare le intenzioni del suo assistito che, secondo il “Wall Street Journal”, avrebbe offerto la propria collaborazione all’FBI in cambio dell’immunità.

Michael Flynn è l’ex generale dell’esercito a cui Trump aveva assegnato l’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale, ma che, a febbraio, aveva dovuto rassegnare le dimissioni a seguito della scoperta delle conversazioni intrattenute con l’ambasciatore russo negli USA, Sergei Kislyak. Per questo motivo per l’FBI è una figura chiave nelle indagini sull’ingerenza della Russia nelle elezioni americane e sul rapporto tra Trump e il governo russo.

Il “New York Times”, che cita un avvocato specializzato in casi di sicurezza nazionale, spiega che la richiesta di immunità non è altro che “un’accorta pratica degli avvocati della difesa”, tipica di situazioni come questa. Anche secondo il “Washington Post” l’accordo proposto da Flynn non è insolito: il quotidiano americano ricorda un caso simile avvenuto durante la presidenza Obama, e riporta le parole di Peter Zeidenberg, un ex-procuratore federale, secondo il quale “ci sono cose ben più importanti che perseguire Flynn”, cioè scoprire il più in fretta possibile il rapporto tra i collaboratori di Trump e il governo russo.

30 marzo – David Davis

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foto via Theguardian.com

“Un vasto numero di leggi – sia le attuali leggi interne sia quelle [europee] che abbiamo convertito in leggi del Regno Unito –  non funzioneranno a dovere se lasciamo l’Unione Europea senza ulteriori accorgimenti. Alcune leggi, per esempio, assegnano funzioni a istituzioni dell’EU con le quali il Regno Unito potrebbe non intrattenere più rapporti. Per risolvere ciò, il great repeal bill assegnerà il potere di correggere il corpus legislativo dove sarà necessario per risolvere i problemi che ci saranno come conseguenza della Brexit… Data l’entità dei cambiamenti che si dovranno prendere e il limitato tempo a disposizione per farlo, bisogna valutare il giusto equilibrio tra le procedure di controllo e correggere le leggi in tempo”

David Davis

Ieri, la premier inglese Theresa May ha consegnato a Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, la lettera con cui attiva l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello per la secessione di uno Stato membro dall’Unione Europea. Quest’oggi, David Davis, segretario di Stato per l’uscita dell’UK dall’Unione Europea, ha presentato il “great repeal bill”. Con il decreto “grande abrogazione” vengono assegnati nuovi poteri ai ministri, con lo scopo di rendere più veloci ed efficienti i gravosi aggiustamenti legislativi resi necessari dalla Brexit. Davis ha sottolineato che l’ampliamento dei poteri sarà temporaneo e limitato a questioni tecniche, e che il parlamento non sarà aggirato; inoltre, ha ricordato che il comitato costituzionale aveva indicato il compito del governo proprio nel soppesare la velocità nella rielaborazione delle leggi con lo scrupolosità del controllo parlamentare delle medesime.

Il “decreto grande abrogazione” ha destato preoccupazione, perché, come dice il laburista Keir Stramer, i poteri assegnati ai ministri saranno “radicali, nel senso che cambierà il loro livello di applicazione”. Dello stesso avviso è Frances O’Grady, segretaria generale del Trades Union Congress, che lamenta la mancanza di specifiche clausole per garantire il mantenimento e l’adeguamento dei diritti dei lavoratori inglesi ai livelli delle altre nazioni europee.

29 marzo – Michele Emiliano

Regioni: Emiliano, per patti Sud neanche un euro disponibile
foto via Ansa.it

“Per la comunità il problema è politico, non legale: perché abusare della volontà popolare e imporre un’opera che tutti i sindaci stanno chiedendo di spostare in un altro luogo con la disponibilità della Regione a realizzarla altrove. Questo modo di governare viene contestato dalla gente”

Michele Emiliano

Michele Emiliano, governatore della Puglia, ha spiegato su Facebook, e ha confermato all’Ansa, che le proteste scoppiate in Puglia in questi giorni sul TAP (Trans-Adriatic Pipeline) non riguardano il trapianto degli ulivi, ma propongono lo spostamento del progetto in un’area già compromessa dal punto di vista ambientale.

Il Consiglio di Stato e Ministero dell’Ambiente, che discutono il progetto dal 2014, hanno dato il loro consenso alla realizzazione del gasdotto lunedì scorso. Il percorso delle tubazioni sarà sotterraneo e lungo 870 chilometri, partirà dall’Azerbaigian e, passando dalla Grecia, dalla Turchia e dall’Albania, arriverà in Italia. Più precisamente giungerà nel comune di Melendugno, in Salento, dove è stato aperto il cantiere per il “terminale di ricezione”, cantiere che è diventato una delle sedi della protesta di cittadini affiancati da sindaci, a cui la polizia ha risposto anche usando la forza.

Le proteste salentine, paragonate qui a quelle avvenute negli stessi luoghi del 1949-51 contro l’Italsider, “non nascono dal nulla”, suggerisce Roberto Saviano, ma vanno lette nell’ambito delle proteste contro la cosiddetta “democrazia al caviale”denunciata dai giornalisti di “Report”. D’altronde, che le proteste siano di vecchia data lo segnala anche l’articolo del “The Guardian” che, nell’agosto del 2014, parlava già di “uno scontro tra Davide e Golia in mezzo agli ulivi” e sollevava dubbi, confermati più recentemente, sulla trasparenza del governo dell’Azerbaigian sul progetto TAP.

28 marzo – Donatella Rovera

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foto via Twitter.com

“Le prove che abbiamo raccolto a Mosul Est evidenziano una ripetizione di attacchi aerei da parte della coalizione a guida Usa che hanno raso al suolo abitazioni con intere famiglie all’interno. L’elevato numero di vittime civili lascia supporre che le forze della coalizione non abbiano preso precauzioni adeguate per evitarle, in evidente violazione del diritto internazionale umanitario… Dato che le autorità irachene avevano ripetutamente invitato la popolazione civile a rimanere in casa anziché a fuggire, le forze della coalizione avrebbero dovuto sapere che i loro attacchi avrebbero probabilmente causato un alto numero di vittime. Gli attacchi sproporzionati e gli attacchi indiscriminati violano il diritto internazionale umanitario e costituiscono crimini di guerra. Il governo iracheno e la coalizione a guida Usa devono immediatamente avviare un’indagine indipendente e imparziale sul devastante numero di vittime causato dall’operazione Mosul”

Donatella Rovera

Quest’oggi, un nuovo attacco aereo della coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, ha distrutto un edificio a Mosul, in Iraq, e fatto strage di civili. Da febbraio, la città, dove nel 2014 è stato fondato lo “Stato islamico”, è al centro dell’offensiva della coalizione che sta strappando territori a Daesh e che, come registra il “New York Times”, ha assunto un atteggiamento più aggressivo, benvenuto dalle forze irachene. Inoltre, ciò che caratterizza la battaglia di Mosul è che, secondo le stime delle Nazioni Unite, nella città sono presenti ancora 400 mila civili i quali, a differenza degli abitanti di Fallujah e Ramadi e di altre città dove si è combattutto, non fuggono poiché “più volte, hanno ricevuto, dalle autorità irachene, l’istruzione di rimanere nelle loro case”.

Questo è uno dei fatti denunciati da Donatella Rovera, Alta consulente per le risposte alle crisi di Amnesty International, che ha raccolto sul campo numerose testimonianze di civili. Sebbene tutti gli eserciti impegnati in un conflitto debbano prendere ogni misura necessaria per ridurre al minimo i danni ai civili, dal reportage emerge invece che gli attacchi aerei e i combattimenti a terra avvengono con continue e gravi violazioni dei diritti internazionali umanitari, anche da parte della coalizione. Infatti, non solo i civili non stati evacuati e subiscono i bombardamenti, che sono già stati posti sotto indagine, ma in più i militari dello Stato islamico fanno uso di scudi umani e le forze di terra della coalizione internazionale attaccano con mortai e armi esplosive imprecise, destinati più a scontri in campo aperto che in centri urbani.

27 marzo – Aleksei Navalny

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foto via Twitter.com

“Verrà il giorno in cui faremo noi il processo a loro (ma in modo giusto)”

Aleksei Navalny

Aleksei Navalny, il più importante leader russo di opposizione a Putin e l’unico che abbia raccolto consensi (nel 2013, ha ricevuto il 27% dei voti nelle elezioni per il sindaco di Mosca), è stato condannato quest’oggi a quindici giorni di carcere e ad un’ammenda di 20mila rubli, dopo essere arrestato ieri nel corso della manifestazione svoltasi a Mosca. Navalny, nel corso dell’udienza, ha twittato la foto e le parole sopra riportate e ha chiesto al giudice di convocare il primo ministro Dmitry Medvedev, uomo di fiducia di Putin, in qualità di testimone dei motivi della protesta.

Come spiega il “New York Times”, Medvedev è stato accusato di corruzione da Navalny e l’inchiesta pubblicata, nei giorni scorsi, sul suo blog, è stata uno dei motivi scatenanti della manifestazione. Navalny, infatti, ha mostrato, riportando documenti ufficiali, che Medvedev è a capo di un “intricato sistema di fiduciari, fondi di beneficenza e compagnie offshore” mediante il quale ha costruito “un lussuoso impero di ville, possedimenti, yachts, un vigneto in Italia e un palazzo del XVIII secolo vicino a San Pietroburgo”.

La protesta si è svolta ieri a Mosca e in altre 99 città, sotto forma di corteo pacifico: è stata una delle poche dimostrazioni ostili a Putin, da quando è diventato presidente, nel 1999, e ha portato a oltre un migliaio di arresti, denunciati da Amnesty International. Tra i fermati anche l’inviato del “The Guardian”, Alec Luhn che, testimoniando la propria esperienza, suggerisce che “gli arresti di massa di domenica dimostrano che, dopo l’euforia patriottica in Crimea, il governo russo sia nuovamente preoccupato della crescita di un movimento anti-corruzione, in vista delle elezioni presidenziali. Molte delle persone arrestate con me erano giovani di circa vent’anni, una nuova generazione di contestatori”.

26 marzo – Joe Biden

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foto via Newyorker.com

“Avevo programmato di candidarmi a presidente. E nonostante sarebbero state delle primarie molto difficili, penso che avrei vinto”

Joe Biden

Joe Biden, vice-presidente di Barack Obama ed ex senatore del Delaware, ha detto che avrebbe potuto vincere le elezioni presidenziali dello scorso novembre, se avesse deciso di candidarsi per i Democratici. Biden ha parlato alla Colgate University dello Stato di New York, e ha spiegato di non avere fiducia nelle capacità di Donald Trump di fare il presidente: “Se rimpiango di non essere presidente? Sì”.

Due anni fa Biden era considerato uno dei possibili candidati democratici alla presidenza. Poi, nell’ottobre del 2015, comunicò che non avrebbe partecipato alla corsa alla Casa Bianca, soprattutto a causa del lutto per la morte del figlio Beau, morto per un tumore al cervello pochi mesi prima. “Non mi pento di non essermi candidato, in quel momento fu la decisione migliore per mio figlio,  per me, per la mia famiglia”, ha detto Biden, che però ha anche riconosciuto di aver pensato di essere “la persona più qualificata” per la successione a Barack Obama.

25 marzo – Paolo Gentiloni

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foto via Avvenire.it

“La globalizzazione coi suoi effetti positivi e i suoi complessi squilibri, le minacce del terrorismo internazionale, la più grave crisi economica dal dopoguerra, i grandi flussi migratori e un ordine mondiale più instabile ci hanno dimostrato che la storia è tutt’altro che finita. All’appuntamento con questo mondo cambiato, l’Europa si è presentata con troppi ritardi. Sull’immigrazione, la sicurezza, la crescita, il lavoro. ‘Non possiamo’ ammoniva Jean Monnet ‘fermarci quando attorno a noi il mondo intero è in movimento’. Purtroppo lo abbiamo fatto. Ci siamo fermati. E questo ha provocato una crisi di rigetto in una parte della nostra opinione pubblica, addirittura maggioritaria nel Regno Unito. Ha fatto riaffiorare chiusure nazionalistiche che pensavamo consegnate agli archivi della storia. Ecco il vero messaggio che deve venire dalle celebrazioni di oggi. Abbiamo imparato la lezione: l’Unione riparte. E ha un orizzonte per farlo nei prossimi dieci anni”

Paolo Gentiloni

I capi di governo dei 27 paesi dell’Unione europea (28 meno il Regno Unito, che sta portando avanti il processo per l’uscita dall’Unione) si sono incontrati a Roma per festeggiare i 60 anni dei Trattati di Roma, cioè i documenti che il 25 marzo 1957 sancirono, tra le altre cose, la nascita della Comunità economica europea (Cee), momento considerato tra gli atti fondatori della futura Ue. I 27 leader europei, insieme ai tre rappresentanti delle istituzioni europee (Jean-Claude Juncker, Donald Tusk e Antonio Tajani), hanno firmato la Dichiarazione di Roma, un documento che espone gli obiettivi comuni che gli Stati dell’Unione europea dichiarano di voler realizzare nel prossimo futuro (qui il testo integrale della Dichiarazione).

 

Il presidente del Consiglio dei ministri italiano, Paolo Gentiloni, ha pronunciato il discorso di apertura della cerimonia, che si è svolta nella sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio, lo stesso luogo in cui vennero firmati i Trattati di Roma. “Noi oggi, qui riuniti, celebriamo la tenacia e l’intelligenza dei nostri padri fondatori europei”, ha detto Gentiloni. “La prova visiva e incontestabile del successo di quella coraggiosa scelta la offre il colpo d’occhio di questa sala: eravamo 6 sessant’anni fa [i Trattati di Roma furono firmati dai capi di governo di Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo], siamo 27 oggi”.

INTERVISTA – Come facciamo a “sapere” qualcosa?

di Joe Humphreys, The Irish Times, Irlanda

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foto via Zurnal.unpol.cz

Pubblichiamo la traduzione, da noi curata, di un’intervista al filosofo inglese Timothy Williamsom, professore di Logica dell’Università di Oxford, realizzata da Joe Humpreys per il quotidiano irlandese The Irish Times. L’intervista è uscita il 6 marzo 2017 con il titolo “How do we ‘know’ anything?”: Williamson discute di post-verità, parla della differenza tra opinione e conoscenza e spiega come una parte del mondo filosofico stia di fatto facendo il gioco di Donald Trump.

L’articolo originale fa parte della rubrica di divulgazione culturale “Unthinkable” dell’Irish Times, curata dallo stesso Humphreys.

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Cosa significa dire che viviamo nel “mondo della post-verità”? Significa che un gruppo di bugiardi è ora al potere, è vero, ma anche che il riconoscimento del valore della ragione sta conoscendo una fase di declino. Una tendenza al relativismo – sempre presente nel dibattito pubblico – ha sopraffatto i metodi tradizionali di distinzione dei fatti dalla finzione.

Questo declino è in corso da parecchio tempo, e può essere ricondotto direttamente all’Illuminismo, quando iniziò il discredito della verità oggettiva. L’avanzare del relativismo – la nozione per cui la verità è relativa al punto di vista di ognuno – ha raggiunto un nuovo traguardo in seguito alla recente affermazione della principale consigliera di Donald Trump, Kellyanne Conway, stando alla quale esisterebbe qualcosa come dei “fatti alternativi” (Conway ha addirittura menzionato un’inesistente “strage di Bowling Green” per giustificare lo stop di Trump ai trasferimenti di rifugiati, spiegando poi di avere sbagliato ad esprimersi).

Ad ogni modo, Trump o non Trump, c’è un bisogno urgente di una qualche specie di programma di educazione pubblica alla verità. Poche persone durante gli studi scolastici o universitari hanno ricevuto un’adeguata formazione in logica, e la comprensione da parte dell’opinione pubblica di come si genera la nostra conoscenza è incredibilmente limitata.

Il professor Timothy Williamson, Wykeham Professor di Logica all’Università di Oxford, ha accettato la sfida e ha scritto una introduzione coinvolgente e spiazzante alla filosofia del disaccordo. Tetralogue – I’m Right, You’re Wrong [ne esiste anche la traduzione in italiano, ndt] immagina una conversazione tra quattro persone caratterizzate da visioni del mondo radicalmente diverse e ipotizza come le loro divergenze possano essere risolte, o per lo meno mediate.

Questa settimana, dalla cattedra di Unthinkable, Williamson ha un messaggio non soltanto per i conservatori di strette vedute, ma anche per quei liberali “atei” che ritengono che l’unica conoscenza possibile abbia carattere scientifico.

“La conoscenza non richiede l’infallibilità”, sostiene. “Ciò che richiede è che, in una specifica situazione, tu non possa cadere in errore con troppa facilità”.

Joe Humpreys: Nei dibattiti si dice spesso: “hai diritto alla tua opinione”. Ma è vero che abbiamo questo diritto?

Timothy Williamson: Uno stato totalitario in cui sia illegale avere opinioni non ortodosse è un incubo. Ma pensa a un negazionista dell’Olocausto che, qualora gli venga presentata l’evidenza schiacciante che l’Olocausto è realmente avvenuto, scrolli semplicemente le spalle e dica: “ho diritto alla mia opinione”. Sarebbe sbagliato. Da un punto di vista sia razionale che etico non ha il diritto di ignorare l’evidenza di qualcosa così importante.

Non voglio fare l’evasivo a proposito delle mie opinioni politiche, il voto su Brexit e l’elezione di Trump sono il risultato del fatto che molte persone hanno votato sulle basi di opinioni settarie e male informate che si sentivano in diritto di avere. Brexit probabilmente avrà conseguenze negative per la Gran Bretagna, Trump per il mondo intero. È nella natura delle opinioni innescare le azioni delle persone, in modi che hanno conseguenze sia sugli altri sia su coloro che agiscono, quindi non può essere moralmente indifferente quali opinioni le persone coltivino. È vero tuttavia che non tutte le questioni morali possono essere regolate mediante leggi.

In un punto cruciale del Tetralogue, uno dei personaggi cita Aristotele: “Dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso; mentre dire di ciò che è che è, o di ciò che non è che non è, è vero”. Ritiene che questa strategia sia la chiave per un dibattito pubblico più rigoroso?

Nessuna strategia filosofica può impedire ai politici di raccontare menzogne. Ma alcune posizioni filosofiche di fatto aiutano i politici ad offuscare la distinzione tra verità e falsità. Quando visitai Lima, una donna mi intervistò per un canale YouTube. Mi disse che di recente aveva intervistato un filosofo “postmoderno”. Quando lei, indicando una sedia, gli chiese: “Quella sedia è bianca o nera?”, lui rispose: “Le cose non sono così semplici”. Più i filosofi adottano posizioni oscurantiste di questo tipo, maggiore è la (fasulla) rispettabilità intellettuale che essi attribuiscono a coloro che nel dibattito pubblico cercano di confondere le cose quando vengono scoperti a raccontare bugie. Certo, diverse questioni dell’attualità sono per natura molto complicate, ma questa è una ragione in più per non aggiungerci della complessità artefatta.

L’idea di Aristotele su verità e falsità è semplice, e penso che sia fondamentalmente corretta. Dal momento che non c’è stata alcuna strage di Bowling Green, chiunque dica che c’è stata una strage di Bowling Green sta dicendo il falso, e chiunque dica che non c’è stata sta dicendo il vero, fine della storia.

Ovviamente non è stato a causa del postmodernismo o del relativismo che Trump ha vinto. Queste teorie filosofiche, infatti, sono probabilmente più diffuse tra i suoi oppositori progressisti che tra i suoi sostenitori, molti dei quali forse di tali teorie non hanno mai sentito parlare. Ad ogni modo, coloro che ritengono che distinguere le credenze in vere e false sia in qualche modo un segno di intolleranza dovrebbero rendersi conto che stanno rendendo le cose facili per persone come Trump, dal momento che forniscono loro una sorta di paravento.

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foto via Amherstlecture.org

A prescindere dalla questione dei “fatti alternativi”, come risponde all’affermazione per cui il sapere contiene sempre dei condizionamenti umani e che ci sono degli insiemi di conoscenze alternativi?

Di sicuro tutto il sapere umano riflette le limitazioni di coloro che lo ottengono. Tu conosci cose che io non so e io conosco cose che tu non sai. Ma i nostri insiemi di conoscenze sono alternativi solo nel senso (innocuo) che essi sono differenti l’uno dall’altro. Non sono in conflitto. Ciò che non può accadere è che due insiemi di conoscenze siano reciprocamente in contraddizione.

Per esempio, se tu sai che non c’è stata alcuna strage di Bowling Green, allora Kellyanne Conway non può sapere che ce n’è stata una – nonostante lei possa erroneamente pensare di saperlo. Il motivo sta in un semplice principio logico: se una cosa è saputa, quella cosa è vera. Se qualcuno sa che ci fu una strage di Bowling Green, allora un tale massacro ci fu, e se qualcuno sa che non ci fu alcuna strage di Bowling Green, allora un tale massacro non ci fu. Sebbene noi tutti abbiamo dei condizionamenti cognitivi, questi non influenzano i nostri pensieri allo stesso modo. Possiamo tranquillamente sapere un sacco di cose. Su questioni in cui siamo troppo influenzati [dai nostri condizionamenti], però, possiamo avere solo opinioni, non conoscenza.

La conoscenza richiede delle prove?

Puoi sapere che hai prurito anche se non puoi provarlo ad altre persone. Puoi sapere di avere starnutito dieci minuti fa anche se non sei in grado di dimostrarlo nemmeno a te stesso. La capacità di giustificare a parole le proprie credenze ha a che fare più con il dono dell’eloquenza verbale che con il fatto che uno sappia o meno qualcosa.

Sono ateo, quindi non credo che qualcuno possa sapere che ci sia un dio. Ma il solo fatto che i credenti non possano provare che ci sia un dio non è sufficiente a dimostrare che essi non lo sappiano. Se un dio esistesse, lui o lei potrebbe rivelarsi alle persone, e far sì che esse sappiano della sua esistenza in modi che non permettano loro di fornire prove autonome. Non sarebbe però una cosa banale, perché la rivelazione dovrebbe avvenire secondo modalità che non siano falsate dal preesistente desiderio, fortemente posseduto da molte persone, di credere che un dio ci sia.

In cosa si distingue la conoscenza morale dalla conoscenza scientifica? Come facciamo a conoscere qualcosa dal punto di vista morale?

La maggior parte della nostra conoscenza ordinaria non è come la conoscenza scientifica – è molto meno sistematica, meno ricca di teoria astratta, non è basata su esperimenti o misurazioni. Da questo punto di vista, la conoscenza morale è come il resto della nostra conoscenza ordinaria. Immagina di vedere un ragazzo che deride una ragazza per il colore della sua pelle. Sai che la sta prendendo in giro, e sai che le sta facendo un torto. Ogni pezzo di sapere richiede una capacità di riconoscere un modello astratto all’interno della tua esperienza – il modello della derisione e il modello del fare un torto. Sono modelli molto più sottili da riconoscere rispetto a triangoli o cerchi, ma sei comunque in grado di farlo.

Come mai questa è conoscenza, e non semplice opinione? La conoscenza non richiede l’infallibilità: ciò che richiede è che, nella situazione in cui ti trovi, non rischi di sbagliarti troppo facilmente. Se sei una persona con una certa sensibilità psicologica, non ti sbaglierai troppo facilmente riguardo alla presa in giro dell’esempio precedente. Se hai un certa sensibilità morale, non ti sbaglierai troppo facilmente sul torto subito dalla ragazza.

 

(traduzione a cura di Daniele Conti)

23 marzo – Petro Poroshenko

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foto via Giornalettismo.com

“È un atto di terrorismo di stato da parte della Russia, paese che [Voronenkov] è stato costretto a lasciare per ragioni politiche. Voronenkov è stato uno dei testimoni principali dell’aggressione all’Ucraina da parte della Russia e, in particolare, del ruolo di Yanukovich per quanto riguarda l’impiego di truppe russe in Ucraina”

Petro Poroshenko

Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha accusato il governo russo dell’uccisione dell’ex parlamentare della Duma (la camera bassa del Parlamento russo) Denis Voronenkov, che questa mattina è morto dopo essere stato colpito da alcuni colpi di pistola mentre camminava per un’affollata via del centro di Kiev, la capitale dell’Ucraina. L’assassino è morto poco dopo in ospedale, a causa delle ferite riportate durante una sparatoria esplosa con la guardia del corpo di Voronenkov.

L’ex politico russo era un noto critico del presidente russo Vladimir Putin e delle politiche messe in atto dal Cremlino (aveva per esempio paragonato la Russia moderna alla Germania nazista). L’anno scorso aveva lasciato la Russia e si era rifugiato in Ucraina, paese di cui aveva ottenuto la cittadinanza. Da lì, Voronenkov aveva dichiarato di avere sostenuto, quando era parlamentare, l’annessione della Crimea alla Russia a causa delle pressioni politiche che aveva ricevuto. Voronenkov stava inoltre collaborando con le autorità ucraine in qualità di testimone in un caso giudiziario che vede accusato l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovych di avere coperto l’intervento armato della Russia in Crimea. In una recente intervista televisiva, a proposito delle minacce che diceva di ricevere dall’FSB (il servizio segreto russo), Voronenkov aveva dichiarato: “Credo che succederà quello che succederà. Non voglio nascondermi”.

22 marzo – Sergei Stanishev

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foto via Stanishev.eu

“Con una sola frase Dijsselbloem è riuscito ad insultare e a screditare moltissime persone, seminando divisione. Le sue parole sono offensive sia per i paesi del Sud Europa sia per quelli del Nord Europa, uomini e donne. I commenti di Dijsselbloem sono semplicemente inaccettabili, specialmente in tempi cruciali come questi per il progetto di integrazione europea. Mancano solo pochi giorni al 60° anniversario del Trattato di Roma, è una vergogna che un rappresentante della nostra famiglia politica contraddica proprio l’essenza dei valori di unità, rispetto e solidarietà che sono le fondamenta del progetto europeo”

Sergei Stanishev

Il presidente del Partito socialista europeo, Sergei Stanishev, ha condannato fermamente le parole con cui Jeroen Dijsselbloem, ministro delle Finanze olandese, aveva accusato i paesi dell’Europa mediterranea di sperperare i fondi dell’Unione europea a loro destinati. In un’intervista al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Dijsselbloem aveva osservato: “Durante la crisi dell’euro i paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i paesi più colpiti. Come socialdemocratico do molta importanza alla solidarietà, ma hai anche degli obblighi, non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto”. L’infelice scelta delle parole era stata resa più grave dal fatto che Dijsselbloem, membro del partito politico olandese PvdA (affiliato al Partito socialista europeo), è anche presidente del cosiddetto Eurogruppo, organo informale che riunisce i ministri delle finanze dei 19 stati dell’Unione europea che adottano l’euro.

Molti politici europei hanno reagito alle dichiarazioni di Dijsselbloem chiedendo le sue dimissioni dalla presidenza dell’Eurogruppo. Tra questi anche l’ex premier italiano Matteo Renzi, che ha definito “battute stupide” le affermazioni del ministro olandese.

Dijsselbloem ha quindi spiegato che le sue parole non andavano intese in senso letterale, ma metaforico, e ha chiarito di non avere intenzione di dimettersi: “Mi dispiace se qualcuno si sia sentito offeso dal mio commento. Era diretto, e può essere spiegato da una rigida cultura olandese, calvinista, con immediatezza olandese. Capisco che non sia sempre ben capito e apprezzato, altrove in Europa, e questa è un’altra lezione che ho imparato”.