30 aprile – Matteo Renzi

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foto via Ilpost.it

“Un risultato impressionante, oltre ogni aspettativa. ll congresso segna l’inizio di una pagina nuova, non è la rivincita o il secondo tempo della solita partita”

Matteo Renzi

Lo scrutinio dei voti è ancora in corso, ma il verdetto appare già chiaro: Matteo Renzi sarà nuovamente Segretario del Partito Democratico. Le stime parziali mostrano un risultato netto, indiscutibile. L’ex Presidente del Consiglio ha ottenuto oltre il 70% dei consensi, distanziando notevolmente i suoi due rivali: il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, attestato intorno al 20%, e il Governatore della Puglia, Michele Emiliano, appena sotto al 10%.

Prima di tenere il discorso da vincitore delle primarie, Renzi ha pubblicato su Instagram e poi su Twitter un biglietto firmato da lui e dal Ministro Maurizio Martina, uno dei suoi principali sostenitori: “Una responsabilità straordinaria!! Grazie di cuore a questa comunità di donne e uomini che credono nell’Italia. Avanti, insieme”.

Dal palco del Nazareno, Renzi ha esordito, nel suo primo discorso da neo Segretario, ringraziando, per prima cosa, “tutti gli uomini che hanno permesso questa straordinaria festa della democrazia”, mentre “il secondo grazie è per Orlando e Emiliano a cui va il nostro abbraccio affettuoso. Terremo conto della loro battaglia”; come a voler compattare il partito, dopo mesi piuttosto turbolenti e tumultuosi.

Ha poi tenuto a ribadire che «questo non è un partito personale. Quando due milioni di persone vanno a votare, quando ci sono 6.000 circoli che vengono aperti… come si fa a dire che è il partito di uno solo, di un leader forte. Lo dirà il tempo se il leader è forte.” “E’ il rapporto col popolo che segna la diversità del Pd. L’alternativa al populismo non è il salotto ma è il popolo, il non aver paura della democrazia, di fare le primarie, di confrontarsi».

Due le parole d’ordine del “nuovo” PD di Renzi: umiltà e responsabilità; riconoscendo che la battaglia fondamentale circa il futuro dell’Italia dovrà essere combattuta in Europa. “Noi vogliamo cambiare l’Europa e lo diciamo con umiltà e responsabilità. Non ne possiamo più di un’Europa che non incrocia i desideri più profondi di chi crede nell’ideale europeo. Non siamo contro l’Europa ma per un’Europa diversa.”

“Il Congresso segna l’inzio di una pagina nuova.” E’ l’inizio di un nuovo corso, dopo un periodo piuttosto travagliato, segnato dalla sconfitta al Referendum del 4 dicembre. Tuttavia, non si tratta di “una rivincita”. “E’ un’altra partita che dobbiamo vincere partendo dal presupposto che in questi anni non siamo stati in grado fino in fondo di portare la gente dalla nostra parte, dal basso. E me ne assumo la colpa.”

Infine, Renzi si è lasciato andare anche a una considerazione del tutto personale: “Non ho mollato grazie a voi. In questi mesi ogni giorno ce n’era una, uno scandalo vero o falso, una polemica giusta o non giusta, un litigio, una difficoltà, un problema da affrontare: mi ha stupito positivamente e mi ha abbracciato, la forza di una rete straordinaria e la consapevolezza che siamo una grande comunità non fine a se stessa.”

Uno dei primi a congratularsi con Matteo Renzi è stato Paolo Gentiloni, l’uomo che a dicembre lo aveva sostituito alla guida di Palazzo Chigi. Dal Kuwait, dove si trovava per una visita al contingente italiano stanziato nella Paese, il Presidente del Consiglio ha telefonato direttamente al neo Segretario per esprimere tutto il suo sostegno. Allo stesso modo, su Twitter, il Ministro dei Beni e della Attività Culturali, Dario Franceschini, ha espresso tutto il suo entusiasmo per il risultato oggi ottenuto.

Meno entusiastica, ma comunque significativa la presa d’atto della sconfitaa da parte degli altri due candidati. “Renzi ha detto che dobbiamo vederci presto. Nella sua voce ho sentito un pizzico di emozione che mi fa sperare abbia imparato la lezione” ha affermato Michele Emiliano, offrendo la sua “collaborazione leale” per migliorare l’Italia. “Il risultato che esce dalle urne ci da’ una vittoria molto ampia di Renzi, con il quale mi congratulo e a cui ho già telefonando per augurargli buon lavoro in un momento difficile della vita del partito e del Paese” ha detto, invece, Andrea Orlando, che però sembra intenzionato a portare avanti la sua battaglia per un nuovo centro-sinistra: “Anche chi ha votato Renzi credo che condivida con noi l’esigenza di costruire un nuovo centrosinistra che sappia mettere insieme anime diverse e diventare competitiva nelle prossime tornate elettorali”.

I numeri di oggi lasciano ben sperare per il futuro del partito. L’affluenza totale, infatti, si aggira intorno ai 2 milioni; un dato sicuramente non trascurabile. All’interno del Nazareno possono tirare un sospiro di sollievo, perché è stato songiurato il rischio flop, che molti osservatori avevano preventivato, tanto da spingere Renzi a dichiarare pubblicamente che sarebbe stato “strepitoso” se anche solo un milione di persone si fosse recato ai gazebo a votare. Lo stesso Renzi, però, in occasione delle primarie del 2013, aveva dichiarato a PiazzaPulita che, se i votanti fossero stati inferiori al milione e mezzo, sarebbe stata una grave sconfitta per il PD.

Il dato, tuttavia, che maggiormente spaventa la leadership democratica, anche in un giorno di “festa per la democrazia” come sono state definite queste primarie, è il netto calo di partecipazione. Se, da un lato, si sono registrate file anche di mezz’ora ai gazebo nelle grandi città, dall’altro, le cifre ufficiali parlano di circa 800mila votanti in meno rispetto al 2013.

Matteo Renzi è appena stato eletto Segretario, ma il lavoro che lo aspetta si prospetta già assai impegnativo.

29 aprile – papa Francesco

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foto via Labuonaparola.it

“Questa faccenda dei missili in Corea [del Nord] è cresciuta per più di un anno ma ora sembra che la situazione sia diventata troppo calda. Stiamo parlando del futuro dell’umanità. […] Guardiamo ai tanti Paesi che soffrono una guerra al loro interno, in Medio Oriente ma anche in Africa e nello Yemen. Fermiamoci! E cerchiamo una soluzione diplomatica. Credo che le Nazioni Unite abbiamo il dovere di riprendere la loro leadership perché si è un po’ annacquata”

papa Francesco

Parlando alla stampa sul volo che lo riportava a Roma dopo il suo viaggio in Egitto, papa Francesco ha commentato alcuni temi importanti dell’attualità. A proposito delle tensioni tra Corea del Nord e Stati Uniti, il pontefice ha auspicato il raggiungimento di “una soluzione diplomatica”, che dovrebbe vedere come parte mediatrice le Nazioni Unite (“la loro leadership si è un po’ annacquata”), o uno stato terzo: “Ci sono così tanti facilitatori nel mondo, tanti mediatori che si offrono, come la Norvegia ad esempio. È sempre pronta ad aiutare. È solo un esempio ma ce ne sono molti”. Nei primi anni 90, la Norvegia aveva negoziato segretamente una mediazione tra Israele e Palestina, nota come gli “Accordi di Oslo”.

Francesco, che ieri ha avuto un colloquio col generale Abd al-Fattah al-Sisi, presidente dell’Egitto, ha parlato anche del caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo un anno fa. “Sono preoccupato” ha detto il papa. “Dalla Santa Sede mi sono mosso su quel tema, perché anche i genitori lo hanno chiesto. La Santa Sede si è mossa. Non dirò come ma ci siamo mossi”.

Rispondendo alle domande dei giornalisti, il papa ha affrontato anche il tema delle elezioni presidenziali francesi e delle prospettive future che si schiudono all’Unione europea: “Ogni Paese è libero di fare le scelte che crede convenienti, io non posso giudicare se una scelta la si fa per un motivo o per un altro motivo, perché non conosco la politica interna… È vero comunque che l’Europa è in pericolo di sciogliersi. Dobbiamo meditare. C’è un problema che spaventa e forse alimenta questi fenomeni, ed è il problema dell’immigrazione. […] È un problema che si deve studiare bene, rispettando le opinioni”.

28 aprile – Donald Trump

U.S. President Trump speaks during Reuters interview in the Oval Office at the White House in Washington
foto via Reuters.com (REUTERS/Carlos Barria)

“Amavo la mia vita di prima. Stavo facendo così tante cose. Ho molto più lavoro da fare ora rispetto alla mia vita precedente. Pensavo che sarebbe stato più facile”

Donald Trump

Alla vigilia dei cento giorni dall’insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, Reuters ha pubblicato un’intervista a lui dedicata.

Trump non ha parlato solo di questioni personali, come, ad esempio, di quanto sia cambiata la sua vita da quando ha ricevuto l’incarico. Le domande dei giornalisti si sono concentrare soprattutto sull’attuale situazione politica internazionale. Trump ha affermato che la Corea del Nord rappresenta “la maggiore preoccupazione” dell’amministrazione Usa e alla domanda se consideri il leader Kim Jong-un una persona “razionale” ha riposto di non saperlo e di sperarlo; ricordandone, però, la giovane età (27 anni), la morte del padre e l’ascesa al potere, ha chiosato: “Dite quel che volete ma non è facile, specialmente a quell’età. Ci sono un sacco di generali e di persone che vorrebbero prendere il suo posto”. Un altro punto saliente dell’intervista riguarda l’estremismo islamico a cui, ha detto il presidente, bisogna porre fine e farlo “con un’umiliazione”.

Sul fronte della politica interna, Trump non ha detto molto del suo piano di tagli alle tasse annunciato pochi giorni fa: “Ci saranno altre maniere in cui faremo aumentare gli introiti. Ma faremo correre bene il paese, e saremo ricompensati quando faremo le cose”. Proprio oggi, tra l’altro, il Dipartimento di commercio americano ha pubblicato il rapporto trimestrale sul pil, che, pur senza allarmare, scrive il The New Times, non entusiasma ed è al di sotto delle aspettative del “Trump bump” previsto per l’inizio del 2017. Su un possibile shutdown da parte del governo, invece, Trump ha detto che “la colpa è dei Democratici, non nostra. Forse a loro piacerebbe che ci fosse uno shutdown“.

U.S. President Trump looks out window of the Oval Office following an interview with Reuters at the White House in Washington
foto via Reuters.com (REUTERS/Carlos Barria)

27 aprile – Delcy Rodriguez

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 foto via Lantidiplomatico.it

“L’Osa ha insistito con le sue azioni intrusive contro la sovranità della nostra patria e dunque procederemo a ritirarci da questa organizzazione”

Delcy Rodriguez

Il governo del Venezuela ha deciso di avviare le pratiche per ritirarsi dall’Organizzazione degli Stati Americani (Osa). Il Ministro degli Esteri venezuelano, Delcy Rodriguez, ha oggi annunciato che presto presenterà una richiesta formale all’Osa per iniziare le procedure di uscita, che comunque dureranno almeno 24 mesi.

L’Organizzazione degli Stati Americani è un’organizzazione internazionale a carattere regionale. Fondata nel 1948, essa comprende 35 Paesi del continente americano e ha sede a Washington. Essa è il principale forum politico per il dialogo e la cooperazione multilaterale su obiettivi comuni, quali il mantenimento della pace, la difesa della democrazia, la tutela dei diritti umani e il miglioramento del benessere economico e sociale. Cuba vi era stata sospesa come membro nel 1962, per poi essere reintegrata nel 2009. Nello stesso anno, era stato sospeso anche l’Honduras, per poi essere riammesso nel 2011. Il Venezuela sarebbe, quindi, il primo Paese a lasciare volontariamente l’organizzazione.

La decisione era stata anticipata dal Presidente Nicolas Maduro con un breve messaggio pubblicato sul suo account Twitter, in cui annunciava “un passo gigante per rompere con l’interventismo imperiale”.

Nel corso della sua dichiarazione, il Ministro Rodriguez ha descritto l’Osa come un’organizzazione strettamente legata al governo degli Stati Uniti, Paese che il Venezuela socialista ritiene da sempre il suo principale nemico. Infatti, sempre secondo la Rodriguez, Washington starebbe cercando di intromettersi nella politica interna di Caracas, servendosi proprio dell’Osa come strumento per mettere pressioni sulla Repubblica Bolivariana e trasformarla in un governo “amico”.

La decisione del governo venezuelano sembra essere una ritorsione con un’organizzazione, l’Osa, che ultimamente ha preso spesso posizione contro il Presidente Maduro. In un’intervista a BBC Mundo, Luis Almagro, segretario generale dell’Osa, aveva definito il Venezuela una “dittatura” e chiesto l’elezione di “un nuovo governo con legittimità democratica”.

Il 23 marzo scorso, una dichiarazione congiunta firmata da quattordici Paesi affermava: “Giudichiamo che debba essere trattata in maniera prioritaria la liberazione dei prigionieri politici, il riconoscimento della legittimità delle decisioni dell’Assemblea Nazionale in conformità con la Costituzione e la creazione di un calendario che includa le elezioni che sono state rinviate”. Il testo era stato firmato da Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Uruguay.

Pochi giorni dopo, lo stesso Luis Almagro aveva pubblicato un rapporto di 75 pagine sulla situazione politica in Venezuela. Il report dipingeva il Paese come uno stato dittatoriale, in cui era necessaria una separazione dei poteri, il rispetto dello stato di diritto e delle istituzioni democratiche, nonché nuove elezioni da svolgersi al più presto e con la presenza di osservatori internazionali.

Tuttavia, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è la decisione assunta ieri dal Consiglio Permanente dell’Osa di organizzare una riunione tra i propri Ministri degli Esteri per discutere di ciò che sta accadendo nella Repubblica Bolivariana. La risoluzione è stata approvata dalle rappresentanze di Argentina, Bahamas, Barbados, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Stati Uniti, Honduras, Giamaica, Guatemala, Guyana, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Saint Lucia e Uruguay.

https://twitter.com/OAS_official/status/857361747908415488/video/1

Il Venezuela si trova, dunque, diplomaticamente isolato sia sul piano regionale che su quello internazionale. L’ultimo tentativo di Caracas di spezzare, almeno parzialmente, il suo isolamento è stata la convocazione di un vertice straordinario dei Ministri degli Esteri della Celac (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi), un’organizzazione regionale dei Paesi del continente americano, di cui non fanno parte Canada e Stati Uniti. Il vertice si terrà il 2 maggio a San Salvador, ma la frattura sembra ormai insanabile.

Sul fronte interno, la situazione è ancor più drammatica. Dopo la prematura morte di Hugo Chavez, il grande ideatore della Revolution Bonita, la legittimità del governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ora nelle mani di Nicolas Maduro, è andata progressivamente scemando.

Innanzitutto, la grave crisi economica, causata dal calo del prezzo del petrolio, attorno a cui ruota la stragrande maggioranza della produzione nazionale e del commercio estero di Caracas. In secondo luogo, un’inflazione quasi inarrestabile, che ha toccato il livello record dell’800% su base annua. In terzo luogo, una devastante carestia, che ha praticamente ridotto il Paese alla fame, con i negozi di alimentari che venivano presi letteralmete d’assalto.

L’emorragia di consensi verso il Presidente Maduro è costata al Partito Socialista Unito del Venezuela la perdita della maggioranza nell’Assemblea Nazionale, il principale organo legislativo del Paese. Infatti, nelle elezioni del 6 dicembre 2015, il Tavolo dell’Unità Democratica (Mud), la coalizione di centro-destra, ha ottenuto 112 seggi su 167.

Considerato il principale responsabile della crisi umanitaria e della carestia nel Paese, l’Assemblea aveva votato per mettere il Presidente in stato d’accusa. Tuttavia, la Corte Suprema venezuelana, il massimo organo giudiziario del Paese, composta in maggioranza da uomini del partito di Maduro, aveva emesso una sentenza che esautorava, di fatto, il Parlamento, conferendo pieni poteri a Maduro e abolendo l’immunità per i deputati. “Siccome il Parlamento si ribella e oltraggia le deliberazioni del presidente, le sue competenze saranno esercitate direttamente dal Tribunale supremo” si legge nelle motivazioni della sentenza. La decisione era stata successivamente revocata dalla Corte, su ordine dello stesso Maduro.

Tutto ciò ha contribuito a creare una situazione esplosiva, che infatti è sfociata in una grande protesta popolare con manifestazioni di violenza a Caracas e nelle altre province del Venezuela. Dall’inizio di aprile, sono state 29 le vittime causate da questa rivolta. Sotto accusa, oltre alla Guardia Nazionale, rea di aver usato metodi violenti in maniera indiscriminata contro i manifestanti, sono i “colectivos”. Questi ultimi sono un gruppo paramilitare filo-governativo, composto da civili armati che si muovono in gruppo, a bordo di motociclette, e seminano il terrore nelle città, sparando e uccidendo i presunti oppositori.

Mentre il governo e l’opposizione si accusano reciprocamente di essere i responsabili della violenza, il Venezuela sembra sempre più avviato verso la guerra civile.

26 aprile – Beppe Grillo

Beppe Grillo sull'Etna, comizio a 2000 metri
foto via Beppegrillo.it

“Oggi ho scoperto di essere io la causa del problema di libertà di stampa in Italia. Lo afferma il rapporto di Reporters Sans Frontieres appena pubblicato. Mi ha aperto gli occhi. Io pensavo che fosse perché i partiti politici con la lottizzazione si sono mangiati la Rai piazzando i loro uomini nel management e nei telegiornali e dicendo loro che cosa dire e che cosa non dire. Pensavo che fosse per i giornalisti cacciati dai programmi RAI o per le minacce del partito di governo a quelli che sono indipendenti, come Report. Pensavo che fosse perchè in Italia non ci sono editori puri e metà delle tv generaliste le controlla il capo di Forza Italia e perchè la tessera numero uno del Pd controlla il secondo giornale più diffuso in Italia. No, la colpa è mia”

Beppe Grillo

L’organizzazione non governativa Reporters Sans Frontieres ha pubblicato quest’oggi la classifica annuale sulla libertà di stampa di tutti i paesi. Ad ogni paese viene assegnato un punteggio, secondo una precisa procedura, che, in breve, consta di un questionario rivolto a giornalisti e a gruppi che si occupano di stampa, e di uno studio specialistico sugli “abusi e violente contro i giornalisti e gli organi di informazione”.

Sul sito dell’organizzazione sono stati pubblicati anche tre commenti alla classifica. In generale, viene denunciato “un aumento del numero di paesi dove la libertà di stampa è gravemente compromessa”. Sono indicati come nemici della libertà di stampa non solo dittatori e regimi autoritari ma anche le guerre e le crisi. Tuttavia, dallo studio – commenta RSF – emerge che la violazione della libertà di stampa non è una peculiarità dei regimi autoritari ma riguarda pure “i paesi considerati modelli democratici”.

Per quel che riguarda l’Italia, è inserita tra gli esempi di “ascese, cadute e miglioramenti illusori”, in quanto capace di “uno dei balzi più ragguardevoli”. Infatti, dalla classifica dell’anno passato ha scalato 25 posizioni: “[sono stati assolti] diversi giornalisti, inclusi i due giornalisti italiani che erano processati nel caso ‘VatiLeaks 2’. Ma continua ad essere uno dei paesi europei dove la maggior parte dei giornalisti sono minacciati dal crimine organizzato”.

Il 52° posto dell’Italia in classifica viene motivato facendo riferimento non soltanto ai “sei giornalisti ancora sotto la protezione 24 ore su 24 della polizia per via delle minacce di morte ricevute per lo più dalla mafia o da gruppi fondamentalisti”. Viene sottolineato altresì “l’allarmante livello di violenza contro i reporters”. L’analisi spiega che all’intimidazione fisica o verbale si è aggiunta anche quella legale: “entrando in vigore una nuova legge, diffamare politici, giudici o dipendenti pubblici è punibile con pene dai sei ai nove anni di prigione”. La violenza, infine, è anche politica-sociale: “i giornalisti sentono la pressione da parte dei politici, e optano sempre più per censurare se stessi”. È a tal proposito, che RSF fa rimento a Beppe Grillo e al Movimento 5 stelle “che non esitano a rendere pubblico il loro disprezzo per i giornalisti”.

La risposta del leader del Movimento è stata immediata e ironica. Si difende sostenendo di “non aver pubblicato l’identità dei giornalisti sgraditi” ma di voler solo “smentire la balla che diffondono”; d’altronde, scrive Grillo, forse i Reporters Sans Frontiers “non sono stati informati bene dai direttori dei giornali italiani che li hanno contattati per cambiare la classifica (vi hanno contattato, vero?)”.

Tuttavia, può essere addotto come esempio calzante della pressione di cui il Movimento è, secondo RSF, tra i principali fautori, l’articolo pubblicato da Grillo il 3 gennaio scorso,  “Una giuria popolare per le balle dei media”. Lo scritto, che suscitò scalpore e indignazione, tra gli altri, proprio del giornalista Enrico Mentana, aveva per sottotitolo: “Giornali e Tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene”.

25 aprile – Carlo Calenda

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foto via Sviluppoeconomico.gov.it

“La cosa più plausibile è che si vada verso un breve periodo di amministrazione controllata che si potrà concludere, nel giro di sei mesi, o con una vedita parziale o totale degli asset di Alitalia oppure con la liquidazione”.

Carlo Calenda

In un’intervista al Tg3, il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, prende atto della decisione assunta in giornata dal Consiglio d’Amministrazione di Alitalia: la compagnia verrà commissariata.

Il Ministro ha confermato la linea ufficiale del Governo italiano, che si era sempre dichiarato contrario all’ipotesi della nazionalizzazione: “i cittadini italiani hanno messo circa 7 miliardi e 400 milioni nei vari progetti di salvataggio”. “Dunque, qual è adesso la soluzione? Mettere altri miliardi di euro pubblici e mantenere un’azienda in perdita?”, questo per il Ministro Calenda non solo non è più percorribile, ma nemmeno ben visto dalla maggioranza dei cittadini italiani.

Entro sei mesi la società verrà venduta oppure si procederà alla sua liquidazione. Una soluzione a breve termine potrebbe essere quella di ottenere il via libera dell’Unione Europea a un aiuto pubblico “per un orizzonte di 6 mesi, a condizioni molto precise che negozieremo sotto forma di prestito”. Si tratterebbe di un “ponte finanziario transitorio“, che comunque sarebbe preferibile sia a una nazionalizzazione che ad anni di amministrazione straordinaria, facendo risparmiare allo Stato miliardi di euro.

Allo stesso modo, il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha ribadito il “no” governativo alla nazionalizzazione ed espresso rammarico per le sorti dell’azienda e dei suoi lavoratori: “Alitalia è un’azienda privata: ora dobbiamo aspettare la decisione degli azionisti, poi siamo pronti ad applicare la legge per tutelare i lavoratori”.

In mattinata, il Cda di Alitalia aveva rilasciato il seguente comunicato: “Il Consiglio di Amministrazione di Alitalia, convocato oggi,  ha preso atto con rammarico della decisione dei propri dipendenti di non approvare il verbale di confronto firmato il 14 aprile tra l’azienda e le rappresentanze sindacali. L’approvazione del verbale avrebbe sbloccato un aumento di capitale da 2 miliardi, compresi oltre 900 milioni di nuova finanza, che sarebbero stati utilizzati per il rilancio della Compagnia. Data l’impossibilità  di procedere alla ricapitalizzazione, il Consiglio ha deciso di avviare le procedure previste dalla legge e ha convocato un’assemblea dei soci per il 27 aprile al fine di deliberare sulle stesse.”

E’ bene ricordare che Alitalia è controllata per il 51% da Cai, Compagnia Aerea Italia, un consorzio a sua volta composto da Unicredit (32,67%), Intesa San Paolo (32%) e altri azionisti minori, e per il 49% da Etihad, la compagnia di bandiera degli Emirati Arabi Uniti. James Hogan, presidente e amministratore delegato di quest’ultima, ha affermato che il pacchetto da due miliardi di euro, concesso da Etihad e  fondamentale per finanziare il piano industriale quinquennale di Alitalia, era “un lavoro condiviso e congiunto di tutte le parti interessate, inclusi i sindacati”. Tuttavia, una volta respinto l’accordo preliminare, non resta che supportare “la decisione odierna del consiglio di amministrazione di convocare un’Assemblea dei soci per il 27 di aprile per avviare le procedure previste dalla legge”.

Brevemente, il pre-accordo del 14 aprile tra azienda e sindacati prevedeva un taglio medio dell’8% alla retribuzione del personale navigante e la non conferma di circa 980 lavoratori a tempo indeterminato in cassa integrazione, 550 contratti a tempo determinato e 141 contratti esteri.

Chiamati a votare nella giornata di ieri, lunedì 24 aprile, i dipendenti di Milano, Roma e delle sedi periferiche hanno sonoramente bocciato la proposta precedentemente negoziata. Degli 11673 dipendenti aventi diritto di voto, ben 10184 hanno partecipato al referendum interno: un’affluenza superiore al 90%. Il “No” ha ottenuto 6816 voti, pari al 66,93% dei consensi, contro 3206 “Sì”; un risultato che lascia adito a pochi dubbi.

 

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foto via Roma.corriere.it

Molte perplessità rimangono, invece, nei confronti del futuro della compagnia di bandiera taliana. Innanzitutto, non si sa chi sarà chiamato a dirigere la società in qualità di “commissario”: i nomi più probabili rimangono quello di Luigi Gubitosi, presidente operativo in pectore, la cui nomina era però legata alla ricapitalizzazione e quindi al Sì al referendum, e quello di Enrico Laghi.

In secondo luogo, manca al momento un vero compratore interessato. La speranza diffusa è che la compagnia aerea tedesca Lufthansa si faccia avanti e acquisti Alitalia e tutti i suoi asset in blocco. Se, tuttavia,ciò non dovesse verificarsi, al futuro commissario non resterà che chiedere il fallimento.

24 aprile – Emmanuel Macron

Presidential Candidate Emmanuel Macron Hosts A Meeting At Parc Des Expositions In Paris
foto via Huffingtonpost.it (Sylvain Lefevre/Getty Images)

“Grazie per la vostra fiducia. È una prima tappa decisiva. Ora dobbiamo realizzare il 7 maggio e cambiare la Francia. Conto su di voi e su una vostra mobilitazione ancora più grande. La nostra responsabilità è immensa. Al lavoro dunque!”

Emmanuel Macron

All’indomani del primo turno delle elezioni presidenziali francesi, di cui è risultato vincitore con il 23,8 per cento dei voti, Emmanuel Macron, candidato indipendente di centro con il suo movimento En Marche!, ha ringraziato su Twitter i suoi elettori, chiedendo loro un impegno ancora maggiore per poter vincere anche al ballottaggio del 7 maggio, l’appuntamento elettorale che fra quindici giorni deciderà il prossimo presidente della Francia.

Al secondo turno Macron sfiderà Marine Le Pen, candidata del partito di estrema destra Front National, che ieri è arrivata seconda con il 21,5 per cento delle preferenze. “Sono la candidata del popolo”, ha detto ieri sera Le Pen commentando i risultati del voto. “Lancio un appello a tutti i patrioti, da qualunque parte essi provengano. È tempo di liberare il popolo francese dalle élites arroganti che vogliono dirgli come comportarsi”.

Anche Macron ieri sera, quando i risultati dello spoglio non erano ancora definitivi, ma era ormai certo che avrebbe raggiunto il secondo turno, ha pronunciato un discorso di fronte ai suoi sostenitori. “Miei cari concittadini” ha detto il trentanovenne ex ministro dell’Economia “non ci sono diverse France: ce n’è una sola. La Francia, la nostra, all’interno di un’Europa che protegge e che noi andremo a rifondare. Il compito sarà enorme, e io sono pronto, al vostro fianco. La sfida per essere degni di guidare il nostro paese comincia questa sera e noi la vinceremo!”

Macron e Le Pen si confronteranno in un dibattito televisivo il prossimo 2 maggio. Per ora Macron sembra avere un netto vantaggio nei confronti della sfidante: i sondaggi lo danno avanti per 62 a 38 punti percentuali.

Non hanno invece superato il primo turno François Fillon, arrivato terzo con il 19,9 per cento delle preferenze, e Jean-Luc Mélenchon, arrivato quarto con il 19,6 per cento. Fillon, che è stato primo ministro dal 2007 al 2012, era il candidato dei Repubblicani (Les Républicains), partito di centro-destra, mentre Mélenchon si presentava come candidato indipendente di sinistra (nel 2008 era uscito dal Partito Socialista, di cui faceva parte, per divergenze con la dirigenza del partito), ed era sostenuto dal movimento La France Insoumise (alla lettera, “la Francia ribelle”).

Il Partito Socialista, partito del presidente uscente François Hollande, è andato molto male: il suo candidato Benoit Hamon ha ottenuto solo il 6,3 per cento, uno dei peggiori risultati elettorali della storia del Partito Socialista francese. In generale, come diversi commentatori hanno fatto notare, il voto di ieri rappresenta una debacle per i due grandi partiti tradizionali (Socialisti e Repubblicani) che, dopo avere guidato la politica francese per decenni, per la prima volta non sono riusciti a far passare il primo turno delle presidenziali ad almeno uno dei loro candidati.

23 aprile – François Hollande

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foto via Lemonde.fr (Regis Duvignau/Reuters)

“Siamo stati messi a dura prova nell’ultimo periodo, ma siamo pronti alle presidenziali e alle legislative. Questo è il messaggio che possiamo dare: la democrazia è più forte di tutto”

François Hollande

Dopo le recenti elezioni olandesi e il referendum costituzionale turco, oggi sono i francesi ad essere chiamati alle urne, per il primo turno delle elezioni presidenziali da cui emergeranno, se nessun candidato dovesse raggiungere il 50% delle preferenze, i nomi dei due candidati che il prossimo 7 maggio si sfideranno al ballottaggio. Il presidente uscente François Hollande si è recato al seggio poco dopo le dieci di questa mattina, invitando i suoi connazionali ad andare a votare, a dispetto delle paure e delle incertezze alimentate dai recenti avvenimenti di Parigi.

A tre giorni dall’attentato agli Champs Elysées che ha segnato gli ultimi giorni pre-elettorali, infatti, molti commentatori hanno definito quello di oggi un “voto blindato”: a causa del timore di attentati e di scontri violenti sono stati impiegati 50 mila agenti di polizia e 7 mila militari.

D’altro lato, come titola il New York Times, “l’incertezza è l’unica cosa sicura su cui scomettere”, poiché l’esito del voto di oggi è tutt’altro che prevedibile. Certo è però che sarà un buon metro per valutare lo stato di salute delle istituzioni europee: secondo la metafora sportiva del primo ministro olandese Mark Rutte, le elezioni francesi rappresentano le semifinali della sfida europea contro l’avanzata del populismo.

A mezzogiorno l’affluenza ai seggi, aperti da questa mattina alle 8 e che si chiuderanno questa sera tra le 18 (nei piccoli centri) e le 20 (nelle città), è stata del 28,4%, in linea con quella delle ultime elezioni presidenziali nel 2012, a cui partecipò complessivamente il 79,48% dell’elettorato francese.

22 aprile – Guy Verhofstadt

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foto via Politico.eu

“Quelle che sono state promosse come ‘elezioni su Brexit’ sono in realtà un tentativo di presa di potere da parte dei Tories, che sperano di trarre vantaggio da un Partito laburista apparentemente in confusione per assicurarsi altri cinque anni di potere prima che la realtà di Brexit inizi a fare male. L’elezione di un numero maggiore di parlamentari conservatori offrirà a May più possibilità di ottenere un miglior accordo su Brexit? Per coloro che siedono al tavolo delle trattative di Bruxelles ciò è irrilevante. I funzionari inglesi rappresenteranno i cittadini del Regno Unito nei negoziati a prescindere dal numero dei parlamentari dei Tories”

Guy Verhofstadt

Il coordinatore del Parlamento europeo per Brexit, Guy Verhofstadt, ha attaccato duramente il primo ministro inglese Theresa May e la sua decisione di indire elezioni politiche anticipate per il prossimo 8 giugno. In un articolo intitolato “Don’t believe Theresa May. The election won’t change Brexit one bit”, pubblicato sul giornale inglese The Guardian, Verhofstadt ha definito “priva di senso” la tesi, sostenuta dallo stesso primo ministro britannico, per cui una vittoria dei conservatori alle elezioni di giugno conferirebbe maggior potere contrattuale a May nei negoziati sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Con una punta di ironia, Verhofstadt, che è stato primo ministro del Belgio dal 1999 al 2008, ed è attualmente presidente del gruppo ALDE (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa) al Parlamento europeo, ha scritto: “In quanto belga, ho da sempre una passione per il surrealismo. Il mio collega, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, la scorsa settimana ha suggerito che il copione [delle ultime vicende inglesi] avrebbe potuto essere scritto da Alfred Hitchcock. Per me è più simile all’arte ultraterrena di Magritte”.

Secondo Verhofstadt, non ci sarebbe alcuna garanzia che “un pizzico di parlamentari conservatori in più sugli scranni delle seconde file del Parlamento” possa modificare l’esito delle trattative su Brexit tra il governo britannico e i rappresentanti dell’Unione. “La teoria sostenuta da alcuni, per cui May ha chiesto elezioni anticipate per assicurarsi un accordo migliore con l’Ue, è priva di senso. Possiamo concludere solo che molti politici inglesi e i mezzi di informazione ancora non afferrino come funzioni l’articolo 50”.

“Spero che queste elezioni portino a un dibattito onesto sulle conseguenze amare di Brexit”, ha concluso Verhofstadt. “Forse allora la nebbia del surrealismo che ha inghiottito i ministri del Regno Unito si sarà diradata e potremo così avere una discussione seria sui nostri rapporti, che spero siano molto stretti”.

21 aprile – Marine Le Pen

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Foto via LaStampa.it

“A questo presidente notoriamente inefficace, a questo governo effimero, segnato dall’inazione, come tutti i governi di destra e di sinistra da 10 anni, chiedo un ultimo sussulto, prima di lasciare il potere, gli chiedo solennemente di ordinare il ripristino effettivo delle nostre frontiere”
Marine Le Pen

E’ una Francia debole, impaurita e vulnerabile quella che appare oggi agli occhi di tutta Europa e agli occhi degli stessi cittadini francesi. Una Francia che ha un disperato bisogno di sicurezza, di fronte a un terrorismo islamico che, da due anni a questa parte, sembra poter colpire ovunque senza incontrare ostacoli.

Il senso di insicurezza e di vulnerabilità dei francesi è stato l’argomento su cui ha maggiormente insistito Marine Le Pen nel corso della campagna elettorale per le imminenti elezioni presidenziali, con il primo turno che si terrà proprio questa domenica.

“Il nostro presidente ha fallito. Tuttti gli ultimi governi sono stati lassisti”. In un discorso dal suo quartier generale, la candidata del Front National ha attaccato il Presidente Francois Hollande che, non avendo saputo garantire la sicurezza del proprio Paese, viene identificato come principale responsabile dei continui fallimenti nella prevenzione e nella lotta al terrorismo.

Marine Le Pen ha parlato senza mezzi termini di “una guerra asimmetrica che ha come obiettivo il sottometterci a un’altra potenza, una potenza assassina”. Ha poi aggiunto: “Se diventerò presidente, metterò in atto un piano di battaglia contro il terrorismo per proteggere i francesi”.

“Ci vuole l’ergastolo per i crimini più gravi”, oltre a “sopprimere ogni tipo di condono e serve la doppia pena cancellata proprio dalla destra”. Queste alcune delle proposte lanciate dalla Le Pen, assieme all’assunzione di altri 15mila poliziotti e gendarmi e all’espulsione di tutti i “Fiche S“, gli schedati sospettati di radicalizzazione. Ultimo, ma non meno, importante, la leader del Front National è ritornata sull’argomento Schengen, chiedendo a gran voce la chiusura delle fontiere e il ripristino dei controlli doganali anche nei confronti di chi proviene da altri Paesi Ue.

Posizione molto simile per il candidato dei Republicains (centro-destra), Francois Fillon, che nel corso della campagna elettorale è stato spesso accusato di inseguire Marine Le Pen sui temi della sicurezza. “Voglio rinegoziare il Trattato di Schengen” ha affermato, ribadendo come la battaglia contro il terrorismo debba essere la “priorità del prossimo quinquennio”.

Il Primo Ministro Bernard Cazeneuve, in un discorso solenne alla nazione, non ha mancato di replicare in maniere decisa sia alla Le Pen che a Fillon. Ha, infatti, accusato la prima di strumentalizzare il voto: “Al Front National attizzano l’odio” e criticato le affermazioni del secondo: “Certi candidati fanno la scelta dell’oltraggio e della paura”.

Molto più neutro e moderato, invece, il commento su Twitter del centrista Emmanuel Macron: “Il ruolo del Presidente della Repubblica è di proteggere i francesi. Sarò implacabile nel proteggervi”.

Nel frattempo, Macron, Fillon e Le Pen hanno deciso di sospendere la campagna elettorale, annullando tutti gli impegni presi per la giornata di oggi, nel rispetto della tragedia. Scelta in controtendenza rispetto agli altri candidati, tra cui il dark horse Jean-Luc Melenchon, che invece hanno confermato il prosieguo della loro campagna.

Resta, comunque, una grande incognita sul voto di domenica, ossia se l’attentato di ieri sera agli Champs Elysees possa influire in maniera significativa sul voto di domenica. Non sembra avere dubbi Donald Trump, che su Twitter ha tenuto a far sapere che tale evento “avrà un grande effetto sull’elezione presidenziale”. Ovviamente non possiamo decifrare quelli che sono i pensieri del Presidente americano, ma è probabile che egli auspichi una vittoria lepenista, se non altro per la comune visione che essi hanno nei confronti dell’immigrazione, della sicurezza e, in ultima istanza, persino del destino dell’Europa.

Del resto, sono parecchi, tra cui il filosofo francese Marek Halter, a ritenere che l’attentato di Parigi non possa che favorire il candidato più duro e oltranzista sulle questioni che riguardano la sicurezza, ovvero Marine Le Pen. Tuttavia, il discorso è decisamente più complesso perché i fattori in gioco sono molteplici e di difficile interpretazione, a partire da come si comporterà la minoranza musulmana francese. Se, infatti, quest’ultima decidesse di partecipare attivamente al voto, probabilmente i primi ad avvantaggiarsene sarebbero i partiti più moderati e di sinistra. Viceversa, se essa decidesse per l’astensione, allora il processo di auto-esclusione e ghettizzazione di questa minoranza assumerebbe tratti ancor più preoccupanti.

Tutto questo discorso politico-elettorale non deve, però, tralasciare un fatto altrettanto importante. I servizi di intelligence francesi sono in estrema difficoltà. Innanzitutto, manca un minimo livello di coordinazione con gli altri apparati di intelligence europea. In particolare, cruciale appare il ruolo del Belgio, alla luce del ruolo svolto da Bruxelles come retroterra o base di parenza per alcuni dei precedenti  attentati (Bataclan, Charlie Hebdo). In secondo luogo, il sistema delle “Fiche S“, ossia delle schedature dei soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale, è sfuggito completamente di mano. In quegli elenchi, infatti, compaiono oltre 16mila nomi, un numero francamente troppo alto da controllare e monitorare.

Se questi problemi non verrano risolti in breve tempo, la Francia continuerà a rimanere debole, vulnerabile ed esposta ad altri terribili attacchi.