31 luglio – Mike Pence

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foto via Nbcnews.com

«Siamo uniti. Una NATO forte e unita è oggi più necessaria che in qualsiasi altro momento dalla caduta del comunismo un quarto di secolo fa e nessuna minaccia appare più grande per gli stati baltici dello spettro di un’aggressione da parte del vostro imprevedibile vicino dell’Est»

Mike Pence

La visita del Vice-Presidente degli Stati Uniti Mike Pence in Europa Orientale non poteva capitare in un momento più critico per le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Russia. Dopo la decisione assunta dal Congresso americano di approvare un nuovo pacchetto di sanzioni contro Mosca, ieri il Presidente Vladimir Putin ha ordinato l’espulsione di 755 membri del corpo diplomatico statunitense dal suolo russo.

Pence era oggi a Tallinn, capitale dell’Estonia, dove ha incontrato i leader dei tre Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania). Fino alla caduta del comunismo, tutti e tre questi stati facevano parte dell’Unione Sovietica, anche se, una volta ottenuta l’indipendenza, hanno deciso di avvicinarsi all’orbita americana, entrando ufficialmente nella NATO. Non è un mistero che questi tre Paesi percepiscano la Russia come la principale minaccia alla propria sicurezza. Similmente, anche Montenegro e Georgia, i prossimi due Paesi che Pence visiterà domani e dopo, condividono il timore di un’ingerenza di Mosca nella propria sfera politica.

Lo scopo della visita del Vice-Presidente Pence è rassicurare gli alleati della vicinanza degli Stati Uniti e della volontà di Washington di provvedere militarmente alla loro difesa. L’amministrazione Trump, che agli inizi aveva più volte definito la NATO un’alleanza obsoleta, sembra adesso intenzionata a riaffermare il proprio impegno in Europa.

«Sotto il Presidente Trump, gli Stati Uniti d’America rifiuteranno ogni tentativo di usare la forza, la minaccia, l’intimidazione o altre forme di influenza maligna verso gli stati baltici o contro qualsiasi altro dei nostri alleati» ha affermato Pence. In precedenza, lo stesso Vice-Presidente, aveva scritto su Twitter: «L’America per prima (America First, motto della campagna elettorale) non significa l’America da sola».

«Siamo uniti. Una NATO forte e unita è oggi più necessaria che in qualsiasi altro momento dalla caduta del comunismo un quarto di secolo fa e nessuna minaccia appare più grande per gli stati baltici dello spettro di un’aggressione da parte del vostro imprevedibile vicino dell’Est», ha detto Pence, riferendosi chiaramente alla Russia. Ha poi continuato: «In questo preciso momento, la Russia cerca di riscrivere i confini internazionali attraverso la forza, di indebolire la democrazia negli stati sovrani, di dividere le nazioni libere dell’Europa una contro l’altra».

Il messaggio del Vice-Presidente è chiaro: l’Articolo 5 della NATO non è in discussione, così come l’impegno militare americano. «Per essere chiari, noi speriamo in giorni migliori, in relazioni migliori con la Russia, ma le recenti azioni diplomatiche assunte da Mosca non indeboliranno l’impegno degli Stati Uniti d’America di provvedere alla sicurezza dei nostri alleati, alla sicurezza delle nazioni di tutto il mondo che amano la libertà», ha detto Pence al termine della conferenza stampa.

30 luglio – Vladimir Putin

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foto via Nytimes.com (Olga Maltseva/Agence France-Presse – Getty Images)

«Da parte degli americani è stata fatta una mossa per peggiorare le relazioni Russia-USA, che non è stata provocata da alcunché, è importante notarlo. [Questa mossa] prevede restrizioni illegittime, tentativi di influenzare altri paesi del mondo, inclusi i nostri alleati, che sono interessati a sviluppare e mantenere le relazioni con la Russia. Abbiamo atteso a lungo che qualcosa migliorasse, speravamo che la situazione sarebbe cambiata. Ma sembra che non cambierà nel futuro prossimo… Ho deciso che è giunta l’ora di dimostrare che noi non lasceremo nulla senza risposta»

Vladimir Putin

In risposta alle nuove sanzioni economiche decise dagli Stati Uniti, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato che l’ambasciata americana in Russia dovrà ridurre di 755 persone il suo staff. Sebbene il provvedimento fosse già stato annunciato venerdì scorso, le dichiarazioni di Putin di oggi sono state le prime a confermare il grande numero di persone che ne sarà colpito.

Durante un’intervista concessa alla rete Rossiya 1, il presidente russo ha affermato che la pazienza nei confronti degli Stati Uniti e la speranza in relazioni migliori tra i due stati si sono affievolite. «Abbiamo atteso a lungo che qualcosa cambiasse in meglio, speravamo che la situazione sarebbe cambiata. Ma sembra che non cambierà nel futuro prossimo» ha detto Putin.

«Più di mille persone lavoravano e stanno ancora lavorando» nell’ambasciata americana di Mosca e nei consolati, e «755 persone dovranno terminare le proprie attività in Russia» ha aggiunto il presidente. Oltre alle espulsioni, il governo russo metterà in atto la confisca di due immobili utilizzati dalla diplomazia americana.

I provvedimenti presi da Mosca sono il segno di un inasprimento delle tensioni tra Stati Uniti e Russia. Questa settimana il Congresso americano ha approvato una serie di sanzioni contro la Russia con l’obiettivo di colpire, tra le altre cose, le aziende che forniscono armi al regime del presidente siriano Assad e quelle che producono strumentazioni potenzialmente dannose per la sicurezza informatica statunitense.

Nonostante l’amministrazione americana fosse contraria a sanzioni economiche contro la Russia, Donald Trump venerdì aveva acconsentito a firmare il provvedimento. Il presidente Usa sembrava avere poca scelta, scrive il New York Times, considerate le indagini che il Congresso sta conducendo sulle possibili collusioni tra la sua campagna elettorale e il Cremlino. Il provvedimento, inoltre, era stato approvato a maggioranza schiacciante sia alla Camera dei rappresentanti che al Senato, entrambi controllati dai Repubblicani, il partito di Trump.

29 luglio – Carlo Calenda

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foto via Eunews.it

«Non c’è verso che noi accettiamo il 50%, ovvero meno di quello che avevano i coreani. È una questione di rispetto e dignità, non ci muoviamo di un millimetro e non lo faremo martedì. E questo farà bene alla Francia perché deve capire che nazionalizzare è sbagliato»

Carlo Calenda

Il ministro dello Sviluppo economico italiano, Carlo Calenda, ha dichiarato che il governo non arretrerà «di un millimetro» sulla questione Stx-Fincantieri e che la proposta francese di una divisione al 50 per cento del capitale di Stx verrà respinta.

Intervenendo sabato all’iniziativa di “Forza Europa” a Roma, Calenda ha spiegato: «Prima [i francesi] ci hanno chiesto di intervenire con Fincantieri su un’azienda che era al 66% coreana, poi ci hanno chiesto di rinunciare alla maggioranza. Noi abbiamo risposto che non abbiamo nessuna intenzione di farlo: i rapporti tra due grandi Paesi europei non possono essere improntati al nazionalismo e al protezionismo, noi non lo accettiamo».

Giovedì scorso il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, aveva annunciato la (temporanea) nazionalizzazione di STX France, la società che gestisce i cantieri nel porto di Saint Nazaire. La società italiana Fincantieri, controllata dal ministero dell’Economia, aveva concluso lo scorso gennaio un accordo per acquistare il 66,6% della compagnia, accordo che sarebbe entrato in vigore proprio questo sabato. La mossa francese, invece, ha fatto saltare la vendita.

Martedì prossimo Le Maire si recherà a Roma, dove incontrerà Calenda e il ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan. «Ascolteremo attentamente la proposta del ministro Le Maire» ha detto Calenda «ma ovviamente la posizione è quella che il governo ha espresso, non si muove di un millimetro. Riteniamo che ci sia un progetto serio che è quello di Fincantieri, un progetto che prevede il 51%».

«Bisogna rispondere con fermezza, respingendo la richiesta di cambiare un accordo preso, e dicendo che a quelle condizioni Fincantieri, che è una grande azienda leader, […] quell’operazione non la fa» ha aggiunto il ministro.

28 luglio – Liz Throssell

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foto via Un.org

«Il desiderio del popolo venezuelano di partecipare oppure no a queste elezioni dev’essere rispettato. Nessuno dovrebbe essere obbligato a votare, e chi desidera partecipare dovrebbe poterlo fare liberamente. Chiediamo alle autorità di gestire qualsiasi protesta contro l’Assemblea Costituente secondo le norme e i principi dei diritti umani internazionali, e perciò esprimiamo la nostra preoccupazione in merito alla proibizione, da oggi fino al 1 agosto, delle dimostrazioni che le autorità considerano interferire con le elezioni. Chiediamo anche a coloro che si oppongono alle elezioni e all’Assemblea di farlo pacificamente»

Liz Throssell

Quest’oggi l’ONU, tramite la sua portavoce Liz Throssell, ha ribadito la propria preccupazione in merito alla situazione politica in Venezuela. Già nelle scorse settimane, l’ONU aveva rilevato l’uso di metodi oppressivi e d’intimidazione del governo di Maduro contro civili, riportando ad esempio che 450 di loro sono stati processati da tribunali militari e non da civili. La stessa Throssell affermava a proposito: «Chiediamo che il governo cessi questa pratica, che è contraria alle leggi internazionali dei diritti umani, in particolare sotto il profilo delle garanzie processuali. I civili accusati di un crimine o di un atto illegale devono apparire di fronte a un tribunale civile». L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati stima che siano 27 mila i richiedenti asilo venezuelani e 52 mila quelli che lo stanno chiedendo, anche se queste cifre probabilmente rappresentano solo una parte del totale di coloro che avrebbero bisogno di aiuto internazionale.

Il presidente Nicolás Maduro, eletto nel 2013 (con il 50,78% dei voti), ha indetto per quest’ultimo weekend di luglio le elezioni per formare una Assemblea Costituente atta a rivedere la costituzione, scritta nel 1999 dal suo predecessore Hugo Chávez. 363 membri dell’Assemblea saranno scelti da elezioni locali, altri 181 invece saranno scelti dai membri di sette settori sociali (pensionati, gruppi indigeni, uomini d’affari, contadini, studenti e altri). L’opposizione ha proclamato scioperi e chiesto di boicottare il voto del 30 luglio, accusando il presidente di voler prolungare con questo espediente il suo mandato, che scade nel gennaio 2019, e di bypassare così il congresso, dove la maggioranza è dell’opposizione.

Inoltre, accusa l’opposizione, a differenza di Chávez che modificò la costituzione supportato dall’esito favorevole di un referendum popolare, Maduro ha indetto l’Assemblea Costituente tramite un decreto, perché, come dimostrerebbero le recenti votazioni informali organizzate dall’opposizione, il presidente non godrebbe della fiducia dei venezuelani.

«Da anni il Venezuela è una polveriera», scrive il The Guardian. Da aprile, per le strade del paese si susseguono manifestazioni di protesta contro il governo, accusato di non fare abbastanza per porre rimedio alla diffusa scarsità di beni di prima necessità e all’incremento dell’inflazione. La repressione delle proteste da parte del governo ha finora causato circa cento morti. Nei giorni scorsi, il governo americano ha preso posizione contro Maduro, mettendo in atto una serie di sanzioni e minacciando l’embargo del petrolio, la cui esportazione sta alla base dell’economia venezuelana.

27 luglio – Bruno Le Maire

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foto via Lefigaro.fr

«La decisione di esercitare il diritto di prelazione che abbiamo appena adottato è una decisione temporanea, che ci darà il tempo per una migliore negoziazione e per un buon accordo. I cantieri navali di Saint-Nazaire non sono destinati a rimanere sotto il controllo dello stato»

Bruno Le Maire

Il Ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha annunciato oggi la nazionalizzazione di STX France, la società che gestisce i cantieri nel porto di Saint Nazaire. Secondo alcune indiscrezioni pubblicate dal quotidiano transalpino Le Monde, la svolta assunta dal governo francese sarebbe imputabile direttamente al Presidente Emmanuel Macron.

La decisione è giunta a poche ore dalla scadenza per lo Stato francese, fissata per sabato, per esercitare il diritto di prelazione sull’azienda. La Francia, che al momento possedeva il 33,3% delle azioni della società, può così acquistare l’intero pacchetto azionario. La società italiana Fincantieri, controllata dal Ministero dell’Economia, aveva concluso lo scorso gennaio un accordo per acquistare il 66,6% della compagnia, che sarebbe entrato in vigore proprio questo sabato. La mossa di Macron e Le Maire, tuttavia, ha fatto saltare la vendita.

«Vi annuncio che abbiamo preso la decisione di esercitare il diritto di prelazione dello Stato su STX», sono state le prime parole di Bruno Le Maire in conferenza stampa, rilanciate poi anche su Twitter.

Il Ministro dell’Economia francese ha voluto spiegare che la nazionalizzazione è avvenuta per ragioni strategiche: è molto più consono agli interessi francesi acquistare Stx piuttosto che lasciarla gestire a Fincantieri. «Noi vogliamo garantire che le competenze straordinarie dei cantieri navali di Saint-Nazaire e i loro lavoratori restino in Francia» ha detto Le Maire.

Il Ministro italiano dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e quello dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, hanno risposto all’inaspettata decisione francese con un comunicato molto duro. «Riteniamo grave e incomprensibile la decisione del Governo francese di non dare seguito ad accordi già conclusi», hanno scritto i due ministri, «Riceveremo il ministro Le Maire martedì prossimo a Roma e ascolteremo la proposta del Governo francese partendo da questo punto saldo. Nazionalismo e protezionismo non sono basi accettabili su cui regolare i rapporti tra due grandi paesi europei. Per realizzare progetti condivisi servono fiducia e rispetto reciproco».

In precedenza, aveva parlato anche il Ministro degli Esteri, Angelino Alfano: «Sul caso Fincantieri-Stx vedremo quale sarà, dal punto di vista giuridico, la decisione finale del governo francese, poi noi assumeremo le nostre decisioni». Riguardo all’accordo precedentemente firmato, Alfano ha anche aggiunto: «Noi abbiamo negoziato condizioni che adesso sembra vengano meno. Certamente quando si parla di libertà economiche e si passa dalla teoria alla pratica, questo non mi pare che sia un fulgido esempio di consequenzialità».

Le Maire ha cercato di smorzare la tensione creatasi tra il governo francese e quello italiano, ribadendo che «i cantieri navali di Saint-Nazaire non sono destinati a rimanere sotto il controllo dello stato» e poi, ancora, affermando che «la decisione di esercitare il diritto di prelazione che abbiamo appena adottato è una decisione temporanea».

Se, come dice Le Maire, la nazionalizzazione è solo una misura temporanea, è probabile che il governo francese non intenda mantenere un controllo del 100 per cento sulla società. Secondo quanto riportano i giornali d’Oltralpe, il governo francese intende continuare a trattare con quello italiano, per fargli accettare una divisione al 50 per cento del capitale della società.

Lo stesso Ministro dell’Economia ha, del resto, affermato che «noi continueremo a negoziare con i nostri amici italiani nei prossimi giorni», confermando così la prossima visita in Italia: «Settimana prossima mi recherò a Roma per discutere col Ministro Padoan e col Ministro Calenda».

26 luglio – Recep Tayyip Erdoğan

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foto via Lastampa.it

«Israele sta minando il carattere islamico di Gerusalemme… Nessuno deve sperare che noi rimarremo in silenzio di fronte ai doppi standard a Gerusalemme»

Recep Tayyip Erdoğan

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è intervenuto nella crisi della Spianata delle Moschee di Gerusalemme, accusando Israele di mettere a repentaglio il «carattere islamico» della città.

Da giorni nei pressi della moschea al Aqsa di Gerusalemme hanno luogo manifestazioni di protesta contro la decisione di Israele di inasprire le misure di sicurezza per l’accesso alla Spianata delle Moschee, un importante luogo sacro sia per i musulmani sia per gli ebrei situato nella parte est di Gerusalemme.

La sicurezza del sito è gestita dalle autorità israeliane. In seguito all’attentato dello scorso 14 luglio, Israele aveva deciso di installare dei metal detector all’ingresso della Spianata: la decisione aveva scatenato numerose proteste, sfociate in episodi di violenza tra manifestanti e polizia, ed era stata in seguito revocata. Israele ha però dichiarato che al posto dei metal detector installerà un avanzato sistema di videosorveglianza in grado di riconoscere i volti delle persone.

Mercoledì, nel corso di una conferenza ad Ankara, Erdoğan ha dichiarato: «Israele sta minando il carattere islamico di Gerusalemme… Nessuno deve sperare che noi rimarremo in silenzio di fronte ai doppi standard a Gerusalemme». Il commento del presidente turco, che è anche il leader del partito islamista conservatore AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), ha innescato la replica immediata del governo israeliano. «È assurdo che il governo turco, che occupa Cipro del Nord, reprime in modo brutale la minoranza curda e incarcera i giornalisti, dia lezioni ad Israele, l’unica vera democrazia della regione» ha detto Emmanuel Nahshon, portavoce del ministro degli Esteri israeliano.

25 luglio – John McCain

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foto via Nytimes.com

«Il nostro sistema di assicurazione sanitaria è un disastro. Tutti lo sanno, sia coloro che sostengono l’Obamacare sia coloro che vi si oppongono. Qualcosa deve essere fatto. Noi repubblicani abbiamo cercato un modo per cancellarlo e per sostituirlo con qualcos’altro, senza dover pagare un prezzo politico troppo alto. Non lo abbiamo ancora trovato e non sono sicuro che ci riusciremo. Tutto quello che siamo riusciti a fare è rendere più popolare un provvedimento che non lo era affatto quando abbiamo iniziato a cercare di eliminarlo»

John McCain

Il Senato degli Stati Uniti d’America ha dato il via libera con 51 voti su 100 alla mozione che permette di ridiscutere l’Affordable Care Act (ACA), la riforma sanitaria meglio nota come Obamacare. Il voto per riaprire l’iter legislativo è passato nonostante il voto contrario di tutti e 48 i senatori democratici, a cui si sono aggiunte le due senatrici repubblicane Susan Collins del Maine e Lisa Murkowski dell’Alaska. Tutti gli altri 50 senatori repubblicani, invece, hanno votato a favore della mozione. Determinante, per superare la parità, è stato il voto di Mike Pence, che in qualità di vice-Presidente degli Stati Uniti è anche Presidente del Senato.

La decisione è stata accolta con grande entusiasmo dal Presidente Donald Trump, che in campagna elettorale aveva più volte promesso di eliminare la riforma sanitaria di Obama. «L’Obamacare sta torturando il popolo americano. I democratici hanno ingannato già abbastanza il popolo. Abrogate o abrogate e sostituite! Ho la penna in mano», aveva scritto Trump in precedenza su Twitter.

La votazione era tanto attesa anche per il ritorno annunciato in aula di John McCain, che nei giorni scorsi era stato ricoverato per un tumore al cervello. Il senatore repubblicano dell’Arizona, candidato presidente nel 2008, è stato accolto nel suo ingresso al Senato da un’autentica ovazione, con i colleghi che si sono tutti alzati in piedi. «Davvero magnifico che John McCain stia tornando per il voto. Un coraggioso eroe americano! Grazie John», erano state le parole del Presidente. Lo stesso Trump ha poi nuovamente ringraziato McCain dopo l’approvazione della mozione: «Grazie per essere venuto a Washington per un voto così cruciale».

«Sono qui oggi», ha detto McCain in apertura al suo discorso, «perché ho una rinnovata stima per i protocolli e per le consuetudini di questo organismo, e per le altre novantanove anime privilegiate che sono state elette in questo Senato».

Il senatore ha avuto modo di parlare del clima politico a Washington, che è tutt’altro che sereno e collaborativo. «Spero che possiamo fare ancora affidamento sull’umiltà, sul bisogno di cooperare, sul nostro dipendere gli uni dagli altri per imparare a fidarci di nuovo a vicenda e, così facendo, servire al meglio il popolo che ci ha eletto. Basta dare ascolto a quelle dicerie esagerate alla radio e in televisione e su internet. Vadano tutte al diavolo. Costoro non vogliono che niente di buono sia fatto per il bene comune. La nostra incapacità è il loro pane quotidiano» ha detto McCain.

I risultati della scarsa cooperazione politica sono sotto gli occhi di tutti: «Non stiamo concludendo niente. Tutto quello che abbiamo fatto quest’anno è stato confermare Neil Gorsuch alla Corte Suprema», ha detto il senatore repubblicato. Parlando nello specifico della riforma sanitaria, le sue parole sono state anche più dure: «Il nostro sistema di assicurazione sanitaria è un disastro. Tutti lo sanno, sia coloro che sostengono l’Obamacare sia coloro che vi si oppongono. Qualcosa deve essere fatto. Noi repubblicani abbiamo cercato un modo per cancellarlo e per sostituirlo con qualcos’altro, senza dover pagare un prezzo politico troppo alto. Non lo abbiamo ancora trovato e non sono sicuro che ci riusciremo. Tutto quello che siamo riusciti a fare è rendere più popolare un provvedimento che non lo era affatto quando abbiamo iniziato a cercare di eliminarlo».

Anche nei riguardi della votazione odierna, il sostegno quasi unanime dei repubblicani è volto a ridiscutere l’Obamacare, ma il percorso per arrivare a una nuova riforma è ancora lungo. «Ho votato perché la mozione passasse per permettere al dibattito di proseguire e perché fossero proposti dei miglioramenti. Non voterò la legge per come è scritta oggi. Al momento è solo l’involucro di una legge. E lo sappiamo tutti. Ho alcuni cambiamenti richiesti dal governatore del mio stato che dovranno essere inclusi per guadagnare il mio sostegno finale all’approvazione di qualsivoglia legge. So che anche molti di voi vorranno vedere il provvedimento cambiare considerevolmente prima di votarlo», ha affermato McCain.

Il senatore ha concluso ringraziando per il sostegno ricevuto, facendo riferimento alla propria malattia, ma promettendo che il suo compito da senatore non è esaurito. «Dopo questo, tornerò per un po’ di tempo a casa per curare la mia malattia. Ho tutte le intenzioni di tornare qui e dare a molti di voi una scusa per ritirare tutte le cose carine che avete detto su di me. E, spero, di poter imprimere ancora su di voi quanto sia per me un onore servire il popolo americano in vostra compagnia», è stata la conclusione, tra gli applausi, del discorso.

24 luglio – Jared Kushner

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foto via Edition.cnn.com

«Sin da quando, a marzo, sono stati sollevati dei dubbi, sono stato coerente affermando di essere desideroso di condividere qualsiasi informazione a mia disposizione con i corpi investigativi. Quest’oggi l’ho fatto. Le registrazioni e i documenti che ho volontariamente fornito mostreranno che tutte le mie azioni sono state corrette e sono avvenute nel normale corso di una campagna elettorale unica. Permettetemi di essere molto chiaro: non sono colluso con i russi e non so di nessun altro nella campagna che lo sia; non ho avuto contatti illeciti; non mi sono affidato a rappresentanti russi per i miei affari, e sono stato perfettamente trasparente nel fornire tutte le informazioni richieste»

Jared Kushner

Lunedì Jared Kushner, influente consigliere del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e suo genero (è marito della figlia maggiore di Trump, Ivanka), è stato ascoltato dalla Commissione Intelligence del Senato a proposito dei suoi incontri con alcuni rappresentanti russi nel corso della scorsa campagna elettorale americana. Prima del colloquio, Kushner ha reso pubbliche le proprie dichiarazioni preparate per la Commissione e, subito dopo, ha tenuto una breve e inusuale conferenza stampa alla Casa Bianca in cui le ha ribadite.

Le dichiarazioni di Kushner, scrive BBC, sono «un esercizio di cautela e discrezione avvocatesca». Kushner, infatti, ha evitato di rivelare fatti nuovi e si è premurato di dare ragione solamente di quelli già noti al pubblico. Ad esempio, non ha negato di aver avuto quattro incontri con rappresentanti russi, ma ha li ha derubricati come parte del suo lavoro per Trump come intermediario con i governi stranieri. Ha respinto, invece, le accuse di aver voluto istituire un canale segreto non ufficiale per comunicare con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergey Kislyak, e ha spiegato di aver semplicemente voluto vagliare con lui la possibilità di avere una linea sicura per discutere della crisi in Siria. Questa difesa, commenta il The Guardian, probabilmente non risponde alle domande degli investigatori ma ne fa sorgere di nuove, poiché sembra che quanto affermato da Kushner sia avvenuto alle spalle dell’amministrazione Obama, ancora in carica all’epoca dei fatti.

Le agenzie investigative americane hanno assodato che Putin ha autorizzato una campagna di hackeraggio e di propaganda a favore dell’elezione di Donald Trump. Il Dipartimento di Giustizia e il Congresso vogliono ora stabilire se qualcuno dell’entourage di Trump abbia permesso che ciò avvenisse o se lo stesso presidente abbia ostacolato le indagine a riguardo. Kushner è uno dei possibili collegamenti tra Trump e la Russia. I prossimi che saranno ascoltati dalla Commissione sono il figlio maggiore del presidente, Donald Trump Jr., e l’ex-direttore della campagna elettorale Paul Manafort.

23 luglio – Anthony Scaramucci

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foto via Thenewdaily.com.au (Getty Images)

«Prenderò misure drammatiche per fermare queste fughe di notizie»

Anthony Scaramucci

Il nuovo responsabile delle comunicazioni della Casa Bianca, Anthony Scaramucci, ha detto che prenderà «misure drammatiche» per arginare le fughe di notizie che affliggono l’amministrazione Trump, definendo «anti-americani» i responsabili della diffusione di notizie riservate.

Anthony Scaramucci è un imprenditore e finanziere di New York, ed è stato un importante finanziatore della campagna elettorale di Donald Trump. Due giorni fa è stato nominato responsabile delle comunicazioni della Casa Bianca, incarico rimasto vacante dopo le dimissioni di Michael Dubke, avvenute lo scorso maggio. Domenica Scaramucci è intervenuto in una serie di programmi televisivi d’informazione, parlando tra le altre cose di come intenderà interpretare il suo nuovo ruolo.

«Domani avrò un incontro con lo staff [della Casa Bianca], e sarà una cosa molto binaria» ha detto al programma Face the Nation di CBS. «Non formulerò giudizi prematuri su alcun membro dello staff. Se vogliono rimanere nello staff, dovranno smettere di diffondere informazioni riservate […] Se continuerete a causare fughe di notizie, licenzierò tutti».

«[Trump] è il comandante in capo, il presidente degli Stati Uniti. Le persone che stanno accanto a lui e che stanno facendo queste cose senza senso sono in realtà degli anti-americani».

Durante un’intervista a Fox News Sunday, inoltre, Scaramucci ha annunciato: «Sono una persona d’affari, quindi prenderò misure drammatiche per fermare queste fughe di notizie». Scaramucci si stava riferendo in particolare ad un articolo pubblicato dal Washington Post, in cui venivano citate delle intercettazioni dei servizi d’intelligence per sostenere che l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergey Kislyak aveva riferito ai suoi superiori di avere discusso delle campagna di Trump con Jeff Sessions, procuratore generale statunitense, durante alcuni incontri nel 2016.

22 luglio – Christian Kern

Austrian Chancellor Kern addresses the media in Vienna
foto via Reuters.com

«Dobbiamo stare attenti a non finire in un gruppo con Viktor Orban e con la Lega Nord. Chi è contro tutti, resta solo. La reputazione dell’Austria non va messa a rischio per una campagna elettorale»

Christian Kern

Il Cancelliere austriaco, il socialdemocratico Christian Kern, si è oggi pubblicamente discostato dalle recenti dichiarazioni del suo Ministro degli Esteri, il popolare Sebastian Kurz, sulla questione dei migranti. Il tema dell’immigrazione e dell’apertura-chiusura delle frontiere, infatti, rimane la questione più scottante per i leader dell’Unione Europea, con l’Italia che sembra sempre più isolata nell’affrontare l’emergenza.

«Pretendiamo che venga interrotto il traghettamento di migranti illegali dalle isole italiane, come Lampedusa, verso la terraferma», aveva affermato il Ministro degli Esteri austriaco nella giornata di giovedì, dopo un incontro a Vienna con il suo omologo italiano Angelino Alfano.

Nonostante i buoni rapporti di facciata tra Italia e Austria, Kurz si era spinto fino a minacciare la chiusura della frontiera del Brennero. «Con il ministro degli Esteri Alfano è sempre un piacere incontrarci e io sono un amico della chiarezza», aveva detto in quell’occasione, «Gli ho detto: basta ingressi di migranti illegali sulla terraferma italiana da Lampedusa. Attualmente al Brennero c’è una cooperazione tra le forze di polizia, ma se l’Italia continuerà a far arrivare migranti verso nord allora chiuderemo i nostri confini».

Dichiarazione che avevano trovato una sponda favorevole tra i Paesi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria). In particolar modo, il premier ungherese Viktor Orban ha fatto pervenire, non più tardi di ieri pomeriggio, al Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni la richiesta di chiudere i porti all’arrivo dei migranti. «Tutti i migranti che arrivano da Sud resteranno in Italia. Per questo l’Italia dovrebbe smettere di far sbarcare i migranti nei suoi porti», ha detto Orban, che ha poi aggiunto: «Non abbiamo bisogno di una politica comune europea sui migranti, e non abbiamo bisogno di un’agenzia comune europea per i migranti, perché porteranno soltanto caos, difficoltà e sofferenza».

Oggi, in un’intervista al quotidiano viennese “Presse am Sonntag”, il Cancelliere Kern ha voluto esprimere la solidarietà propria e dell’Austria nei confronti dell’Italia. Dopo una telefonata avuta con Gentiloni, Kern ha affermato che «serve più sensibilità nei confronti dell’Italia», aggiungendo che «così non va, non possiamo posizionarci contro l’Italia», ammonendo così il Ministro Kurz.

Sulla questione del Brennero e della probabile chiusura unilaterale del lato austriaco, Kern ha parlato di un finto problema. «Al Brennero viene messa in scena un’emergenza che non esiste», ha detto il Cancelliere, «Ancora oggi, dai Balcani arrivano più richiedenti asilo che dal Brennero. Una chiusura del Brennero colpirebbe soprattutto l’Alto Adige». Chiaramente, Vienna non può trascurare l’Alto Adige italiano, per via dei legami politici, economici e culturali che intrattiene da sempre con il Tirolo austriaco.

Kern ritiene che la linea dura espressa da Kurz e da altri membri del suo governo nei confronti dell’Italia sia dovuta unicamente a ragioni elettorali. Infatti, il 15 ottobre si terranno le elezioni per il Parlamento di Vienna, in cui i socialdemocratici di Kern sfideranno proprio i popolari di Kurz. «Dobbiamo stare attenti a non finire in un gruppo con Viktor Orban e la Lega Nord. Chi è contro tutti, resta solo. La reputazione dell’Austria non va messa a rischio per una campagna elettorale» ha detto lo stesso Cancelliere, che poi aggiunto: «La politica estera e la diplomazia vanno fatte a porte chiuse».

Se, tuttavia, Kern ha infine definito «comprensibile» il rammarico di Roma per come sta evolvendo la situazione, ha però ritenuto «inaccettabili» le parole del sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, che aveva definito il Ministro Kurz un «naziskin». «Una dichiarazione del genere me la sarei aspettata da un naziskin», aveva detto giovedì il primo cittadino dell’isola, «non certo da un rappresentante delle istituzioni di un Paese della Comunità Europea. Evidentemente Kurz non sa neppure quanto è grande Lampedusa, e dimentica che nella nostra isola vivono seimila persone che si sentono europee».