30 settembre – Katherine Zappone

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foto via Irishtimes.com

«Facciamo in modo che questa sia la nostra ultima Marcia per la Scelta»

Katherine Zappone

La ministra dell’infanzia irlandese, Katherine Zappone, è stata tra le oltre 30 mila persone che hanno partecipato alla «Marcia per la Scelta» tenutasi a Dublino. Si tratta di una manifestazione annuale a favore del diritto all’aborto, negato alle donne irlandesi dal 1983, quando con un referendum è stato introdotto l’Ottavo emendamento alla Costituzione. Nel 2016, una commissione delle Nazioni Unite ha giudicato questo divieto come una violazione dei diritti delle donne.

La Marcia di quest’anno si è tenuta pochi giorni dopo che il giovane neo-primo ministro, Leo Varadkar, ha promesso un referendum per abrogare il divieto d’aborto, entro agosto del prossimo anno, quando il papa visiterà l’Irlanda. Varadkar, ex-medico, sembra «non credere in maniera assoluta» al diritto all’aborto, si destreggia, invece, per trovare un compromesso tra la fazione cattolico-conservatrice e quella liberale. Per lui si tratta della prima sfida elettorale ed è in gioco la sua reputazione internazionale e quella irlandese.

L’Irlanda, che pure è stato il primo paese al mondo a permettere i matrimoni omosessuali, punisce l’aborto con pene fino a 14 anni di prigione. Perciò, dal 1983, ogni anno, migliaia di donne non possono che intraprendere un viaggio in Inghilterra per poter abortire legalmente. Soltanto nel 2016 più di 3000 donne hanno dovuto richiedere assistenza fuori dall’Irlanda, ed è il numero più basso registrato da allora. Tra i simboli di quest’oggi, un marciapiede con più di 205 mila segni in gesso «per rendere visibili», spiega al The Guardian un’attivista, questi viaggi spesso taciuti e umilianti.

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Foto via Nytimes.com (CreditChris J Ratcliffe/Agence France-Presse — Getty Images)

 

29 settembre – Rex Tillerson

 

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foto via Nytimes.com

«La decisione di ridurre la nostra presenza diplomatica a L’Avana è stata presa per garantire la sicurezza del nostro personale. Manteniamo i rapporti diplomatici con Cuba, e il nostro lavoro a Cuba continua ad essere guidato dalla sicurezza nazionale e dagli interessi in politica estera degli Stati Uniti. Cuba ci ha chiarito che continuerà a investigare su questi attacchi e noi continueremo a cooperare con loro in questo sforzo»

Rex Tillerson

 

Quest’oggi, Rex Tillerson, Segretario di Stato degli Stati Uniti, ha annunciato che il numero dei funzionari americani dell’ambasciata dell’Avana sarà diminuito del 60%. La scelta è dovuta agli strani attacchi acustici che hanno colpito alcuni diplomatici nei mesi scorsi e viene resa nota tre giorni l’incontro tra Tillerson e il ministro degli esteri cubano, Bruno Eduardo Rodríguez Parrilla. Evidentemente, quegli non è stato convinto che L’Avana possa proteggere a sufficienza i membri dell’ambasciata.

Cuba, per voce di Josefina Vidal, ministra degli esteri incaricata dei rapporti con gli Stati Uniti, afferma che la decisione è «spiacevole e avrà ripercussioni sulle relazioni bilaterali». L’ambasciata americana dell’Avana ha riaperto solo dopo che nel 2015 Obama e Raúl Castro ripresero i rapporti diplomatici. Ora, questa scelta li raffredda, sebbene non sia così politicamente forte come quella ventilata la settimana scorsa della chiusura della stessa ambasciata. Sembra, comunque, andare nella direzione voluta da Trump, di modificare il trattato siglato da Obama con Cuba che lui giudica «pessimo e sbagliato».

Non si riesce a spiegare, invece, la natura degli attacchi. Nella dichiarazione di quest’oggi sono definiti come «attacchi mirati», rivolti a funzionari americani, mentre di solito erano derubricati come incidenti. Sono iniziati nel 2016 e hanno colpito almeno 16 persone, provocando diversi danni come perdita permanenente d’udito, lesioni cerebrali, stordimento ecc. Non si capisce chi possa essere il responsabile, se Cuba, qualche organizzazione o un terzo paese, ed il fatto che anche alcuni funzionari canadesi siano stati colpiti infittisce il mistero.

 

28 settembre – Lu Kang

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foto via Fmprc.gov.cn

«Siamo contrari a qualsiasi guerra nella Penisola Coreana. La comunità internazionale non permetterà mai una guerra che farebbe precipitare le persone in un abisso di miseria»

Lu Kang

La tensione tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti rimane altissima, soprattutto dopo le recenti dichiarazioni del Ministro Ri Yong Ho, secondo cui Washington avrebbe dichiarato guerra a Pyongyang e il suo Paese si starebbe attrezzando per infliggere «le peggiori sofferenze» al popolo americano. Chiaramente, nella contesa non poteva non far sentire la propria voce pure la Cina, che della regione è la maggiore potenza sia militare che economica.

Oggi, in un comunicato apparso sul sito internet del Ministero del Commercio, la Cina ha annunciato che attuerà presto le sanzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo scorso 11 settembre. Secondo il provvedimento, non saranno soltanto le compagnie nordcoreane presenti in Cina a dover chiudere, ma anche le joint-venture miste sino-nordcoreane operanti nel Paese. Il tutto dovrà essere eseguito entro 120 giorni dall’approvazione delle sanzioni, ossia entro il 1 gennaio 2018.

L’applicazione di tale provvedimento è una notizia particolarmente dura per il regime di Pyongyang, di cui Pechino è il maggior alleato nonché partner commerciale. Infatti, circa il 90% degli scambi complessivi della Corea del Nord è rivolto alla Cina. Motivo per cui gli Stati Uniti hanno insistito a lungo affinché Pechino adoperasse il proprio peso economico per ridimensionare i progetti nucleari di Kim Jong-un.

Del resto, la Cina si è sempre opposta a qualsiasi opzione militare, sia che si trattasse di un intervento americano preventivo che dell’installazione del sistema missilistico di difesa THAAD in Corea del Sud. Posizione ribadita ancora oggi dal portavoce del Ministero della Difesa, Lu Kang, che in conferenza stampa ha affermato: «Siamo contrari a qualsiasi guerra nella Penisola Coreana. La comunità internazionale non permetterà mai una guerra che farebbe precipitare le persone in un abisso di miseria».

«Le sanzioni e la promozione del dialogo sono entrambi requisiti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non dobbiamo dare troppa enfasi a un aspetto, ignorando l’altro», ha poi detto Lu Kang, sottolineando l’importanza del dialogo con la controparte nordcoreana. «La questione nucleare nella Penisola Coreana è legata alla pace e alla stabilità regionale, nonché agli interessi vitali di tutte le parti interessate», ha continuato il portavoce del Ministero della Difesa, «la rottura del blocco richiede che tutte le parti interessate mostrino la loro sincerità».

Anche il portavoce del Ministero della Difesa Nazionale, Wu Qian, ha tenuto a rimarcare gli “enormi” sforzi compiuti dalla Cina nell’affrontare la questione nucleare coreana. «Il nucleo della questione nucleare della Penisola Coreana è il conflitto tra la Repubblica Popolare Democratica di Corea e gli Stati Uniti», ha affermato Wu Qian in una conferenza stampa tenutasi oggi, «Noi speriamo che i paesi interessati possano assumere un atteggiamento responsabile e fare osservazioni volte ad alleviare le tensioni e fare qualcosa di concreto».

Di fronte alla domanda su come si comporterebbe la Cina a seguito di un intervento militare in Corea del Nord, il portavoce ha ribadito la necessità di proseguire con il dialogo. «L’intervento militare non può diventare un’opzione», ha detto Wu Qian, aggiungendo pure un monito: «L’esercito cinese farà tutti i preparativi necessari per proteggere la sovranità e la sicurezza del Paese e la pace e la stabilità regionale».

27 settembre – Emmanuel Macron

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foto via Huffingtonpost.it (AFP/Getty Images)

«Su Stx e sulla Lione-Torino Italia e Francia hanno vinto insieme… È un accordo win-win, e a chi dice che è un accordo terribile voglio ricordare che fino a pochi mesi fa l’azionista di maggioranza dei cantieri era coreano»

Emmanuel Macron

Italia e Francia hanno trovato un accordo sulla questione Stx-Fincantieri, che da alcuni mesi era motivo di polemiche fra i due stati. Mercoledì si è tenuto un incontro bilaterale tra il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni e il presidente francese Emmanuel Macron, durante il quale è stato annunciato che Stx France (la società che gestisce i cantieri del porto francese di Saint-Nazaire) sarà per 50% di proprietà francese e per 50% di proprietà di Fincantieri, la principale società di costruzioni navale europea, controllata dal ministero dell’Economia italiano.

Alla quota di Fincantieri, tuttavia, si aggiungerà un ulteriore 1%, che verrà concesso in prestito dallo stato francese a Fincantieri per un periodo di 12 anni (il quotidiano La Repubblica parla a questo proposito di una «maggioranza in prestito»). Inoltre, sia il presidente che l’amministratore delegato di Stx saranno italiani. In cambio Fincantieri sarà tenuta a rispettare una serie di impegni e obiettivi industriali da concordare con la controparte francese: se questi non verranno mantenuti, lo stato francese potrà ritirare il proprio prestito. Una situazione che, tuttavia, non sarebbe di facile gestione per la Francia, dal momento che a questo punto Fincantieri avrebbe il diritto di trasferire alla controparte tutto il suo 50%, con notevole dispendio da parte delle casse francesi.

«Italia e Francia hanno vinto insieme… È un accordo win-win» ha affermato Macron. Anche il presidente del Consiglio Gentiloni ha espresso la propria soddisfazione per l’intesa trovata, e ha parlato di «un accordo molto positivo, ottimo».

Tra gli argomenti di cui si è discusso durante il vertice italo-francese c’è stato anche il progetto di ferrovia ad alta velocità Torino-Lione, la cosiddetta TAV. «Siamo entrambi impegnati affinché il troncone transfrontaliero della Torino-Lione sia portato a buon fine. Il tunnel di base deve essere concluso» ha commentato Macron.

26 settembre – Avigdor Lieberman

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foto via Salon.com

«L’Autorità Palestinese continua a incoraggiare l’omicidio degli ebrei e a glorificare e lodare gli assassini, e questo è il motivo principale dell’atmosfera di incitamento nei media e nei social network che porta ad attacchi terroristici contro i cittadini di Israele»

Avigdor Lieberman

Torna la violenza in Cisgiordania. Oggi tre israeliani sono stati uccisi da un assalitore palestinese nell’insediamento di Har Adar, nei pressi di Gerusalemme. «Un terrorista che aveva raggiunto dall’ingresso posteriore Har Adar ha aperto il fuoco contro le forze di sicurezza presenti sul posto, tre israeliani sono morti nell’attacco, un altro è rimasto ferito e il terrorista è stato neutralizzato», è stato il comunicato rilasciato da Miki Rosenfeld, il portavoce della polizia israeliana.

Le tre vittime sono il ventenne sergente della polizia Solomon Gavriya e le due guardie della sicurezza addette alla sorveglianza del checkpoint, Youssef Ottman e Or Arish, entrambi venticinquenni. Le autorità hanno identificato Nimr Mahmoud Ahmed Jamal, un palestinese di 37 anni residente nel vicino villaggio di Beit Surik, come colui che ha aperto il fuoco e ucciso gli israeliani.

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La mappa della regione (foto via Haaretz.com)

Come rileva il quotidiano isrealiano Haaretz, il fatto che l’assalitore avesse un regolare permesso di lavoro e potesse quindi superare con successo le forze di sicurezza isrealiane presenti al checkpoint è un caso del tutto inusuale; a partire dall’ottobre 2015, infatti, nonostante i ripetuti attentati, si è verificato soltanto un episodio simile.

«È un nuovo capitolo dell”Intifada di Al-Quds (Gerusalemme)», ha affermato il portavoce di Hamas, Hazzan Qassam, nella sua dichiarazione riportata dai media locali, che ha aggiunto, «Significa che ogni tentativo di ‘giudaizzare’ la città non cambia il fatto che Gerusalemme è arabo-musulmana: i suoi cittadini e la gioventù non risparmieranno alcun sforzo per redimerla con il loro spirito e sangue».

Il Ministro della Difesa di Israele, Avigdor Lieberman, ha annunciato che le forze speciali stanno svolgendo alcune operazioni presso il villaggio di residenza dell’assalitore. «Continueremo ad agire con forza e determinazione contro questo terrorismo. Perseguiremo i terroristi, quelli che li mandano e coloro che li incitano in ogni momento e in ogni luogo, e li colpiremo a nostra volta, come avviene quasi ogni notte», ha affermato Lieberman.

«L’Autorità Palestinese continua a incoraggiare l’omicidio degli ebrei e a glorificare e lodare gli assassini, e questo è il motivo principale dell’atmosfera di incitamento nei media e nei social network che porta ad attacchi terroristici contro i cittadini di Israele», ha poi proseguito il Ministro, aggiungendo, «Non c’è differenza tra il terrorismo palestinese, alimentato e sostenuto in modo istituzionale, e il terrorismo islamico radicale, che ha condotto attacchi terroristici in Europa e altrove nel mondo».

25 settembre – Robert Manning

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foto via Army.mil

«Gli Stati Uniti hanno un arsenale immenso da fornire al presidente Trump per affrontare la questione della Corea del Nord. Offriremo al presidente tutte le alternative necessarie se le provocazioni di Pyongyang continueranno»

Robert Manning

Dopo le dichiarazioni provocatorie di ieri del Ministro degli Esteri della Corea del Nord, Ri Yong Ho, pronunciate dinnanzi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, oggi è giunta la replica dai diretti interessati, gli Stati Uniti, attraverso un comunicato del portavoce del Pentagono, il colonnello Robert Manning.

Manning ha affermato che, qualora le provocazioni di Pyongyang non cesseranno, l’esercito americano provvederà a presentare al Presidente Trump tutta una serie di opzioni militari per terminare una volta per tutte la minaccia nucleare nord-coreana. «Gli Stati Uniti hanno un arsenale immenso da fornire al presidente Trump per affrontare la questione della Corea del Nord. Offriremo al presidente tutte le alternative necessarie se le provocazioni di Pyongyang continueranno», recita il comunicato.

Intanto, sempre oggi, il Ministro Ri Yong Ho è tornato nuovamente sull’argomento, rincarando la dose. «Lo scorso fine settimana Trump ha affermato che il nostro governo non durerà ancora a lungo e quindi ha finalmente dichiarato guerra al nostro Paese. Dato che questo è venuto da qualcuno che siede sulla poltrona della presidenza statunitense, questa è chiaramente una dichiarazione di guerra», ha affermato il Ministro nord-coreano.

«La carta della Nazioni Unite», ha aggiunto poi, «sancisce il diritto all’autodifesa degli stati membri, e visto che gli Usa hanno dichiarato guerra al nostro Paese, noi abbiamo il diritto di rispondere e di abbattere i caccia americani, anche se non sono ancora all’interno dei nostri confini». «Il mondo intero deve ricordare chiaramente che sono stati gli Usa a dichiarare guerra per primi al nostro Paese», ha detto infine Ri Yong Ho.

24 settembre – Ri Yong Ho

North Korea's Foreign Minister Ri Yong-ho leaves a bilateral meeting with his China's counterpart  Wang Yi, at the sidelines of the ASEAN foreign ministers meeting in Vientiane
foto via Reuters.com (Jorge Silva)

«Facendo riferimento ai missili, [Trump] ha provato a insultare l’altissima dignità del nostro paese. Così facendo, tuttavia, ha commesso l’errore irrevocabile di rendere la visita dei nostri missili al territorio statunitense ancora più inevitabile. L’unico a essere in una missione suicida è Trump stesso»

Ri Yong Ho

Ri Yong Ho, ministro degli Esteri della Corea del Nord, ha detto che, in seguito alle ultime dichiarazioni offensive di Donald Trump, il lancio di missili sugli Stati Uniti da parte di Pyongyang è «ancora più inevitabile». Ri ha parlato domenica all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e il suo discorso ha costituito un ennesimo episodio dell’escalation di violenza verbale in corso tra Usa e Corea del Nord.

«Siamo finalmente a pochi passi dal traguardo finale del completamento delle forze nucleari di stato» ha dichiarato Ri, aggiungendo: «Pensare che ci sia qualche possibilità che la Repubblica Popolare Democratica di Corea si muova di un millimetro o cambi la propria posizione a causa delle sanzioni ancora più dure delle forze a noi ostili è solo una vana speranza».

Giovedì scorso Donald Trump ha annunciato nuove sanzioni statunitensi per colpire quelle imprese o istituzioni che finanziano o favoriscono il commercio con Pyongyang. Due giorni prima, intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente americano aveva tenuto un discorso molto duro nei confronti della Corea del Nord, definendo il suo leader Kim Jong-un «un rocket man (“uomo razzo”, parafrasando il titolo di una famosa canzone di Elton John) in missione suicida».

«L’unico a essere in una missione suicida è Trump stesso» ha replicato Ri Yong Ho davanti alla medesima assemblea.

In precedenza, anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva deciso all’unanimità di adottare un nuovo pacchetto di sanzioni (il nono) per contrastare i programmi nucleari e missilistici di Pyongyang.

23 settembre – Jean-Luc Mélenchon

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foto via Liberation.fr (Boris Allain)

«Giovani, partecipate alla lotta, perché voi siete le prime vittime di questi decreti. La battaglia non è finita, è appena cominciata. Dobbiamo impiegare le forze di tutto il popolo, in battaglia e nelle strade. Mai arrendersi»

Jean-Luc Mélenchon

Migliaia di persone si sono radunate sabato in Place de la République a Parigi insieme al leader di sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon per protestare contro la riforma del lavoro approvata dal governo francese.

Secondo Mélenchon, leader del movimento La France Insoumise (alla lettera “La Francia non sottomessa, indomita”) ed ex candidato alle ultime elezioni presidenziali francesi, sono stati 150 mila i manifestanti scesi in piazza. Mélenchon si è rivolto loro dicendo: «Voi siete l’orgoglio e l’onore di un paese che non rimarrà a farsi insultare… È stato il popolo che ha sconfitto i re, i nazisti… Siamo qui per difendere la Repubblica».

Come spiega il Guardian, in Francia i sindacati e i lavoratori si stanno opponendo alle modifiche al “Code du Travail” (le leggi sul lavoro) volute dal presidente Emmanuel Macron, modifiche che secondo loro renderebbero la posizione dei lavoratori più precaria garantendo ai datori di lavoro una flessibilità maggiore per assumere e licenziare. La riforma del lavoro è criticata anche per il modo in cui è stata approvata, cioè per decreto del presidente, un espediente legislativo che serve ad aggirare il voto parlamentare. Giovedì Macron ha firmato cinque decreti che modificheranno le leggi sul lavoro; sabato sono stati pubblicati e sono entrati in vigore.

La France Insoumise conta solo 17 deputati su 577 all’Assemblée Nationale, ma sta portando avanti una dura opposizione all’amministrazione di Macron. Sabato ha organizzato 130 pullman per portare i manifestanti a Parigi. «Il nostro paese ha il record in Europa per numero di milionari… Macron è un’ottima notizia per i ricchi» ha detto Mélenchon alla folla. «Mettiamoci in moto… Giovani, partecipate alla lotta, perché voi siete le prime vittime di questi decreti. La battaglia non è finita, è appena cominciata. Dobbiamo impiegare le forze di tutto il popolo, in battaglia e nelle strade. Mai arrendersi».

22 settembre – Kim Jong-un

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foto via Theguardian.com

«Queste parole non sono i giochi retorici amati da Trump. Mi sto proprio chiedendo quale risposta potesse sperare di ricevere quando ha permesso che tali eccentriche parole gli uscissero di bocca. Qualsiasi cosa Trump si potesse aspettare, affronterà effetti oltre le sue previsioni. Io domerò sicuramente e definitivamente il vecchio pazzo delirante americano con il fuoco»

Kim Jong-un

Venerdì, Kim Jong-un, il dittatore della Corea del Nord, ha rivolto una dichiarazone pubblica al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il messaggio, pubblicato sulle prime pagine di tutti i giornali nord-coreani e diffuso anche per televisione, è la risposta allintervento di Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Due giorni fa, in occasione del suo primo discorso all’ONU, Trump aveva promesso di distruggere la Corea del Nord in caso di minaccia: «Nessuna nazione sulla terra vuole vedere questa banda di criminali che si munisce di armi e missili nucleari. Gli Stati Uniti possono sopportare molto e hanno pazienza, ma se sono costretti a difendere se stessi o i propri alleati, noi non avremo altra scelta che distruggere completamente la Corea del Nord».

Come scrivono sul New York Times, con il suo tono bellicoso e minaccioso Trump «ha servito su un piatto d’argento» a Kim Jong-un la possibilità di rispondere in termini ancora più aspri, e, soprattutto, di apparire come la parte aggredita. A leggere la risposta del presidente nord-coreano sembra che la questione sia personale: «vorrei avvertire Trump [sic] di prestare attenzione alle parole che usa e di tenere presente a chi si rivolge».

Kim Jong-un dice di essere stato sorpreso dai termini usati dal presidente americano, poiché si aspettava quelli soliti, «stereotipati e già pronti»; invece, il suo discorso è stato «un grezzo nonsenso senza precedenti». Il tenore delle parole di Trump, ha dichiarato Kim Jong-un, conferma gli epiteti assegnatigli durante la campagna elettorale, di «profano» ed «eretico» della politica. Inoltre, testimonierebbero che non è capace di tenere le redini di uno stato e che, piuttosto, è «una canaglia e un gangster che adora giocare con il fuoco». Secondo Kim, Trump ha pronuciato «la più feroce dichiarazione di guerra della storia» e, perciò «noi stiamo seriamente considerando di prendere una contromisura adeguata, la più alta contromisura della storia».

Poco dopo la pubblicazione del discorso di Kim, il ministro degli esteri nord-coreano, Ri Yong-ho, che si trova a New York, ha rilasciato alcune dichiarazioni, asserendo che la Corea del Nord potrebbe condurre «il più colossale test di una bomba all’idrogeno, nel Pacifico». La risposta di Trump è arrivata via Twitter: «Kim Jong-un della Corea del Nord, che è ovviamente un folle che non si peoccupa di far morire di fame e uccidere la sua gente, sarà messo alla prova come mai prima».

21 settembre – papa Francesco

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foto via Huffingtonpost.it

«Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro… La Chiesa è arrivata tardi. È la realtà: siamo arrivati in ritardo. Forse l’antica pratica di spostare la gente, ha addormentato un po’ le coscienze. Quando la coscienza arriva tardi, anche i mezzi per risolvere il problema arrivano tardi»

papa Francesco

Papa Francesco ha detto che la Chiesa ha preso coscienza del problema della pedofilia nel clero «in ritardo» e ha assicurato che nessun condannato per abusi sessuali sui minori riceverà mai la sua grazia.

Come riporta la Stampa, giovedì mattina il papa ha parlato di fronte alla Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, che è stata ricevuta in Vaticano, e ha annunciato alcune linee guida dell’azione che intende portare avanti per contrastare il problema della pedofilia. «In questo momento il problema è grave. Non è grave solo il problema ma anche il fatto che alcuni non hanno preso coscienza del problema», ha detto Francesco, sottolineando la necessità di «cominciare a studiare e a classificare i dossier», anche per velocizzare i processi rimasti in sospeso. «Ci sono tanti casi che non avanzano, che stanno lì… Si sta cercando di assumere più gente che lavori nella classificazione dei processi».

Il papa ha parlato inoltre dell’attività della Commissione interna alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che si occupa di esaminare i ricorsi («lavora bene ma deve essere aggiustata con la presenza di qualche vescovo diocesano che conosca proprio il problema sul sito»), e ha ribadito il principio della “tolleranza zero”: «Dico che anche un solo abuso su minori, se provato, è sufficiente per ricevere la condanna senza appello. Se ci sono le prove è definitivo. Perché? Semplicemente perché la persona che fa questo, uomo o donna, è malata. È una malattia. Oggi lui si pente, va avanti, lo perdoniamo, ma dopo due anni ricade. Dobbiamo metterci in testa che è una malattia».