LETTERA – Mia cara Aung San Suu Kyi

di Desmond Tutu, lettera pubblica a Aung San Suu Kyi

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foto via Theguardian.com

In merito alla persecuzione dei rohingya a Myanmar, la premio nobel e leader de facto di Myanmar, Aung San Suu Kyi non si è espressa. Il The Guardian, ripercorrendone la storia, la giudica come «l’unica premio nobel a essere diventata un’apologeta dei più grotteschi abusi dei diritti umani all’interno del suo paese», senza poter spiegare le motivazioni del suo silenzio. 

La scorsa settimana, l’arcivescovo emerito Desmond Tutu, premio nobel nel 1984 per il suo ruolo contro l’apartheid in Sudafrica, ha scritto ad Aung San Suu Kyi, sua amica. Nella lettera pubblica, di cui offriamo la nostra traduzione, Tutu la esorta, in nome del suo passato come  «simbolo di giustizia», a prendere le difese dei rohingya. 

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7 settembre 2017

Lettera aperta dall’arcivescovo emerito Desmond Tutu alla signora Aung San Suu Kyi

Mia cara Aung San Suu Kyi,

Sono ormai vecchio e decrepito, e formalmente in pensione, ma mi induce a rompere la mia promessa di rimanere in silenzio sugli affari pubblici la profonda tristezza per la terribile condizione in cui versa la minoranza musulmana dei rohingya nel tuo paese.

Per me sei una cara e adorata sorella minore. Per anni ho avuto una tua fotografia sulla mia scrivania, per ricordarmi dell’ingiustizia e del sacrificio che hai sopportato, grazie al tuo amore e impegno per il popolo del Myanmar. Tu eri simbolo della giustizia. Nel 2010 abbiamo gioito della tua liberazione dagli arresti domiciliari, nel 2012 abbiamo celebrato la tua elezione a capo dell’opposizione.

La tua presenza sulla scena pubblica alleviava la nostra inquietudine per la violenza perpetrata contro i rohingya. Ma ciò che qualcuno ha chiamato “pulizia etnica” e altri “un lento genocidio” è andato avanti, e recentemente si è inasprito. Le immagini che stiamo vedendo della sofferenza dei rohingya ci riempiono di dolore e angoscia.

Sappiamo che tu sai che gli esseri umani possono apparire e pregare in maniera diversa – e alcuni possono anche avere armi più potenti di altri – ma nessuno è superiore ad altri e nessuno è inferiore; che quando scavi un poco sotto la superficie, tutti siamo uguali, membri di un’unica famiglia, quella degli uomini; che non ci sono differenze naturali tra buddisti e musulmani; e che non importa se siamo ebrei o indù, cristiani o atei, siamo nati per amare, senza pregiudizi. La discriminazione non è un fatto naturale, viene insegnata.

Mia cara sorella, se il prezzo della tua ascesa politica ai vertici del Myanmar è il tuo silenzio, il prezzo è troppo elevato. Un paese che non è in pace con se stesso, un paese che non riconosce e non protegge la dignità e la ricchezza di tutto il suo popolo, non è un paese libero.

È incoerente per un simbolo di giustizia essere alla guida di un paese simile; è un dolore da sopportare.

Mentre assistiamo al dispiegarsi di questo orrore, ti preghiamo di essere coraggiosa e di fare resistenza, ancora. Ti preghiamo di stare dalla parte della giustizia, dei diritti umani e dell’unità del tuo popolo. Ti preghiamo di intervenire nella crisi che si sta aggravando e di riportare il tuo popolo sul cammino della giustizia.

Dio ti benedica,

Con affetto,

Desmond Tutu

 

https://www.theguardian.com/world/2017/sep/08/desmond-tutu-condemns-aung-san-suu-kyi-price-of-your-silence-is-too-steep

 

 

11 settembre – Zeid Ra’ad al-Hussein

 

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foto via Un.org

 

«Invitiamo il governo a porre fine all’attuale crudele operazione militare, assumendosi la responsabilità per tutte le violazioni che sono state commesse, e a contrastare la dura e diffusa discriminazione contro il popolo dei rohingya… La situazione è un chiaro esempio di pulizia etnica»

Zeid Ra’ad al-Hussein

Quest’oggi, all’apertura della 36esima sessione del Consiglio dei diritti dell’uomo,  Zeid Ra’ad al-Hussein, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, ha tenuto un discorso dal titolo “Più buio e pericoloso”, sui paesi in cui avvengono più violazioni di diritti umani. Ha parlato della situazione nella Repubblica centroafricana e nel Burindi e della persecuzione dei rohingya a Myanmar. A proposito di quest’ultima, Zeid ha ricordato i recenti rapporti dell’UNHCHR, secondo i quali “è molto probabile la perpetrazione di crimini contro l’umanità”. Ha chiesto, quindi, al governo di Myanmar di «smettere di affermare che i rohingya abbiano dato fuoco alle loro stesse cose e distrutto i loro villaggi. Negare così la realtà danneggia gravemente il prestigio internazionale di un Governo che, sin recentemente, ha beneficiato di grande benevolenza».

Come raccontano i reportage del The Guardian e del New York Times, da fine agosto ad oggi 313 mila persone appartenenti alla minoranza musulmana dei rohingya sono fuggite da Myanmar al Bangladesh. A seguito, infatti, di un attacco di un gruppo di resistenza contro alcuni militari, avvenuto il 25 agosto, il governo ha ordinato la repressione militare dello stato di Rakhine. Qui si trova la maggior parte della minoranza già pesantemente afflita da discriminazione e violenza, essenzo priva di qualsiasi diritto politico.

Nei giorni scorsi, Amnesty International ha denunciato l’uso di mine terrestri anti-uomo contro le persone in fuga. L’imponente flusso migratorio che si sta verificando ha reso più tesi anche i rapporti con il Bangladesh: ieri il ministro degli esteri del paese vicino ha affermato che «la comunità internazionale dice che è un genocidio. Anche noi diciamo che è un genocidio»,  aggiungendo che le 700 mila persone giunte in Bangladesh «ora sono un problema di portata nazionale».

Quest’oggi il ministro degli affari esteri di Myanmar, retto dalla premio nobel Aung San Suu Kyi, ha rilasciato un comunicato con cui esprime la propria preoccupazione per la sofferenza di «tutte le comunità» della zona, senza menzionare i rohingyia. Sul silenzio di Aung San Suu Kyi a proposito di questa persecuzione si è interrogato il The Guardian. La scorsa settimana, in una lettera aperta, il premio nobel Desmond Tutu, le ha scritto che «è incoerente per un simbolo di giustizia essere alla guida di un paese simile». Abbiamo tradotto la sua lettera aperta ad Aung San Suu Kyi, la trovate nella sezione «Lettere e interviste».