19 novembre – Robert Mugabe

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foto via Theguardian.com

«Vi ringrazio e vi auguro buonanotte»

Domenica mattina il partito di maggioranza in Zimbabwe, Zanu-PF (Zimbabwue African National Union-Patriotic Front), ha rimosso dalla propria presidenza Robert Mugabe. Mugabe è stato inoltre invitato a scegliere se rassegnare le proprie dimissioni da presidente del paese, carica che ricopre dal 1987, data dell’indipendenza dello Zimbabwe dal Regno Unito, oppure affrontare l’impeachment in parlamento.

Zanu-PF, inoltre, ha espulso dal partito alcuni alleati di Mugabe e sua moglie Grace. Quest’ultima sembrava destinata a prenderne il posto di Mugabe a svantaggio di Emmerson Mnangagwa, un altro esponente del partito, la cui espulsione, una decina di giorni fa, aveva innescato l’intervento dei militari. Zanu-PF, oltre ad aver nominato proprio Mnangagwa suo presidente ad interim, ha promesso di voler cambiare la costituzione per ridurre il potere del presidente.

Nel tardo pomeriggio, il presidente novantatreenne Mugabe ha tenuto una conferenza stampa con cui ha risposto all’ultimatum del Zanu-PF. Seduti accanto a lui, Constantino Chiwenga e i militari che da mercoledì hanno posto lui e la moglie agli arresti domiciliari, in quello che è stato definito un colpo di stato de facto.

Nel suo discorso, Mugabe si è definito «comandante in capo» e ha spiegato che l’operazione dei militari è stata mossa da «profonda preoccupazione patriottica per la sicurezza della nazione». Pur riconoscendo che «molti sviluppi sono avvenuti all’interno del partito», si è detto «fiducioso che da questa sera l’intera nazione potrà andare avanti» e, soprattutto, ha affermato che presiederà il congresso del partito che avrà luogo tra un paio di settimane. Ciò significa che Mugabe non ha rassegnato le dimissioni.

In attesa di ulteriori sviluppi, resta la paura che, come si legge su Reuters, «lo Zimbabwe passi da un’autocrazia militare a un’altra, anziché permettere al popolo di scegliere il proprio prossimo leader».

17 novembre – Andrés Pastrana

 

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«Bentornato in libertà, Ledezma! Era la cosa migliore che potessi fare. Abbiamo bisogno di te libero, a difendere la libertà, i diritti umani e la democrazia, non prigioniero della narco-dittatura di Nicolás Maduro»

Questo è stato il tweet dell’ex-presidente della Colombia, Andrés Pastrana, alla notizia della fuga di Antonio Ledezma dal Venezuela verso il suo paese. Ledezma, uno degli esponenti più importanti dell’opposizione al governo di Nicolás Maduro, era in stato di arresto (dapprima in carcere, poi ai domiciliari) da oltre mille giorni.

L’ex-sindaco di Caracas era stato fermato nel febbraio del 2015 con l’accusa di ordire un colpo di stato, con il supporto degli Stati Uniti. In merito, sul sito di “teleSUR”, la catena televisiva fondata nel 2005 dal governo di Hugo Chavez, quindi uno degli organi di stampa anche del governo di Maduro, si legge che Ledezma avrebbe partecipato all’operazione golpista “La Salida” (“L’uscita”), «nella quale sono morti 49 cittadini» e tra i cui obiettivi vi era «il bombardamento di istituzioni governative e della sede di teleSUR».

La Colombia, con le parole dell’ex-presidente e il ritiro, avvenuto qualche mese fa, del suo ambasciatore da Caracas, sta dimostrando la propria vicinanza ai detenuti politici venezolani. Il rifugio offerto a Ledezma (che, pure, è probabile si sposti a Madrid) inasprirà la tensione con la vicina Venezuela. Contro quest’ultima, nei giorni scorsi, anche l’Unione Europea ha preso posizione, annunciando sanzioni allo scopo di esortare Maduro a «ripristinare la legittimità democratica».

16 novembre – Charles Santiago

 

 

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foto via Asiantribune.com

 

«La Corte Suprema ha piantato l’ultimo chiodo nella bara della democrazia cambogiana. La sua decisione non solo lascia il paese senza il suo unico credibile partito d’opposizione a meno di un anno dalle elezioni, ma distrugge alla base la struttura istituzionale e lo stato di diritto della Cambogia»

Quest’oggi, in Cambogia, la corte suprema ha sciolto il Cambogia National Rescue Party (CNRP), il partito dell’opposizione. L’accusa, mossa dal governo, è di ordire una rivoluzione per rovesciarlo; a più di 100 membri del CNRP è stata proibita qualsiasi attività politica per i prossimi cinque anni. La sentenza spiana la strada del primo ministro Hun Sen alla vittoria delle elezioni generali che si terranno nel prossimo luglio. Hun Sen, leader del Partito Popolare Cambogiano (PPC), è in carica da 32 anni.

L’Human Right Watch afferma che la democrazia cambogiana «affronta la morte» e il direttore della sezione asiatica dell’ONG descrive il verdetto della corte come “il culmine dei sotterfugi” orditi da Hun per rinnovare ancora il suo mandato. Dal 2013, quando il partito dell’opposizione ha ottenuto soprendenti risultati alle elezioni, Hun ha iniziato a governare in maniera più dispotica, ad esempio, chiudendo testate giornalistiche. Dopo che nelle elezioni comunali dello scorso giugno, il CNRP ha preso il 44% dei seggi, la situazione è peggiorata. A settembre, il leader dell’opposizione Kem Sokha è stato arrestato con l’accusa di cospirare assieme ad alleati stranieri contro il governo. Nell’ultimo mese, inoltre, l’assemblea nazionale e il senato, controllati dalla maggioranza, hanno approvato emendamenti che garantiscono la redistribuzione dei seggi lasciati dal CNRP a favore dei partiti minori che non li avevano ottenuti alle elezioni, e che, in più, consegnano al PPC stesso più di 5 mila uffici locali e periferici che erano controllati dal CNRP.

Charles Santiago, direttore dell’Asean Parlamentarians for Human Right (APHR), ha dichiarato che con la sentenza è stato piantato «l’ultimo chiodo nella bara della democrazia cambogiana», poiché è chiaro che «il CNRP è stato sciolto non per aver violato la legge ma semplicemente per essere troppo popolare e una minaccia per il dominio della maggioranza». Ora che i sogni di elezioni libere e regolari sono svanite, Santiago ha chiesto che la comunità internazionale non accetti «il processo elettorale a meno che vengano adottati misure immediati per ristabilire la situazione. Queste misure devono essere il reintegro del CNP, il rilascio incondizionato di Kem Sokha, e la fine delle persecuzioni contro la società civile, i membri dell’opposizione e i mezzi di informazione».

7 novembre – Nicola Sturgeon

 

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foto via Theguardian.com

 

«Il fatto è semplice, per molti decenni i parlamentari hanno riconosciuto o per lo meno accettato leggi che noi adesso riconosciamo come ingiuste. Perciò, oggi, io, in qualità di Primo Ministro, categoricamente, inequivocabilmente e profondamente, chiedo perdono per queste leggi e per le ferite e i danni che hanno provocato a molti. Non c’è nulla che questo parlamento possa fare per cancellare quelle ingiustizie, ma mi auguro che questa apoliga, assieme a una nuova legislazione, possa essere di conforto a coloro che hanno sopportato le ingiustizie»

Quest’oggi la prima ministra scozzese, Nicola Sturgeon, ha chiesto scusa alle vittime delle leggi che discriminavano gli omosessuali. Ha introdotto, infatti, un progetto di legge che dà la grazia a tutti coloro che sono stati accusati sulla base di tali leggi. Con ciò, gli uomini potranno chiedere di cancellare dalla loro fedina questo genere di reati.

In Scozia, le leggi che probivano i rapporti omosessuali maschili (non c’era regolamentazione su quelli femminili) sono state abolite soltanto nel 1981, quattordici anni dopo rispetto all’Inghilterra e alla Scozia. Tuttavia, fino 2001, l’età del consenso per gli omosessuali (ventun’anni, resi diciotto, dal 1994) era diversa da quella fissata per gli eterosessuali (sedici anni).

Con questo nuovo disegno di legge, la Scozia prosegue il percorso già avviato dall’Inghilterra e dal Galles, dove da inizio anno sono stati approvati decreti simili. Si stima che siano 50 mila gli uomini che stati ritenuti colpevoli, di cui 15 mila sono tutt’ora in vita.

 

 

 

4 novembre – Saad Hariri

 

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foto via Theguardian.com

«L’Iran vuole distruggere il mondo arabo e vantarsi di controllare le decisioni di tutte le capitali arabe. Gli Hezbollah hanno imposto in Libano una realtà tramite la forza delle armi, e il loro intervento ci sta causando gravi problemi con tutti i nostri alleati arabi»

Quest’oggi, il primo ministro del Libano, Saad Hariri, ha annunciato di aver rinunciato al suo incarico. Divenuto primo ministro nel 2016, Hariri, con le sue dimissioni ha sorpreso il suo stesso governo e segnala l’incremento delle tensioni tra i paesi del Vicino Oriente. Nel suo discorso ha detto di temere per la sua vita (il padre, anch’egli primo ministro, fu assassinato nel 2005) e soprattutto ha affermato che l’Iran «vuole distruggere il mondo arabo e vantarsi di controllare le decisioni di tutte le capitali arabe. Gli Hezbollah hanno imposto in Libano una realtà tramite la forza delle armi, e il loro intervento ci sta causando gravi problemi con tutti i nostri alleati Arabi».

Il Libano ha un sistema di governo che è diviso basato sulle sette religiose, tra le quali viene suddiviso il potere: il primo ministro dev’essere sunnita, il presidente crisitano maronita e il portavoce del parlamento dev’essere shiita. Di conseguenza, l’influenza dell’Iran e degli Hezbollah sciiti si contrappone a quella dell’Arabia Saudita che è filo-sunnita.

Il New York Times spiega Hariri potrebbe essersi dimesso per la pressione americana e saudita. Hariri avrebbe dovuto controbilanciare l’influenza sciita ma sarebbe stato troppo accondiscendente con quest’ultima; il suo allontamento, pertanto, fa parte del crescendo dei toni ostili all’Iran da parte del governo americano e saudita, a cui si è assistito negli ultimi tempi. Tuttavia, le sue dimissioni mostrano anche che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita stanno esaurendo le tattiche a loro disposizione contro l’Iran, e ora devono sperare che il nuovo governo libanese sia favorevole a loro. In caso contrario, le sanzioni anti-Iran sono destinate esacerbarsi.

2 novembre – Dean Baquet

 

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foto via Nytimes.com

 

«Lo sconcertante assassinio della giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia è un terrificante monito dei pericoli che corrono i giornalisti e i cittadini che praticano giornalismo ogni giorno, poiché cercano di smacherare la corruzione e i comportamenti criminali dei ricchi e dei potenti»

Dean Baquet, amministratore esecutivo del “The New York Times”, assieme a Katherine Viner, caporedattrice del “The Guardian”, a Wolfgang Krach, capodirettore del “Süddeutsche Zeitung”, a Lionel Barber, direttore del “The Financial Times”, a James Harding, uno dei direttori della BBC, a Mario Calabresi, capodirettore de “La Repubblica”, a Antonio Caño, capodirettore de “El País”, e a Jérôme Fenoglio, direttore de “Le Monde”, ha scritto una lettera a Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Europea. L’oggetto è l’assassinio di Daphne Caruana Galizia. La giornalista investigativa di Malta, uccisa lo scorso 16 ottobre da una bomba che ha colpito la sua auto, era la creatrice del blog Running Commentary e aveva collaborato ai “Panama Papers”, denunciando il coinvolgimento del primo ministro maltese, Joseph Muscat.

Baquet, Viner e gli altri hanno chiesto a Timmermans che la Commissione Europea si occupi di «una inchiesta esaustiva sullo stato di indipendenza dei media a Malta». L’indagine si è resa necessaria alla luce dell’omicidio della giornalista e della già nota ingerenza di partiti politici nei media maltesi. Inoltre, una presa di posizione decisa della Commissione sarebbe prendere le difese dei giornalisti e sostenerli. «L’assassinio di Caruana Galizia», scrivono i redattori, «dimostra il pericolo che i giornlisti affrontano per cercare la verità. Dimostra altresì la paura che gli uomini di potere corrotti hanno di essere scoperti».

Ancora oggi la polizia maltese non ha indicato possibili sospettati per l’attentato alla giornalista. Sarebbe il sesto caso in due anni di auto esplose senza che i colpevoli vengano perseguiti, fa notare lo stesso “New York Times”. Lo stesso giornale, con un articolo dal titolo «Quando il prezzo è un’auto-bomba», sottolinea che «la bomba deve far rinunciare all’idea che i giornalisti che lavorano nelle più sviluppate democrazie europee siano immuni da – o addirittura protetti da – fatali ripercussioni del loro mestiere». In merito, cita l’Indice del 2017 sulla libertà di stampa nel mondo stilato da Reporter senza frontiere, nel quale si attesta che nei paesi democratici si sta abbassando il livello di trasparanza e indipendenza dei loro media.

 

31 ottobre – Carles Puigdemont

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foto via Politico.eu

«Ci siamo spostati a Bruxelles per rendere manifesto il problema catalano nel cuore dell’Europa e denunciare la politicizzazione della giustizia spagnola e l’assenza di imparzialità… e anche per dimostrare al mondo quanto è grave il deficit democratico nello Stato spagnolo»

Quest’oggi, Carles Puigdemont ha tenuto la sua prima conferenza stampa da Bruxelles, dove è giunto ieri. Ha immediatamente spiegato che non sta scappando dalla giustizia spagnola e che non vuole chiedere asilo in Belgio, ma che vi rimarrà sino a quando non gli saranno date garanzie di un processo equo. La sua intenzione è, invece, richiamare l’attenzione dell’Europa alla questione catalana, poiché «è un affare europeo e voglio che l’Europa reagisca». Puigdemont ha anche dichiarato di accogliere di buon grado le elezioni che sono state convocate da Rajoy, che ha invitato ad accettarne il risultato.

Diverse le reazioni di Bruxelles. Il Belgio ha un movimento indipendentista legato a quello catalano e questo potrebbe spiegare la scelta di Puigdemont e degli altri indipendentisti. La preoccupazione maggiore è, pertanto, che il rapporto con la Spagna si incrini per la loro presenza; Puigdemont si è premurato di sottolineare che la vicenda non coinvolge la politica belga bensì che «noi siamo qui perché Bruxelles è la capitale d’Europa».

La speranza di Puigdemont di incontrare benevolenza da parte delle istituzioni che, appunto, hanno sede a Bruxelles, sembra però essere vana. Guy Verhofstadt, presidente dell’ALDE, ha fatto dell’ironia su Puigdemont con un post su Facebook, mentre Juncker, presidente della Commissione Europea, ha dichiarato che l’EU non interverrà “in un dibattito interno alla Spagna, ma non voglio che l’Unione Europea in futuro consista di 95 stati membri”.

Qualche ora dopo la conferenza stampa di Puigdemont, Carmen Lamela, giudice della Corte nazionale (Audencia Nacional), ha confermato l’accusa di ribellione, sedizione e di appropriazione indebita contro l’ex-presidente della Generalitat e gli altri membri del suo governo. Sono chiamati a testimoniare giovedì e venerdì prossimi. Nel mentre, la corte costituzionale spagnola ha sospeso la dichiarazione unilaterale di indipendenza catalana.

27 ottobre – Mariano Rajoy

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foto via Twitter.com

«La storia non giudicherà solo gli eccessi, gli abusi o le illegalità a cui stiamo assistendo in Catalogna, giudicherà anche noi in quanto responsabili di elaborare una risposta»

Quest’oggi in Spagna è stata «un’indiavolata giornata di manovre politiche». Questa mattina il presidente Mariano Rajoy ha chiesto al Senato spagnolo l’autorizzazione per applicare l’articolo 155 della Costituzione. Nella sua arringa prima del voto, conclusasi con le parole sopra riportate, Rajoy ha spiegato che questa norma è necessaria «perché non ci sono altri rimedi possibili» e che gli obiettivi sono di restaurare la legalità, la convivenza e poter indire elezioni.

Quindi, nel primo pomeriggio, il Parlamento catalano ha approvato, con voto segreto, di dichiarare l’indipendenza e di intraprendere il processo costituente. Dei 153 aventi diritto, 70 sono stati a favore, 10 contrari e 2 gli astenuti, mentre l’opposizione (53 membri) si è rifiutata di partecipare al voto in quanto ritenuto illegale.

In risposta, Rajoy ha convocato una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri con la quale sono state stabilite alcune norme in rispetto al suddetto articolo 155: il Parlament è stato sciolto, Puigdemont e tutti gli altri membri del governo catalano sono stati rimossi, come pure i vertici dei Mossos d’Esquadra; inoltre, sono state indette elezioni per il prossimo 21 dicembre.

24 ottobre – Xi Jinping

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foto via https Huffingtonpost.com

«Vivendo in un’epoca così eccezionale, siamo tutti più fiduciosi e orgogliosi, e sentiamo anche il peso della responsabilità su di noi. Dobbiamo avere il coraggio e la determinazione di continuare le storiche conquiste ottenuto dal popolo cinese sotto la guida del Partito Comunista, generazioni dopo generazioni, di raggiungere nuovi obiettivi all’altezza di questa grande epoca e proseguire verso un ancor più luminoso futuro»

Quest’oggi il Partito Comunista Cinese ha approvato l’emendamento con cui «il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era» viene inscritto nella sua carta costituente. Si tratta di una decisione molto significativa, poiché Xi Jinping, Segretario Generale del Partito e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, riceve un onore che è stato concesso soltanto a due altre figure nella storia del paese: Deng Xiaoping e Mao Zedong. Solamente quest’ultimo, poi, era in vita quando il suo pensiero veniva assunto nella carta. Dunque, Xi Jinping viene elevato di fatto a leader più potente nella storia del paese dopo Mao.

Occorre spiegare che la carta del Partito non corrisponde alla costituzione della Repubblica Popolare Cinese. È il novero di principî del partito comunista che ne è alla guida, e riguarda, per esempio, l’organizzazione, la disciplina e la filosofia della storia del partito. La carta viene rivista e approvata ogni cinque anni durante il Congresso del Partito, che, giunto alla sua 19esima edizione, si è concluso quest’oggi. Ora che «il pensiero di Xi Jinping» è entrato tra i principî del Partito significa che andare contro Xi può valere l’accusa di eresia.

Il The Guardian sostiene che questa «storica decisione» potrebbe indicare che Xi rimarrà in carica anche dopo il suo secondo mandato, che scade nel 2022. Il New York Times precisa, invece, che il termine chiave è «nuova era»: l’obiettivo politico di Xi è di rendere la Cina di nuovo potente (tramite le già avviate politiche di rinforzo del potere militare e del ruolo cinese negli affari internazionali), dopo che nelle due precedenti eree, quella di Mao e quella di Deng, è stata resa indipendente e prospera.

21 ottobre – Evo Morales Ayma

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foto via Pagina12.com.ar

«Siamo addolorati per la morte di Santiago Maldonado, le nostre condoglianze alla famiglia e al popolo argentino. Si faccia chiarezza su questo codardo e deprecabile assassinio»

Evo Morales, il presidente della Bolivia, ha voluto twittare un messaggio rivolto «al popolo argentino» a seguito del rinvenimento del corpo di Santiago Maldonado. Si tratta dell’attivista argentino scomparso il 31 luglio nella provincia di Chubut, nel sud dell’Argentina, dove partecipava a una manifestazione dei Mapuche contro l’esproprio della loro terra, manifestazione repressa irregolarmente dalla Gendarmeria, un corpo di sicurezza di carattere militare.

Il caso, su cui è intervenuta anche l’ONU, ha suscitato grande scalpore in Argentina. La famiglia Maldonado e una consistente parte dell’opinione pubblica ritiene colpevole il governo, che ha intralciato la giustizia. L’Human Right Watch e altre associazioni, come Amnesty International, hanno evidenziato la scarsa trasparenza delle forze dell’ordine del governo. L’autopsia, pur escludendo che sia stata una collutazione la causa della morte, non è ancora in grado di stabilire come sia stato ucciso Maldonado. Invece, pare certa la presenza della Gendarmeria nella circostanza, dato che il luogo di ritrovamento del corpo (tra l’altro, un fiume piuttosto freddo, che ne ha prevenuto la decomposizione) è a poche centinaia di metri da dove è avvenuta la repressione.

In Argentina, il caso Maldonado ha accompagnato gli ultimi due mesi di campagna elettorale, che si chiude domani con il voto. “Due sconcertanti misteri incombono” sull’elezioni, scrive il New York Times. Uno è, appunto, la scomparsa dell’attivista: Macri ha una posizione piuttosto ambigua in merito ai diritti umani e, soprattutto, alla questione dei desaparecidos, a cui viene il caso Maldonado viene accostato. Sull’altra figura importante della scena politica argentina ovvero l’ex-presidente Cristina Fernández de Kirchner, che ambisce a un seggio al senato, pende ancora la misteriosa morte del procuratore, Alberto Nisman, avvenuta nel gennaio del 2015, il quale l’aveva formalmente accusata di aver coperto il rapporto del governo argentino con l’Iran in merito all’attentato del 1994 nella comunità ebraica di Buenos Aires.