19 ottobre – Íñigo Méndez de Vigo

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foto via Cronicaglobal.elespanol.com

«Il Governo spagnolo, alle 10 di questa mattina, termine ultimo stabilito, ha preso atto della risposta negativa del presidente della Generalitat catalana all’ingiunzione che è stata presentata lo scorso 11 ottobre e con la quale veniva  richiesta che si comunicasse in forma chiara e precisa se qualche autorità della Catalogna avesse proceduto a dichiarare l’indipendenza della medesima Comunità Autonoma, e nella quale la si esortava a ristabilire l’ordine costituzionale alterato. Alla luce della mancata di risposta in questi termini, cioè chiari e precisi, il governo assume che non si è rispettata la sua ingiunzione»

Íñigo Méndez de Vigo

Quest’oggi alle 10 del mattino scadeva il termine ultimo posto dal governo spagnolo perché quello catalano rinunciasse alla dichiarazione di indipendenza. Pochi minuti prima, Carles Puigdemont, il presidente catalano, ha inviato la lettera di risposta, a cui è seguito un comunicato del governo centrale. Íñigo Méndez de Vigo, ministro portavoce del governo spagnolo, ne ha dato lettura in conferenza stampa.

Dopo che Puigdemont aveva dichiarato e immediatamente sospeso la dichiarazione di indipendenza, il presidente Rajoy ha richiesto precisione e chiarezza in merito. Nella lettera odierna, il ‘president’ catalano scrive che «il 10 ottobre, il Parlament ha celebrato una sessione con lo scopo di valutare l’esito del referendum e i suoi effetti», e di aver sospeso la dichiarazione, che, ribadisce, è ancora valida, per rendere possibile il dialogo. A tal proposito, Puigdemont ha sottolineato che il governo spagnolo non ha né accettato il suo invito a un intavolare una trattativa né ha alleggerito la repressione. Perciò, ha concluso con la seguente frase: «il Parlament de Cataluña potrà procedere, se lo ritiene opportuno, a votare la dichiarazione formale di indipendenza che non ha votato il 10 ottobre».

La risposta del governo spagnolo (in particolare nelle parole del suo portavoce) insiste sulla mancanza di chiarezza e precisione da parte di Puigdemont. Questo è il motivo per cui «il governo seguirà le procedure previste dall’articolo 155 della Costituzione». Quindi, il prossimo sabato sarà convocata una riunione straordinaria del consiglio dei ministri che stabilirà misure da far vagliare al senato, «per proteggere l’interesse generale degli spagnoli». Dunque, «nessuno deve dubitare», ha aggiunto de Vigo leggendo l’ultima frase del comunicato, «che il governo userà tutti i mezzi a propria disposizione per ripristinare quanto prima la legalità e l’ordine costituzionale, ristabilire la convivenza pacifica tra i cittadini e arrestare il rallentamento economico che l’insicurezza giuridica sta causando in Catalogna».

17 ottobre – Margaritis Schinas

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foto via Ec.europa.eu

«Siamo costernati dal fatto che la famosa e rispettata giornalista maltese Daphne Caruana Galizia abbia perso la vita ieri, in quello che sembra essere un attacco mirato. Nella sua trentennale carriera, Caruana Galizia è stata una pionera del giornalismo investigativo in Malta, e la sua capacità di suscitare dibattito è una testimonianza delle sue indagini e della sua dedizione nella ricerca della verità. Il presidente Juncker e la Commissione Europea condanna questo attacco nei più duri termini possibili. Il diritto dei giornalisti a compiere indagini, così come a porre domande scomode e a offrire resoconti, è al cuore dei nostri valori e dev’essere garantito sempre. Confidiamo che giustizia sarà fatta anche se questo non sarà abbastanza per rimediare a questo male»

Margaritis Schinas

Margaritis Schinas, portavoce del presidente della Commissione Europea Juncker, ha usato queste parole, quest’oggi, in conferenza stampa, a proposito dell’assassinio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia. La giornalista è stata uccisa ieri, mentre viaggiava in macchina, nell’esplosione di un ordigno probabilmente controllato a distanza.

Caruana Galizia era collaboratrice del “Malta Indipendent” e del “Times” e creatrice del seguitissimo blog di giornalismo indipendente Running CommentaryPolitico la descrive come «una donna-WikiLeaks, in crociata contro l’opacità e la corruzione a Malta, un’isola famosa per entrambe». Per questo motivo, il “The Guardian” avverte che «l’assassinio di una giornalista investigativa… a Malta, uno stato dell’Unione Europea, dice molto sulla minaccia al diritto di parola in questo paese e sull’atmosfera di impunità e violenza che vi ha preso piede».

Con l’inchiesta aperta dai cosidetti “Panama Papers” Caruana Galizia aveva denunciato che il primo ministro maltese Joseph Muscat e di sua moglie avrebbe ricevuto finanziamenti illeciti dall’Azerbaijan. Per via dello scandalo, Muscat ha indetto (e vinto) nuove elezioni. Ieri, dopo la notizia, Muscat ha rilasciato una dichiarazione stampa nella quale ha riconosciuto che Caruana Galizia era una delle sue «critiche più dure, politicamente e personalmente» ma che questo non può giustificare un simile «atto barbaro», un attacco «anche alla libertà d’espressione di questo paese».

Robert Mahoney, direttore esecutivo del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (Commitee to Protect Journalists), ha elogiato il lavoro di Garuana Galizia, «una vera giornalista investigativa, [che] non si è fatta intimidire e a sfidato il mondo politico, affaristico e criminale di Malta», e, soprattutto, ha ammonito: «ha compiuto indagini su quelle stesse autorità che sono ora deputate di trovare il suo o i suoi assassinii. Per questo motivo, l’inchiesta sul suo brutale uccisione dev’essere condotta in modo irreprensibile. Qualcosa in meno sarebbe un terribile segnale per i giornalisti di tutto il mondo». Secondo la stima Comitato, sono 27 giornalisti uccisi nel 2017, dei quali Caruana Galizia è la pima in Europa.

10 ottobre – Soraya Sáenz de Santamaría

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foto via Lasexta.com

«Dopo essersi spinto così lontano e aver condotto la Catalogna al più livello alto di tensione della sua storia, oggi il presidente Puigdemont ha messo la sua comunità autonoma nel più alto livello di incertezza. Il discorso del presidente della Generalitat è il discorso di una persona che non sa dove si trova, verso dove va né con chi vuole andarci. Il governo non può accettare che si dia validità alla legge catalana del referendum perché è sospesa dalla Corte costituzionale. La Generalitat non può esibire i risultati del primo di ottobre perché è stato un atto illegale, fraudolento e senza le più minime garanzie (…) Nè il signor Puigdemont né nessuno può trarre conclusioni da una legge che non esiste, da un referendum che non si è dato e dalla volontà del popolo catalano della quale, ancora una volta, vogliono appropriarsi. Allo stesso modo né il signor Puigdemont né nessuno può pretendere, senza neppure tornare alla legalità e alla democrazia, di imporre una mediazione. Il dialogo tra democratici si fa dentro la legge e rispettando le regole del gioco, e non inventandole a proprio piacimento»

Soraya Sáenz de Santamaría

Questa sera, la vice-presidente spagnola Soraya Sáenz de Santamaría ha tenuto una breve ma significativa conferenza stampa. A nome del presidente Rajoy, si è espressa in merito alla dichiarazione d’indipendenza proclamata, nel pomeriggio, dal presidente della Generalitat catalana Puigdemont. Anzitutto ha comunicato che il presidente spagnolo Rajoy ha convocato una sessione straordinaria del consiglio dei ministri per domani alle 9 del mattino. Quindi ha tracciato quella che, probabilmente, sarà la risposta del governo a Puigdemont, ovvero rifiuto delle pretese indipendentiste e di accettare che sia la Generalitat catalana a offrire la mediazione: «Nè il signor Puigdemont né nessuno può trarre conclusioni da una legge che non esiste, da un referendum che non si è dato e dalla volontà del popolo catalano della quale, ancora una volta, vogliono appropriarsi. Allo stesso modo né il signor Puigdemont né nessuno può pretendere, senza neppure tornare alla legalità e alla democrazia, di imporre una mediazione».

Le parole della vice-presidente rilevano, d’altro lato, anche la generale di incertezza suscitata tra gli indipendentisti dal discorso di Puigdemont: «è il discorso di una persona che non sa dove si trova, verso dove va né con chi vuole andarci». Puigdemont è stato molto ambiguo, ha usato «formule chimeriche», commenta El País, che hanno «congelato» la stessa dichiarazione d’indipendenza, aprendo molti dubbi sulle implicazioni giuridiche del suo intervento. Egli ha affermato: «come presidente della Generalitat [assumo], presentando i risultati del referendum al Parlamento e ai nostri concittadini, il mandato del popolo che la Catalogna diventi uno stato indipendente nella forma della repubblica. Questo è ciò che oggi dev’essere fatto, per responsabilità e per rispetto. Con la stessa solennità, il Governo e io stesso proponiamo che il Parlamento sospenda gli effetti della dichiarazione di indipendenza perché nelle prossime settimane instauriamo un dialogo senza il quale non è possibile giungere a un accordo. Crediamo fermamente che il momento imponga di non aumentare la tensione, bensì, soprattutto, volontà chiara e decisione per avanzare con le richieste del popolo catalano alla luce dei risultati del primo di ottobre».

L’attesa seduta del Parlamento catalano è iniziata con due ore di ritardo, a causa dei grandi dibattiti che l’hanno preceduta. La divergenze tra gli indipendentisti sono state confermate dal fatto che soltanto metà dell’aula del Parlament ha applaudito il discorso di Puigdemont. Nel successivo dibattito, è emersa la divisione tra i partiti catalani: ve ne sono alcuni che non ritengono valido il referendum e altri che, invece, vedono in atto un processo costituente; tra questi, tuttavia, non tutti hanno firmato il documento che sancisce l’indipendenza. Per esempo, il Cup lo ha sottoscritto ma ha spiegato che ciò è stato fatto per dare una base formale alle dichiarazioni di Puigdemont, rispetto alle quali c’è delusione.

8 ottobre – Mario Vargas Llosa

 

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foto via Elpais.com

 

«Cari amici. Tutti i popoli moderni o passati vivono nella loro storia momenti nei quali la ragione è spazzata via dalla passione. Ed è vero che la passione può essere generosa e altruista quando ispira la lotta alla povertà e alla disoccupazione. Ma la passione può anche essere distruttiva e feroce quando la muovono il fanatismo e il razzismo»

Mario Vargas Llosa

Quest’oggi scrittore peruviano, premio nobel per la letteratura nel 2010, Mario Vargas Llosa è stato invitato a parlare alla manifestazione contro il movimento indipendentista catalano. Organizzata dalla Societat Civil Catalana (SCC), la marcia si è svolta al grido di «recuperiamo il senno» e ha raccolto un’adesione che la polizia stima essere di 350 mila persone, mentre la SCC di 930 mila.

Llosa, divenuto cittadino spagnolo nel 1993, ha parlato al termine della manifestazione «senza lesinare sugli aggettivi». Ha esordito sostenendo che la spinta indipendentista è dovuta alla «passione nazionalista», la «religione laica, deplorevole eredità del peggiore romanticismo», che è «distruttiva e feroce quando la muovono il fanatismo e il razzismo». Inoltre, ha definito il movimento indipendentista una «congiura golpista» che vuole distruggere ciò che si è creato negli ultimi 500 anni, una storia congiunta della Spagna e della Catalogna. Nel suo discorso, ha sottolineato le conseguenze economiche di un’eventuale scissione; poi, ha ricordato l’epoca in cui  Barcellona era un luogo di «spiragli di libertà» nella Spagna franchista, il centro culturale a cui approdavano artisti sudamericani. Ha concluso, incitando a dimostrare agli «indipendentisti minoritari che la Spagna è ormai un paese moderno, un paese che ha fatto propria la libertà e che non rinuncierà a essa per una congiura che vuole portarlo indietro ad essere un paese del terzo mondo».

Offriamo di seguito la nostra traduzione del discorso di Mario Vargas Llosa.

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«Cari amici. Tutti i popoli moderni o passati vivono nella loro storia momenti nei quali la ragione è spazzata via dalla passione. Ed è vero che la passione può essere generosa e altruista quando ispira la lotta alla povertà e alla disoccupazione. Ma la passione può anche essere distruttiva e feroce quando la muovono il fanatismo e il razzismo.

La peggiore di tutte, quella che ha causato più sfracelli nella storia, è la passione nazionalista. Religione laica, deplorevole eredità del peggiore romanticismo. Il nazionalismo ha riempito la storia dell’Europa e del mondo, e quella della Spagna, di guerre, sangue e cadaveri. Da qualche tempo, il nazionalismo sta causando sfracelli anche in Catalogna.

È per quello che siamo qui adesso, per fermarlo. Per questo migliaia e migliaia di catalani sono usciti dalle loro case, in questa soleggiata mattina d’ottobre catalano. Sono catalani democratici, che non credono che siano traditori quelli che pensano cose diverse dalle loro. Sono catalani che non considerano l’avversario un nemico, che non insozzano le loro porte né distruggono le loro vetrine. Catalani che credono nella democrazia, nella libertà, nello Stato di diritto, nella Costituzione.

Oltre ai catalani, qui, questa mattina, migliaia di uomini e donne venuti da tutti gli angoli della Spagna – e perfino dal Perù -, per dire agli amici catalani che non solo soli, che siamo con loro, che vogliamo lottare assieme a loro per la libertà. Siamo armati di idee, di argomenti e di una convinzione profonda che la democrazia spagnola è fatta per durare a lungo. E che nessuna congiura indipendentista la distruggerà.

Non vogliamo che le banche e le imprese se ne vadano dalla Catalogna come se fosse una città medievale vessata dalla peste. Non vogliamo che i risparmiatori catalani ritirino il loro denaro per sfiducia, per l’insicurezza giuridica che promette loro il futuro della Catalogna. Vogliamo, invece, che i capitali e le imprese vengano in Catalogna perché torni ad essere, come tante volte nella sua storia, la capitale industriale della Spagna, la locomotiva del suo sviluppo e della sua prosperità.

Vogliamo che la Catalogna torni ad essere la Catalogna capitale culturale della Spagna, come era quando io venni a vivere qui, in quegli anni che ricordo con enorme nostalgia. Erano gli ultimi anni della dittatura franchista. La dittatura si stava sgretolando e faceva acqua da tutte le parti. E nessuna città spagnola sfruttò tanto quanto Barcellona quegli spiragli di libertà per aprirsi al mondo e prendere dal mondo le migliore idee, i migliori libri, tutti i grandi successi della avanguardia. Per questo venivano gli spagnoli a Barcellona. Perché qui l’aria era già quella europea, per capirci, quella della democrazia e della civilizzazione.

Qui, in quella Catalogna, si riunirono, dopo essersi dati la schiena durante la guerra civile, gli scrittori spagnoli e gli scrittori latinoamericani. Qui, io ho visto arrivare a Barcellona a ragazzi e ragazze da tutta l’America Latina, con aspirazione artistiche e letterarie, che venivano qui perché era qui che bisognava essere se uno voleva trionfare nel mondo dell’arte, del pensiero, della letteratura. Venivano qui come noi nelle generazioni precedenti andavamo a Parigi. Vogliamo che Barcellona, che la Catalogna, tornino ad essere la capitale della culturale della Spagna.

Cari amici. La Spagna è una paese antico. La Catalogna è un paese antico. 500 anni fa le loro storie si sono unite e si sono unite con le storie dei baschi, dei galiziani, del popolo dell’Extremadura, degli andalusi, ecc. Adesso, da 40 anni a questa parte, oltre ad essere il ricordo di un passato glorioso e a volte tragico, la Spagna è anche una terra di libertà, una terra di legalità. Questo l’indipendentismo non lo distruggerà.

C’è bisogno di molto più che una congiura golpista dei signori Puigdemont e Junqueras, e della signora Forcadell, per distruggere ciò che si è costruito in 500 anni di storia. Non lo permetteremo. Eccoci qui, cittadini pacifici, che crediamo nella coesistenza, che crediamo nella libertà. Dimostreremo a quegli indipendentisti minoritari che la Spagna è ormai un paese moderno, un paese che ha fatto propria la libertà e che non rinuncierà a essa per una congiura che vuole portarlo indietro ad essere un paese del terzo mondo.

Questa manifestazione supera tutto ciò che gli organizzatori più ottimisti speravano. Questa è la dimostrazione meravigliosa che Barcellona, che la Catalogna, come il resto della Spagna sono per la democrazia, per la legalità e per la libertà.

Viva la libertà! Visca Catalogna! Viva la Spagna!»

 

5 ottobre – Wayne LaPierre e Chris Cox

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foto via Washingtonlife.com

«LA NRA ritiene che meccanismi disegnati per permettere a fucili semi-automatici di funzionare come se fossero armi del tutto automatiche dovrebbero essere sottoposti a ulteriori regolamentazioni. In un mondo sempre più pericoloso, la NRA si mantiene concentrata sul proprio obiettivo: rafforzare il Secondo Emendamento degli americani, la libertà di difendere se stessi, la propria famiglia e la propria comunità»

Wayne LaPierre e Chris Cox

In America, mentre si indaga sulla vita privata di Stephen Paddock per scoprire il perché della strage perpetrata dal pensionato domenica sera a Las Vegas, si dibatte sui dispositivi cosiddetti “bump fire”. Molte delle armi usate da Paddock, infatti, erano modificate con questo congegno, che, non a caso, è andato a ruba subito dopo la strage. Grazie a tale accorgimento, inventato e diffuso nel 2011, le armi semi-automatiche possono sparare con la stessa velocità di quelle automatiche, che sono armi proibite dalla legge americana.

Quest’oggi la “National Rifle Association”, l’organizzazione americana tradizionalmente a favore dell’uso delle armi e contraria a qualsiasi regolamentazione in merito, ha rilasciato un comunicato, firmato dai suoi due principali esponenti Wayne LaPierre e Chris Cox. Anzitutto, la NRA richiede che il “Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives”, l’ente federale preposto al controllo di alcol, tabacco, armi da fuoco ed esplosivi, provveda a valutare la legalità dei “bump fire”. Soprattutto, poi, l’Associazione afferma che questi dispositivi «dovrebbero essere sottoposti a ulteriori regolamentazioni».  Si tratta di una delle rare concessioni dell’Associazione a restrizioni sulle armi, ed è in accordo con la proposta di alcuni senatori repubblicani sulla proibizione dei “bump fire”.

Nel comunicato, tuttavia, l’Associazione si premura di negare la connessione tra il controllo delle armi e il verificarsi di attacchi simili a quello di Las Vegas. A tal proposito, puntualmente, il Guardian cita uno studio che mostra come nel Regno Unito, in Giappone, in Australia e in Germania, gli omicidi avvenuti per arma da fuoco siano diminuiti a seguito di maggiori restrizioni nel loro uso. Inoltre, l’Associazione, come a fare da contraltare alla proposta di regolamentare i “bump fire”, chiede al Congresso di far passare il “National Right-to-Carry reprocity”,ovvero il diritto a portare armi anche al di fuori del proprio Stato, cosa che permetterebbe di aggirare le legislature più restrittive a riguardo.

Qui di seguito la nostra traduzione del comunicato della NRA:

«A seguito dello scellerato e insensato attacco di Las Vegas, il popolo americano sta cercando risposte su come prevenire tragedie future. Sfortunamente, la prima risposta data da alcuni politici è stata quella di richiedere un maggiore controllo delle armi. Proibire le armi a cittadini americani rispettosi della legge a causa dell’atto criminale di un pazzo non preverrà in alcun modo attacchi in futuro. Questo è un fatto che è stato provato più e più volte in vari paesi nel mondo. Nell’attacco di Las Vegas,  i rapporti indicano che è stato usato un certo tipo di dispositivo per modificare le armi da fuoco adoperate. Sebbene la presidenza Obama abbia tentato di approvare la vendita dei dispositivi bump fire in almeno due occasioni, la “National Rifle Association” (NRA) richiede che il “Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives” (BATFE) verifichi immediatamente se questi congegni rispettino la legge federale. LA NRA ritiene che meccanismi disegnati per permettere a fucili semi-automatici di funzionare come se fossero armi del tutto automatiche dovrebbero essere sottoposte a ulteriori regolamentazioni. In un mondo sempre più pericoloso, la NRA si mantiene concentrata sul proprio obiettivo: rafforzare il Secondo Emendamento degli americani, la libertà di difendere se stessi, la propria famiglia e la propria comunità. A questo fine, a nome dei 5 milioni di membri in tutto il paese, noi chiediamo al Congresso di votare il “National Right-to-Carry reprocity”, che permette agli americani rispettosi della legge di difendere se stessi e le proprie famiglie da atti di violenza»

3 ottobre – Felipe VI

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foto via M.publico.es

«Nella Spagna migliore che tutti vogliamo ci sarà anche la Catalogna»

Felipe VI

Il re spagnolo, Felipe VI, ha tenuto quest’oggi un discorso eccezionale sulla situazione catalana. Confermando le parole di domenica del primo ministro spagnolo Rajoy, il re ha dichiarato anticostituzionale il referendum tenutosi in Catalogna. Ha affermato, anzi, che «certe autorità della Catalogna, in modo reiterato, cosciente e deliberato, sono venute meno al rispetto della costituzione e del loro statuto di autonomia». Con ciò, tali autorità hanno dimostrato «una slealtà inammissibile verso i poteri dello stato». Di contro, il re ha ricordato che in Spagna esistono «le vie costituzionali» perché le persone facciano valere le proprie idee, ed ha concluso riaffermando che non ci sarà Spagna senza Catalogna.

Qui di seguito, forniamo la nostra traduzione del discorso di Felipe VI.

– – –

«Buonasera,

stiamo vivendo momenti molto tesi per la nostra vita democratica e data questa circostanza voglio rivolgermi direttamente a tutti gli spagnoli.

Siamo tutti stati testimoni dei fatti che sono avvenuti in Catalogna, con l’obiettivo finale della Generalitat [de Catalunya, n.d.t.] di proclamare illegalmente l’indipendenza della Catalogna.

Da molto tempo certe autorità della Catalogna, in modo reiterato, cosciente e deliberato, sono venute meno al rispetto della costituzione e del loro statuto di autonomia, cioè la legge che riconosce, protegge e difende le loro istituzioni storiche e il loro autogoverno.

Con la loro decisione hanno violato in maniera sistematica le norme approvate legalmente e legittimamente, dimostrando una slealtà inammissibile verso i poteri dello stato, uno stato che proprio quelle autorità rappresentano in Catalogna. Hanno minato i principî democratici di tutto quanto lo stato di diritto e hanno compromesso l’armonia e la convivenza nella società catalana, giungendo, disgraziatamente, a dividerla. Oggi la società catalana è divisa e combattuta.

Quelle autorità hanno mostrato disprezzo per il sentimento e il senso di solidarietà che hanno unito e uniranno tutti quanti gli spagnoli, e con la loro condotta irresponsabile possono persino mettere in pericolo la stabilità economica e sociale della Catalogna e di tutta la Spagna. In definitiva, tutto questo ha portato al culmine di un inaccettabile tentativo di appropriazione delle istituzioni storiche catalane. Quelle autorità, in maniera chiara e rotonda, si hanno poste totalmente oltre il limite del diritto e della democrazia. Hanno preteso di rompere l’unità della Spagna e la sovranità nazionale, ovvero il diritto di tutti gli spagnoli di decidere democraticamente della propria vita in comune.

Per tutto questo e di fronte a tale situazione di estrema gravità, è necessario il fermo impegno di tutti verso gli interessi collettivi. È responsabilità dei legittimi poteri dello stato assicurare l’ordine costituzionale e il normale funzionamento delle istituzioni, il vigore dello stato di diritto e l’autogoverno di Catalogna, basato sulla costituzione e sul suo statuto di autonomia.

Oggi voglio anche mandare altri messaggi a tutti gli spagnoli, in particolare ai catalani. Ai cittadini della Catalogna, a tutti, voglio ribadire che da decenni viviamo in uno stato democratico che offre le vie costituzionali perché qualsiasi persona possa difendere le proprie idee entro i limiti sanciti dalla legge, perché, come tutti sappiamo, senza questo rispetto non c’è convivenza democratica possibile in pace e libertà, né in Catalogna, né nel resto della Spagna né in un nessun posto al mondo. Nella Spagna costituzionale e democratica sapete bene che avete uno spazio di concordia e d’incontro con tutti i vostri concittadini.

So molto bene che in Catalogna c’è molta preoccupazione e grande inquietudine per la condotta delle autorità autonome. A chi sente ciò, vi dico che non siete soli né lo sarete: avete tutti l’appoggio e la solidarietà del resto degli spagnoli e la garanzia assoluta del nostro stato di diritto nella difesa della vostra libertà e dei vostri diritti.

E a tutti gli spagnoli che vivono con disagio e tristezza questi avvenimenti, voglio darvi un messaggio di tranquillità, di fiducia e anche di speranza. Sono momenti difficili ma li supereremo, sono momenti molto complessi ma ne usciremo fuori, perché crediamo nel nostro paese e ci sentiamo orgogliosi di ciò che siamo, perché i nostri principî democratici sono forti, sono solidi, e lo sono perché sono basati sul desiderio di milioni e milioni di spagnoli di convivere in pace e in libertà. Così abbiamo costruito la Spagna negli ultimi decenni e così dobbiamo proseguire questo percorso, con serenità e con determinazione. In questo cammino, nella Spagna migliore che tutti vogliamo ci sarà anche la Catalogna.

Concludo questo discorso a tutto il popolo spagnolo, sottolineando una volta di più il vivo impegno della corona per la costituzione e la democrazia, e la mia dedizione all’accordo e all’armonia tra gli spagnoli, e il mio compito come re di unire e conservare la Spagna. 

Buonasera»

30 settembre – Katherine Zappone

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foto via Irishtimes.com

«Facciamo in modo che questa sia la nostra ultima Marcia per la Scelta»

Katherine Zappone

La ministra dell’infanzia irlandese, Katherine Zappone, è stata tra le oltre 30 mila persone che hanno partecipato alla «Marcia per la Scelta» tenutasi a Dublino. Si tratta di una manifestazione annuale a favore del diritto all’aborto, negato alle donne irlandesi dal 1983, quando con un referendum è stato introdotto l’Ottavo emendamento alla Costituzione. Nel 2016, una commissione delle Nazioni Unite ha giudicato questo divieto come una violazione dei diritti delle donne.

La Marcia di quest’anno si è tenuta pochi giorni dopo che il giovane neo-primo ministro, Leo Varadkar, ha promesso un referendum per abrogare il divieto d’aborto, entro agosto del prossimo anno, quando il papa visiterà l’Irlanda. Varadkar, ex-medico, sembra «non credere in maniera assoluta» al diritto all’aborto, si destreggia, invece, per trovare un compromesso tra la fazione cattolico-conservatrice e quella liberale. Per lui si tratta della prima sfida elettorale ed è in gioco la sua reputazione internazionale e quella irlandese.

L’Irlanda, che pure è stato il primo paese al mondo a permettere i matrimoni omosessuali, punisce l’aborto con pene fino a 14 anni di prigione. Perciò, dal 1983, ogni anno, migliaia di donne non possono che intraprendere un viaggio in Inghilterra per poter abortire legalmente. Soltanto nel 2016 più di 3000 donne hanno dovuto richiedere assistenza fuori dall’Irlanda, ed è il numero più basso registrato da allora. Tra i simboli di quest’oggi, un marciapiede con più di 205 mila segni in gesso «per rendere visibili», spiega al The Guardian un’attivista, questi viaggi spesso taciuti e umilianti.

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Foto via Nytimes.com (CreditChris J Ratcliffe/Agence France-Presse — Getty Images)

 

29 settembre – Rex Tillerson

 

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foto via Nytimes.com

«La decisione di ridurre la nostra presenza diplomatica a L’Avana è stata presa per garantire la sicurezza del nostro personale. Manteniamo i rapporti diplomatici con Cuba, e il nostro lavoro a Cuba continua ad essere guidato dalla sicurezza nazionale e dagli interessi in politica estera degli Stati Uniti. Cuba ci ha chiarito che continuerà a investigare su questi attacchi e noi continueremo a cooperare con loro in questo sforzo»

Rex Tillerson

 

Quest’oggi, Rex Tillerson, Segretario di Stato degli Stati Uniti, ha annunciato che il numero dei funzionari americani dell’ambasciata dell’Avana sarà diminuito del 60%. La scelta è dovuta agli strani attacchi acustici che hanno colpito alcuni diplomatici nei mesi scorsi e viene resa nota tre giorni l’incontro tra Tillerson e il ministro degli esteri cubano, Bruno Eduardo Rodríguez Parrilla. Evidentemente, quegli non è stato convinto che L’Avana possa proteggere a sufficienza i membri dell’ambasciata.

Cuba, per voce di Josefina Vidal, ministra degli esteri incaricata dei rapporti con gli Stati Uniti, afferma che la decisione è «spiacevole e avrà ripercussioni sulle relazioni bilaterali». L’ambasciata americana dell’Avana ha riaperto solo dopo che nel 2015 Obama e Raúl Castro ripresero i rapporti diplomatici. Ora, questa scelta li raffredda, sebbene non sia così politicamente forte come quella ventilata la settimana scorsa della chiusura della stessa ambasciata. Sembra, comunque, andare nella direzione voluta da Trump, di modificare il trattato siglato da Obama con Cuba che lui giudica «pessimo e sbagliato».

Non si riesce a spiegare, invece, la natura degli attacchi. Nella dichiarazione di quest’oggi sono definiti come «attacchi mirati», rivolti a funzionari americani, mentre di solito erano derubricati come incidenti. Sono iniziati nel 2016 e hanno colpito almeno 16 persone, provocando diversi danni come perdita permanenente d’udito, lesioni cerebrali, stordimento ecc. Non si capisce chi possa essere il responsabile, se Cuba, qualche organizzazione o un terzo paese, ed il fatto che anche alcuni funzionari canadesi siano stati colpiti infittisce il mistero.

 

22 settembre – Kim Jong-un

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foto via Theguardian.com

«Queste parole non sono i giochi retorici amati da Trump. Mi sto proprio chiedendo quale risposta potesse sperare di ricevere quando ha permesso che tali eccentriche parole gli uscissero di bocca. Qualsiasi cosa Trump si potesse aspettare, affronterà effetti oltre le sue previsioni. Io domerò sicuramente e definitivamente il vecchio pazzo delirante americano con il fuoco»

Kim Jong-un

Venerdì, Kim Jong-un, il dittatore della Corea del Nord, ha rivolto una dichiarazone pubblica al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il messaggio, pubblicato sulle prime pagine di tutti i giornali nord-coreani e diffuso anche per televisione, è la risposta allintervento di Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Due giorni fa, in occasione del suo primo discorso all’ONU, Trump aveva promesso di distruggere la Corea del Nord in caso di minaccia: «Nessuna nazione sulla terra vuole vedere questa banda di criminali che si munisce di armi e missili nucleari. Gli Stati Uniti possono sopportare molto e hanno pazienza, ma se sono costretti a difendere se stessi o i propri alleati, noi non avremo altra scelta che distruggere completamente la Corea del Nord».

Come scrivono sul New York Times, con il suo tono bellicoso e minaccioso Trump «ha servito su un piatto d’argento» a Kim Jong-un la possibilità di rispondere in termini ancora più aspri, e, soprattutto, di apparire come la parte aggredita. A leggere la risposta del presidente nord-coreano sembra che la questione sia personale: «vorrei avvertire Trump [sic] di prestare attenzione alle parole che usa e di tenere presente a chi si rivolge».

Kim Jong-un dice di essere stato sorpreso dai termini usati dal presidente americano, poiché si aspettava quelli soliti, «stereotipati e già pronti»; invece, il suo discorso è stato «un grezzo nonsenso senza precedenti». Il tenore delle parole di Trump, ha dichiarato Kim Jong-un, conferma gli epiteti assegnatigli durante la campagna elettorale, di «profano» ed «eretico» della politica. Inoltre, testimonierebbero che non è capace di tenere le redini di uno stato e che, piuttosto, è «una canaglia e un gangster che adora giocare con il fuoco». Secondo Kim, Trump ha pronuciato «la più feroce dichiarazione di guerra della storia» e, perciò «noi stiamo seriamente considerando di prendere una contromisura adeguata, la più alta contromisura della storia».

Poco dopo la pubblicazione del discorso di Kim, il ministro degli esteri nord-coreano, Ri Yong-ho, che si trova a New York, ha rilasciato alcune dichiarazioni, asserendo che la Corea del Nord potrebbe condurre «il più colossale test di una bomba all’idrogeno, nel Pacifico». La risposta di Trump è arrivata via Twitter: «Kim Jong-un della Corea del Nord, che è ovviamente un folle che non si peoccupa di far morire di fame e uccidere la sua gente, sarà messo alla prova come mai prima».

LETTERA – La solidarietà non è un piatto à la carte

di Jean-Claude Juncker, lettera a Viktor Orban

 

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foto via Politico.eu

Pubblichiamo la nostra traduzione della lettera del presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, al primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orban. Quest’ultimo, il 31 agosto, aveva scritto a Juncker per chiedere che la Commissione rimborsasse metà del costo delle opere di consolidamento dei confini dell’Ungheria, «contro il flusso dei migranti»La risposta di Juncker, pubblicata da «Politico», è stata negativa. 

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Gentile Primo Ministro,

Grazie per la sua lettera del 31 agosto 2017 con la quale invitava l’Europa alla solidarietà e suggeriva alla Commissione di rimborsare – a nome di tutti gli Stati Membri – metà delle spese sostenute dall’Ungheria per le misure prese per la protezione delle frontiere esterne negli ultimi due anni.

Prendo atto del riconoscimento da parte dell’Ungheria del fatto che la solidarietà sia un importante principio per l’Unione Europea, e che l’Ungheria apprezzi il sostegno che l’Unione Europea può fornire per difendere interessi comuni. Invero, la protezione delle frontiere esterne dell’Unione è una questione che riguarda tutti, prioritaria nella nostra Agenda per l’Immigrazione dal 2015. La Commissione sta sostenendo tutti gli Stati Membri nella protezione delle frontiere esterne dell’Unione e nella gestione dei flussi migratori.

Infatti, nel 2015, quando l’Ungheria fu colpita dalla crisi dei rifugiati, la Commissione propose all’Ungheria, insieme all’Italia e alla Grecia, che venisse applicato un programma di emergenza per il loro trasferimento. L’Ungheria, però, decise di rifiutare questa offerta di concreta solidarietà, declinando la possibilità di beneficiare del trasferimento di 54 mila persone, e decise di restituire circa 4 milioni di euro del fondo europeo versati dalla Commissione all’Ungheria. Successivamente, l’Ungheria ha contestato di fronte alla Corte di Giustizia la validità delle decisioni del Consiglio in merito al ricollocamento.

Vorrei anche evidenziare che, nell’affrontare la crisi dei rifugiati, l’Ungheria ha potuto contare su altre forme operative e finanziarie di sostegno da parte della Commissione e delle Agenzie dell’Unione Europea. Nel 2014-2015, l’Ungheria ha ricevuto tre sovvenzioni d’emergenza per un totale di 6,26 milioni di euro. Mi rammarico del fatto che, considerato lo scarso impiego di queste tre sovvenzioni da parte dell’Ungheria, soltanto il 33% dei fondi sia stato usato e il resto sia andato perduto. Per rafforzare la protezione dei confini esterni, l’Ungheria dovrebbe anche fare affidamento sui fondi europei già assegnati nel pacchetto nazionale del «Fondo di sicurezza interna per i confini» [Internal Security Fund «Borders»], corrispondenti a più di 40 milioni di euro per il periodo 2014-2020. Un’altra forma di solidarietà da parte dell’Europa è rappresentata dai fondi regionali dell’UE. Ungheria è l’ottavo maggior beneficiario dei Fondi Europei strutturali e di investimento per il periodo 2014-2020, avendo a disposizione 25 miliardi di euro. Questo rappresenta più del 3% del PIL annuale ungherese, la quota più alta tra tutti gli Stati Membri.

Per quel che riguarda altre forme di assistenza, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera offre attivamente sostegno operativo all’Ungheria, con il dispiegamento attuale di 20 guardie europee di frontiera sul tratto di confine con la Serbia. Al momento, secondo quanto è a conoscenza della Commissione, non è stata recapitata all’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera alcuna richiesta da parte dell’Ungheria di aumentare il proprio contingente. Allo stesso tempo, intendo riconoscere l’importante contributo che l’Ungheria ha dato in quest’area, mettendo a disposizione un numero di esperti ungheresi per le liste di riserva dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, e affiancando le guardie di confine nel contesto della missione dispiegata – con il supporto dei fondi europei – nei confini meridionali dell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia. Vorrei riconoscere anche il contributo dell’Ungheria agli strumenti di finanziamento esterno dell’Unione Europea a supporto di progetti riguardanti l’immigrazione nei paesi di origine e di transito.

In questo contesto, se l’Ungheria ora vuole richiedere ulteriore supporto finanziario per la protezione dei confini esterni in caso di uno specifico urgente bisogno, la Commissione è pronta a considerare tempestivamente la richiesta e offrire l’adeguata assistenza per un controllo più robusto dei confini secondo le leggi dell’Unione Europea. In risposta alla crisi migratoria, la Commissione ha offerto questo tipo di assistenza d’emergenza a Bulgaria, Grecia, Italia e Spagna, dopo un esame delle loro istanze.

Infine, mi permetta di accogliere l’invito della sua lettera a un’Europa più presente nell’ambito dell’immigrazione e del controllo dei confini, sulla base del principio della solidarietà. La solidarietà è una strada a doppio senso. Ci sono volte in cui uno Stato Membro può aspettarsi di ricevere aiuto, e altre in cui spetta allo Stato essere pronto a offrire il proprio. E la solidarietà non è un piatto à la carte, qualcosa che può essere scelto per la gestione delle frontiere e rifiutato quando si tratta di ottemperare alle decisioni sui ricollocamenti prese congiuntamente.

La Commissione, e io personalmente, rimaniamo fedeli all’impegno di collaborare con l’Ungheria verso un’Europa più efficiente e giusta sulle politiche migratorie e di asilo, secondo responsabilità e solidarietà. Conto sul vostro sollecito contributo, sulla base dei nostri Accordi dell’Unione Europea e dei nostri comuni valori.

Cordialmente,

Jean-Claude Juncker