23 ottobre – Luca Zaia

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foto via Ilpost.it ( LaPresse – Andrea Gilardi)

«Chiediamo anche la modifica costituzionale affinché il Veneto sia annoverato come regione a statuto speciale»

Il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato le modifiche istituzionali che intende richiedere al Parlamento italiano per garantire alla regione una maggiore autonomia nella gestione delle proprie risorse.

Domenica in Veneto e in Lombardia si è tenuto un referendum per chiedere ai cittadini delle due regioni se volessero che le loro giunte regionali facessero richiesta allo Stato di avere maggiore autonomia tramite una procedura prevista dalla Costituzione.

In Veneto hanno votato il 57,2 per cento degli aventi diritto, superando così il quorum del 50 per cento necessario per considerare valida la votazione. Si è espresso a favore del Sì il 98,1 per cento dei votanti. In Lombardia invece, dove si è sperimentato il voto elettronico, non sono ancora noti i risultati definiti: secondo stime parziali sarebbe andato a votare il 38 per cento degli elettori, il 95 per cento del quale avrebbe scelto il Sì. In Lombardia non era richiesto il raggiungimento di un quorum.

Come spiega il Post, in entrambe le regioni il referendum aveva un valore consultivo, e quindi non avrà esiti vincolanti né per le regioni né per il governo centrale.

Zaia ha definito l’esito del voto un «Big bang delle riforme istituzionali» e ha dichiarato che il Veneto farà richiesta per ottenere la gestione esclusiva di tutte le 23 competenze previste dalla Costituzione (venti attualmente concorrenti tra stato e regioni, più tre che attualmente sono esclusive dello stato). Il governatore veneto ha inoltre annunciato che lunedì mattina la giunta regionale, forte del risultato del referendum, ha approvato un disegno di legge per includere il Veneto tra le regioni a statuto speciale.

«Chiediamo … la modifica costituzionale affinché il Veneto sia annoverato come regione a statuto speciale» ha detto Zaia. «[Quello approvato dalla giunta regionale] è un disegno di legge che completa il pacchetto delle richieste di autonomia … È il disegno di legge più breve della storia della regione del Veneto … Ha solo un articolo: nel primo comma dell’articolo 116 della Costituzione, dopo le parole “Valle d’Aosta” siano aggiunte le seguenti “e il Veneto”».

20 ottobre – Carmen Yulin Cruz

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foto via Politifact.com

«Penso che il presidente viva in una realtà parallela, che solo lui creda alle cose che dice»

Carmen Yulin Cruz, sindaca di San Juan, capitale di Porto Rico, ha risposto alle affermazioni di Donald Trump a proposito dei soccorsi prestati dagli Stati Uniti alla popolazione portoricana, duramente colpita dal passaggio sull’isola dell’uragano Maria.

Giovedì, nel corso di una conferenza stampa col governatore di Porto Rico, al presidente Trump era stato chiesto di valutare la gestione della crisi da parte del governo federale americano (Porto Rico è un “territorio non incorporato” degli Stati Uniti, e i suoi abitanti sono cittadini statunitensi). «Ci meritiamo un 10» aveva risposto Trump.

«Sono d’accordo, se intendiamo 10 su 100» ha commentato Cruz venerdì. «Per ora si tratta di un voto disastroso».

Nelle scorse settimane Trump ha ricevuto numerose critiche per la gestione dei soccorsi a Porto Rico, dove centinaia di migliaia di persone si trovano senza acqua corrente e più dell’80% di coloro che disponevano di elettricità ne sono ora privi. Più di trenta persone sono morte e le abitazioni di almeno 11mila abitanti sono state distrutte dall’uragano. In molti, tra cui la stessa Cruz, hanno accusato l’amministrazione statunitense di non stare facendo abbastanza.

«Penso che il presidente viva in una realtà parallela, che solo lui creda alle cose che dice» ha aggiunto la sindaca. «Di certo c’è che la gente è senza elettricità. Sapevamo che ci sarebbe voluto del tempo, ma i servizi essenziali non ci sono ancora e non sembra ci sia alcun segno di come le cose possano evolvere».

Trump è stato criticato anche per la scarsa empatia dimostrata nei confronti della popolazione di Porto Rico. Il 3 ottobre Trump è andato personalmente a visitare l’isola e durante una conferenza stampa ha sostenuto che quello di Porto Rico non fosse un disastro grave, affermando che le autorità locali avrebbero dovuto essere «orgogliose» di avere avuto un numero di morti tutto sommato basso, se paragonato a quello causato dall’uragano Katrina, che Trump ha definito «una vera catastrofe».


Per un approfondimento sulla crisi di Porto Rico, invito ad ascoltare questo podcast del giornalista Francesco Costa:

16 ottobre – Carles Puigdemont

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foto via Rainews.it

«Vogliamo discutere, così come fanno le persone nelle democrazie affermate, del problema che riguarda la maggioranza dei catalani che vogliono intraprendere il loro cammino come stato indipendente in Europa. La sospensione del mandato politico ricevuto alle urne l’1 ottobre dimostra il nostro convinto desiderio di trovare una soluzione e non uno scontro»

Carles Puigdemont

Il presidente catalano Carles Puigdemont non ha chiarito se col suo discorso di martedì scorso avesse dichiarato l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna, ma ha invece ribadito la sua richiesta di negoziati col governo spagnolo per risolvere la crisi che si è aperta in seguito al referendum catalano dell’1 ottobre.

Mercoledì scorso Mariano Rajoy, primo ministro spagnolo, aveva rivolto un ultimatum a Puigdemont, chiedendogli di confermare entro lunedì 16 ottobre se avesse dichiarato l’indipendenza della Catalogna e aggiungendo che, in caso di risposta affermativa, il presidente catalano avrebbe avuto tempo fino a giovedì 19 ottobre per ritrattare la sua dichiarazione: se Puigdemont si fosse rifiutato di farlo, il governo di Madrid sarebbe intervenuto per obbligare la Catalogna a rispettare la Costituzione e le leggi spagnole.

Oggi, giorno di scadenza dell’ultimatum, è stata pubblicata una lettera di Puigdemont a Rajoy: Puigdemont non ha risposto alla richiesta del primo ministro, ma ha invece chiesto un incontro per favorire il dialogo tra le parti «prima che la situazione degeneri ulteriormente».

«La priorità del mio governo è di percorrere incondizionatamente la strada del dialogo» ha scritto Puigdemont. «Vogliamo discutere, così come fanno le persone nelle democrazie affermate, del problema che riguarda la maggioranza dei catalani che vogliono intraprendere il loro cammino come stato indipendente in Europa. La sospensione del mandato politico ricevuto alle urne l’1 ottobre dimostra il nostro convinto desiderio di trovare una soluzione e non uno scontro».

Puigdemont ha proposto un periodo di due mesi da dedicare ai negoziati, prima che il suo governo decida di tirare dritto verso l’indipendenza; al tempo stesso, il presidente catalano ha chiesto alle autorità spagnole di interrompere «la repressione del popolo e del governo catalani», criticando la decisione dell’Audiencia Nacional di indagare per sedizione il capo della polizia catalana e i leader di due importanti organizzazioni pro-indipendenza.

«Nonostante tutto ciò che è accaduto, la nostra offerta di dialogo è sincera. Ma è logicamente incompatibile con l’attuale clima di repressione e minacce» si legge nella lettera. «Fissiamo il prima possibile un incontro che ci consentirà di sondare la possibilità di un primo accordo».

13 ottobre – Donald Trump

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foto via Timesofisrael.com

«Basandomi su testimonianze fattuali, annuncio oggi che non possiamo fare questa certificazione e non la faremo. Non possiamo continuare lungo un percorso la cui prevedibile conclusione è più violenza, più terrore e la minaccia estremamente realistica della produzione di armi nucleari da parte dell’Iran»

Donald Trump

Donald Trump ha minacciato di porre fine all’accordo sul nucleare iraniano se questo non verrà modificato in modo significativo. Parlando dalla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti venerdì ha dichiarato di non essere intenzionato a continuare a certificare il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran, anche se non si è spinto fino ad annunciare il ritiro degli Usa dal trattato.

L’accordo sul nucleare iraniano, il cui nome formale è “Piano d’azione congiunto globale” (in inglese “Joint Comprehensive Plan of Action”, JCPOA), è un accordo internazionale che impegna l’Iran, per un determinato numero di anni, a ridurre le proprie attività di arricchimento dell’uranio in cambio della sospensione delle sanzioni economiche imposte allo stato mediorientale a causa del suo programma nucleare. Il JCPOA è stato raggiunto nel 2015 a Vienna tra Iran, Unione europea e il gruppo di stati “P5+1”, composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania.

Trump ha annunciato che la sua amministrazione è pronta a negoziare col Congresso americano e con gli alleati internazionali degli Stati Uniti dei modi per rendere permanenti e più severi gli obblighi dell’Iran, specificando che in caso di fallimento dei negoziati farà uscire gli Stati Uniti dal JCPOA.

«Non possiamo continuare lungo un percorso la cui prevedibile conclusione è più violenza, più terrore e la minaccia estremamente realistica della produzione di armi nucleari da parte dell’Iran» ha detto Trump. «Se non saremo in grado di raggiungere una soluzione lavorando col Congresso e coi nostri alleati, allora l’accordo terminerà. La nostra partecipazione può essere interrotta da me in ogni momento, in quanto presidente».

Gli altri firmatari dell’accordo hanno però affermato che una rinegoziazione dell’accordo è impossibile. Già pochi minuti dopo il discorso di Trump, la responsabile della politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, ha rilasciato una dichiarazione puntualizzando che, poiché l’accordo sul nucleare è stato sancito da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non potrà essere cancellato da un singolo stato. «Non mi risulta ci sia un solo paese al mondo che possa porre fine a una risoluzione che è stata adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il presidente degli Stati Uniti ha molti poteri, ma non questo» ha detto Mogherini ai giornalisti.

11 ottobre – Mariano Rajoy

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foto via En.protothema.gr

«L’esecutivo questa mattina ha deciso di chiedere formalmente al governo catalano di confermare se abbia dichiarato l’indipendenza dopo la confusione creata deliberatamente sulla sua applicazione. Questa richiesta, che precede ogni possibile misura che il governo può mettere in atto sotto l’articolo 155 della nostra Costituzione, serve ad offrire ai nostri cittadini la chiarezza e la sicurezza che un tema così importante richiede»

Mariano Rajoy

Il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, ha chiesto al governo catalano di chiarire se abbia o meno dichiarato l’indipendenza, accusando il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, di creare volontariamente confusione su questo argomento.

Martedì sera Puigdemont ha tenuto un discorso di fronte al parlamento catalano, riconoscendo i risultati del referendum sull’indipendenza dell’1 ottobre, considerato illegale dal governo e dalla magistratura spagnoli. Puigdemont ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna, ma ha anche detto di voler sospendere gli effetti della sua dichiarazione per cercare il dialogo con il governo di Madrid.

«Arrivati a questo momento storico, come presidente della Generalitat [il governo catalano], assumo, nel presentare i risultati del referendum di fronte a tutti voi e ai nostri cittadini, il mandato per far sì che il popolo della Catalogna diventi uno stato indipendente sotto forma di Repubblica» ha detto Puigdemont, che ha poi aggiunto: «Questo è quello che facciamo oggi con la massima solennità, per responsabilità e rispetto. E con la stessa solennità, il governo e io stesso proponiamo che il Parlamento sospenda gli effetti della dichiarazione d’indipendenza di modo che nelle prossime settimane possa iniziare un dialogo senza il quale non è possibile una soluzione condivisa».

Le parole di Puigdemont sono state denunciate come ambigue dal governo spagnolo. Già martedì sera, la vice-presidente Soraya Sáenz de Santamaría aveva definito l’intervento del presidente della Catalogna «il discorso di una persona che non sa dove si trova, verso dove va né con chi vuole andarci».

Mercoledì mattina anche il premier Rajoy ha battuto sullo stesso tasto. Nel corso di un discorso televisivo, Rajoy ha chiesto al governo catalano di chiarire «se abbia dichiarato l’indipendenza dopo la confusione creata deliberatamente sulla sua applicazione».

«La risposta del presidente catalano a questa domanda ci informerà su cosa accadrà nei prossimi giorni» ha detto Rajoy. «Se Puigdemont dimostrerà la volontà di rispettare la legge e di ristabilire la normalità istituzionale, potremo porre fine a un periodo di instabilità, di tensione e di rottura della coesistenza».

Nel pomeriggio, parlando di fronte al parlamento spagnolo, Rajoy ha quindi ribadito che il referendum catalano è stato un atto «illegale e fraudolento», bollando come «una favoletta» le parole di Puigdemont sull’indipendenza e assicurando che la Spagna risolverà la crisi per conto proprio, senza il bisogno di mediatori terzi, come invece aveva chiesto il presidente della Catalogna.

Rajoy ha inoltre messo per iscritto le richieste del governo spagnolo a Puigdemont. Stando a queste richieste, pubblicate dal quotidiano spagnolo El Paìs nella serata di mercoledì, Puigdemont avrebbe tempo fino alle 10 di lunedì 16 ottobre per chiarire se col suo discorso di martedì egli abbia dichiarato l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna o no. In caso di risposta positiva, il governo catalano avrà tempo fino alle 10 di giovedì 19 per ritrattare la dichiarazione.

Se non lo farà entro quel termine, il governo spagnolo chiederà al Senato l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, che consente al governo centrale di prendere controllo diretto di una comunità autonoma (come è la Catalogna) per obbligarla a rispettare la Costituzione e le leggi spagnole.

7 ottobre – Álex Ramos

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foto via Europapress.es

«Questa è una rivoluzione dei potenti, delle classi sociali più ricche della Catalogna, non degli oppressi. È una rivoluzione egoista. Mobilitano le persone, dicendo al mondo quanto sono scontenti, e poi bollano chiunque non sia d’accordo con loro come fascista»

Álex Ramos

Dopo giorni in cui l’attenzione mediatica a proposito del referendum in Catalogna si è concentrata sulle proteste e sulle manifestazioni dei sostenitori dell’indipendenza, stanno ora cercando di fare sentire la propria voce anche i catalani e gli spagnoli contrari alla secessione.

Sabato si sono tenute marce e manifestazioni in tutta la Spagna, riporta il Guardian, e in decine di città, inclusa Barcellona, la gente ha dato vita a delle “manifestazioni in bianco” per chiedere dialogo e cercare di smorzare i toni accesi che hanno caratterizzato le dichiarazioni degli ultimi giorni. I manifestanti, vestiti di bianco e senza bandiere, hanno marciato sotto uno slogan scritto sia in spagnolo che in catalano: Hablemos/Parlem, cioè “parliamo”.

Molte persone sono attese anche alla manifestazione anti-secessione che si terrà domenica a Barcellona e che è organizzata dalla Societat Civil Catalana (SCC), l’organizzazione principale che veicola le istanze a favore dell’unità della Catalogna con il resto della Spagna. La manifestazione sarà l’occasione per chiedere una nuova fase di dialogo col resto del paese; vi prenderanno parte anche intellettuali come lo scrittore peruviano e premio Nobel Mario Vargas Llosa e l’ex presidente del Parlamento europeo Josep Borrell.

«Il nazionalismo qui è etnico, non civico; è linguistico, culturale, tribale, sentimentale e romantico» ha detto all’Observer Álex Ramos, presidente della SCC, a proposito delle ragioni dei sostenitori dell’indipendenza catalana. «Non è come la rivoluzione francese, che chiedeva uguaglianza e libertà per tutti. Nel profondo questi nazionalisti ritengono di essere diversi dagli altri e, in ultima istanza, migliori di loro. Questa è una rivoluzione dei potenti, delle classi sociali più ricche della Catalogna, non degli oppressi. È una rivoluzione egoista. Mobilitano le persone, dicendo al mondo quanto sono scontenti, e poi bollano chiunque non sia d’accordo con loro come fascista».

4 ottobre – Gerard Piqué

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foto via Skysports.com

«Ho considerato l’idea [di lasciare la nazionale spagnola] e ritengo che la cosa migliore sia che io rimanga. Andarsene vorrebbe dire che quelle persone hanno vinto, quelle che pensano che la soluzione migliore sia fischiare e insultare. Non ho intenzione di dare loro questa soddisfazione»

Gerard Piqué

Il calciatore del Barcellona Gerard Piqué ha detto che continuerà a giocare nella nazionale di calcio spagnola, di cui fa parte dal 2009, nonostante abbia pensato di abbandonarla dopo essere stato fischiato e insultato da alcuni tifosi lunedì sera. «Andarsene vorrebbe dire che quelle persone hanno vinto, quelle che pensano che la soluzione migliore sia fischiare e insultare. Non ho intenzione di dare loro questa soddisfazione» ha detto Piqué.

Domenica, il Barcellona (una delle squadre più forti e vincenti del campionato di calcio spagnolo) ha giocato la partita casalinga contro Las Palmas a porte chiuse, per protestare contro i tentativi della polizia di spagnola di impedire lo svolgimento del referendum sull’indipendenza della Catalogna, referendum che il governo e la Corte costituzionale spagnola avevano dichiarato illegale. Poco dopo la partita, Piqué, visibilmente commosso, aveva criticato il governo spagnolo e aveva ribadito il suo sostegno di vecchia data al diritto dei Catalani a votare per la propria indipendenza. Aveva detto di sentirsi Catalano e si era dichiarato disposto a lasciare il suo posto nella nazionale spagnola se l’allenatore Julen Lopetegui lo avesse ritenuto necessario.

Lunedì sera, alcuni tifosi spagnoli si sono recati al centro Las Rozas, vicino a Madrid, dove la nazionale di calcio stava svolgendo una sessione di allenamento: a Piqué sono stati indirizzanti fischi e insulti; alcuni tifosi hanno esposto dei cartelli che lo intimavano a lasciare il team spagnolo.

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foto via Theguardian.com (Rafael Marchante/Reuters)

Secondo quanto riportato dal Guardian, Piqué ha quindi deciso di parlare apertamente del rapporto che lo lega alla nazionale spagnola, anche per evitare ulteriori fastidi ai compagni di squadra, «stanchi» di sentirsi rivolgere domande sul suo conto.

«Ho sempre considerato [la nazionale] una famiglia, fin dall’età di 15 anni: è una delle ragioni per cui sono qui» ha spiegato Piqué. «Il mio impegno nella nazionale è massimo. Sono molto orgoglioso di essere qui… La politica è un faccenda difficile, ma perché non dovrei dire la mia? Capisco quei giocatori che non vogliono pronunciarsi. Siamo calciatori ma siamo anche persone. Perché un giornalista o un meccanico possono dire la loro, mentre un calciatore no?»

«Sono a favore del diritto a votare della gente» ha continuato. «Hanno il diritto di votare sì, no, o astenersi. Io non sono in prima linea, non penso di essermi mai collocato da una parte o dall’altra, e la mia opinione non è così importante… Alcuni dicono che [la Catalogna] dovrebbe essere indipendente, alcuni dicono che dovrebbe tenersi un voto, alcuni dicono che non dovrebbe succedere niente. Tutti e tre i punti di vista sono leciti».

«La Spagna e la Catalogna sono come un padre e suo figlio diciottenne che vuole andarsene da casa. La Catalogna sente di essere trattata in maniera non ideale. La Spagna – e intendo il governo, non il paese – è come il padre e ha due opzioni: sedersi e parlarne, o lasciare che il figlio se ne vada. Ora si è tutto radicalizzato, [ma] sono certo che se parliamo si può raggiungere un’intesa».

Alla domanda su cosa abbia votato al referendum di domenica, però, Piqué ha evitato di rispondere direttamente. «È la domanda da un milione di dollari» ha detto il calciatore «non posso dare una risposta. Non posso sostenere una o l’altra fazione: perderei la metà dei miei sostenitori».

1 ottobre – Mariano Rajoy

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foto via Theguardian.com (Javier Soriano/AFP/Getty Images)

«Oggi non c’è stato alcun referendum. È stato una messinscena, una sceneggiata ignorata dalla maggioranza dei catalani. Siamo una democrazia tollerante ma ferma, abbiamo rispettato la legge e la Costituzione, reagito con fermezza e serenità. Domani convocherò le forze politiche parlamentari per riflettere sul futuro»

Mariano Rajoy

Nella giornata di domenica in Catalogna si è votato un referendum per l’indipendenza. Le operazioni di voto si sono svolte in un clima molto teso: il referendum è ritenuto illegale dal governo spagnolo e dal Tribunale Costituzionale e la polizia spagnola è intervenuta in diversi seggi per contrastare le votazioni e requisire le urne e il materiale elettorale. Dei 2.315 seggi inizialmente previsti, circa 300 sono stati chiusi dalla polizia. Ci sono stati diversi casi di scontri tra poliziotti e civili che opponevano resistenza, rivendicando il diritto di votare. Secondo il governo catalano ci sono stati almeno 761 feriti, di cui due gravi.

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Un agente della polizia spagnola immobilizza due ragazzi che avevano provato ad occupare un seggio a Barcellona – foto via Ilpost.it (PAU BARRENA/AFP/Getty Images)

Poco dopo la chiusura dei seggi, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha tenuto una conferenza stampa, trasmessa in diretta televisiva, contestando la legittimità del voto e accusando il governo catalano di avere rifiutato ogni compromesso e di essere quindi responsabile della situazione di tensione attuale.

«Oggi non c’è stato alcun referendum. È stato una messinscena, una sceneggiata ignorata dalla maggioranza dei catalani» ha detto Rajoy, che ha parlato del «fallimento di un progetto che ha provocato situazioni indesiderate e che ha causato un danno molto grave alla convivenza, un bene che dobbiamo recuperare».

«Oggi abbiamo constato la forza della democrazia spagnola», ha aggiunto. «Il referendum voleva liquidare la Costituzione senza tener conto dell’opinione degli spagnoli».

 

27 settembre – Emmanuel Macron

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foto via Huffingtonpost.it (AFP/Getty Images)

«Su Stx e sulla Lione-Torino Italia e Francia hanno vinto insieme… È un accordo win-win, e a chi dice che è un accordo terribile voglio ricordare che fino a pochi mesi fa l’azionista di maggioranza dei cantieri era coreano»

Emmanuel Macron

Italia e Francia hanno trovato un accordo sulla questione Stx-Fincantieri, che da alcuni mesi era motivo di polemiche fra i due stati. Mercoledì si è tenuto un incontro bilaterale tra il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni e il presidente francese Emmanuel Macron, durante il quale è stato annunciato che Stx France (la società che gestisce i cantieri del porto francese di Saint-Nazaire) sarà per 50% di proprietà francese e per 50% di proprietà di Fincantieri, la principale società di costruzioni navale europea, controllata dal ministero dell’Economia italiano.

Alla quota di Fincantieri, tuttavia, si aggiungerà un ulteriore 1%, che verrà concesso in prestito dallo stato francese a Fincantieri per un periodo di 12 anni (il quotidiano La Repubblica parla a questo proposito di una «maggioranza in prestito»). Inoltre, sia il presidente che l’amministratore delegato di Stx saranno italiani. In cambio Fincantieri sarà tenuta a rispettare una serie di impegni e obiettivi industriali da concordare con la controparte francese: se questi non verranno mantenuti, lo stato francese potrà ritirare il proprio prestito. Una situazione che, tuttavia, non sarebbe di facile gestione per la Francia, dal momento che a questo punto Fincantieri avrebbe il diritto di trasferire alla controparte tutto il suo 50%, con notevole dispendio da parte delle casse francesi.

«Italia e Francia hanno vinto insieme… È un accordo win-win» ha affermato Macron. Anche il presidente del Consiglio Gentiloni ha espresso la propria soddisfazione per l’intesa trovata, e ha parlato di «un accordo molto positivo, ottimo».

Tra gli argomenti di cui si è discusso durante il vertice italo-francese c’è stato anche il progetto di ferrovia ad alta velocità Torino-Lione, la cosiddetta TAV. «Siamo entrambi impegnati affinché il troncone transfrontaliero della Torino-Lione sia portato a buon fine. Il tunnel di base deve essere concluso» ha commentato Macron.

24 settembre – Ri Yong Ho

North Korea's Foreign Minister Ri Yong-ho leaves a bilateral meeting with his China's counterpart  Wang Yi, at the sidelines of the ASEAN foreign ministers meeting in Vientiane
foto via Reuters.com (Jorge Silva)

«Facendo riferimento ai missili, [Trump] ha provato a insultare l’altissima dignità del nostro paese. Così facendo, tuttavia, ha commesso l’errore irrevocabile di rendere la visita dei nostri missili al territorio statunitense ancora più inevitabile. L’unico a essere in una missione suicida è Trump stesso»

Ri Yong Ho

Ri Yong Ho, ministro degli Esteri della Corea del Nord, ha detto che, in seguito alle ultime dichiarazioni offensive di Donald Trump, il lancio di missili sugli Stati Uniti da parte di Pyongyang è «ancora più inevitabile». Ri ha parlato domenica all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e il suo discorso ha costituito un ennesimo episodio dell’escalation di violenza verbale in corso tra Usa e Corea del Nord.

«Siamo finalmente a pochi passi dal traguardo finale del completamento delle forze nucleari di stato» ha dichiarato Ri, aggiungendo: «Pensare che ci sia qualche possibilità che la Repubblica Popolare Democratica di Corea si muova di un millimetro o cambi la propria posizione a causa delle sanzioni ancora più dure delle forze a noi ostili è solo una vana speranza».

Giovedì scorso Donald Trump ha annunciato nuove sanzioni statunitensi per colpire quelle imprese o istituzioni che finanziano o favoriscono il commercio con Pyongyang. Due giorni prima, intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente americano aveva tenuto un discorso molto duro nei confronti della Corea del Nord, definendo il suo leader Kim Jong-un «un rocket man (“uomo razzo”, parafrasando il titolo di una famosa canzone di Elton John) in missione suicida».

«L’unico a essere in una missione suicida è Trump stesso» ha replicato Ri Yong Ho davanti alla medesima assemblea.

In precedenza, anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva deciso all’unanimità di adottare un nuovo pacchetto di sanzioni (il nono) per contrastare i programmi nucleari e missilistici di Pyongyang.