14 novembre – Jeff Sessions

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foto via Cnn.com

«In ogni mia testimonianza, posso solo fare del mio meglio per rispondere a tutte le vostre domande per come le capisco e al meglio della mia memoria. Ma non accetterò, e respingo, le accuse che io abbia mai mentito sotto giuramento»

Il Ministro della Giustizia Jeff Sessions si è oggi difeso davanti al Congresso dalle accuse di aver mentito sotto giuramento al massimo organo legislativo americano riguardo le sue conoscenze circa presunti contatti tra ufficiali del governo russo e membri della campagna elettorale di Donald Trump, nel corso del 2016.

«In ogni mia testimonianza, posso solo fare del mio meglio per rispondere a tutte le vostre domande per come le capisco e al meglio della mia memoria», ha dichiarato Sessions di fronte alla Commissione Giudiziaria della Camera, «Ma non accetterò, e respingo, le accuse che io abbia mai mentito sotto giuramento. Questa è una bugia».

La testimonianza odierna del Procuratore Generale era la sua prima apparizione davanti al Congresso, dopo che due ex consiglieri della campagna elettorale di Trump hanno dichiarato di aver avvertito lo stesso Sessions dei loro contatti con emissari del governo russo. Queste rivelazioni, rese da George Papadopoulos e da Carter Page, sembravano contraddire quanto Sessions aveva precedentemente dichiarato il mese scorso al Senato.

In risposta a queste rivelazioni, il Ministro della Giustizia ha affermato di non avere ricordo delle conversazioni avute con Page. Inoltre, ha dichiarato che, sebbene inizialmente non ricordasse alcuna conversazione del marzo 2016 con Papadopoulos, ora crede di aver detto allo stesso Papadopoulos di non essere autorizzato a rappresentare la campagna di Trump con il governo russo o con qualsiasi altro governo straniero.

Sessions ha, inoltre, detto alla Commissione del Congresso che non sussistono motivi sufficienti per nominare un consulente speciale per investigare sulla rivale alle ultime elezioni del Presidente Trump, la democratica Hillary Clinton. Il Dipartimento di Giustizia, infatti, in una lettera inviata alla Commissione Giudiziaria della Camera, aveva reso nota l’intenzione di avviare un’indagine speciale su alcune donazioni ricevute dalla Fondazione Clinton che sarebbero collegate alla decisione, presa nel 2010 dall’amministrazione Obama, di consentire a un’agenzia nucleare russa di acquistare Uranium One, una compagnia che possiede l’accesso all’uranio negli Stati Uniti.

«Il Dipartimento di Giustizia non può mai essere usato per fini di ritorsione politica contro gli oppositori. Sarebbe sbagliato», ha dichiarato Sessions, rispondendo alla domanda relativa ai tweet di Donald Trump, in cui il Presidente aveva ripetutamente chiesto che il Dipartimento indagasse sulla sua vecchia avversaria. «Il presidente espone la sua opinione. È audace e diretto in quello che dice. Noi però facciamo il nostro dovere ogni giorno in base ai fatti», è stata la difesa del Procuratore Generale.

12 novembre – Mariano Rajoy

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foto via Lastampa.it

«Dobbiamo porre fine al delirio separatista e recuperare una Catalogna per tutti»

Il capo del governo spagnolo, Mariano Rajoy, si è recato oggi a Barcellona per dare il via alla campagna elettorale del Partito Conservatore, in vista delle elezioni regionali fissate per il 21 dicembre. Rajoy ha presentato il proprio candidato alla presidenza della Generalitat, Xavier García Albiol, e ha invitato la «maggioranza silenziosa» dei catalani a «riempire le urne con la verità».

Si tratta della prima visita in Catalogna per il capo del governo da quando la regione è stata commissariata da Madrid, con il conseguente auto-esilio dell’ex-Presidente Carles Puigdemont a Bruxelles. Rajoy è arrivato all’indomani di un’imponente manifestazione degli indipendentisti, che ha visto la partecipazione in piazza di circa 750.000 persone per chiedere la liberazione dei «detenuti politici».

«Dobbiamo porre fine al delirio separatista e recuperare una Catalogna per tutti», ha dichiarato il Presidente spagnolo, confermando la linea dura e intransigente del suo governo contro ogni tentativo di secessione. Rajoy ha rivendicato la decisione di applicare l’articolo 155 della Costituzione dopo aver «esaurito tutte le vie» e tutti i possibili mezzi «per frenare l’aggressione alla coesistenza».

«Abbiamo dovuto recuperare il rispetto per la libertà e la convivenza ed è stato urgente ripristinare l’autogoverno e l’interesse generale», ha affermato Rajoy, ribadendo come fosse «impossibile restituire la legalità alle istituzioni in Catalogna». Il Primo Ministro ha poi insistito sul fatto che l’articolo 155 sia «eccezionale, ma non esclusivo meccanismo di Spagna», dal momento che anche Paesi come Francia e Germania si sarebbero comportate allo stesso modo dinnanzi a una così seria minaccia separatista.

10 novembre – Theresa May

Theresa May Meets With Prime Minister Of Israel Benjamin Netanyahu
foto via Ilpost.it

«Nessuno dubiti della nostra determinazione o metta in discussione la nostra risolutezza, la Brexit sta avvenendo»

La Gran Bretagna uscirà dall’Unione Europea venerdì 29 marzo 2019 alle ore 23. Ad annunciarlo ufficialmente è la premier conservatrice Theresa May, che ha deciso di mettere per iscritto, nero su bianco, il giorno e l’ora in cui avverrà la Brexit, tramite un emendamento al “Withdraw Bill” (chiamato anche “Repeal Bill”), la legge che regolerà il divorzio dall’Europa.

Il Primo Ministro britannico ha spiegato la sua decisione in un intervento pubblicato sul Daily Telegraph, intitolato “Sono determinata a dare al nostro Paese la migliore Brexit possibile”. In questo modo, la leader dei Tories ha potuto fugare tutti i dubbi e le voci che circolavano circa una spaccatura all’interno del Partito Conservatore sulla reale volontà di divorziare dall’Unione Europea. Il messaggio è chiaro: la Brexit, anche tra mille ostacoli, prosegue.

«Il governo ha pubblicato questa settimana un emendamento sostenuto trasversalmente allo “UE Withdrawal Bill” che mette in copertina la data della nostra uscita dall’Unione europea», scrive Theresa May all’inizio del suo intervento sul Telegraph, «Nessuno dubiti della nostra determinazione o metta in discussione la nostra risolutezza, la Brexit sta avvenendo».

«Sarà visibile in bianco e nero sulla prima pagina di questo storico atto legislativo: il Regno Unito lascerà l’UE il 29 marzo 2019 alle ore 23», ha continuato il premier britannico, che della Brexit è una delle maggiori fautrici, «L'”Ue Withdrawal Bill” è il singolo provvedimento legislativo più significativo in questo Parlamento, perché è fondamentale per fornire una Brexit regolare e ordinata».

La scelta della data, in realtà, non rappresenta una sorpresa. Infatti, subito dopo il referendum dello scorso giugno, quando il “Leave” aveva vinto, seppure con scarso distacco, Theresa May aveva indicato il 29 marzo come data di uscita. Piuttosto, è singolare che l’orario scelto, le 23 sul fuso orario di Greenwich, prenda come riferimento la mezzanotte di Bruxelles, anziché quella di Londra.

8 novembre – Hassan Rouhani

Iranian President Rouhani addresses the 72nd United Nations General Assembly at U.N. headquarters in New York
foto via Reuters.com

«Perché state mostrando ostilità verso i popoli della Siria e dell’Iraq? Perché state rafforzando l’Isis e lasciando i popoli della regione nelle sue mani? Perché interferite con gli affari interni del Libano e con la sua governance?»

Il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, è intervenuto oggi nella disputa in corso tra il suo Paese e l’Arabia Saudita e lo ha fatto lanciando a Riyad accuse molto pesanti: di esacerbare le ostilità in corso in Yemen; di sostenere finanziariamente lo Stato Islamico; di aver orchestrato e programmato le dimissioni, fatto senza precedenti, del Primo Ministro libanese Saad Hariri.

La risposta di Rouhani giunge a un giorno solo di distanza dalle dichiarazioni del Principe saudita Mohammad bin Salman, che aveva accusato Teheran di aver lanciato un attacco militare diretto all’Arabia Saudita, rifornendo i ribelli Houti in Yemen di diverse batterie di missili; accusa che Teheran ha rispedito immediatamente al mittente. Proprio domenica, infatti, Riyad aveva fatto sapere di aver intercettato uno di questi missili partito dallo Yemen e diretto proprio sulla capitale saudita.

Rouhani ha descritto l’attacco missilistico da parte degli Houthi come una legittima risposta all’aggressione saudita dello Yemen. «Come dovrebbe reagire il popolo yemenita al bombardamento del proprio Paese? Quindi non è loro permesso di usare le proprie armi? Se voi per primi fermaste i bombardamenti, vedreste se gli yemeniti non farebbero lo stesso», ha detto il Presidente iraniano.

Lo stesso Presidente ha poi difeso il ruolo che l’Iran sta svolgendo sia in Iraq che in Siria, nello sconfiggere militarmente lo Stato Islamico e nell’impedire la diffusione del terrorismo. «L’Iran è accusato di interferire nella regione, mentre sta aiutando l’Iraq e la Siria a combattere il terrorismo su richiesta di questi ultimi e siamo orgogliosi di poter fermare l’Isis dal raggiungiere i suoi obiettivi», ha affermato Rouhani.

«L’Arabia Saudita conosce la nostra forza, che è maggiore della sua, e non può fare niente contro l’Iran», ha poi dichiarato stamattina il Presidente iraniano, come riportato dalla tv libanese filo-iraniana al Mayadin. Successivamente, di fronte al Consiglio dei Ministri, Rouhani ha definito l’obiettivo primario del Paese: «Noi vogliamo la stabilità e la sicurezza della regione».

In particolare, Rouhani ha accusato l’Arabia Saudita di aver pilotato le dimissioni del Primo Ministro libanese Saad Hariri. «Non c’è alcun caso nella storia di un Paese che imponga alle autorità di un altro di dimettersi solo per interferire con i suoi affari interni. Questo è un evento senza precedenti nella storia. Dove andrete di questo passo?», ha detto il leader iraniano, che ha poi rincarato la dose nei confronti di Riyad, «Perché state mostrando ostilità verso i popoli della Siria e dell’Iraq? Perché state rafforzando l’Isis e lasciando i popoli della regione nelle sue mani? Perché interferite con gli affari interni del Libano e la sua governance?».

5 novembre – Donald Trump

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foto via Stripes.com

«Nessuno, nessun dittatore, nessun regime, nessuna nazione, dovrebbe mai sottostimare la risolutezza americana. Ogni volta che, in passato, ci hanno sottostimato, poi non è stato piacevole per loro»

E’ ufficialmente iniziato la lunga visita del Presidente americano Donald Trump in Asia. Un tour che toccherà alcuni dei principali Paesi della regione, tra cui Cina, Giappone e Corea del Sud, e in cui verrano discussi alcuni dei temi più scottanti della politica regionale e mondiale, non da ultimo i test missilistici della Corea del Nord.

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Le tappe del tour asiatico di Donald Trump (foto via Ft.com)

Proprio oggi, dopo essere atterrato alla base giapponese di Yokota, Trump ha subito tenuto un discorso di fronte alla truppe americane ivi stanziate. Pur non nominando mai direttamente Pyongyang, Trump ha adoperato un tono marcatamente militaristico, per segnalare la volontà di ferro e l’incredidile potenza del suo Paese nell’affrontare le sfide mondiali e nel proteggere i propri alleati.

«Nessuno- nessun dittatore, nessun regime, nessuna nazione- dovrebbe mai sottostimare la risolutezza americana. Ogni volta che, in passato, ci hanno sottostimato, poi non è stato piacevole per loro», ha affermato il Presidente e poi, rivolgendosi alle migliaia di soldati a stelle e strisce presenti, ha detto: «Voi siete la più grande minaccia per quei dittatori e per quei tiranni che cercano di tormentare gli innocenti».

Durante il viaggio verso il Giappone, sull’Air Force One, Trump ha raccontato ai giornalisti che avrebbe in programma di incontrare Vladimir Putin la prossima settimana, per discutere della Corea del Nord. «Speriamo di incontrarci con Vladimir Putin. Vogliamo che ci aiuti con la Corea del Nord», ha affermato Trump, il cui incontro con il Presidente russo dovrebbe tenersi a margine del prossimo vertice dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), in programma il 10 e 11 novembre a Da Nang, in Vietnam.

Dal momento che, oltre all’incontro odierno con Shinzo Abe, è previsto un faccia a faccia pure con il leader sud-coreano Moon Jae-in e con il Presidente cinese Xi Jinping, questa lunga visita in Asia rappresenta per Donald Trump un importante test per dimostrare le sue abilità comunicative e diplomatiche. Un campo, questo, in cui il Presidente americano ha finora mostraro gravi lacune, alternando gaffes grossolane a uscite aggressive e irrispettose nei confronti di altri Paesi o leader.

Alla domanda di alcuni giornalisti sul fatto se Trump abbia intenzione di moderare i toni durante questa visita ufficiale, il Consigliere della Sicurezza Nazionale è stato piuttosto franco. «Il Presidente utilizzerà ovviamente qualunque linguaggio voglia. Non penso che il Presidente mitigherà davvero il suo linguaggio, glielo avete mai visto fare?», ha risposto il generale McMaster.

30 ottobre – Donald Trump

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foto via Cnn.com

«Mi dispiace, ma questo risale ad anni fa, prima che Paul Manafort fosse parte della campagna di Trump»

L’ex manager della campagna elettorale di Trump si è costituito oggi all’Fbi, dopo essere stato accusato di aver nascosto milioni di dollari attraverso società operanti all’estero e aver adoperato quei soldi per acquistare auto di lusso, case, pezzi d’antiquariato e abiti costosi. Assieme a lui, è stato accusato anche il suo socio di lunga data, Rick Gates. Entrambi si sono presentati, accompagnati dai rispettivi avvocati, presso la Corte Federale di Washington, dichiarandosi tuttavia “non colpevoli”.

Separatamente, un altro dei consiglieri di politica estera di Trump, George Papadopoulos, ha ammesso di avere mentito all’Fbi riguardo ai suoi contatti con la Russia. In particolare, Papadopoulos avrebbe reso false dichiarazioni e omesso volontariamente del materiale durante un interrogatorio richiesto dal Procuratore Speciale Robert Mueller, nell’ambito dell’inchiesta denominata “Russiagate”. Negli atti giudiziari, si legge che Papadopoulos ha mentito «sui tempi, l’estensione e la natura dei suoi rapporti e della sua interazione con certi stranieri che aveva capito avere strette connessioni con alti dirigenti del governo russo».

L’accusa nei confronti di Manafort e Gates, seppur condotta dallo stesso Mueller, non fa ancora riferimento a presunte interferenze russe nella politica americana. Tuttavia, essa descrive in maniera dettagliata l’attività di lobbying che lo stesso Manafort ha svolto in Ucraina e che, secondo il Procuratore, è stata all’origine di un tentativo di riciclaggio di almeno 18 milioni di dollari, che non sarebbero stati dichiarati al fisco. «Manafort ha utilizzato la sua ricchezza nascosta all’estero per condurre uno stile di vita lussuoso negli Stati Uniti, senza pagare tasse su quel reddito», è scritto negli atti.

Gates è indagato per aver trasferito circa 3 milioni di dollari dai suoi conti offshore. I due sono accusati, inoltre, di false dichiarazioni. «Come parte dello schema, Manafort e Gates hanno ripetutamente fornito informazioni false, tra gli altri, ai contabili finanziari, agli agenti del fisco e al consulente legale», è scritto ancora negli atti. L’accusa più grave, tuttavia, rimane quella di riciclaggio di denaro, per cui è prevista una pena detentiva fino a 20 anni.

Paul Manafort, da lungo tempo impiegato come stratega elettorale per il Partito Repubblicano, era entrato a fare parte dell’entourage della campagna presidenziale di Donald Trump nel marzo 2016, salvo poi diventarne il manager. Un incarico importante e prestigioso, che aveva dovuto lasciare dopo pochissimo tempo, a seguito del licenziamento da parte dello stesso Trump, quando era emerso che Manafort aveva ricevuto in nero 12 milioni di dollari dall’ex-Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, per il quale aveva lavorato come consulente.

«Mi dispiace, ma questo risale ad anni fa, prima che Paul Manafort fosse parte della campagna di Trump», ha twittato oggi Donald Trump per sottolineare la propria estraneità dalla vicenda. In realtà, i capi di accusa contro Manafort e del suo ex socio Gates dicono che avrebbero cospirato contro gli Usa in un periodo compreso tra il 2006 e il 2017, quindi non tutti gli episodi contestati sono di «anni fa», come invece ha detto il Presiedente.

Sempre nello stesso tweet, Trump è tornato nuovamente ad attaccare la sua ex rivale democratica alle elezioni presidenziali dello scorso novembre: Hillary Clinton. «Perché la corrotta Hillary e i democratici non sono al centro dell’attenzione?????», ha scritto.

In un altro tweet, scritto immediatamente dopo, il Presidente ha aggiunto: «Inoltre, non c’e’ alcuna collusione». Si riferiva, chiaramente, alle presunte relazioni tra i membri del suo entourage ed eventuali emissari del governo russo.

28 ottobre – James Mattis

Secretary of Defense James Mattis testifies before Congress
foto via Cnbc.com

«Non si sbaglino: qualsiasi attacco contro gli Stati Uniti o contro i nostri alleati verrà sconfitto. Qualsiasi utilizzo di un’arma nucleare da parte della Corea del Nord riceverà una risposta militare massiccia, efficace e travolgente»

Mentre crescono le tensioni tra Corea del Nord e Stati Uniti, contemporaneamente all’incertezza su quali siano i veri obiettivi di Kim Jong-un e del suo programma missilistico nucleare, il Segretario americano alla Difesa, Generale James Mattis è volato a Seul, capitale della Corea del Sud, per sostenere e rassicurare i suoi più stretti alleati nella regione dell’Asia-Pacifico.

Mattis, con a fianco il ministro della Difesa sudcoreano Song Young-moo, in una conferenza stampa congiunta dopo l’annuale Meeting consultivo sulla sicurezza tra i due Paesi, ha definito «illegale» il comportamento internazionale della Corea del Nord, ribadendo come gli Usa non accetteranno mai Pyongyang come uno Stato nucleare.

«La Corea del Nord ha accelerato la minaccia che pone verso i suoi vicini nel mondo, attraverso il suo programma nucleare missilistico illegale e non necessario», ha detto Mattis, «Sta portando avanti un comportamento minaccioso e fuorilegge, condannato unanimemente da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

La strada maestra rimane la diplomazia e il dialogo, senza però dimenticare le molteplici opzioni militari a disposizione di Washington. «Non si sbaglino: qualsiasi attacco contro gli Stati Uniti o contro i nostri alleati verrà sconfitto», ha dichiarato il Segretario alla Difesa, «Qualsiasi utilizzo di un’arma nucleare da parte del Nord ricevera’ una risposta militare massiccia, efficace e travolgente».

Del resto, mentre Mattis pronunciava il suo discorso, il Dipartimento della Difesa Usa rendeva noto il dispiegamento nell’Oceano Pacifico di tre portaerei; secondo un comunicato dell’esercito, si tratta delle portaerei Uss Nimitz, Uss Reagan e Uss Theodore Roosevelt, scortate ciascuno dai rispettivi gruppi di combattimento. La visita in Corea del Segretario alla Difesa anticipa il tour asiatico di Donald Trump, che inizierà tra pochi giorni.

25 ottobre – James Clapper

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foto via Cnn.com

«Kim Jong-un è una divinità e così i suoi predecessori, suo nonno e suo padre. Quando insulti il ​​capo di stato della Corea del Nord, stai offendendo anche la loro divinità e, naturalmente, il regime utilizza quest’arma per mobilitare la propria opinione pubblica»

L’approccio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti della Corea del Nord e del suo dittatore, Kim Jong-un, è stato spesso criticato e bollato come troppo aggressivo e intimidatorio. Il timore diffuso, a livello internazionale, è che l’escalation dei toni e delle minacce incrociate possa condurre a una guerra nucleare su scala regionale.

Questo timore è stato sollevato nuovamente ieri da James Clapper, ex numero uno dell’Intelligence Nazionale americana, un personaggio quindi fino a poco tempo fa parecchio addentro nelle questioni riguardanti la sicurezza nazionale, che ha parlato della situazione in Corea del Nord in un’intervista alla Cnn.

Clapper crede che nella penisola coreana esistano tutti i presupposti per lo scoppio di una nuova guerra mondiale. «È certamente una possibilità e questo è ciò che mi preoccupa di alcune delle dichiarazioni sconsiderate del Presidente in relazione alla Corea del Nord», ha risposto inizialmente Clapper alla domanda del conduttore, Anderson Cooper, proprio sulle reali possibilità di un conflitto su larga scala.

«Nessuno sa quale sia il punto di ebollizione di Kim Jong-un e Kim Jong-un non è circondato da un gruppo di consulenti esperti, capaci e temperati come il presidente Trump», ha continuato l’ex-capo dell’intelligence, «Quello che vedete intorno a Kim Jong-un è un sacco di generali sicofanti, ornati di medaglie che lo seguono fedelmente con i loro notebook aperti, prendendo appunti su ogni sua espressione».

Nonostante ciò, tuttavia, Clapper teme soprattutto i tweet provocatori del Presidente americano, che spesso sono sfociati in insulti e derisioni nei confronti di Kim Jong-un. «Vale la pena ricordare il livello di religiosità presente in Corea del Nord. Kim Jong-un è una divinità e così i suoi predecessori, suo nonno e suo padre», ha affermato, «Quando insulti il ​​capo di stato della Corea del Nord, stai offendendo anche la loro divinità e, naturalmente, il regime utilizza quest’arma per mobilitare la propria opinione pubblica».

22 ottobre – Alfonso Dastis

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foto via Sputniknews.com

«Se qualcuno ha tentato un colpo di Stato, è stato il signor Puigdemont e il governo regionale catalano. Quello che noi stiamo facendo è seguire in modo stretto le disposizioni della nostra Costituzione»

Continua lo scontro frontale tra Madrid e Barcellona. Dopo la decisione del Cosiglio dei Ministri di sabato mattina, in cui il Presidente Mariano Rajoy ha annunciato la decisione di applicare l’articolo 155 della Costituzione spagnola, commissariando il governo della Catalogna, il Governatore catalano Carles Puigdemont aveva detto: «In questo modo, il governo spagnolo, con l’appoggio del Partito Socialista, ha fatto il peggiore attacco alle istituzioni della Catalogna dai decreti del dittatore Francisco Franco».

Mezzo milione di persone sono scese in piazza a Barcellona per denunciare la mossa del governo centrale, che ha avocato a se tutte le prorogative della Generalitat, dell’amministrazione locale e della polizia. I due leader indipendentisti Jordi Sanchez e Jordi Cuixart sono stati arrestati per sedizione per ordine di un giudice spagnolo. Tra la folla, anche lo stesso Puigdemont, che ha parlato di «un colpo di Stato contro il popolo di Catalogna».

A difendere le ragioni del governo centrale, oggi il Ministro degli Esteri Alfonso Dastis ha rilasciato un’intervista al “The Andrew Marr Show”, programma in onda sulla BBC. «Se qualcuno ha tentato un colpo di Stato, è stato il signor Puigdemont e il governo regionale catalano», ha esordito Dastis, respingendo le accuse del Governatore catalano.

«Quello che noi stiamo facendo è seguire in modo stretto le disposizioni della nostra Costituzione, che non sono in alcun modo eccezionali, ma sono una copia carbone della Costituzione tedesca», ha continuato il Ministro, «Se poi guardiamo al resto delle democrazie e ai nostri partner nell’Unione Europea, non accetteranno mai decisioni di questo tipo, prese solo da una parte del Paese».

«Noi non arresteremo nessuno e non abbiamo intenzione di sospendere l’autonomia o l’autogoverno, sono loro (gli indipendentisti catalani) che non hanno rispettato le norme e le leggi che preservano l’autonomia catalana. Quello che lo Stato sta cercando di fare è ristabilire l’ordine legale, far rispettare la Costituzione, tra cui le leggi catalane, e andare avanti», ha proseguito Dastis.

Il Ministro è stato molto chiaro anche sulla questione della violenza della polizia spagnola durante il referendum dell’1 ottobre. «Finora, molte delle immagini diffuse sono dei fake. Se c’è stato uso della forza da parte della polizia, e alcune immagini in effetti lo testimoniano, non è stato deliberato, ma è stato provocato», sono state le parole di Dastis.

18 ottobre – Xi Jinping

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foto via Xinhuanet.com

«Nessun Paese può affrontare da solo le molte sfide che interessano tutta l’umanità; nessun Paese può permettersi di ritirarsi nell’auto-isolamento»

Xi Jinping

Xi Jinping ha inaugurato oggi una «nuova era» per la politica e per la storia della Cina, parlando al Congresso del Partito Comunista cinese, che segna il termine del suo primo mandato alla guida del Paese. Di fronte alla Grande Sala del Popolo di Pechino, sede del 19esimo Congresso del Partito, gremita di oltre 2200 delegati proveniente da tutte le province, ha esposto la sua “Dottrina del socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era”.

«Dopo decenni di duro lavoro, il socialismo con caratteristiche cinesi ha attraversato la soglia in una nuova era», ha esordito Xi Jinping. Per il leader cinese, è tempo che la nazione si trasformi in una «grande forza», che possa guidare il mondo nell’affrontare le questioni politiche, economiche, militari e ambientali.

«Questa è una nuova tappa storica nello sviluppo della Cina», ha dichiarato Xi, durante le 2 ore e 33 minuti di discorso, «La nazione cinese […] è cresciuta, si è arricchita ed è diventata forte – e ora abbraccia le brillanti prospettive di ringiovanimento […] Sarà un’era che vedrà la Cina avvicinarsi al centro della scena e dare maggiori contributi all’umanità».

«L’economia cinese non chiuderà le porte al mondo», ha assicurato il leader cinese, aprendo alla possibilità di nuove riforme per favorire l’economia di mercato, fermo restando l’imperativo di mantenere solide le numerose imprese di stato. Una simile apertura economica, tuttavia, non implica affatto una svolta politica in senso democratico. «Nessun sistema politico dovrebbe essere considerato l’unica scelta e noi non dovremmo copiare meccanicamente i sistemi politici di altri Paesi», ha detto Xi, «Il sistema politico del socialismo con caratteristiche cinesi è una grande creazione».

Dal punto di vista delle relazioni internazionali, Xi Jinping ha voluto rimarcare un maggiore impegno del suo Paese nell’affrontare le sfide globali; forse lanciando una sfida indiretta all'”America First” di Donald Trump. «Nessun Paese può affrontare da solo le molte sfide che interessano tutta l’umanità; nessun Paese può permettersi di ritirarsi nell’auto-isolamento», ha affermato Xi.

Ultima, ma non meno importante in ottica cinese, la questione di Hong Kong, di Macao e, soprattutto, di Taiwan; territori che la dottrina del Partito Comunista ritiene parte integrante della Cina. «Non permetteremo mai a nessuno, ad alcuna organizzazione o a qualsiasi partito politico, in qualsiasi momento o in qualsiasi forma, di separare qualsiasi parte del territorio cinese dalla Cina», ha detto il Presidente.