8 novembre – Hassan Rouhani

Iranian President Rouhani addresses the 72nd United Nations General Assembly at U.N. headquarters in New York
foto via Reuters.com

«Perché state mostrando ostilità verso i popoli della Siria e dell’Iraq? Perché state rafforzando l’Isis e lasciando i popoli della regione nelle sue mani? Perché interferite con gli affari interni del Libano e con la sua governance?»

Il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, è intervenuto oggi nella disputa in corso tra il suo Paese e l’Arabia Saudita e lo ha fatto lanciando a Riyad accuse molto pesanti: di esacerbare le ostilità in corso in Yemen; di sostenere finanziariamente lo Stato Islamico; di aver orchestrato e programmato le dimissioni, fatto senza precedenti, del Primo Ministro libanese Saad Hariri.

La risposta di Rouhani giunge a un giorno solo di distanza dalle dichiarazioni del Principe saudita Mohammad bin Salman, che aveva accusato Teheran di aver lanciato un attacco militare diretto all’Arabia Saudita, rifornendo i ribelli Houti in Yemen di diverse batterie di missili; accusa che Teheran ha rispedito immediatamente al mittente. Proprio domenica, infatti, Riyad aveva fatto sapere di aver intercettato uno di questi missili partito dallo Yemen e diretto proprio sulla capitale saudita.

Rouhani ha descritto l’attacco missilistico da parte degli Houthi come una legittima risposta all’aggressione saudita dello Yemen. «Come dovrebbe reagire il popolo yemenita al bombardamento del proprio Paese? Quindi non è loro permesso di usare le proprie armi? Se voi per primi fermaste i bombardamenti, vedreste se gli yemeniti non farebbero lo stesso», ha detto il Presidente iraniano.

Lo stesso Presidente ha poi difeso il ruolo che l’Iran sta svolgendo sia in Iraq che in Siria, nello sconfiggere militarmente lo Stato Islamico e nell’impedire la diffusione del terrorismo. «L’Iran è accusato di interferire nella regione, mentre sta aiutando l’Iraq e la Siria a combattere il terrorismo su richiesta di questi ultimi e siamo orgogliosi di poter fermare l’Isis dal raggiungiere i suoi obiettivi», ha affermato Rouhani.

«L’Arabia Saudita conosce la nostra forza, che è maggiore della sua, e non può fare niente contro l’Iran», ha poi dichiarato stamattina il Presidente iraniano, come riportato dalla tv libanese filo-iraniana al Mayadin. Successivamente, di fronte al Consiglio dei Ministri, Rouhani ha definito l’obiettivo primario del Paese: «Noi vogliamo la stabilità e la sicurezza della regione».

In particolare, Rouhani ha accusato l’Arabia Saudita di aver pilotato le dimissioni del Primo Ministro libanese Saad Hariri. «Non c’è alcun caso nella storia di un Paese che imponga alle autorità di un altro di dimettersi solo per interferire con i suoi affari interni. Questo è un evento senza precedenti nella storia. Dove andrete di questo passo?», ha detto il leader iraniano, che ha poi rincarato la dose nei confronti di Riyad, «Perché state mostrando ostilità verso i popoli della Siria e dell’Iraq? Perché state rafforzando l’Isis e lasciando i popoli della regione nelle sue mani? Perché interferite con gli affari interni del Libano e la sua governance?».

6 giugno – Donald Trump

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foto via Formiche.net

«Nella mia recente visita in Medio Oriente ho detto che non ci potrà più essere alcun finanziamento all’Ideologia Estremista. I leader politici hanno puntato il dito contro il Qatar – guardate! È bello vedere che il mio incontro in Arabia Saudita con il re e [i rappresentanti di] altri 50 paesi sta dando i suoi frutti. Hanno detto che terranno una linea dura contro i finanziamenti all’estremismo, e tutti gli indizi puntavano al Qatar. Forse questo sarà l’inizio della fine per l’orrore del terrorismo!»

Donald Trump

Scrivendo su Twitter, Donald Trump ha commentato per la prima volta la crisi tra Qatar e altri paesi arabi, attribuendo il merito del blocco economico e diplomatico imposto all’emirato mediorientale alla sua recente visita in Arabia Saudita.

Nella notte tra domenica e lunedì, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto hanno annunciato che interromperanno le vie di comunicazione aeree, marittime e terrestri con il Qatar, accusando l’emirato di sostenere movimenti estremisti, di coltivare relazioni con l’Iran e di costituire un rifugio per alcuni leader di Hamas e della Fratellanza Musulmana. A questi paesi lunedì mattina si sono aggiunti anche lo Yemen, il governo della Libia orientale, il Bahrein e le Maldive. Tutti questi stati, a maggioranza musulmana sunnita (eccetto il Bahrein, che è a maggioranza sciita ma è governato da oltre due secoli da una monarchia sunnita), hanno anche deciso di sospendere ogni relazione diplomatica con Doha, la capitale del Qatar.

I commenti entusiasti di Trump, sebbene non difendano apertamente il boicottaggio, contraddicono i toni più diplomatici con cui si sono espressi in proposito il segretario della Difesa statunitense, James Mattis, e il segretario di Stato Rex Tillerson. Entrambi i membri dell’amministrazione Usa hanno esortato i paesi al centro della crisi a trovare un compromesso.

L’appoggio del presidente americano al blocco diplomatico, scrive il quotidiano britannico The Guardian, segna un palese allontanamento dalla sua posizione di due settimane fa, quando incontrò l’emiro del Qatar a Riyad, in Arabia Saudita. «Siamo amici, indirettamente siamo amici da molto tempo» aveva detto Trump in quell’occasione «il nostro rapporto è ottimo».

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Donald Trump incontra l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani a Riyad, Arabia Saudita, il 21 maggio. Foto via Theguardian.com (Jonathan Ernst/Reuters)

21 maggio – Donald Trump

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foto via Repubblica.it

“Il terrorismo si è diffuso nel mondo intero. […] L’America è pronta a stare dalla vostra parte, in nome degli interessi comuni e della sicurezza. Ma le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che sia la forza dell’America a schiacciare questo nemico per loro. Le nazioni del Medio Oriente dovranno decidere quale futuro vogliono per se stesse, per il loro paesi, per i loro figli”

Donald Trump

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato di fronte a più di 50 autorità di paesi arabi e musulmani, esortandoli a combattere insieme all’America il terrorismo di matrice islamica. Il discorso di Trump è stato il momento più importante ed atteso del suo viaggio di stato a Riyad, in Arabia Saudita.

“Questo raduno è un momento unico nella storia delle nazioni”, ha detto il presidente Usa. “Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che la forza dell’America schiacci questo nemico per voi. Le nazioni musulmane devono volere farsi carico di questo sforzo se vogliamo sconfiggere il terrorismo, farci trovare pronti di fronte alla più grande prova della Storia e piegare l’estremismo”.

Trump ha definito la guerra all’estremismo islamico “una battaglia tra il bene e il male”: “Non è una battaglia tra fedi o tra civiltà. È una battaglia tra barbari criminali che cercano di distruggere la vita umana, e le persone oneste di tutte le religioni che cercano di proteggerla”.

Come hanno fatto notare diversi commentatori, il tono usato da Trump è stato molto diverso da quello che aveva caratterizzato i suoi riferimenti ai paesi islamici nel corso della campagna elettorale. “Penso che l’Islam ci odi”, aveva affermato in un’intervista a marzo dell’anno scorso.

Le parole pronunciate oggi da Trump sono state invece più concilianti: “Non siamo qui per dare lezioni. Non siamo qui per dire alle altre persone come vivere, cosa fare, chi essere, o come pregare. Al contrario, siamo qui per offrire collaborazione, basata su valori e interessi comuni, al fine di conquistare un futuro migliore per tutti noi”.

Funzionari della Casa Bianca hanno detto di considerare il discorso di oggi una sorta di contrappeso al discorso che nel 2009 l’allora presidente Barack Obama pronunciò all’Università del Cairo rivolgendosi all’intero mondo musulmano. In quell’occasione, Obama riconobbe che gli Stati Uniti avevano compiuto alcuni passi falsi nella regione mediorientale. Le parole di Obama furono condannate da molti politici del Partito Repubblicano e anche dai rappresentanti di alcuni paesi alleati degli Stati Uniti nel Medio Oriente, Arabia Saudita in primis.

Come scrive il giornalista Federico Rampini su Repubblica, inoltre, il discorso di Obama conteneva un appello a valori universali comuni (che alcuni interpretarono a posteriori come uno dei fattori che avrebbero ispirato l’accendersi delle primavere arabe), mentre “Trump dice l’esatto contrario: non mi interessa sapere come trattate i vostri cittadini (sudditi, nel caso della monarchia saudita e altre) in casa vostra, purché siate dalla nostra parte nella lotta al terrorismo”.

“I nostri amici non dovranno mai dubitare del nostro appoggio. Le alleanze migliorano la sicurezza attraverso la stabilità, non gli strappi radicali. Prenderemo le nostre decisioni basandoci sul mondo reale, non su ideologie inflessibili. Quando sarà possibile, cercheremo riforme graduali, non interventi improvvisi”, ha detto Trump.

20 maggio – Re Salman

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foto via Bbc.com

“Diamo il benvenuto al Presidente degli Stati Uniti Trump in Arabia Saudita. Signor Presidente, la sua visita rafforzerà la nostra collaborazione strategica, come guida verso la sicurezza e la stabilità globale”

Re Salman

E’ atterrato questa mattina presto a Riyad, capitale dell’Arabia Saudita, l’Air Force One, con a bordo il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ad attenderlo al terminal dell’aeroporto c’era un lungo tappeto rosso e un’intera delegazione saudita, con a capo il Re in persona, Salman Bin Abdulaziz Al Saud, che in precedenza aveva scritto un messaggio di benvenuto su Twitter per il Presidente americano.

I due capi di stato si sono scambiati una stretta di mano e un breve saluto, tra squilli di trombe, spari di cannone e le acrobazie dei jet militari sauditi che hanno disegnato nel cielo i colori della bandiera americana: rosso, bianco e blu. “Sono molto felice di vederti” ha detto Re Salman, a cui Trump ha risposto: “E’ un grande onore”. Insieme hanno poi posato per alcune foto nella Sala Reale dell’aeroporto.

Trump resterà in Arabia Saudita fino a domani, domenica 21 maggio. Poi si recherà per due giorni in Israele, con tappe a Tel Aviv, Gerusalemme e Betlemme. In seguito, andrà a Roma, dapprima in visita in Vaticano da Papa Francesco e poi dal Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni. Il 25 maggio volerà, invece, a Bruxelles, dove peraltro incontrerà per la prima volta il neo-Presidente francese Emmanuel Macron. Infine, il 26 e il 27 maggio sarà di nuovo in Italia, nell’isola sicula di Taormina, dove si terrà il G7.

Si tratta della prima visita ufficiale all’estero per Donald Trump, che capita proprio in un momento in cui la sua posizione a Washington è tutt’altro che rosea. Lo scandalo conosciuto come Russiagate, il processo all’ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, il licenziamento del direttore dell’Fbi Comey, le rivelazione dei segreti di intelligence sulla Siria al Ministro degli esteri russo Lavrov costituiscono una miscela potenzialmente esplosiva per il Presidente.

Oggi, il Washington Post riporta un’altra pessima notizia per Trump. Gli investigatori che indagano sui presunti rapporti tra l’amministrazione in carica e la Russia avrebbero indviduato un alto funzionario della Casa Bianca, molto vicino al Presidente, come elemento chiave per fare luce sulla vicenda. Secondo il quotidiano inglese Independent, la “persona di interesse” a cui fanno riferimento le indagini e che dovrebbe essere interrogata dall’Fbi è Jared Kushner, il marito della figlia Ivanka e consigliere personale del Presidente.

Lontano dai fantasmi di Washington, Trump può concentrarsi sull’Arabia Saudita, da sempre l’alleato arabo più fidato e più fedele degli Stati Uniti. L’obiettivo primario dei due Paesi, in particolare di Riyad, è di recuperare un rapporto che si era parecchio deteriorato durante la Presidenza Obama. Infatti, l’impegno profuso dall’amministrazione Obama per giungere a un accordo sul nucleare con l’Iran, conosciuto come “Joint Comprehensive Plan of Action”, aveva fatto suonare più di qualche allarme in casa Saud. Il timore diffuso era che la “dottrina Obama” volesse porre Teheran come perno dell’equilibrio politico e militare del Medio Oriente, togliendo questo compito proprio all’Arabia Saudita.

Sicuramente Trump non parlerà né di diritti umani né di tolleranza religiosa, come aveva fatto Obama al Cairo nel 2009. Come riporta il New York Times, domani il Presidente dovrebbe tenere un discorso ufficiale in cui chiamerà a raccolta tutti il mondo musulmano a unirsi nella lotta al terrorismo e all’estremismo religioso. In particolare, il Presidente ha di mira lo Stato Islamico (Is), che minaccia la stabilità e l’esistenza della stessa monarchia saudita.

Trump si è recato a Riyad soprattutto per chiudere affari importanti. Soltanto la compagnia petrolifera di stato saudita Aramco, per voce del suo capo Amin Nasser, ha dichiarato di aspettarsi un accordo da almeno 50 miliardi di dollari con altre 10 compagnie petrolifere americane. Del resto, Trump era accompagnato, sull’Air Force One, da una delegazione di uomini d’affari, tra cui Larry Fink di Blackstone, Michael Corbat di Citigroup, Roy Harvey di Alcoa, Adena Friedman del Nasdaq e il consigliere finanziario Michael Klein.

Tuttavia, gli affari maggiori sono previsti dalla cooperazione militare. Sempre secondo il New York Times, Stati Uniti e Arabia Saudita dovrebbero annunciare un nuovo accordo, già siglato dalle due parti, per la vendita di armi e tecnologia militare. L’accordo prevede la cessione di armamenti americani a Riyad per un totale di 110 miliardi di dollari nel corso dei prossimi 10 anni. A beneficiarne sarà soprattutto la multinazionale Lockheed Martin, che avrebbe pronto un sistema missilistico THAAD del valore di circa un miliardo, oltre a un sistema di controllo dei missili di tipo informatico e satellitare. Riporta, sempre il New York Times, che nell’accordo sarebbe intervenuto direttamente proprio Jared Kushner, il quale sarebbe riuscito a ottenere direttamente dalla Lockheed uno sconto ad hoc per i sauditi.

Un tale riarmo militare serve a Riyad, innanzitutto, per contrastare la crescente minaccia rappresentata dall’Iran. In secondo luogo, per affrontare la difficile e potenzialmente disastrosa campagna militare in Yemen. Lo stesso governo saudita ha confermato che questa notte, proprio in concomitanza con l’arrivo dell’Air Force One, è stato intercettato un missile lanciato dal suolo yemenita. I responsabili dell’attacco sarebbero i ribelli Houthi, una tribù sciita alleata dell’Iran, che avrebbero potuto colpire la capitale; il missile, infatti, stando al resconto delle autorià saudite, sarebbe stato stato intercettato a soli 200km da Riyad.