21 ottobre – Evo Morales Ayma

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foto via Pagina12.com.ar

«Siamo addolorati per la morte di Santiago Maldonado, le nostre condoglianze alla famiglia e al popolo argentino. Si faccia chiarezza su questo codardo e deprecabile assassinio»

Evo Morales, il presidente della Bolivia, ha voluto twittare un messaggio rivolto «al popolo argentino» a seguito del rinvenimento del corpo di Santiago Maldonado. Si tratta dell’attivista argentino scomparso il 31 luglio nella provincia di Chubut, nel sud dell’Argentina, dove partecipava a una manifestazione dei Mapuche contro l’esproprio della loro terra, manifestazione repressa irregolarmente dalla Gendarmeria, un corpo di sicurezza di carattere militare.

Il caso, su cui è intervenuta anche l’ONU, ha suscitato grande scalpore in Argentina. La famiglia Maldonado e una consistente parte dell’opinione pubblica ritiene colpevole il governo, che ha intralciato la giustizia. L’Human Right Watch e altre associazioni, come Amnesty International, hanno evidenziato la scarsa trasparenza delle forze dell’ordine del governo. L’autopsia, pur escludendo che sia stata una collutazione la causa della morte, non è ancora in grado di stabilire come sia stato ucciso Maldonado. Invece, pare certa la presenza della Gendarmeria nella circostanza, dato che il luogo di ritrovamento del corpo (tra l’altro, un fiume piuttosto freddo, che ne ha prevenuto la decomposizione) è a poche centinaia di metri da dove è avvenuta la repressione.

In Argentina, il caso Maldonado ha accompagnato gli ultimi due mesi di campagna elettorale, che si chiude domani con il voto. “Due sconcertanti misteri incombono” sull’elezioni, scrive il New York Times. Uno è, appunto, la scomparsa dell’attivista: Macri ha una posizione piuttosto ambigua in merito ai diritti umani e, soprattutto, alla questione dei desaparecidos, a cui viene il caso Maldonado viene accostato. Sull’altra figura importante della scena politica argentina ovvero l’ex-presidente Cristina Fernández de Kirchner, che ambisce a un seggio al senato, pende ancora la misteriosa morte del procuratore, Alberto Nisman, avvenuta nel gennaio del 2015, il quale l’aveva formalmente accusata di aver coperto il rapporto del governo argentino con l’Iran in merito all’attentato del 1994 nella comunità ebraica di Buenos Aires.

10 marzo – Mariana Carbajal

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foto via Pagina12.com

“Dopo la marcia storica che ha riunito innumerevoli persone e che si è svolta nella calma e con un successo notevole, si è tentato di disciplinare il movimento delle donne. Quello che vogliono è creare paura, perché altre donne non desiderino unirsi alla protesta. E l’hanno fatto, dando luogo a una caccia alle donne”

Mariana Carbajal

In Argentina, a Buenos Aires, da dove si è diffusa l’idea dello sciopero dell’8 marzo (ma l’idea è nata in Polonia, racconta Mercedes Funes), la manifestazione del movimento “Ni Una Menos” ha visto la partecipazione di oltre 250 mila donne, riunite in Plaza de Mayo, uno dei luoghi simbolici della politica argentina. La giornata dell’8 marzo, che si è svolta senza episodi di violenza rilevanti, si è conclusa, tuttavia, con la detenzione di una ventina di manifestanti (ora libere), soprattutto giornaliste, scrittrici, musiciste e registe, da parte della polizia.

Il collettivo “NiUnaMenos”, il CELS (Centro de Estudios Legales y Sociales) e altre associazioni, hanno tenuto oggi una conferenza stampa per denunciare quella che Mariana Carbajal, la giornalista e presidente del collettivo, assieme alle altre relatrici definiscono una “decisione politica programmata” volta a “generare paura, regolarizzare e disciplinare la protesta delle donne” e “un messaggio molto concreto di criminalizzazione della protesta”. Tra le persone detenute, la giornalista Laura Arnés, che scrive per la rivista Página|12, nella conferenza stampa, ha raccontato che la polizia non solo le ha rivolto frasi ingiuriose e razziste ma ha anche agito violenza fisica, in alcuni casi sessuale, su di lei e le altre detenute.

La sezione argentina di Amnesty International, in una nota, ha espresso la propria preoccupazione, in quanto gli arresti sarebbero “indiscriminati”, e ha ricordato che l’Argentina è già stata condannata dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani e dal Comitato contro la Tortura dell’Onu per l’operato della polizia. Mariela Belski, presidente di Amnistía Internacional Argentina ha sottolineato che la repressione violenta da parte delle forze dell’ordine è in linea con il “Protocollo di Attuazione delle Forze di Sicurezza dello Stato nelle Manifestazioni Pubbliche” entrato in vigore nel 2015 e  voluto dal ministero della sicurezza.