11 settembre – Zeid Ra’ad al-Hussein

 

10-16-2014Zeid_Hussein
foto via Un.org

 

«Invitiamo il governo a porre fine all’attuale crudele operazione militare, assumendosi la responsabilità per tutte le violazioni che sono state commesse, e a contrastare la dura e diffusa discriminazione contro il popolo dei rohingya… La situazione è un chiaro esempio di pulizia etnica»

Zeid Ra’ad al-Hussein

Quest’oggi, all’apertura della 36esima sessione del Consiglio dei diritti dell’uomo,  Zeid Ra’ad al-Hussein, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, ha tenuto un discorso dal titolo “Più buio e pericoloso”, sui paesi in cui avvengono più violazioni di diritti umani. Ha parlato della situazione nella Repubblica centroafricana e nel Burindi e della persecuzione dei rohingya a Myanmar. A proposito di quest’ultima, Zeid ha ricordato i recenti rapporti dell’UNHCHR, secondo i quali “è molto probabile la perpetrazione di crimini contro l’umanità”. Ha chiesto, quindi, al governo di Myanmar di «smettere di affermare che i rohingya abbiano dato fuoco alle loro stesse cose e distrutto i loro villaggi. Negare così la realtà danneggia gravemente il prestigio internazionale di un Governo che, sin recentemente, ha beneficiato di grande benevolenza».

Come raccontano i reportage del The Guardian e del New York Times, da fine agosto ad oggi 313 mila persone appartenenti alla minoranza musulmana dei rohingya sono fuggite da Myanmar al Bangladesh. A seguito, infatti, di un attacco di un gruppo di resistenza contro alcuni militari, avvenuto il 25 agosto, il governo ha ordinato la repressione militare dello stato di Rakhine. Qui si trova la maggior parte della minoranza già pesantemente afflita da discriminazione e violenza, essenzo priva di qualsiasi diritto politico.

Nei giorni scorsi, Amnesty International ha denunciato l’uso di mine terrestri anti-uomo contro le persone in fuga. L’imponente flusso migratorio che si sta verificando ha reso più tesi anche i rapporti con il Bangladesh: ieri il ministro degli esteri del paese vicino ha affermato che «la comunità internazionale dice che è un genocidio. Anche noi diciamo che è un genocidio»,  aggiungendo che le 700 mila persone giunte in Bangladesh «ora sono un problema di portata nazionale».

Quest’oggi il ministro degli affari esteri di Myanmar, retto dalla premio nobel Aung San Suu Kyi, ha rilasciato un comunicato con cui esprime la propria preoccupazione per la sofferenza di «tutte le comunità» della zona, senza menzionare i rohingyia. Sul silenzio di Aung San Suu Kyi a proposito di questa persecuzione si è interrogato il The Guardian. La scorsa settimana, in una lettera aperta, il premio nobel Desmond Tutu, le ha scritto che «è incoerente per un simbolo di giustizia essere alla guida di un paese simile». Abbiamo tradotto la sua lettera aperta ad Aung San Suu Kyi, la trovate nella sezione «Lettere e interviste».

 

9 settembre – Tirana Hassan

tirana hassan
foto via Adelaidenow.com.au

«I governi che continuano a fornire addestramento o a vendere armi all’esercito di Myanmar stanno rafforzando un soggetto che sta portando avanti operazioni militari di feroce violenza  contro i rohingya, tali da costituire crimini contro l’umanità. Devono fermarsi immediatamente, così come i governi che stanno pensando di farlo in futuro»

Tirana Hassan

Tirana Hassan, direttrice di Amnesty Internazional per le risposte alle crisi, ha commentato con queste parole la nuova denuncia dell’organizzazione contro la persecuzione dei rohingya da parte dell’esercito di Myanmar. Amnesty riferisce di aver trovato prove e testimonianze di militari che collocano mine anti-persona sul confine nord-ovest dello stato di Rakhine. Hassan spiega, inoltre, che solo Corea del Nord e Siria usano mine terresti anti-persona e che «abbiamo raggiunto un nuovo picco nell’orribile situazione in atto nello stato di Rakhine. Il ricorso spietato ad armi indiscriminate e mortali lungo percorsi di confine estremamente affollati sta mettendo in grave rischio la vita dei civili in fuga». Proprio pochi giorni fa, la stessa Hassan affermava che «la zona è sull’orlo di un disastro umanitario». Denunciava ancora Amnesty,  infatti, che il governo di Myanmar sta bloccando gli aiuti umanitari a Rakhine, a seguito degli scontri con la resistenza rohingya.

Da Rakhine passa la fuga della minoranza musulmana dei rohingya verso il Bangladesh. A Myanmar, i rohingya «sono senza documenti per legge» e perciò non hanno alcun diritto politico. Dal 2012 vi è stata una recrudescenza dei rapporti con il resto del Paese e, secondo l’ONU, da allora più di 120 mila persone hanno lasciato il paese. All’origine della persecuzione, ipotizza il The Guardian, potrebbero esserci moventi più economici che religiosi, come invece di norma viene indicato. Dall’ottobre 2016, poi, vi è stata un’offensiva dell’esercito contro i gruppi armati rohingya, e nello scorso febbraio l’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha stabilito che l’esercito ha commesso crimini che potrebbero essere giudicati contro l’umanità.