9 novembre – Donald Trump

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foto via Apnews.com (AP Photo/Andy Wong)

«Non incolpo la Cina. Dopotutto, chi può biasimare un paese per essere capace di approfittarsi di un altro paese a beneficio dei propri cittadini?»

Giovedì è stato il secondo e ultimo giorno della visita di Donald Trump in Cina: il presidente degli Stati Uniti, scrive AP News, ha avuto modo di partecipare a «lunghi» incontri con il suo omologo cinese, Xi Jinping, durante i quali si è discusso di temi cruciali per le relazioni tra i due stati.

Tra questi, il tema dei rapporti commerciali tra Usa e Cina: nel corso di un intervento pubblico, Trump ha definito questi rapporti «molto unilaterali e ingiusti» a causa del deficit che pesa sul versante americano (a ottobre di quest’anno il deficit commerciale degli Stati Uniti rispetto alla Cina era di 223 miliari di dollari).

Il presidente Usa ha detto che la Cina «deve immediatamente correggere le ingiuste pratiche commerciali» che hanno prodotto un surplus (da parte cinese) così «scandalosamente» alto, impegnandosi inoltre a rimuovere le barriere per l’accesso al mercato nazionale e a risolvere il problema del furto di proprietà intellettuale.

Al tempo stesso, però, Trump non ha voluto attaccare apertamente il suo interlocutore, Xi Jinping, e ha affermato di non biasimare la Cina per avere tratto vantaggio dai rapporti commerciali favorevoli con gli Stati Uniti. «Dopotutto, chi può biasimare un paese per essere capace di approfittarsi di un altro paese a beneficio dei propri cittadini?» ha detto Trump, ricevendo applausi dai presenti. «Riconosco il grande merito della Cina».

Trump aveva fatto della riduzione del deficit commerciale una priorità per la propria amministrazione. Durante la campagna elettorale aveva accusato la Cina di «violentare il nostro paese» dal punto di vista commerciale, e aveva promesso che avrebbe posto rimedio a questo squilibrio.

24 ottobre – Xi Jinping

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foto via https Huffingtonpost.com

«Vivendo in un’epoca così eccezionale, siamo tutti più fiduciosi e orgogliosi, e sentiamo anche il peso della responsabilità su di noi. Dobbiamo avere il coraggio e la determinazione di continuare le storiche conquiste ottenuto dal popolo cinese sotto la guida del Partito Comunista, generazioni dopo generazioni, di raggiungere nuovi obiettivi all’altezza di questa grande epoca e proseguire verso un ancor più luminoso futuro»

Quest’oggi il Partito Comunista Cinese ha approvato l’emendamento con cui «il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era» viene inscritto nella sua carta costituente. Si tratta di una decisione molto significativa, poiché Xi Jinping, Segretario Generale del Partito e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, riceve un onore che è stato concesso soltanto a due altre figure nella storia del paese: Deng Xiaoping e Mao Zedong. Solamente quest’ultimo, poi, era in vita quando il suo pensiero veniva assunto nella carta. Dunque, Xi Jinping viene elevato di fatto a leader più potente nella storia del paese dopo Mao.

Occorre spiegare che la carta del Partito non corrisponde alla costituzione della Repubblica Popolare Cinese. È il novero di principî del partito comunista che ne è alla guida, e riguarda, per esempio, l’organizzazione, la disciplina e la filosofia della storia del partito. La carta viene rivista e approvata ogni cinque anni durante il Congresso del Partito, che, giunto alla sua 19esima edizione, si è concluso quest’oggi. Ora che «il pensiero di Xi Jinping» è entrato tra i principî del Partito significa che andare contro Xi può valere l’accusa di eresia.

Il The Guardian sostiene che questa «storica decisione» potrebbe indicare che Xi rimarrà in carica anche dopo il suo secondo mandato, che scade nel 2022. Il New York Times precisa, invece, che il termine chiave è «nuova era»: l’obiettivo politico di Xi è di rendere la Cina di nuovo potente (tramite le già avviate politiche di rinforzo del potere militare e del ruolo cinese negli affari internazionali), dopo che nelle due precedenti eree, quella di Mao e quella di Deng, è stata resa indipendente e prospera.

18 ottobre – Xi Jinping

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foto via Xinhuanet.com

«Nessun Paese può affrontare da solo le molte sfide che interessano tutta l’umanità; nessun Paese può permettersi di ritirarsi nell’auto-isolamento»

Xi Jinping

Xi Jinping ha inaugurato oggi una «nuova era» per la politica e per la storia della Cina, parlando al Congresso del Partito Comunista cinese, che segna il termine del suo primo mandato alla guida del Paese. Di fronte alla Grande Sala del Popolo di Pechino, sede del 19esimo Congresso del Partito, gremita di oltre 2200 delegati proveniente da tutte le province, ha esposto la sua “Dottrina del socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era”.

«Dopo decenni di duro lavoro, il socialismo con caratteristiche cinesi ha attraversato la soglia in una nuova era», ha esordito Xi Jinping. Per il leader cinese, è tempo che la nazione si trasformi in una «grande forza», che possa guidare il mondo nell’affrontare le questioni politiche, economiche, militari e ambientali.

«Questa è una nuova tappa storica nello sviluppo della Cina», ha dichiarato Xi, durante le 2 ore e 33 minuti di discorso, «La nazione cinese […] è cresciuta, si è arricchita ed è diventata forte – e ora abbraccia le brillanti prospettive di ringiovanimento […] Sarà un’era che vedrà la Cina avvicinarsi al centro della scena e dare maggiori contributi all’umanità».

«L’economia cinese non chiuderà le porte al mondo», ha assicurato il leader cinese, aprendo alla possibilità di nuove riforme per favorire l’economia di mercato, fermo restando l’imperativo di mantenere solide le numerose imprese di stato. Una simile apertura economica, tuttavia, non implica affatto una svolta politica in senso democratico. «Nessun sistema politico dovrebbe essere considerato l’unica scelta e noi non dovremmo copiare meccanicamente i sistemi politici di altri Paesi», ha detto Xi, «Il sistema politico del socialismo con caratteristiche cinesi è una grande creazione».

Dal punto di vista delle relazioni internazionali, Xi Jinping ha voluto rimarcare un maggiore impegno del suo Paese nell’affrontare le sfide globali; forse lanciando una sfida indiretta all'”America First” di Donald Trump. «Nessun Paese può affrontare da solo le molte sfide che interessano tutta l’umanità; nessun Paese può permettersi di ritirarsi nell’auto-isolamento», ha affermato Xi.

Ultima, ma non meno importante in ottica cinese, la questione di Hong Kong, di Macao e, soprattutto, di Taiwan; territori che la dottrina del Partito Comunista ritiene parte integrante della Cina. «Non permetteremo mai a nessuno, ad alcuna organizzazione o a qualsiasi partito politico, in qualsiasi momento o in qualsiasi forma, di separare qualsiasi parte del territorio cinese dalla Cina», ha detto il Presidente.

28 settembre – Lu Kang

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foto via Fmprc.gov.cn

«Siamo contrari a qualsiasi guerra nella Penisola Coreana. La comunità internazionale non permetterà mai una guerra che farebbe precipitare le persone in un abisso di miseria»

Lu Kang

La tensione tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti rimane altissima, soprattutto dopo le recenti dichiarazioni del Ministro Ri Yong Ho, secondo cui Washington avrebbe dichiarato guerra a Pyongyang e il suo Paese si starebbe attrezzando per infliggere «le peggiori sofferenze» al popolo americano. Chiaramente, nella contesa non poteva non far sentire la propria voce pure la Cina, che della regione è la maggiore potenza sia militare che economica.

Oggi, in un comunicato apparso sul sito internet del Ministero del Commercio, la Cina ha annunciato che attuerà presto le sanzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo scorso 11 settembre. Secondo il provvedimento, non saranno soltanto le compagnie nordcoreane presenti in Cina a dover chiudere, ma anche le joint-venture miste sino-nordcoreane operanti nel Paese. Il tutto dovrà essere eseguito entro 120 giorni dall’approvazione delle sanzioni, ossia entro il 1 gennaio 2018.

L’applicazione di tale provvedimento è una notizia particolarmente dura per il regime di Pyongyang, di cui Pechino è il maggior alleato nonché partner commerciale. Infatti, circa il 90% degli scambi complessivi della Corea del Nord è rivolto alla Cina. Motivo per cui gli Stati Uniti hanno insistito a lungo affinché Pechino adoperasse il proprio peso economico per ridimensionare i progetti nucleari di Kim Jong-un.

Del resto, la Cina si è sempre opposta a qualsiasi opzione militare, sia che si trattasse di un intervento americano preventivo che dell’installazione del sistema missilistico di difesa THAAD in Corea del Sud. Posizione ribadita ancora oggi dal portavoce del Ministero della Difesa, Lu Kang, che in conferenza stampa ha affermato: «Siamo contrari a qualsiasi guerra nella Penisola Coreana. La comunità internazionale non permetterà mai una guerra che farebbe precipitare le persone in un abisso di miseria».

«Le sanzioni e la promozione del dialogo sono entrambi requisiti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non dobbiamo dare troppa enfasi a un aspetto, ignorando l’altro», ha poi detto Lu Kang, sottolineando l’importanza del dialogo con la controparte nordcoreana. «La questione nucleare nella Penisola Coreana è legata alla pace e alla stabilità regionale, nonché agli interessi vitali di tutte le parti interessate», ha continuato il portavoce del Ministero della Difesa, «la rottura del blocco richiede che tutte le parti interessate mostrino la loro sincerità».

Anche il portavoce del Ministero della Difesa Nazionale, Wu Qian, ha tenuto a rimarcare gli “enormi” sforzi compiuti dalla Cina nell’affrontare la questione nucleare coreana. «Il nucleo della questione nucleare della Penisola Coreana è il conflitto tra la Repubblica Popolare Democratica di Corea e gli Stati Uniti», ha affermato Wu Qian in una conferenza stampa tenutasi oggi, «Noi speriamo che i paesi interessati possano assumere un atteggiamento responsabile e fare osservazioni volte ad alleviare le tensioni e fare qualcosa di concreto».

Di fronte alla domanda su come si comporterebbe la Cina a seguito di un intervento militare in Corea del Nord, il portavoce ha ribadito la necessità di proseguire con il dialogo. «L’intervento militare non può diventare un’opzione», ha detto Wu Qian, aggiungendo pure un monito: «L’esercito cinese farà tutti i preparativi necessari per proteggere la sovranità e la sicurezza del Paese e la pace e la stabilità regionale».

12 settembre – Steven Mnuchin

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foto via Cbsnews.com

«Se la Cina non dovesse rispettare queste sanzioni, noi metteremo nuove sanzioni e impediremo loro di accedere al mercato statunitense e internazionale in dollari, e questo è piuttosto significativo»

Steven Mnuchin

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità le nuove sanzioni contro il regime di Pyongyang. L’accordo prevede lo stop alla fornitura alla Corea del Nord di gas naturale e derivati del petrolio oltre la soglia di 500mila barili per tre mesi, dal primo ottobre al 31 dicembre, e oltre 2 milioni di barili all’anno a partire dal primo gennaio 2018. La risoluzione prevede poi il divieto dell’export di prodotti tessili, che sono la seconda maggiore esportazione del Paese, per un totale di 752 milioni di dollari, di cui quasi l’80% destinato alla Cina.

La bozza originale presentata dagli Stati Uniti per mezzo della loro ambasciatrice, Nikki Haley, era in realtà molto più dura. Tuttavia, il rischio che Russia e Cina potessero opporre il loro diritto di veto, mettendo in scacco l’intransigenza americana, ha convinto Washington a rivedere le proprie posizioni e a trovare un compromesso che fosse accettabile per tutti.

Nonostante la Corea del Nord potesse trovarsi in guai ben peggiori, oggi le sue autorità hanno reagito con furore alla notizia, minacciando nuovamente gli Stati Uniti. «Pagherete con le peggiori sofferenze», è stata la prima dichiarazione giunta da Pyongyang, a cui ha fatto poi eco un funzionario del governo nordcoreano che, parlando alla Cnn, ha detto: «Finché avremo il nostro arsenale nucleare, potremo garantire la sicurezza e la pace per il nostro Paese».

Gli Stati Uniti, che hanno dovuto fare un passo indietro di fronte alla ferma opposizione di Pechino e, in parte, anche di Mosca, si sono limitati a lanciare dei moniti verso gli altri membri del Consiglio di Sicurezza. In particolare, il Segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, ha avvertito la Cina che, qualora le sanzioni non venissero rispettate, potrebbero anche arrivare delle nuove sanzioni, tali da escludere Pechino dal sistema finanziario americano. «Se la Cina non dovesse rispettare queste sanzioni, noi metteremo nuove sanzioni e impediremo loro di accedere al mercato statunitense e internazionale in dollari, e questo è piuttosto significativo», ha detto Mnuchin.

Secondo quanto scrive l’agenzia americana Bloomberg, il prossimo novembre Donald Trump, nel corso del viaggio per partecipare ai vertici dell’ASEAN (Association of South East Asia Nations) e dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), si recherà anche in Cina. La Corea del Nord sarà sicuramente uno dei temi caldi di cui il Presidente americano dovrà discutere con Xi Jinping.

7 settembre – Wang Yi

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foto via Cnn.com

«Considerati i nuovi sviluppi nella penisola coreana, la Cina concorda sul fatto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe dare un’ulteriore risposta e adottare le misure necessarie»

Wang Yi

La crisi coreana prosegue, tra parole dure, minacce più o meno velate e tentativi diplomatici. La situazione generale rimane molto grave, con il regime di Pyongyng che, sebbene risulti sempre più isolato dal resto della comunità internazionale, continua a fare la voce grossa e a progettare nuovi test missilistici. «Risponderemo ai barbarici tentativi di esercitare pressioni da parte degli Stati Uniti con le nostre forti contromisure», ha detto il Ministro delle Relazioni Economiche Esterne della Corea del Nord, Kim Yong-jae.

Dopo che nei giorni scorsi erano intervenuti sia Donald Trump che l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, oggi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha iniziato a discutere di un embargo totale del petrolio nei confronti della Corea del Nord, assieme ad altre misure, quali il blocco delle esportazioni di tessuti e delle assunzioni di cittadini nord-coreani all’estero e il congelamento dei beni personali di Kim Jong-un.

Nonostante sia considerato il Paese più vicino a Pyongyang, la Cina ha confermato che sosterrà le sanzioni proposte dall’Onu. «Considerati i nuovi sviluppi nella penisola coreana, la Cina concorda sul fatto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe dare un’ulteriore risposta e adottare le misure necessarie», ha detto il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.

Lo stesso Wang ha poi affermato che la posizione della Cina non è cambiata, ma rimane fedele alla soluzione diplomatica della crisi. «Ogni nuova azione intrapresa dalla comunità internazionale contro la RPDC (Repubblica Democratica Popolare di Corea) dovrebbe servire a frenare i programmi nucleari e missilistici della RPDC, mentre allo stesso tempo favorisce il riavvio del dialogo e della consultazione», ha detto il Ministro.

Intanto, proprio nella giornata di oggi, è stata completata l’installazione del sistema di difesa anti-missile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) in Corea del Sud, uno dei Paesi maggiormente minacciati dal comportamento e della propaganda del regime di Pyongyang. «Il governo ha dispiegato provvisoriamente i lanciarazzi aggiuntivi del sistema Thaad delle forze degli Stati Uniti in Corea del Sud per proteggere la vita e la sicurezza della gente dalle sempre più intense minacce nucleari e missilistiche della Corea del Nord», ha affermato il Ministero della Difesa sudcoreano in un comunicato.

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L’installazione del Thaad presso Seongju, Corea del Sud (foto via Reuters.com)

La Cina, pur aprendo diplomaticamente alla risuoluzione dell’Onu, non ha affatto cambiato opinione sul sistema di difesa anti-missile in questione, che Pechino percepisce come una minaccia diretta alla propria sicurezza nella propria sfera di influenza. «Una volta ancora, domandiamo alla Corea del Sud e agli Stati Uniti di prendere in considerazione le inquietudini di sicurezza e gli interessi della Cina, di cessare il dispiegamento in corso e di ritirare le apparecchiature in questione», ha dichiarato Geng Shuang, portavoce del Ministero degli Esteri cinese.

Ramoscelli d’ulivo, invece, sono giunti dall’Eastern Economic Forum di Vladivostok. Prima, infatti, il Presidente sud-coreano Moon Jae-in ha affermato: «Nella penisola coreana, come in tutta la regione, non ci sarà  una guerra. Questo posso dirlo con certezza». Allo stesso modo, il padrone di casa, il Presidente Vladimir Putin ha dichiarato: «Come il mio collega della Corea del Sud, sono certo che non si arriverà a un conflitto su larga scala, soprattutto con le armi di distruzione di massa», e ha poi continuato: «Le parti in conflitto avranno abbastanza buon senso e consapevolezza delle loro responsabilità verso i popoli della regione, e saremo in grado di risolvere la questione con i mezzi diplomatici».

4 luglio – Xi Jinping

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foto via Nytimes.com

«Io e il Presidente Putin condividiamo la stessa opinione che le relazioni Russia-Cina siano nelle migliori condizioni della storia. Non importa quanto possa cambiare la situazione nel mondo, la nostra determinazione e la nostra certezza nel rafforzare i nostri legami strategici rimarrà sempre la stessa»

Xi Jinping

I rapporti tra Cina e Russia si fanno sempre più stretti. Il riavvicinamento tra le due potenze, incominciato nel corso del 2014, sta iniziando a dare i suoi frutti, sia sul piano politico che sul piano economico.

Nel secondo giorno di visita a Mosca, il Presidente cinese Xi Jinping ha firmato, insieme al Presidente russo Vladimir Putin, una serie di accordi economici bilaterali del valore complessivo di circa 10 miliardi di dollari. I due Paesi hanno anche firmato un accordo di cooperazione in ambito spaziale che prevede un programma congiunto di esplorazione della Luna. Infine, è stata raggiunta l’intesa tra Gazprom e CNPC (China National Petroleum Corporation) per rendere operativo il gasdotto “Power of Siberia” a partire dal 20 dicembre 2019.

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Il Presidente cinese Xi Jinping stringe la mano al Presidente russo Vladimir Putin (foto via Ansa.it)

Nella conferenza stampa congiunta, durante la quale sono stati firmati gli accordi, il Presidente Putin ha esordito ricordando che l’economia non è l’unico campo in cui Cina e Russia devono collaborare: «L’andamento dell’economia è sempre al centro della nostra attenzione ma noi non ci occupiamo solo di questo: è importante l’unione dei nostri sforzi sull’arena internazionale, nella sfera della sicurezza, nella lotta contro le minacce e le sfide moderne». In particolare, Putin faceva riferimento agli sforzi condivisi in sede Onu, nel G20 e nell’Ocs (Organizzazione per la Cooperazione di Shangai).

«Il mondo di oggi non è stabile, su questo io e Putin siamo assolutamente d’accordo» ha detto, in risposta, il Presidente Xi Jinping. «Negli ultimi anni io e lei abbiamo ottenuto dei successi nei rapporti reciproci: nel corso di questa visita ho intenzione di discutere dettagliatamente tutte le questioni della nostra collaborazione nei diversi settori» ha poi continuato il leader cinese, che ha tenuto a fare sapere a Putin la peculiarità del loro rapporto: «Tra tutti i leader stranieri, con lei ho il rapporto più stretto: questo dimostra il carattere speciale della nostra cooperazione».

Russia e Cina hanno firmato anche una dichiarazione congiunta riguardante il programma nucleare nord-coreano. Nella notte, infatti, Pyongyang ha positivamente testato il nuovo Hwasong-14, il missile più potente finora mai ottenuto, che sarebbe stato lanciato verso le 03:30 del mattino e avrebbe volato a un’altitudine di 2500 chilometri per 39 minuti.

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Il lancio del missile visto da Seul (foto via Repubblica.it)

«Tra le priorità condivise a livello internazionale, abbiamo la complessa risoluzione dei problemi nella penisola coreana» ha detto Putin, leggendo la dichiarazione congiunta, «Al fine di garantire una pace duratura e la stabilità nel Nord-Est asiatico, abbiamo concordato di promuovere attivamente la nostra iniziativa bilaterale basata sul piano russo di una risoluzione graduale e sull’idea cinese di un congelamento parallelo dell’attività missilistica nucleare della Corea del Nord e delle esercitazioni congiunte su larga scala degli Stati Uniti e della Corea del Sud».

«L’implementazione del THAAD causerà gravi danni agli interessi strategici di sicurezza degli stati regionali, tra cui la Russia e la Cina», si legge nel comunicato, «La Russia e la Cina si oppongono alla diffusione di tali sistemi e richiamano tutti i paesi interessati a fermare e annullare il processo di implementazione immediatamente».

11 aprile – Donald Trump

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foto via Ilfattoquotidiano.it

“La Corea del Nord sta cercando guai. Se la Cina decidesse di aiutarci, sarebbe grandioso. In caso contrario, risolveremo il problema senza di loro”

Donald Trump

Un tweet, meno di 140 caratteri, sono bastati al Presidente Donald J. Trump per far salire ulteriormente la temperatura nei rapporti tra Stati Uniti e Corea del Nord.

Nella notte, tramite la Korean Central News Agency (KCNA), l’agenzia di stampa di stato della Repubblica Popolare di Corea, Pyongyang aveva voluto indirizzare agli Stati Uniti un avvertimento molto serio riguardante le intenzioni più o meno bellicose di Washington nei confronti dello stato comunista, emerse nel corso degli ultimi giorni: “Se gli Stati Uniti osano optare per un intervento militare, come un attacco preventivo e la rimozione del quartier generale, la Corea del Nord è pronta a reagire a ogni tipo di guerra desiderato dagli Usa”.

“Non imploriamo mai la pace ma adotteremo le più forti contromisure contro i provocatori per difenderci attraverso la potente forza delle armi e continuare a percorrere la strada che ci siamo scelti” aveva, inoltre, affermato un portavoce del Ministero degli Esteri che, nella medesima dichiarazione, aveva tenuto a giustificare la scelta della Corea del Nord di incrementare le proprie capacità militari di autodifesa.

Parole molto forti che descrivono una situazione di forte tensione. In particolare, sembra esserci inquietudine all’interno dell’establishment politico di Pyongyang, dopo le recenti decisioni assunte dall’amministrazione Trump.

Innanzitutto, lo spostamento della USS Carl Vinson, portaerei classe Nimitz a propulsione nucleare (divenuta famosa per aver scaricato nell’Oceano Pacifico il cadavere di Osama Bin Laden), assieme a due cacciatorpedinieri e a un incrociatore a missili teleguidati, dal porto di Singapore verso la penisola coreana, annullando il viaggio in Australia a cui erano state precedentemente destinate.

In secondo luogo, il bombardamento con 59 missili Tomahawk della base aerea siriana di Shayrat. Proprio l’attacco del 7 aprile, anziché una dichiarazione di guerra contro Assad e il presunto uso di armi chimiche da parte dell’esercito regolare siriano, assumerebbe, se mai ce ne fosse stato il dubbio, la forma di un messaggio molto chiaro nei confronti tanto di Pyongyang quanto di Pechino.

Kim Jong-un adesso sa che gli Stati Uniti di Trump, a differenza di quelli di Obama, sono pronti anche a un attacco preventivo per annientare il suo potenziale nucleare, con tutte le conseguenze di una guerra atomica che ciò comporterebbe. In questo senso, il regime si starebbe attrezzando per resistere a un eventuale first strike con missili balistici o, nel peggiore dei casi, a un’invasione vera e propria.

Pechino, invece, chiamata in causa direttamente da Trump, dal canto suo, è sospesa tra due pulsioni contrastanti. Da un lato, essa vede come un incubo geopolitico la caduta del regime di Pyongyang perché si ritroverrebbe una Corea unita e filoamericana alla frontiera. Dall’altro, la Cina sembra tollerare sempre meno le provocazioni del suo imprevedibile vicino e le continue instabilità geopolitiche che esso provoca.

Nelle ultime ore, alcune voci parlano di circa 150.00 soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare schierati sul confine sino-coreano; la 39esima e la 40sima divisione sarebbero state messe da Pechino in stato di allerta nel caso in cui dovesse salire ulteriormente la tensione.

17 gennaio – Xi Jinping

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foto via Ilsole24ore.com

“Dobbiamo dire no al protezionismo. Perseguire il protezionismo è come chiudersi dentro una stanza buia. Vento e pioggia possono pure restare fuori, ma resteranno fuori anche la luce e l’aria. […] Nessuno uscirebbe vincitore da una guerra commerciale”

Xi Jinping

Il presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, è intervenuto al World Economic Forum in corso in questi giorni a Davos (Svizzera), pronunciando un discorso a sostegno della globalizzazione e del libero scambio. Pur senza essere nominato esplicitamente, l’obbiettivo polemico del discorso di Xi Jinping  è stato il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump, il quale durante la campagna elettorale aveva promesso una serie di misure di stampo fortemente protezionista per difendere le industrie americane dalla concorrenza d’oltreoceano.

Alcuni giornali hanno fatto notare il significato strategico del discorso del presidente cinese: rendere evidente che la Cina è pronta a ritagliarsi un ruolo ancora più importante a livello globale nel caso gli Stati Uniti guidati da Trump decidano di abbracciare politiche isolazioniste.