19 settembre – Aung San Suu Kyi

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foto via Ndtv.com

«Sono consapevole del fatto che l’attenzione del mondo sia concentrata sulla situazione nello stato del Rakhine. Come membro responsabile della comunità delle nazioni, il Myanmar non teme un controllo internazionale… Anche noi siamo preoccupati. Vogliamo capire quali siano i veri problemi. Ci sono state accuse e contro-accuse. Noi ascoltiamo tutti. Dobbiamo essere sicuri che queste accuse siano basate su prove concrete, prima di prendere qualsiasi iniziativa»

Aung San Suu Kyi

Martedì mattina Aung San Suu Kyi ha parlato della crisi umanitaria che sta coinvolgendo la minoranza musulmana dei rohingya, in Myanmar, pronunciando un discorso a Naypyidaw (la capitale del paese) di fronte a diversi funzionari di governo stranieri. Era dall’inizio delle ultime violenze compiute dall’esercito birmano nello stato del Rakhine che Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, non rilasciava dichiarazioni sulla crisi dei rohingya. Alcuni attivisti per i diritti umani nei giorni scorsi avevano criticato il silenzio di Suu Kyi, invitandola a prendere posizione pubblicamente contro le violenze dei militari. Tra questi, anche i premi Nobel per la pace Malala Yousafzai e Desmond Tutu (a questo link potete leggere la nostra traduzione della lettera-appello di Tutu ad Aung San Suu Kyi).

Il discorso di Suu Kyi ha però suscitato le critiche di numerosi osservatori internazionali. La leader birmana, che oggi, dopo aver trascorso anni agli arresti domiciliari e avere portato avanti battaglie non violente per contrastare lo strapotere dell’esercito nel Myanmar, ricopre ruoli importanti all’interno dell’attuale governo del paese (tra cui quelli di Consigliere di Stato e Ministro degli Esteri), è stata infatti molto vaga sulla situazione dei rohingya e non ha criticato i militari per le violenze compiute nelle ultime tre settimane nei loro confronti.

«Sono consapevole del fatto che l’attenzione del mondo sia concentrata sulla situazione nello stato del Rakhine. Come membro responsabile della comunità delle nazioni, il Myanmar non teme un controllo internazionale» ha detto Suu Kyi. «Anche noi siamo preoccupati. Vogliamo capire quali siano i veri problemi. Ci sono state accuse e contro-accuse. Noi ascoltiamo tutti. Dobbiamo essere sicuri che queste accuse siano basate su prove concrete, prima di prendere qualsiasi iniziativa».

Suu Kyi ha inoltre affermato che le forze di sicurezza stanno prendendo tutte le misure necessarie per non colpire i «civili innocenti» e per evitare «danni collaterali». Tuttavia, scrive il Post, le parole di Suu Kyi non sembrano corrispondere alla realtà. Numerose testimonianze raccolte nelle ultime tre settimane hanno infatti mostrato le enormi violenze indiscriminate compiute dai militari contro la minoranza musulmana dei rohingya (il Myanmar è invece a stragrande maggioranza buddista). La scorsa settimana le Nazioni Unite avevano definito quello che stava avvenendo nello stato del Rakhine «un esempio da manuale di pulizia etnica».

Amnesty International ha affermato che il discorso della leader birmana ha dimostrato che Suu Kyi e il governo di cui fa parte stanno «nascondendo la testa sotto la sabbia di fronte agli orrori che avvengono nello stato del Rakhine».

«Le dichiarazioni di Aung San Suu Kyi per cui il suo governo non teme il controllo internazionale suonano false» ha detto James Gomez, il direttore regionale di Amnesty International per il sud-est asiatico.

Qui sotto il video integrale del discorso di Aung San Suu Kyi:

 

14 settembre – Tirana Hassan

 

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foto via Allevents.in

 

«Le prove sono inconfutabili: le forze di sicurezza del Myanmar stanno dando fuoco alla zona nord dello Stato di Rakhine con l’obiettivo di costringere i rohingya a scappare dal Myanmar. Non si può sbagliare: questa è una pulizia etnica»

Tirana Hassan

In questi giorni stanno emergendo sempre più informazioni e notizie a proposito della fuga dei rohingya da Myanmar. Tirana Hassan, direttrice dell’unità di crisi di Amnesty International, non ha dubbi a considerare la strategia delle forze armate di Myanmar un’opera di «pulizia etnica. Ieri, il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Gutierres, ha definito «catastrofica» la situazione umanitaria, che nelle ultime settimane registra almeno 370 mila persone in fuga verso il Bangladesh.

Quest’oggi Amnesty International ha pubblicato un resoconto degli incendi che dallo scorso 25 agosto vengono appiccati nello stato di Rakhine. Dalle immagini satellitari risultano almeno 80 incendi di larghe dimensioni in zone abitate. Secondo le testimonianze raccolte, sembra che i militari pianifichino gli attacchi e abbiano un modus operandi piuttosto preciso: spesso, avvisano i membri del villaggio di un imminente attacco; poi, il villaggio viene accerchiato e, dopo aver sparato alcuni colpi in aria per far uscire di casa le persone, i soldati appiccano fuoco alle case.

 

Anche il The Guardian quest’oggi ha pubblicato un video che ha ricevuto e che, avverte, «non è stato verificato indipendentemente dal The Guardian perché l’accesso dei giornalisti nell’area è ristretta». Il video, tuttavia, mostra persone che attraversano un fiume e che sono in fuga da un villaggio in fiamme. La BBC, nei giorni scorsi, ha riportato la testimonianza di uno dei suoi giornalisti, a cui è stato concesso di entrare, invitati dal governo di Myanmar a Rakhine, per sconfessare l’accusa di pulizia etnica. Tuttavia, afferma il giornalista, che la tesi proposta dal governo, che siano i musulmani a i militari da sé a bruciare i villaggi, è insostenibile.

 

LETTERA – Mia cara Aung San Suu Kyi

di Desmond Tutu, lettera pubblica a Aung San Suu Kyi

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foto via Theguardian.com

In merito alla persecuzione dei rohingya a Myanmar, la premio nobel e leader de facto di Myanmar, Aung San Suu Kyi non si è espressa. Il The Guardian, ripercorrendone la storia, la giudica come «l’unica premio nobel a essere diventata un’apologeta dei più grotteschi abusi dei diritti umani all’interno del suo paese», senza poter spiegare le motivazioni del suo silenzio. 

La scorsa settimana, l’arcivescovo emerito Desmond Tutu, premio nobel nel 1984 per il suo ruolo contro l’apartheid in Sudafrica, ha scritto ad Aung San Suu Kyi, sua amica. Nella lettera pubblica, di cui offriamo la nostra traduzione, Tutu la esorta, in nome del suo passato come  «simbolo di giustizia», a prendere le difese dei rohingya. 

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7 settembre 2017

Lettera aperta dall’arcivescovo emerito Desmond Tutu alla signora Aung San Suu Kyi

Mia cara Aung San Suu Kyi,

Sono ormai vecchio e decrepito, e formalmente in pensione, ma mi induce a rompere la mia promessa di rimanere in silenzio sugli affari pubblici la profonda tristezza per la terribile condizione in cui versa la minoranza musulmana dei rohingya nel tuo paese.

Per me sei una cara e adorata sorella minore. Per anni ho avuto una tua fotografia sulla mia scrivania, per ricordarmi dell’ingiustizia e del sacrificio che hai sopportato, grazie al tuo amore e impegno per il popolo del Myanmar. Tu eri simbolo della giustizia. Nel 2010 abbiamo gioito della tua liberazione dagli arresti domiciliari, nel 2012 abbiamo celebrato la tua elezione a capo dell’opposizione.

La tua presenza sulla scena pubblica alleviava la nostra inquietudine per la violenza perpetrata contro i rohingya. Ma ciò che qualcuno ha chiamato “pulizia etnica” e altri “un lento genocidio” è andato avanti, e recentemente si è inasprito. Le immagini che stiamo vedendo della sofferenza dei rohingya ci riempiono di dolore e angoscia.

Sappiamo che tu sai che gli esseri umani possono apparire e pregare in maniera diversa – e alcuni possono anche avere armi più potenti di altri – ma nessuno è superiore ad altri e nessuno è inferiore; che quando scavi un poco sotto la superficie, tutti siamo uguali, membri di un’unica famiglia, quella degli uomini; che non ci sono differenze naturali tra buddisti e musulmani; e che non importa se siamo ebrei o indù, cristiani o atei, siamo nati per amare, senza pregiudizi. La discriminazione non è un fatto naturale, viene insegnata.

Mia cara sorella, se il prezzo della tua ascesa politica ai vertici del Myanmar è il tuo silenzio, il prezzo è troppo elevato. Un paese che non è in pace con se stesso, un paese che non riconosce e non protegge la dignità e la ricchezza di tutto il suo popolo, non è un paese libero.

È incoerente per un simbolo di giustizia essere alla guida di un paese simile; è un dolore da sopportare.

Mentre assistiamo al dispiegarsi di questo orrore, ti preghiamo di essere coraggiosa e di fare resistenza, ancora. Ti preghiamo di stare dalla parte della giustizia, dei diritti umani e dell’unità del tuo popolo. Ti preghiamo di intervenire nella crisi che si sta aggravando e di riportare il tuo popolo sul cammino della giustizia.

Dio ti benedica,

Con affetto,

Desmond Tutu

 

https://www.theguardian.com/world/2017/sep/08/desmond-tutu-condemns-aung-san-suu-kyi-price-of-your-silence-is-too-steep

 

 

11 settembre – Zeid Ra’ad al-Hussein

 

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foto via Un.org

 

«Invitiamo il governo a porre fine all’attuale crudele operazione militare, assumendosi la responsabilità per tutte le violazioni che sono state commesse, e a contrastare la dura e diffusa discriminazione contro il popolo dei rohingya… La situazione è un chiaro esempio di pulizia etnica»

Zeid Ra’ad al-Hussein

Quest’oggi, all’apertura della 36esima sessione del Consiglio dei diritti dell’uomo,  Zeid Ra’ad al-Hussein, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, ha tenuto un discorso dal titolo “Più buio e pericoloso”, sui paesi in cui avvengono più violazioni di diritti umani. Ha parlato della situazione nella Repubblica centroafricana e nel Burindi e della persecuzione dei rohingya a Myanmar. A proposito di quest’ultima, Zeid ha ricordato i recenti rapporti dell’UNHCHR, secondo i quali “è molto probabile la perpetrazione di crimini contro l’umanità”. Ha chiesto, quindi, al governo di Myanmar di «smettere di affermare che i rohingya abbiano dato fuoco alle loro stesse cose e distrutto i loro villaggi. Negare così la realtà danneggia gravemente il prestigio internazionale di un Governo che, sin recentemente, ha beneficiato di grande benevolenza».

Come raccontano i reportage del The Guardian e del New York Times, da fine agosto ad oggi 313 mila persone appartenenti alla minoranza musulmana dei rohingya sono fuggite da Myanmar al Bangladesh. A seguito, infatti, di un attacco di un gruppo di resistenza contro alcuni militari, avvenuto il 25 agosto, il governo ha ordinato la repressione militare dello stato di Rakhine. Qui si trova la maggior parte della minoranza già pesantemente afflita da discriminazione e violenza, essenzo priva di qualsiasi diritto politico.

Nei giorni scorsi, Amnesty International ha denunciato l’uso di mine terrestri anti-uomo contro le persone in fuga. L’imponente flusso migratorio che si sta verificando ha reso più tesi anche i rapporti con il Bangladesh: ieri il ministro degli esteri del paese vicino ha affermato che «la comunità internazionale dice che è un genocidio. Anche noi diciamo che è un genocidio»,  aggiungendo che le 700 mila persone giunte in Bangladesh «ora sono un problema di portata nazionale».

Quest’oggi il ministro degli affari esteri di Myanmar, retto dalla premio nobel Aung San Suu Kyi, ha rilasciato un comunicato con cui esprime la propria preoccupazione per la sofferenza di «tutte le comunità» della zona, senza menzionare i rohingyia. Sul silenzio di Aung San Suu Kyi a proposito di questa persecuzione si è interrogato il The Guardian. La scorsa settimana, in una lettera aperta, il premio nobel Desmond Tutu, le ha scritto che «è incoerente per un simbolo di giustizia essere alla guida di un paese simile». Abbiamo tradotto la sua lettera aperta ad Aung San Suu Kyi, la trovate nella sezione «Lettere e interviste».

 

9 settembre – Tirana Hassan

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foto via Adelaidenow.com.au

«I governi che continuano a fornire addestramento o a vendere armi all’esercito di Myanmar stanno rafforzando un soggetto che sta portando avanti operazioni militari di feroce violenza  contro i rohingya, tali da costituire crimini contro l’umanità. Devono fermarsi immediatamente, così come i governi che stanno pensando di farlo in futuro»

Tirana Hassan

Tirana Hassan, direttrice di Amnesty Internazional per le risposte alle crisi, ha commentato con queste parole la nuova denuncia dell’organizzazione contro la persecuzione dei rohingya da parte dell’esercito di Myanmar. Amnesty riferisce di aver trovato prove e testimonianze di militari che collocano mine anti-persona sul confine nord-ovest dello stato di Rakhine. Hassan spiega, inoltre, che solo Corea del Nord e Siria usano mine terresti anti-persona e che «abbiamo raggiunto un nuovo picco nell’orribile situazione in atto nello stato di Rakhine. Il ricorso spietato ad armi indiscriminate e mortali lungo percorsi di confine estremamente affollati sta mettendo in grave rischio la vita dei civili in fuga». Proprio pochi giorni fa, la stessa Hassan affermava che «la zona è sull’orlo di un disastro umanitario». Denunciava ancora Amnesty,  infatti, che il governo di Myanmar sta bloccando gli aiuti umanitari a Rakhine, a seguito degli scontri con la resistenza rohingya.

Da Rakhine passa la fuga della minoranza musulmana dei rohingya verso il Bangladesh. A Myanmar, i rohingya «sono senza documenti per legge» e perciò non hanno alcun diritto politico. Dal 2012 vi è stata una recrudescenza dei rapporti con il resto del Paese e, secondo l’ONU, da allora più di 120 mila persone hanno lasciato il paese. All’origine della persecuzione, ipotizza il The Guardian, potrebbero esserci moventi più economici che religiosi, come invece di norma viene indicato. Dall’ottobre 2016, poi, vi è stata un’offensiva dell’esercito contro i gruppi armati rohingya, e nello scorso febbraio l’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha stabilito che l’esercito ha commesso crimini che potrebbero essere giudicati contro l’umanità.