18 settembre – Tony Blair

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foto via Theguardian.com

«Più fondamentalmente, i popoli di queste nazioni hanno gli stessi nostri desideri: pace, stabilità, salute, educazione e opportunità per un lavoro gratificante. È l’unica visione del futuro che funziona, anche perché i problemi in paesi che sembrano lontani da noi potrebbero essere più vicini di quanto pensiamo»

Tony Blair

Quest’oggi, il The Guardian ha pubblicato un articolo dell’ex-premier inglese Tony Blair. «L’aiuto da solo non fermerà la fuga dei migranti verso le coste europee» recita il titolo. Blair sostiene che Europa, Stati Uniti e i paesi alleati del Golfo arabo debbano organizzare una strategia per sostenere gli Stati che compongo il G5 del Sahel, ovvero Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania e Nigeria.

Si tratta di stati cosiddetti «fragili», esposti a povertà, sicurezza alimentare, carenze a livello governativo, ecc. Il loro quadro, però, viene reso unico, afferma Blair, da due fattori, che sono il motivo per cui è necessario «un nuovo approccio». Anzitutto, la crescita demografica che, si stima, vedrà crescere la popolazione di questi paesi a 200 milioni di abitanti per il 2050 (dai 78 milioni attuali). Questo, spiega Blair, farà salire il tasso di disoccupazione giovanile, che incrementerà le migrazioni, e aumenterà i pericoli ecologici. In secondo luogo, i conflitti locali potrebbero attirare l’attenzione dei gruppi estremisti. Quest’anno, infatti, Boko Haram e gli altri quattro principali movimenti si sono alleati.

Perciò, «occorre un programma specifico per il Sahel», che risponda, inoltre, alle esigenze e necessità di ogni singolo stato. L’assenza di una dirigenza nazionale forte, rende inefficiente l’uso degli aiuti dei donatori e bisogna ricorrere a un aiuto non tradizionale. Infatti, «i problemi sono così tanti e così profondi che i governi ne sono sopraffatti. Questo è il motivo per cui serve un compainct che sia articolato, che copra tutti le diverse aree di sviluppo, anche la sicurezza, e dev’essere basato su una collaborazione che abbia obiettivi chiari e misurabili in cambio di aiuto». Non dovrà essere un aiuto solo finanziario bensì anche tecnico, ovvero di assistenza per la costruzione politica degli stati.

«Sono convinto», conclude Blair, «che un nuovo percorso può essere costruito. Un percorso nel quale i governi del Sahel abbiano la giusta collaborazione per costruire un governo efficace che possa affrontare da solo le proprie difficoltà e, con il tempo, fare a meno dei sostegni. Più fondamentalmente, i popoli di queste nazioni hanno gli stessi nostri desideri: pace, stabilità, salute, educazione e opportunità per un lavoro gratificante. È l’unica visione del futuro che funziona, anche perché i problemi in paesi che sembrano lontani da noi potrebbero essere più vicini di quanto pensiamo».

 

8 maggio – Muhammadu Buhari

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foto via Thetelegraph.co.uk (Paul Grover)

“Mi mancano le parole per dire quanto sono felice che le nostre care ragazze siano tornate alla libertà […] Assicuriamo ai nigeriani, in particolare ai parenti e agli amici delle altre ragazze, che il Governo Federale farà di tutto per verificare se loro e tutti gli altri cittadini nigeriani che sono stati rapiti possano essere liberati in sicurezza”

Muhammadu Buhari

Il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, ha annunciato quest’oggi la liberazione di 82 delle ragazze rapite poco più di tre anni fa dall’organizzazione terroristica Boko Haram.

Nella notte del 14 aprile 2014, a Chibok, nella Nigeria nordorientale, un istituto d’istruzione femminile fu preso d’assalto dal gruppo jihadista, che prese in ostaggio 276 studentesse. Alcune di esse (ventuno) erano già state rilasciate lo scorso ottobre, ma la liberazione avvenuta ieri è quella che riguarda il maggior numero di persone: essa è il risultato di uno scambio, mediato dal Comitato internazionale della Croce Rossa, tra le forze governative nigeriane e Boko Haram, di cui sono stati lasciati liberi alcuni comandanti. Si ritiene che ancora più di cento ragazze di Chibok siano nelle mani dei miliziani di Boko Haram.

Come riporta Bbc, i nomi delle 82 giovani sono stati pubblicati domenica su Twitter dall’ufficio del presidente Buhari. Tuttavia, dal momento che a Chibok nessuno dispone dei mezzi per usare i social network, le famiglie delle ragazze sono potute venire a conoscenza della loro liberazione solo oggi, leggendone dai quotidiani. Dopo avere incontrato il presidente Buhari, le ragazze sono state condotte in un luogo segreto nella città di Abuja, la capitale della Nigeria, e ancora non si sa quando potranno tornare dalle loro famiglie: le ventuno ragazze che sono state liberate lo scorso ottobre stanno ancora seguendo “un corso militare di reintegro”, e nessuna di esse, dopo quasi sette mesi dal rilascio, è potuta tornare a casa. Sembra che esse, informa Bbc, siano tenute nella casa di un politico locale, e che solo lì possano ricevere le visite dei propri famigliari.

La notizia dell’assalto all’istituto di Chibok destò scalpore e innescò la campagna di sensibilizzazione e mobilitazione internazionale #BringBackOurGirls. Quella campagna costituisce però un caso isolato: nel promemoria pubblicato in occasione del terzo anniversario di quell’attacco, Amnesty International informa che sono almeno 41 i rapimenti di massa compiuti da Boko Haram dall’inizio del 2014, rapimenti a cui ha fatto seguito uno scarsissimo interesse da parte dei media occidentali. Secondo lo stesso promemoria, il numero delle donne e dei bambini rapiti da Boko Haram negli ultimi tre anni è superiore a duemila.