15 giugno – Vladimir Putin

president-putin-direct-line
foto via Rt.com

«Comey ha preso nota delle sue conversazioni con il presidente Donald Trump e poi attraverso un amico le ha passate ai media. Suona davvero strano quando il capo dei servizi di sicurezza prende nota delle conversazioni con il comandante in capo e poi le passa ai media attraverso un amico. Cosa c’è di diverso rispetto a Snowden? Questo significa che egli non è il capo dei servizi di sicurezza, ma un difensore dei diritti umani. Quindi, ancora una volta, saremmo pronti a offrire asilo politico a Comey, nel caso in cui venisse perseguitato negli Stati Uniti»

Vladimir Putin

Oggi è un giorno molto importante in Russia. Infatti, come vuole una tradizione ormai consolidata, è andato in onda il “Direct line with Vladimir Putin”, un programma televisivo, trasmesso una sola volta all’anno su diversi canali (Russia-1, Russia-24, Russia Today e Channel One Russia), in cui il presidente russo risponde in diretta per quattro ore alle domande poste da alcuni giornalisti presenti in studio e dagli utenti dei social network.

È stata una grande occasione, per Putin, di parlare di diversi argomenti scottanti, a partire dalle prospettive future di crescita della Russia, dello stato delle forze armate, della situazione in Siria, del delicato e difficile rapporto con gli Stati Uniti, fino al caso Russiagate.

«Guardando alla russofobia che si sta alimentando qui negli Stati Uniti, che tipo di consigli potrebbe darmi per rendere maggiormente chiaro ai miei compatrioti in America, che la Russia non è un loro nemico?» ha chiesto un giornalista americano. Putin ha risposto: «Prima di tutto, da capo del governo, so quali sono i sentimenti del nostro popolo e so che non consideriamo l’America come un nemico. Per due volte nella storia, in un momento di difficoltà, abbiamo unito i nostri sforzi e siamo stati alleati nelle due guerre mondiali».

«Al giorno d’oggi, assistiamo a un sentimento russofobo negli Stati Uniti e questo è colpa dell’acuirsi del confronto politico in atto […] Sappiamo che ci sono tanti amici là fuori, negli Stati Uniti, amici della Russia. Eppure, anche in questo contesto storico in cui viviamo, in cui i media hanno un certo impatto, ci sono parecchie persone qui in Russia che hanno molto rispetto per i traguardi raggiunti dal popolo americano e sperano che le nostre relazioni future ritornino alla normalità» ha poi proseguito Putin.

Il tema del riavvicinamento tra Mosca e Washington è stato ripreso anche in relazione alla guerra in Siria. «Il problema della Siria, il problema del Medio Oriente, è già chiaro a tutti che non si arriverà a niente senza un lavoro costruttivo congiunto – ha detto il presidente russo, rinnovando il proprio impegno militare – Il nostro piano è quello di innalzare il livello di addestramento delle forze armate siriane e poi con calma tornare alle basi che abbiamo nel Paese, così che le truppe siriane possano agire in modo indipendente ed efficace: se sarà necessario le sosterremo con l’aviazione».

La questione del Russiagate è stata introdotta da un giornalista russo, che ha domandato: «Al mondo intero sembrano travolgenti gli ultimi sviluppi. Mi riferisco al confronto tra il presidente Trump e l’ex-direttore dell’Fbi Comey. Nelle audizioni si parla di coinvolgimenti russi, perciò quali sono le sue considerazioni? Quali possono essere le conseguenze?» «Non conosco i dettagli delle testimonianze del sig. Comey – ha risposto Putin – ma sono a conoscenza di alcuni dettagli che ha rivelato. Qual è l’impressione che ne ho ricavato? Per prima cosa, il sig. Comey crede che la Russia abbia interferito nelle elezioni americane, ma non ha prodotto alcuna prova».

Putin, però, non si è limitato a negare il coinvolgimento russo nel processo democratico americano, ma ha addirittura accusato Washington di essere la prima ad adoperarsi per influenzare la politica interna degli altri paesi, facendo pressioni non solo dall’esterno, ma anche agendo dall’interno, servendosi di alcune organizzazioni non governative (Ong).

«Comey ha detto che abbiamo influenzato i loro cuori e le loro menti, ma il mondo ci dice qualcosa di completamente diverso – ha affermato Putin – Gli Stati Uniti usano sempre la loro propaganda, sostengono delle Ong che difendono i loro interessi; queste hanno un impatto sui nostri cuori e sulle nostre menti. Questo è il loro tentativo di influenzare l’opinione pubblica durante il processo elettorale. Prendete l’intero globo, potete puntare il dito su qualsiasi paese in qualsiasi regione del mondo, gli interessi degli Stati Uniti sono ovunque. Conosco queste cose perché ho parlato con leader di altri paesi, che però non lo vogliono dire apertamente perché non vogliono avere problemi con gli Usa».

Se a Mosca il presidente russo è sembrato molto a suo agio, a tratti persino divertito nel discutere del Russiagate, come quando ha affermato di essere «pronto a offrire asilo politico a Comey», a Washington il suo omologo non se la passa altrettanto bene. Dopo l’audizione dell’altroieri del Ministro della Giustizia Sessions, ieri è trapelata la notizia che il procuratore special Robert Mueller starebbe indagando Trump per “ostruzione alla giustizia”.

Il presidente americano è stato, come al solito, molto attivo e anche molto polemico su Twitter. «Si sono inventati una finta collusione con la Russia, trovato nessuna prova, perciò adesso mi accusano di ostruzione alla giustizia sulla base di una storia falsa. Ottimo» è stato il primo messaggio.

«State assistendo alla singola più grande caccia alle streghe della storia politica americana, guidata da gente molto cattiva e in conflitto» è stato il secondo messaggio. L’hashtag è sempre lo stesso: MAGA (Make America Great Again).

16 maggio – Donald Trump

trump lavrov kisliak
foto via Politico.com

“Come presidente, ho voluto condividere con la Russia […] alcuni fatti riguardanti il terrorismo e la sicurezza dei voli aerei, cosa che sono assolutamente in diritto di fare. L’ho fatto per ragioni umanitarie, e anche perché voglio che la Russia aumenti notevolmente il suo impegno contro Isis e il terrorismo”

Donald Trump

In un paio di tweet pubblicati sul proprio profilo Twitter, Donald Trump ha fornito la propria versione di quanto successo durante l’incontro di settimana scorsa con il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Sergey Kislyak. L’incontro, che ha avuto luogo nello Studio Ovale alla Casa Bianca, è al centro di un grosso caso politico scoppiato nelle ultime ventiquattro ore a seguito della pubblicazione di un articolo del Washington Post nella notte tra lunedì e martedì: secondo quanto riporta il quotidiano statunitense, nel corso dell’incontro con Lavrov e Kislyak, Trump avrebbe rivelato informazioni altamente riservate, la cui diffusione rischia di mettere in pericolo le attività antiterrorismo dell’intelligence americana.

Citando alcuni anonimi funzionari dell’amministrazione Usa presenti all’incontro, il Washington Post riferisce che Trump avrebbe raccontato ai suoi interlocutori che gli Stati Uniti sono stati allertati da un loro alleato di un attentato terroristico che Isis starebbe preparando per mezzo di computer portatili trasportabili su un aereo di linea. Trump avrebbe anche fornito il nome della città della Siria in cui la minaccia è stata rilevata.

La rivelazione di quest’ultima informazione è particolarmente preoccupante, hanno detto le fonti del Washington Post, perché grazie a questo elemento la Russia potrebbe risalire all’identità degli informatori degli Stati Uniti, o ai metodi utilizzati dall’intelligence americana per reperire informazioni. Questi metodi potrebbero essere utili alle agenzie di intelligence anche per altri scopi, per esempio per raccogliere dati sulla presenza dei russi in Siria: è per questo, spiega il Washington Post, che Mosca potrebbe essere interessata ad identificare il canale che fornisce informazioni alle agenzie americane e ad interromperlo.

Russia e Stati Uniti si trovano su fronti opposti del conflitto in Siria. Sebbene entrambi considerino Isis un nemico, la Russia sostiene apertamente, e con dispiego di mezzi militari, il presidente Bashar al-Assad, mentre l’amministrazione Usa, specialmente a seguito dell’attacco con armi chimiche di Idlib, sta manifestando una crescente ostilità nei confronti del regime siriano.

United States Russia
Lavrov è il secondo da sinistra, Kislyak il quarto da sinistra (foto via Ilpost.it)

Non sono chiare le motivazioni che hanno spinto il presidente Trump a rivelare informazioni classificate, “i cui dettagli erano stati nascosti anche ai paesi alleati degli Stati Uniti e a moltissime persone dentro il governo americano”. Il Washington Post ipotizza che Trump, che spesso durante gli incontri coi leader di altri paesi ignora la scaletta e improvvisa parlando a braccio, abbia voluto vantarsi delle informazioni fornitegli dalle agenzie: “Io ricevo ottime informazioni. Ho persone che mi passano un sacco di ottime informazioni ogni giorno”, avrebbe detto il presidente Usa, stando a quanto riportato da una persona presente all’incontro.

Poco dopo, un funzionario della Casa Bianca, Thomas P. Bossert (assistente del presidente per l’antiterrorismo e la difesa nazionale) avrebbe informato i direttori della CIA e dell’NSA, cioè le due agenzie di intelligence più coinvolte nella gestione delle informazioni riservate tra USA e stati partner, di quanto accaduto durante l’incontro.

Dal canto suo, Trump ha ribadito su Twitter di “avere il diritto” di discutere con la Russia di questioni legate al terrorismo.

Come scrive il Post, Trump non avrebbe quindi smentito di aver fornito informazioni riservate al ministro degli Esteri e all’ambasciatore russo. Del resto, il presidente è l’unica persona che, secondo la legge degli Stati Uniti, può declassificare documenti altamente riservati, comunicandone i contenuti senza che ciò comporti la violazione di alcuna norma. Rimane da verificare, tuttavia, che ciò non comporti una violazione del giuramento presidenziale.

Alcuni siti di news, citando persone presenti all’incontro nello Studio Ovale, hanno scritto nelle ultime ore che lo Stato alleato degli Stati Uniti e fonte delle informazioni sul piano di attentato dell’Isis sarebbe Israele. In precedenza, i funzionari della Casa Bianca che avevano parlato con il Washington Post non avevano voluto identificare la fonte delle informazioni, ma avevano spiegato che i servizi d’intelligence dell’alleato si erano lamentati dell’incapacità dell’amministrazione americana di preservare informazioni sensibili riguardanti l’Iraq e la Siria.

15 maggio – Vladimir Putin

js115008758_afp_russian-president-vladimir-putin-address-large_trans_nvbqzqnjv4bqgsao8o78rhmzrdxtlqbjdgtt0gk_6efzt336f62ei5u
 foto via Telegraph.co.uk

“I malware creati dalle agenzie di intelligence possono ritorcersi contro gli stessi creatori”

Vladimir Putin

Il Presidente russo Vladimir Putin, in una conferenza stampa da Pechino, ha negato ogni possibile implicazione della Russia nel mega attacco hacker che, nel corso degli ultimi quattro giorni, ha colpito oltre 100 Paesi in tutto il mondo.

Nel corso della conferenza stampa, Putin ha tenuto a precisare che non ci sono stati danni alle istituzioni russe colpite dall’attacco informatico, compreso il sistema bancario centrale e l’assistenza sanitaria nazionale.

Il Presidente Putin, tuttavia, non si è limitato soltanto a negare il coinvolgimento russo, ma ha lanciato un’accusa pesante nei confronti degli Stati Uniti, i cui servizi segreti sarebbero secondo lui all’origine dell’attacco: “Per quanto riguarda la fonte di queste minacce, credo che la leadership di Microsoft abbia annunciato chiaramente che la fonte iniziale del virus sono i servizi di intelligence degli Stati Uniti”.

Secondo le ultime stime, sarebbero circa 200.000 mila i computer infettati da “WannaCry”, il ransomware che a partire da venerdì 12 maggio sta colpendo i computer di tutto il mondo. Il ransomware è un tipo di malware che blocca le macchine che riesce a infettare e ne cripta tutti i dati presenti. Sugli schermi dei computer colpiti appare un messaggio che avverte che il sistema non può essere riavviato e che tutti i dati presenti si cancelleranno automaticamente in un tempo prestabilito, a meno che non venga pagata una certa somma. Si tratta di un vero e proprio riscatto elettronico (ransom in inglese significa, appunto, riscatto), che deve essere pagato in bitcoin, la moneta digitale non rintracciabile.

3500-ks6f-u43320170213220lod-1224x916corriere-web-sezioni-593x443
 foto via Corriere.it

Nella sola giornata di venerdì, WannaCry aveva colpito almeno 99 Paesi, spingendo l’Europol ad affermare: “l’attacco è a livelli senza precedenti e richiede un’indagine internazionale”.

“Ancora non sappiamo chi ci sia dietro l’attacco hacker” aveva dichiarato Amber Rudd, Ministro dell’Interno inglese. Il Regno Unito è stato uno dei Paesi più colpiti, con l’intero sistema sanitario nazionale andato in blocco completo. Le strutture sanitarie inglesi avevano invitato chiunque non avesse ferite gravi o urgenze a recarsi nei pronto soccorso, impossibilitati all’accettazione dei pazienti. Inoltre, il tilt informatico aveva provocato il dirottamento di diverse ambulanze, che erano state guidate verso indirizzi sbagliati, e la chiusura dello stabilimento Nissan di Sunderland.

Nel resto d’Europa si era assistito al blocco dei computer di Telefonica in Spagna, di Portugal Telecom, degli stabilimenti Renault in Francia e di Deutsche Bahn, il sistema ferroviario tedesco. In Russia, invece, erano state accertate intrusioni nei computer della Banca Centrale russa e del Ministro dell’Interno.

A livello mondiale, l’attacco hacker aveva bloccato molti computer adoperati dalla polizia indiana con sistema operativo Windows, il colosso americano della logistica FedEx e alcune facoltà universitarie a Pechino e nel resto della Cina.

cartina-virus-k7ic-u43320196060968dlh-593x443corriere-web-sezioni
 foto via Corriere.it

 


Un ricercatore di sicurezza informatica, conosciuto su Twitter come @malwaretechblog, grazie all’aiuto del collega Darien Huss, impiegato della compagnia di sicurezza californiana Proofpoint, aveva trovato il modo di bloccare l’attacco. I creatori del ransomware avevano incorporato nel virus un sistema per bloccarlo all’occorrenza.  Come riporta il Guardian, il 22enne “eroe accidentale”, studiando le caratteristiche del virus, aveva osservato che si connetteva a un dominio specifico, che però non era registrato. WannaCry verificava l’esistenza del dominio e, nel caso l’avesse trovato attivo, si sarebbe bloccato. Il ricercatore, preso atto di questa scoperta, ha acquistato il dominio per circa 10 dollari, bloccando di fatto l’attacco.

Nella giornata di oggi, con la riapertura di uffici e attività lavorative, gli esperti avevano avvertito di una possibile nuova escalation degli attacchi informatici. Se in Europa la situazione è rimasta sotto controllo, lo stesso non si può dire per l’Asia. In Cina, sono circa 18.000 gli indirizzi IP infettati, mentre in Giappone sia il colosso industriale Hitachi che quello ferroviario East Japan Railway sono finiti nel mirino del ransomware.

Nella giornata di ieri, il Presidente di Microsoft, Brad Smith, aveva rilasciato una nota per spiegare quanto accaduto, dal punto di vista della società. Infatti, tutti i sistemi operativi colpiti da WannaCry appartengono proprio a Microsoft. Il ransomware sfrutterebbe alcune vulnerabilità di questi sistemi operativi grazie a Eternal Blue, una cyber arma svluppata dalla National Security Agency (Nsa).

Secondo alcune fonti, Eternal Blue sarebbe stata sottratta ai servizi segreti americani lo scorso aprile, in coincidenza con il bombardamento dei Tomahawk alla base siriana di Shayrat, dal gruppo hacker denominato Shadow Brokers. Ed è proprio sul collegamento tra l’origine di WannaCry e i servizi di intelligence americani che Vladimir Putin ha insistito oggi nella conferenza stampa.

Nella sua nota, lo stesso Smith ha detto: “Abbiamo visto le vulnerabilità sviluppate dalla CIA apparse su Wikileaks, e ora questa vulnerabilità rubate alla NSA hanno colpito tutto il mondo. Ripetutamente, exploit nelle mani dei governi sono trapelate pubblicamente e hanno causato danni ingenti. Uno scenario equivalente con armi convenzionali sarebbe se all’esercito degli Stati Uniti venissero rubati alcuni suoi missili Tomahawk”.

In realtà, le vulerabilità dei sistemi Windows erano state corrette con un aggiornamento della sicurezza dei sistemi operativi, che conteneva una patch chiamata MS17-010, scaricabile gratuitamente. Poiché su molti computer non erano stati effettuati gli aggiornamenti suggeriti, WannaCry ha potuto colpire industurbato e danneggiare le macchine in oltre 100 Paesi.

Questa vicenda ricorda, in parte, quella di Stuxnet, il celeberrimo virus creato dall’Nsa in collaborazione con l’unità 8200 dei servizi segreti israeliani, con lo scopo di sabotare e mettere definitivamente fuori uso le centrifughe nucleari iraniane. Di fatto, Stuxnet riuscì a neutralizzare temporaneamente oltre 1.000 delle 5.000 strutture nucleari di Teheran. Tuttavia, il virus si diffuse ben oltre quanto previsto dai suoi creatori e si comportò anche in maniera più aggressiva del previsto, infettando migliaia di computer e macchine in tutto il mondo.

Oggi, sul sito della Polizia di Stato italiana, è stato pubblicato un vademecum sia su come prevenire che su come difendersi da un attacco ransomware, limitandone i danni al computer e ai dati in esso contenuti. Il pericolo maggiore è che nuove versioni del virus possano essere rilasciate a breve: si parla, infatti, già di un “WannaCry 2.0” che potrebbe essere attivo fin da oggi.

14 aprile – Mike Pompeo

gty_mike-pompeo-01-jef-161118_12x5_1600
foto via Abcnews.go.com

“E’ tempo di chiamare WikiLeaks per quello che è: un servizio di intelligence nemico e non statale, ma che spesso è supportato da attori statali come la Russia”

Mike Pompeo

Nel suo primo discorso pubblico da direttore della Central Intelligence Agency, tenuto presso il Center for Strategic and International Studies di Washington, Mike Pompeo ha deciso di attaccare frontalmente Wikileaks e il suo fondatore, Julian Assange, con una durezza senza precedenti.

Pompeo ha descritto la Cia come un’organizzazione che, sebbene disponga di strumenti molto sofisticati e all’avanguardia, ha “un reale apprezzamento per la legge e la Costituzione”, operando quindi secondo le norme e i principi del diritto e rendendosi “responsabile del suo operato di fronte alla società libera e aperta che contribuisce a difendere”.

Per queste ragioni, continua Pompeo, “noi alla Cia troviamo che le celebrazioni di entità come Wikileaks siano profondamente inquietanti”. Infatti, “mentre noi facciamo il meglio per raccogliere informazioni su chi minaccia il nostro Paese, individui come Assange e Snowden le usano per farsi un nome”.

Inoltre, il direttore della Cia ha rivolto all’organizzazione di Assange due accuse molto pesanti. In primo luogo, di aver “incoraggiato i suoi seguaci a cercare un lavoro all’interno della Cia in modo da ottenere informazioni di intelligence”. Ha citato, a questo proposito, le azioni del militare Bradley Manning (conosciuto anche come Chelsea Manning, dopo l’operazione chirurgica per cambiare sesso), il whistleblower che, a partire dal 2010, aveva consegnato a Wikileaks oltre 600mila documenti secretati e che era stato condannato a 35 anni di carcere; pena poi azzerata dalla grazia concessa dal Presidente Obama 48 ore prima della fine del suo secondo mandato.

In secondo luogo, di aver fornito al Gru (Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie), il servizio segreto militare russo, il lasciapassare per intraprendere il celebre attacco informatico contro la Commissione Nazionale del Partito Democratico.

Infine, Pompeo non ha risparmiato neanche un attacco diretto allo stesso Julian Assange, definendolo “un narcisista che non ha mai creato nulla che abbia un valore. Vive del lavoro sporco di altri che lo rendono famoso. È un ciarlatano, un codardo che si nasconde dietro lo schermo di un computer”.

Questa dichiarazione, che assume a tratti il tono dell’invettiva, segnala tutta la frustrazione del governo di Washington e delle agenzie di spionaggio nell’impedire che informazioni riservate e assolutamente segrete continuino a filtrare e a essere pubblicate. È da almeno sette anni, infatti, che alcuni insider riescono a rivelare materiale classificato per esporre abusi, crimini o violazioni dei diritti umani da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati.

Dopo il caso eclatante di Bradley Manning precedentemente citato, nel 2013 era stata la volta di Edward Snowden. Il 29enne informatico ex analista della Cia e della Nsa (National Security Agency), da una stanza di albergo a Hong Kong, aveva pian piano diffuso informazioni rilevanti sul sistema di spionaggio e di sorveglianza di massa che l’Nsa e le altre agenzie di spionaggio avevano creato ai danni di tutti i cittadini del mondo. Una scelta tanto coraggiosa quanto rischiosa che, però, aveva permesso di gettare una luce su un fenomeno preoccupante perché fortemente invasivo e globalmente esteso.

Non meno di un mese fa, invece, è avvenuta l’ultima grande, rivelazione di informazioni classificate. Con il nome in codice Vault7, Wikileaks aveva pubblicato oltre 8mila file, in quello che si annuncia essere il più grande leak nella storia della Cia.

L’elenco completo di Vault7, suddiviso in diversi capitoli, contiene le divisioni in cui sono organizzati gli sviluppatori impegnati a Langley, assieme all’elenco dei progetti in fase di lavorazione e delle diverse piattaforme, compreso il nome (volutamente oscurato) dei programmatori impiegati. Dai file si evince dell’esistenza di una sorta di brainstorming di hacker, denominato Nerds (Network, Engeneering, Research and Development Symposium), che si riusce settimanalmente con lo scopo di elaborare progetti, strumenti e tecniche di spionaggio.

Tuttavia, le rivelazioni più importanti contenute in Vault7 riguardano la divisione Edg Mobile, che sembra aver sviluppato strumenti molto efficaci per spiare gli smartphone. In particolare, è stato stilato un elenco organizzato per marca, modello e sistema operativo che ne mette in luce i metodi di intromissione e violazione più utilizzati. Ugualmente importante, la sezione dedicata ai sistemi operativi, con istruzioni su come violare Windows, iOs e Linux, senza tralasciare i diversi browser e, a quanto pare, persino le smart tv prodotte da Samsung. Nessun dispositivo è esente dallo sguardo di Langley.

Ecco che, di fronte a un leak di tale dimensione, di tale rilevanza e di tale portata, l’obiettivo e il tempismo del discorso di Pompeo non risultano affatto casuali.

E’ interessante, però, notare come questa dichiarazione del Direttore della Cia stravolga completamente il rapporto che sembrava essersi instaurato tra Wikileaks e Donald Trump. Infatti, lo scandalo delle email sottratte alla Commissione Nazionale del Partito Democratico era stato uno degli eventi-chiave che aveva azzoppato la campagna elettorale di Hillary Clinton, tanto da aver spinto Trump ad affermare: “Io amo WIkileaks”.

Ancor più interessante, se non addirittura grottesca, risulta invece l’accusa di russofilia. Infatti, non solo, come ammesso da Assange in persona in un’intervista da noi riportata, Wikileaks ha sovente pubblicato diverso materiale scottante e scomodo sia per la Russia che per Putin, ma lo stesso Trump è finito nel mirino del GCHQ (Government Communication HeadQuarters), il servizio segreto inglese addeto al SigInt, lo spionaggio dei segnali elettromagnetici, per sospetti rapporti tra alcuni membri dello staff della sua campagna elettorale e l’intelligence russa.

12 aprile – Vladimir Putin

putin-trump
foto via Newsweek.com

“Possiamo dire che il livello di fiducia, soprattutto sul piano militare, non è migliorato e anzi con ogni probabilità è peggiorato”

Vladimir Putin

In un’intervista concessa al canale tv Mir24, il presidente della Russia Vladimir Putin si è espresso in termini molto critici sullo stato delle relazioni tra Stati Uniti e Federazione Russa, ribadendo che “non ci sono prove che dietro al raid su Idlib ci sia Damasco”. Proprio l’attacco chimico nella regione siriana di Idlib e la successiva ritorsione militare degli Stati Uniti contro la base di Shayrat sono stati gli episodi alla base del rapido deteriorarsi dei rapporti tra Washington e Mosca.

Oggi c’è stata la visita del Segretario di Stato americano Rex Tillerson a Mosca. Tillerson ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e, inaspettatamente, lo stesso Vladimir Putin: anche ore dopo l’arrivo di Tillerson a Mosca, sembrava che il presidente russo non avrebbe incontrato il capo della delegazione statunitense, a causa dei rapporti tesi tra i due Paesi.

Alla vigilia della visita di Tillerson, c’era stato una sorta di botta e risposta a distanza tra il presidente Usa Donald Trump e Vladimir Putin. Ieri, in un’intervista trasmessa sulla rete Fox Business, Trump aveva accusato l’amministrazione Putin di nascondere le prove della responsabilità di Assad per l’attacco col gas sarin di Khan Shaykhun, definendo il presidente siriano “un animale”.

La replica del presidente russo non si era fatta attendere. Durante una conferenza stampa insieme al presidente italiano Sergio Mattarella, che ieri era in visita al Cremlino, Putin ha affermato: “Tutto ciò mi ricorda molto gli eventi del 2003, quando i rappresentanti degli Stati Uniti nel Consiglio di sicurezza dell’Onu mostrarono le presunte evidenze di armi chimiche nascoste in Iraq. La stessa cosa sta accadendo ora. ‘It’s boring, ladies’: abbiamo già assistito a tutto ciò”.

7 aprile – Jeff Davis

9e8b3910-1fb7-4266-8b17-c6e6ed24a001_w1023_r1_s
foto via Editorials.voa.gov

“Le forze armate russe erano state avvisate in anticipo dell’attacco, secondo la linea di deconflitto mutualmente stabilita. I pianificatori dell’Esercito Usa hanno preso le precauzioni necessarie per minimizzare i rischi al personale russo e siriano situato all’interno della base aerea”

Jeff Davis

A poche ore dal lancio dei 59 Tomahawk che questa mattina, alle ore 02:45 italiane (20:45 secondo il fuso orario di Washington), hanno colpito e distrutto la base siriana di Shayrat, arriva la dichiarazione ufficiale del Portavoce del Pentagono, capitano Jeff Davis.

Secondo tale dichiarazione, l’Esercito Usa avrebbe deciso di colpire la base di Shayrat, partendo dalle informazioni e dalle valutazioni fornite dall’intelligence nazionale, che aveva identificato proprio in Shayrat il punto d’origine dell’attacco con armi chimiche che, appena due giorni fa (il 04 aprile), l’esercito regolare siriano aveva sferrato contro la cittadina di Khan Sheikhoun.

Obiettivo primario degli Stati Uniti, oltre alla distruzione della flotta aerea, dei mezzi di supporto logistico e dei sistemi di difesa radar e anti-aereo dell’esercito siriano nella regione di Homs, sarebbe stato fornire un deterrente forte e credibile contro ogni eventuale utilizzo di armi chimiche in futuro da parte delle forze fedeli ad Assad.

Precedentemente, in una breve conferenza stampa, il Presidente Donald Trump aveva dichiarato di aver ordinato personalmente l’attacco missilistico e aveva motivato tale scelta come risposta alla violazione, da parte della Siria, della Convenzione Onu sulle Armi Chimiche, sottolineando quanto fosse “vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti la prevenzione e la deterrenza contro la diffusione e l’uso delle armi chimiche”.

Mosca, dal canto suo, ha condannato fortemente l’azione militare di Washington. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha parlato senza mezzi termini di “aggressione contro uno stato sovrano in violazione delle leggi internazionali”, rinnovando l’impegno dell’aviazione russa nel fornire supporto militare all’esercito siriano.

3 aprile – Vladimir Putin

Vladimir Putin at a navy parade in Severomorsk
foto via Eunews.it

“Le forze dell’ordine e i servizi speciali stanno indagando, e faranno di tutto per scoprire le cause dell’incidente e fare piena luce su ciò che è accaduto. Naturalmente prendiamo sempre in considerazione tutte le ipotesi, sia quelle interne sia quelle criminali, con riferimento soprattutto ad azioni di tipo terroristico”

Vladimir Putin

Il presidente russo Vladimir Putin ha commentato così i fatti di oggi di San Pietroburgo, dove un’esplosione nella metropolitana della città ha provocato almeno nove morti e decine di feriti. Lo scoppio ha causato uno squarcio nella fiancata di un treno che stava transitando tra le fermate Sennaya Ploshchad e Tekhnologichesky Institut.

Lo stesso presidente Putin al momento dell’esplosione si trovava a San Pietroburgo, la seconda città russa per grandezza, per un incontro con il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko. Un ordigno inesploso è stato trovato in un’altra stazione della metropolitana. Sembra che le autorità siano in cerca di almeno due persone, ma non sono ancora stati forniti dettagli sull’identità dei sospettati.

27 marzo – Aleksei Navalny

c76uzixw4aaiywo
foto via Twitter.com

“Verrà il giorno in cui faremo noi il processo a loro (ma in modo giusto)”

Aleksei Navalny

Aleksei Navalny, il più importante leader russo di opposizione a Putin e l’unico che abbia raccolto consensi (nel 2013, ha ricevuto il 27% dei voti nelle elezioni per il sindaco di Mosca), è stato condannato quest’oggi a quindici giorni di carcere e ad un’ammenda di 20mila rubli, dopo essere arrestato ieri nel corso della manifestazione svoltasi a Mosca. Navalny, nel corso dell’udienza, ha twittato la foto e le parole sopra riportate e ha chiesto al giudice di convocare il primo ministro Dmitry Medvedev, uomo di fiducia di Putin, in qualità di testimone dei motivi della protesta.

Come spiega il “New York Times”, Medvedev è stato accusato di corruzione da Navalny e l’inchiesta pubblicata, nei giorni scorsi, sul suo blog, è stata uno dei motivi scatenanti della manifestazione. Navalny, infatti, ha mostrato, riportando documenti ufficiali, che Medvedev è a capo di un “intricato sistema di fiduciari, fondi di beneficenza e compagnie offshore” mediante il quale ha costruito “un lussuoso impero di ville, possedimenti, yachts, un vigneto in Italia e un palazzo del XVIII secolo vicino a San Pietroburgo”.

La protesta si è svolta ieri a Mosca e in altre 99 città, sotto forma di corteo pacifico: è stata una delle poche dimostrazioni ostili a Putin, da quando è diventato presidente, nel 1999, e ha portato a oltre un migliaio di arresti, denunciati da Amnesty International. Tra i fermati anche l’inviato del “The Guardian”, Alec Luhn che, testimoniando la propria esperienza, suggerisce che “gli arresti di massa di domenica dimostrano che, dopo l’euforia patriottica in Crimea, il governo russo sia nuovamente preoccupato della crescita di un movimento anti-corruzione, in vista delle elezioni presidenziali. Molte delle persone arrestate con me erano giovani di circa vent’anni, una nuova generazione di contestatori”.

23 marzo – Petro Poroshenko

petro-poroshenko-770x481
foto via Giornalettismo.com

“È un atto di terrorismo di stato da parte della Russia, paese che [Voronenkov] è stato costretto a lasciare per ragioni politiche. Voronenkov è stato uno dei testimoni principali dell’aggressione all’Ucraina da parte della Russia e, in particolare, del ruolo di Yanukovich per quanto riguarda l’impiego di truppe russe in Ucraina”

Petro Poroshenko

Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha accusato il governo russo dell’uccisione dell’ex parlamentare della Duma (la camera bassa del Parlamento russo) Denis Voronenkov, che questa mattina è morto dopo essere stato colpito da alcuni colpi di pistola mentre camminava per un’affollata via del centro di Kiev, la capitale dell’Ucraina. L’assassino è morto poco dopo in ospedale, a causa delle ferite riportate durante una sparatoria esplosa con la guardia del corpo di Voronenkov.

L’ex politico russo era un noto critico del presidente russo Vladimir Putin e delle politiche messe in atto dal Cremlino (aveva per esempio paragonato la Russia moderna alla Germania nazista). L’anno scorso aveva lasciato la Russia e si era rifugiato in Ucraina, paese di cui aveva ottenuto la cittadinanza. Da lì, Voronenkov aveva dichiarato di avere sostenuto, quando era parlamentare, l’annessione della Crimea alla Russia a causa delle pressioni politiche che aveva ricevuto. Voronenkov stava inoltre collaborando con le autorità ucraine in qualità di testimone in un caso giudiziario che vede accusato l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovych di avere coperto l’intervento armato della Russia in Crimea. In una recente intervista televisiva, a proposito delle minacce che diceva di ricevere dall’FSB (il servizio segreto russo), Voronenkov aveva dichiarato: “Credo che succederà quello che succederà. Non voglio nascondermi”.

20 marzo – James Comey

jamescomey_070815fr
foto via Thehill.com

“L’Fbi, come parte della nostra missione di controspionaggio, sta conducendo delle indagini sui tentativi del governo russo di interferire con le elezioni presidenziali del 2016, e ciò include anche delle indagini sulla natura dei rapporti tra alcune persone legate alla campagna di Trump e il governo russo, e sulla possibilità che vi fosse una qualche coordinazione tra la campagna presidenziale e i tentativi [di interferenza] della Russia”

James Comey

Il direttore dell’Fbi, James B. Comey, ha confermato che l’Fbi sta indagando sulla possibilità che dei membri della campagna elettorale del presidente Donald Trump abbiano lavorato di comune accordo con la Russia per influenzare le elezioni presidenziali dello scorso novembre. Come fa notare il Guardian, le dichiarazioni di Comey, che ha parlato di fronte al Select Committee of Intelligence (“Comitato ristretto per l’intelligence”) della Camera dei rappresentanti, segnano un momento senza precedenti nella storia politica degli Stati Uniti: per la prima volta viene confermato da fonti ufficiali che l’entourage di un presidente in carica è sotto inchiesta per possibili connivenze con uno stato nemico per fare salire al potere quel presidente.

A proposito delle accuse che Trump aveva rivolto via Twitter al suo predecessore Barack Obama, accuse secondo cui l’ex presidente, quando era ancora in carica, avrebbe ordinato di intercettare (o “intercettare”) le sue telefonate dalla Trump Tower, Comey ha riferito: “Non ho alcun elemento a sostegno di quei tweet, e abbiamo cercato accuratamente all’interno dell’Fbi. Il Dipartimento di giustizia mi ha chiesto di informarvi che la situazione è la stessa anche per quanto riguardo il Dipartimento e i suoi membri”.