8 ottobre – Mario Vargas Llosa

 

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foto via Elpais.com

 

«Cari amici. Tutti i popoli moderni o passati vivono nella loro storia momenti nei quali la ragione è spazzata via dalla passione. Ed è vero che la passione può essere generosa e altruista quando ispira la lotta alla povertà e alla disoccupazione. Ma la passione può anche essere distruttiva e feroce quando la muovono il fanatismo e il razzismo»

Mario Vargas Llosa

Quest’oggi scrittore peruviano, premio nobel per la letteratura nel 2010, Mario Vargas Llosa è stato invitato a parlare alla manifestazione contro il movimento indipendentista catalano. Organizzata dalla Societat Civil Catalana (SCC), la marcia si è svolta al grido di «recuperiamo il senno» e ha raccolto un’adesione che la polizia stima essere di 350 mila persone, mentre la SCC di 930 mila.

Llosa, divenuto cittadino spagnolo nel 1993, ha parlato al termine della manifestazione «senza lesinare sugli aggettivi». Ha esordito sostenendo che la spinta indipendentista è dovuta alla «passione nazionalista», la «religione laica, deplorevole eredità del peggiore romanticismo», che è «distruttiva e feroce quando la muovono il fanatismo e il razzismo». Inoltre, ha definito il movimento indipendentista una «congiura golpista» che vuole distruggere ciò che si è creato negli ultimi 500 anni, una storia congiunta della Spagna e della Catalogna. Nel suo discorso, ha sottolineato le conseguenze economiche di un’eventuale scissione; poi, ha ricordato l’epoca in cui  Barcellona era un luogo di «spiragli di libertà» nella Spagna franchista, il centro culturale a cui approdavano artisti sudamericani. Ha concluso, incitando a dimostrare agli «indipendentisti minoritari che la Spagna è ormai un paese moderno, un paese che ha fatto propria la libertà e che non rinuncierà a essa per una congiura che vuole portarlo indietro ad essere un paese del terzo mondo».

Offriamo di seguito la nostra traduzione del discorso di Mario Vargas Llosa.

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«Cari amici. Tutti i popoli moderni o passati vivono nella loro storia momenti nei quali la ragione è spazzata via dalla passione. Ed è vero che la passione può essere generosa e altruista quando ispira la lotta alla povertà e alla disoccupazione. Ma la passione può anche essere distruttiva e feroce quando la muovono il fanatismo e il razzismo.

La peggiore di tutte, quella che ha causato più sfracelli nella storia, è la passione nazionalista. Religione laica, deplorevole eredità del peggiore romanticismo. Il nazionalismo ha riempito la storia dell’Europa e del mondo, e quella della Spagna, di guerre, sangue e cadaveri. Da qualche tempo, il nazionalismo sta causando sfracelli anche in Catalogna.

È per quello che siamo qui adesso, per fermarlo. Per questo migliaia e migliaia di catalani sono usciti dalle loro case, in questa soleggiata mattina d’ottobre catalano. Sono catalani democratici, che non credono che siano traditori quelli che pensano cose diverse dalle loro. Sono catalani che non considerano l’avversario un nemico, che non insozzano le loro porte né distruggono le loro vetrine. Catalani che credono nella democrazia, nella libertà, nello Stato di diritto, nella Costituzione.

Oltre ai catalani, qui, questa mattina, migliaia di uomini e donne venuti da tutti gli angoli della Spagna – e perfino dal Perù -, per dire agli amici catalani che non solo soli, che siamo con loro, che vogliamo lottare assieme a loro per la libertà. Siamo armati di idee, di argomenti e di una convinzione profonda che la democrazia spagnola è fatta per durare a lungo. E che nessuna congiura indipendentista la distruggerà.

Non vogliamo che le banche e le imprese se ne vadano dalla Catalogna come se fosse una città medievale vessata dalla peste. Non vogliamo che i risparmiatori catalani ritirino il loro denaro per sfiducia, per l’insicurezza giuridica che promette loro il futuro della Catalogna. Vogliamo, invece, che i capitali e le imprese vengano in Catalogna perché torni ad essere, come tante volte nella sua storia, la capitale industriale della Spagna, la locomotiva del suo sviluppo e della sua prosperità.

Vogliamo che la Catalogna torni ad essere la Catalogna capitale culturale della Spagna, come era quando io venni a vivere qui, in quegli anni che ricordo con enorme nostalgia. Erano gli ultimi anni della dittatura franchista. La dittatura si stava sgretolando e faceva acqua da tutte le parti. E nessuna città spagnola sfruttò tanto quanto Barcellona quegli spiragli di libertà per aprirsi al mondo e prendere dal mondo le migliore idee, i migliori libri, tutti i grandi successi della avanguardia. Per questo venivano gli spagnoli a Barcellona. Perché qui l’aria era già quella europea, per capirci, quella della democrazia e della civilizzazione.

Qui, in quella Catalogna, si riunirono, dopo essersi dati la schiena durante la guerra civile, gli scrittori spagnoli e gli scrittori latinoamericani. Qui, io ho visto arrivare a Barcellona a ragazzi e ragazze da tutta l’America Latina, con aspirazione artistiche e letterarie, che venivano qui perché era qui che bisognava essere se uno voleva trionfare nel mondo dell’arte, del pensiero, della letteratura. Venivano qui come noi nelle generazioni precedenti andavamo a Parigi. Vogliamo che Barcellona, che la Catalogna, tornino ad essere la capitale della culturale della Spagna.

Cari amici. La Spagna è una paese antico. La Catalogna è un paese antico. 500 anni fa le loro storie si sono unite e si sono unite con le storie dei baschi, dei galiziani, del popolo dell’Extremadura, degli andalusi, ecc. Adesso, da 40 anni a questa parte, oltre ad essere il ricordo di un passato glorioso e a volte tragico, la Spagna è anche una terra di libertà, una terra di legalità. Questo l’indipendentismo non lo distruggerà.

C’è bisogno di molto più che una congiura golpista dei signori Puigdemont e Junqueras, e della signora Forcadell, per distruggere ciò che si è costruito in 500 anni di storia. Non lo permetteremo. Eccoci qui, cittadini pacifici, che crediamo nella coesistenza, che crediamo nella libertà. Dimostreremo a quegli indipendentisti minoritari che la Spagna è ormai un paese moderno, un paese che ha fatto propria la libertà e che non rinuncierà a essa per una congiura che vuole portarlo indietro ad essere un paese del terzo mondo.

Questa manifestazione supera tutto ciò che gli organizzatori più ottimisti speravano. Questa è la dimostrazione meravigliosa che Barcellona, che la Catalogna, come il resto della Spagna sono per la democrazia, per la legalità e per la libertà.

Viva la libertà! Visca Catalogna! Viva la Spagna!»

 

7 ottobre – Álex Ramos

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foto via Europapress.es

«Questa è una rivoluzione dei potenti, delle classi sociali più ricche della Catalogna, non degli oppressi. È una rivoluzione egoista. Mobilitano le persone, dicendo al mondo quanto sono scontenti, e poi bollano chiunque non sia d’accordo con loro come fascista»

Álex Ramos

Dopo giorni in cui l’attenzione mediatica a proposito del referendum in Catalogna si è concentrata sulle proteste e sulle manifestazioni dei sostenitori dell’indipendenza, stanno ora cercando di fare sentire la propria voce anche i catalani e gli spagnoli contrari alla secessione.

Sabato si sono tenute marce e manifestazioni in tutta la Spagna, riporta il Guardian, e in decine di città, inclusa Barcellona, la gente ha dato vita a delle “manifestazioni in bianco” per chiedere dialogo e cercare di smorzare i toni accesi che hanno caratterizzato le dichiarazioni degli ultimi giorni. I manifestanti, vestiti di bianco e senza bandiere, hanno marciato sotto uno slogan scritto sia in spagnolo che in catalano: Hablemos/Parlem, cioè “parliamo”.

Molte persone sono attese anche alla manifestazione anti-secessione che si terrà domenica a Barcellona e che è organizzata dalla Societat Civil Catalana (SCC), l’organizzazione principale che veicola le istanze a favore dell’unità della Catalogna con il resto della Spagna. La manifestazione sarà l’occasione per chiedere una nuova fase di dialogo col resto del paese; vi prenderanno parte anche intellettuali come lo scrittore peruviano e premio Nobel Mario Vargas Llosa e l’ex presidente del Parlamento europeo Josep Borrell.

«Il nazionalismo qui è etnico, non civico; è linguistico, culturale, tribale, sentimentale e romantico» ha detto all’Observer Álex Ramos, presidente della SCC, a proposito delle ragioni dei sostenitori dell’indipendenza catalana. «Non è come la rivoluzione francese, che chiedeva uguaglianza e libertà per tutti. Nel profondo questi nazionalisti ritengono di essere diversi dagli altri e, in ultima istanza, migliori di loro. Questa è una rivoluzione dei potenti, delle classi sociali più ricche della Catalogna, non degli oppressi. È una rivoluzione egoista. Mobilitano le persone, dicendo al mondo quanto sono scontenti, e poi bollano chiunque non sia d’accordo con loro come fascista».

4 ottobre – Gerard Piqué

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foto via Skysports.com

«Ho considerato l’idea [di lasciare la nazionale spagnola] e ritengo che la cosa migliore sia che io rimanga. Andarsene vorrebbe dire che quelle persone hanno vinto, quelle che pensano che la soluzione migliore sia fischiare e insultare. Non ho intenzione di dare loro questa soddisfazione»

Gerard Piqué

Il calciatore del Barcellona Gerard Piqué ha detto che continuerà a giocare nella nazionale di calcio spagnola, di cui fa parte dal 2009, nonostante abbia pensato di abbandonarla dopo essere stato fischiato e insultato da alcuni tifosi lunedì sera. «Andarsene vorrebbe dire che quelle persone hanno vinto, quelle che pensano che la soluzione migliore sia fischiare e insultare. Non ho intenzione di dare loro questa soddisfazione» ha detto Piqué.

Domenica, il Barcellona (una delle squadre più forti e vincenti del campionato di calcio spagnolo) ha giocato la partita casalinga contro Las Palmas a porte chiuse, per protestare contro i tentativi della polizia di spagnola di impedire lo svolgimento del referendum sull’indipendenza della Catalogna, referendum che il governo e la Corte costituzionale spagnola avevano dichiarato illegale. Poco dopo la partita, Piqué, visibilmente commosso, aveva criticato il governo spagnolo e aveva ribadito il suo sostegno di vecchia data al diritto dei Catalani a votare per la propria indipendenza. Aveva detto di sentirsi Catalano e si era dichiarato disposto a lasciare il suo posto nella nazionale spagnola se l’allenatore Julen Lopetegui lo avesse ritenuto necessario.

Lunedì sera, alcuni tifosi spagnoli si sono recati al centro Las Rozas, vicino a Madrid, dove la nazionale di calcio stava svolgendo una sessione di allenamento: a Piqué sono stati indirizzanti fischi e insulti; alcuni tifosi hanno esposto dei cartelli che lo intimavano a lasciare il team spagnolo.

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foto via Theguardian.com (Rafael Marchante/Reuters)

Secondo quanto riportato dal Guardian, Piqué ha quindi deciso di parlare apertamente del rapporto che lo lega alla nazionale spagnola, anche per evitare ulteriori fastidi ai compagni di squadra, «stanchi» di sentirsi rivolgere domande sul suo conto.

«Ho sempre considerato [la nazionale] una famiglia, fin dall’età di 15 anni: è una delle ragioni per cui sono qui» ha spiegato Piqué. «Il mio impegno nella nazionale è massimo. Sono molto orgoglioso di essere qui… La politica è un faccenda difficile, ma perché non dovrei dire la mia? Capisco quei giocatori che non vogliono pronunciarsi. Siamo calciatori ma siamo anche persone. Perché un giornalista o un meccanico possono dire la loro, mentre un calciatore no?»

«Sono a favore del diritto a votare della gente» ha continuato. «Hanno il diritto di votare sì, no, o astenersi. Io non sono in prima linea, non penso di essermi mai collocato da una parte o dall’altra, e la mia opinione non è così importante… Alcuni dicono che [la Catalogna] dovrebbe essere indipendente, alcuni dicono che dovrebbe tenersi un voto, alcuni dicono che non dovrebbe succedere niente. Tutti e tre i punti di vista sono leciti».

«La Spagna e la Catalogna sono come un padre e suo figlio diciottenne che vuole andarsene da casa. La Catalogna sente di essere trattata in maniera non ideale. La Spagna – e intendo il governo, non il paese – è come il padre e ha due opzioni: sedersi e parlarne, o lasciare che il figlio se ne vada. Ora si è tutto radicalizzato, [ma] sono certo che se parliamo si può raggiungere un’intesa».

Alla domanda su cosa abbia votato al referendum di domenica, però, Piqué ha evitato di rispondere direttamente. «È la domanda da un milione di dollari» ha detto il calciatore «non posso dare una risposta. Non posso sostenere una o l’altra fazione: perderei la metà dei miei sostenitori».

3 ottobre – Felipe VI

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foto via M.publico.es

«Nella Spagna migliore che tutti vogliamo ci sarà anche la Catalogna»

Felipe VI

Il re spagnolo, Felipe VI, ha tenuto quest’oggi un discorso eccezionale sulla situazione catalana. Confermando le parole di domenica del primo ministro spagnolo Rajoy, il re ha dichiarato anticostituzionale il referendum tenutosi in Catalogna. Ha affermato, anzi, che «certe autorità della Catalogna, in modo reiterato, cosciente e deliberato, sono venute meno al rispetto della costituzione e del loro statuto di autonomia». Con ciò, tali autorità hanno dimostrato «una slealtà inammissibile verso i poteri dello stato». Di contro, il re ha ricordato che in Spagna esistono «le vie costituzionali» perché le persone facciano valere le proprie idee, ed ha concluso riaffermando che non ci sarà Spagna senza Catalogna.

Qui di seguito, forniamo la nostra traduzione del discorso di Felipe VI.

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«Buonasera,

stiamo vivendo momenti molto tesi per la nostra vita democratica e data questa circostanza voglio rivolgermi direttamente a tutti gli spagnoli.

Siamo tutti stati testimoni dei fatti che sono avvenuti in Catalogna, con l’obiettivo finale della Generalitat [de Catalunya, n.d.t.] di proclamare illegalmente l’indipendenza della Catalogna.

Da molto tempo certe autorità della Catalogna, in modo reiterato, cosciente e deliberato, sono venute meno al rispetto della costituzione e del loro statuto di autonomia, cioè la legge che riconosce, protegge e difende le loro istituzioni storiche e il loro autogoverno.

Con la loro decisione hanno violato in maniera sistematica le norme approvate legalmente e legittimamente, dimostrando una slealtà inammissibile verso i poteri dello stato, uno stato che proprio quelle autorità rappresentano in Catalogna. Hanno minato i principî democratici di tutto quanto lo stato di diritto e hanno compromesso l’armonia e la convivenza nella società catalana, giungendo, disgraziatamente, a dividerla. Oggi la società catalana è divisa e combattuta.

Quelle autorità hanno mostrato disprezzo per il sentimento e il senso di solidarietà che hanno unito e uniranno tutti quanti gli spagnoli, e con la loro condotta irresponsabile possono persino mettere in pericolo la stabilità economica e sociale della Catalogna e di tutta la Spagna. In definitiva, tutto questo ha portato al culmine di un inaccettabile tentativo di appropriazione delle istituzioni storiche catalane. Quelle autorità, in maniera chiara e rotonda, si hanno poste totalmente oltre il limite del diritto e della democrazia. Hanno preteso di rompere l’unità della Spagna e la sovranità nazionale, ovvero il diritto di tutti gli spagnoli di decidere democraticamente della propria vita in comune.

Per tutto questo e di fronte a tale situazione di estrema gravità, è necessario il fermo impegno di tutti verso gli interessi collettivi. È responsabilità dei legittimi poteri dello stato assicurare l’ordine costituzionale e il normale funzionamento delle istituzioni, il vigore dello stato di diritto e l’autogoverno di Catalogna, basato sulla costituzione e sul suo statuto di autonomia.

Oggi voglio anche mandare altri messaggi a tutti gli spagnoli, in particolare ai catalani. Ai cittadini della Catalogna, a tutti, voglio ribadire che da decenni viviamo in uno stato democratico che offre le vie costituzionali perché qualsiasi persona possa difendere le proprie idee entro i limiti sanciti dalla legge, perché, come tutti sappiamo, senza questo rispetto non c’è convivenza democratica possibile in pace e libertà, né in Catalogna, né nel resto della Spagna né in un nessun posto al mondo. Nella Spagna costituzionale e democratica sapete bene che avete uno spazio di concordia e d’incontro con tutti i vostri concittadini.

So molto bene che in Catalogna c’è molta preoccupazione e grande inquietudine per la condotta delle autorità autonome. A chi sente ciò, vi dico che non siete soli né lo sarete: avete tutti l’appoggio e la solidarietà del resto degli spagnoli e la garanzia assoluta del nostro stato di diritto nella difesa della vostra libertà e dei vostri diritti.

E a tutti gli spagnoli che vivono con disagio e tristezza questi avvenimenti, voglio darvi un messaggio di tranquillità, di fiducia e anche di speranza. Sono momenti difficili ma li supereremo, sono momenti molto complessi ma ne usciremo fuori, perché crediamo nel nostro paese e ci sentiamo orgogliosi di ciò che siamo, perché i nostri principî democratici sono forti, sono solidi, e lo sono perché sono basati sul desiderio di milioni e milioni di spagnoli di convivere in pace e in libertà. Così abbiamo costruito la Spagna negli ultimi decenni e così dobbiamo proseguire questo percorso, con serenità e con determinazione. In questo cammino, nella Spagna migliore che tutti vogliamo ci sarà anche la Catalogna.

Concludo questo discorso a tutto il popolo spagnolo, sottolineando una volta di più il vivo impegno della corona per la costituzione e la democrazia, e la mia dedizione all’accordo e all’armonia tra gli spagnoli, e il mio compito come re di unire e conservare la Spagna. 

Buonasera»

1 ottobre – Mariano Rajoy

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foto via Theguardian.com (Javier Soriano/AFP/Getty Images)

«Oggi non c’è stato alcun referendum. È stato una messinscena, una sceneggiata ignorata dalla maggioranza dei catalani. Siamo una democrazia tollerante ma ferma, abbiamo rispettato la legge e la Costituzione, reagito con fermezza e serenità. Domani convocherò le forze politiche parlamentari per riflettere sul futuro»

Mariano Rajoy

Nella giornata di domenica in Catalogna si è votato un referendum per l’indipendenza. Le operazioni di voto si sono svolte in un clima molto teso: il referendum è ritenuto illegale dal governo spagnolo e dal Tribunale Costituzionale e la polizia spagnola è intervenuta in diversi seggi per contrastare le votazioni e requisire le urne e il materiale elettorale. Dei 2.315 seggi inizialmente previsti, circa 300 sono stati chiusi dalla polizia. Ci sono stati diversi casi di scontri tra poliziotti e civili che opponevano resistenza, rivendicando il diritto di votare. Secondo il governo catalano ci sono stati almeno 761 feriti, di cui due gravi.

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Un agente della polizia spagnola immobilizza due ragazzi che avevano provato ad occupare un seggio a Barcellona – foto via Ilpost.it (PAU BARRENA/AFP/Getty Images)

Poco dopo la chiusura dei seggi, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha tenuto una conferenza stampa, trasmessa in diretta televisiva, contestando la legittimità del voto e accusando il governo catalano di avere rifiutato ogni compromesso e di essere quindi responsabile della situazione di tensione attuale.

«Oggi non c’è stato alcun referendum. È stato una messinscena, una sceneggiata ignorata dalla maggioranza dei catalani» ha detto Rajoy, che ha parlato del «fallimento di un progetto che ha provocato situazioni indesiderate e che ha causato un danno molto grave alla convivenza, un bene che dobbiamo recuperare».

«Oggi abbiamo constato la forza della democrazia spagnola», ha aggiunto. «Il referendum voleva liquidare la Costituzione senza tener conto dell’opinione degli spagnoli».

 

20 settembre – Carles Puigdemont

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foto via Politico.eu

«Lo Stato spagnolo ha sospeso di fatto l’autogoverno della Catalogna e ha applicato di fatto uno stato d’eccezione»

Carles Puigdemont

Tra Madrid e Barcellona la tensione è arrivata ai massimi storici, con l’avvicinarsi del referendum catalano per l’indipendenza, ritenute illegale dalle autorità centrali. Questa mattina alcuni agenti della Guardia Civil, la polizia spagnola, hanno eseguito alcuni blitz nella capitale della Catalogna, portando a termine una serie di arresti e sequestrando circa dieci milioni di schede elettorali.

Tra coloro che sono stati arrestati compaiono almeno tredici figure di spicco del governo e della politica catalana. In particolare, Josep Maria Jovè, braccio destro del Vice-presidente catalano, Jordi Graell, Direttore del Dipartimento di attenzione ai cittadini, e Jordi Puignero, Presidente del Centro delle telecomunicazioni.

Inoltre, sono state svolte delle perquisizioni all’interno della Gendarmeria, uno dei corpi nazionali con funzioni di polizia militare, e negli uffici dell’esecutivo di Barcellona. Un portavoce della Generalitat, il Parlamento catalano, ha riferito: «Sono entrati nei Dipartimenti Affari Economici, Esteri e della Presidenza dell’esecutivo regionale».

Il Primo Ministro Mariano Rajoy ha difeso la decisione dell’esecutivo da lui guidato. Parlando dall’aula del Congresso dei deputati spagnolo, ha detto: «Il governo tutela i diritti di tutti gli spagnoli. I giudici si sono espressi contro il referendum, come democrazia abbiamo l’obbligo di far rispettare la sentenza». Una posizione ferma che è stata prontamente difesa dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel: «Abbiamo a cuore la stabilità di un partner così vicino».

Decisamente contrarie, invece, le reazioni del Sindaco di Barcellona Ada Colau, nota sostenitrice del referendum. «È uno scandalo democratico che si perquisiscano le istituzioni e si arrestino cariche pubbliche per motivi politici. Difendiamo le istituzioni catalane», è stato il messaggio scritto oggi su Twitter.

Il Governatore della Catalogna, Carles Puigdemont, ha tenuto questa mattina una conferenza stampa per difendere la propria posizione e la legittimità del referendum del 1 ottobre, contro quelle che egli perpecisce come delle malversazioni da parte del governo centrale di Madrid. «Lo Stato spagnolo ha sospeso di fatto l’autogoverno della Catalogna e ha applicato di fatto uno stato d’eccezione», ha affermato durante il suo discorso.

Puigdemont ha comunque confermato che il tanto contestato referendum si terrà. «Manteniamo la convocazione del referendum del 1 ottobre per difendere la democrazia di fronte ad un regime repressivo e intimidatorio», ha detto, aggiungendo poi, «L’1 ottobre usciremo di casa, porteremo la scheda e voteremo. Quello che sta vivendo la Catalogna non lo vive nessun altro stato dell’Unione Europea».

16 settembre – Ada Colau

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foto via Repubblica.it (Reuters)

«È una sciagura avere un governo che è incapace di dialogare e che invece si dedica a perseguire e intimidire i sindaci e i mezzi di informazione»

Ada Colau

Più di 700 sindaci da tutta la Catalogna si sono riuniti sabato per manifestare il proprio sostegno al referendum sull’indipendenza della regione. I sindaci, riporta l’agenzia Reuters, hanno voluto inviare un messaggio di sfida al governo centrale spagnolo, dopo che pochi giorni fa le autorità giudiziarie avevano comunicato che i rappresentanti della Catalogna che avrebbero partecipato alla preparazione del referendum avrebbero potuto essere incriminate di disobbedienza, abuso d’ufficio e malversazione (cioè l’uso improprio di fondi pubblici).

Il governo catalano ha indetto un voto per l’autonomia della regione per il prossimo primo di ottobre nonostante la decisa opposizione del governo di Madrid, che ha definito il referendum «illegale», chiedendo alla Corte costituzionale di esprimersi in proposito.

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La Sagrada Familia (Barcellona) con srotolata una bandiera per l’indipendenza catalana. Foto via Ilpost.it (David Ramos/Getty Images)

I sindaci hanno incontrato a Barcellona il presidente della Catalogna Carles Puigdemont e, di fronte a una folla di manifestanti pro-indipendenza, che intonava cori con gli slogan «voteremo» e «indipendenza», hanno promesso pubblicamente il loro sostegno al referendum. Tra di essi c’era anche il sindaco di Barcellona Ada Colau, che ha detto: «È una sciagura il fatto di avere un governo che è incapace di dialogare e che invece si dedica a perseguire e intimidire i sindaci e i mezzi di informazione».

Finora, scrive Reuters, 740 su 948 autorità cittadine hanno detto che offriranno spazi comunali per lo svolgimento delle operazioni di voto. Nei giorni scorsi la polizia ha effettuato perquisizioni nelle sedi di numerose tipografie e redazioni di giornali alla ricerca di schede per il voto, urne elettorali e volantini sul referendum. Il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, ha chiesto ai sindaci un ritorno alla «ragione e razionalità» e ha promesso di bloccare il voto.

2 aprile – Michael Howard

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foto via Telegraph.co.uk

“Esattamente trentacinque anni fa, un’altra donna prima ministra mandò nell’altra metà del mondo una task force per difendere la libertà di un altro piccolo gruppo di britannici contro un altro paese ispanofono, e sono sicuro che la nostra attuale prima ministra mostrerà la stessa risolutezza nel supportare la popolazione di Gibilterra”

Michael Howard

In un’intervista a Sky News, l’ex-leader del Partito conservatore inglese Michael Howard, ha suggerito che Theresa May, attuale primo ministro del Regno Unito, sarebbe disposta a risolvere “la questione Gibilterra” militarmente, seguendo l’esempio di Margaret Thatcher nella guerra delle Isole Falkland (o Isole Malvine) contro l’Argentina. Nella bozza delle linee guida dell’Unione Europa per le trattative sulla secessione del Regno Unito, presentata venerdì scorso da Donald Tusk, vi è infatti un articolo riguardante Gibilterra: “Dopo che il Regno Unito avrà lasciato l’Unione Europea, nessun accordo tra l’Ue e il Regno Unito sarà applicato al territorio di Gibilterra senza un accordo tra il Regno di Spagna e il Regno Unito”. In altri termini, viene assegnata alla Spagna la facoltà di porre il veto su qualsiasi accordo stipulato da Regno Unito e Unione europea che riguardi Gibilterra.

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foto via Wikipedia.org

Gibilterra è una piccola città che si trova geograficamente sulla costa meridionale della Spagna (si affaccia sullo stretto omonimo che separa il Mediterraneo dall’Oceano Atlantico), ma che formalmente fa parte del Regno Unito dal 1713. Da allora la Spagna non ha mai nascosto l’intenzione di riprendere possesso della regione. Il documento sulle procedure per Brexit non è definitivo e deve ancora essere passato al vaglio dei 27 Stati membri; nondimeno, l’articolo su Gibilterra è stato accolto con sorpresa nel Regno Unito. Questa mattina, Theresa May ha contattato Fabian Picardo, primo ministro di Gibilterra, assicurando “il risoluto supporto del Regno Unito alla gente e alla comunità di Gibilterra”. Nel mentre, il leader dei democratici liberali, Tim Farron, ha commentato le parole di Howard sottolineandone il carattere bellicoso e anti-diplomatico: “In soli pochi giorni la destra conservatrice sta già trasformando alleati di lungo corso in potenziali nemici. Spero che questo non sia un segno dell’approccio del governo alle lunghe trattative che ci aspettano”.