14 novembre – Jeff Sessions

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foto via Cnn.com

«In ogni mia testimonianza, posso solo fare del mio meglio per rispondere a tutte le vostre domande per come le capisco e al meglio della mia memoria. Ma non accetterò, e respingo, le accuse che io abbia mai mentito sotto giuramento»

Il Ministro della Giustizia Jeff Sessions si è oggi difeso davanti al Congresso dalle accuse di aver mentito sotto giuramento al massimo organo legislativo americano riguardo le sue conoscenze circa presunti contatti tra ufficiali del governo russo e membri della campagna elettorale di Donald Trump, nel corso del 2016.

«In ogni mia testimonianza, posso solo fare del mio meglio per rispondere a tutte le vostre domande per come le capisco e al meglio della mia memoria», ha dichiarato Sessions di fronte alla Commissione Giudiziaria della Camera, «Ma non accetterò, e respingo, le accuse che io abbia mai mentito sotto giuramento. Questa è una bugia».

La testimonianza odierna del Procuratore Generale era la sua prima apparizione davanti al Congresso, dopo che due ex consiglieri della campagna elettorale di Trump hanno dichiarato di aver avvertito lo stesso Sessions dei loro contatti con emissari del governo russo. Queste rivelazioni, rese da George Papadopoulos e da Carter Page, sembravano contraddire quanto Sessions aveva precedentemente dichiarato il mese scorso al Senato.

In risposta a queste rivelazioni, il Ministro della Giustizia ha affermato di non avere ricordo delle conversazioni avute con Page. Inoltre, ha dichiarato che, sebbene inizialmente non ricordasse alcuna conversazione del marzo 2016 con Papadopoulos, ora crede di aver detto allo stesso Papadopoulos di non essere autorizzato a rappresentare la campagna di Trump con il governo russo o con qualsiasi altro governo straniero.

Sessions ha, inoltre, detto alla Commissione del Congresso che non sussistono motivi sufficienti per nominare un consulente speciale per investigare sulla rivale alle ultime elezioni del Presidente Trump, la democratica Hillary Clinton. Il Dipartimento di Giustizia, infatti, in una lettera inviata alla Commissione Giudiziaria della Camera, aveva reso nota l’intenzione di avviare un’indagine speciale su alcune donazioni ricevute dalla Fondazione Clinton che sarebbero collegate alla decisione, presa nel 2010 dall’amministrazione Obama, di consentire a un’agenzia nucleare russa di acquistare Uranium One, una compagnia che possiede l’accesso all’uranio negli Stati Uniti.

«Il Dipartimento di Giustizia non può mai essere usato per fini di ritorsione politica contro gli oppositori. Sarebbe sbagliato», ha dichiarato Sessions, rispondendo alla domanda relativa ai tweet di Donald Trump, in cui il Presidente aveva ripetutamente chiesto che il Dipartimento indagasse sulla sua vecchia avversaria. «Il presidente espone la sua opinione. È audace e diretto in quello che dice. Noi però facciamo il nostro dovere ogni giorno in base ai fatti», è stata la difesa del Procuratore Generale.

11 novembre – Donald Trump

foto via Uk.breakingnow.co

«[Putin] ha detto di non avere assolutamente interferito nelle nostre elezioni … Ogni volta che mi vede mi dice: “Non l’ho fatto”, e quando me lo dice io gli credo, si vede che lo dice seriamente»

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto che Vladimir Putin gli ha assicurato che la Russia non ha interferito nella campagna elettorale statunitense dello scorso anno, facendo intendere di credere alla sincerità del presidente russo.

Trump e Putin si sono incontrati sabato a Danang, in Vietnam, dove hanno partecipato al summit dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC), l’organizzazione che si occupa di promuovere investimenti e libero scambio nell’area asiatico-pacifica. I due leader hanno avuto modo di parlarsi durante alcuni incontri informali a margine dell’evento.

Lasciando Danang, sul volo dell’Air Force One che lo avrebbe portato a Hanoi, Trump ha spiegato ai giornalisti che viaggiavano con lui di avere discusso con Putin, tra le altre cose, anche delle interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016.

«Mi ha detto di non avere interferito» ha detto Trump. «Gliel’ho chiesto di nuovo. Non è che puoi chiederglielo tutte le volte. Gliel’ho chiesto di nuovo. Ha detto di non avere assolutamente interferito nelle nostre elezioni. Non ha fatto ciò per cui viene accusato… Ogni volta che mi vede mi dice: “Non l’ho fatto”, e quando me lo dice io gli credo, si vede che lo dice seriamente. Penso sia molto offeso da questa cosa, e non è una buona cosa per il nostro paese».

Le dichiarazioni di Trump hanno immediatamente sollevato numerose polemiche e critiche, dal momento che tutte le principali agenzie di intelligence statunitensi, di cui Trump, in quanto presidente degli Stati Uniti, è a capo, concordano invece sul fatto che il governo russo abbia interferito nel processo elettorale statunitense.

James Clapper, ex direttore della National Intelligence americana, ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che «al presidente sono state fornite evidenze chiare e indisputabili sulle interferenze della Russia nelle elezioni. Gli stessi direttori della National Intelligence e della CIA hanno confermato queste scoperte … Il fatto che preferisca credere alla parole di Putin anziché a quelle dei servizi di intelligence è irragionevole».

9 novembre – Donald Trump

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foto via Apnews.com (AP Photo/Andy Wong)

«Non incolpo la Cina. Dopotutto, chi può biasimare un paese per essere capace di approfittarsi di un altro paese a beneficio dei propri cittadini?»

Giovedì è stato il secondo e ultimo giorno della visita di Donald Trump in Cina: il presidente degli Stati Uniti, scrive AP News, ha avuto modo di partecipare a «lunghi» incontri con il suo omologo cinese, Xi Jinping, durante i quali si è discusso di temi cruciali per le relazioni tra i due stati.

Tra questi, il tema dei rapporti commerciali tra Usa e Cina: nel corso di un intervento pubblico, Trump ha definito questi rapporti «molto unilaterali e ingiusti» a causa del deficit che pesa sul versante americano (a ottobre di quest’anno il deficit commerciale degli Stati Uniti rispetto alla Cina era di 223 miliari di dollari).

Il presidente Usa ha detto che la Cina «deve immediatamente correggere le ingiuste pratiche commerciali» che hanno prodotto un surplus (da parte cinese) così «scandalosamente» alto, impegnandosi inoltre a rimuovere le barriere per l’accesso al mercato nazionale e a risolvere il problema del furto di proprietà intellettuale.

Al tempo stesso, però, Trump non ha voluto attaccare apertamente il suo interlocutore, Xi Jinping, e ha affermato di non biasimare la Cina per avere tratto vantaggio dai rapporti commerciali favorevoli con gli Stati Uniti. «Dopotutto, chi può biasimare un paese per essere capace di approfittarsi di un altro paese a beneficio dei propri cittadini?» ha detto Trump, ricevendo applausi dai presenti. «Riconosco il grande merito della Cina».

Trump aveva fatto della riduzione del deficit commerciale una priorità per la propria amministrazione. Durante la campagna elettorale aveva accusato la Cina di «violentare il nostro paese» dal punto di vista commerciale, e aveva promesso che avrebbe posto rimedio a questo squilibrio.

5 novembre – Donald Trump

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foto via Stripes.com

«Nessuno, nessun dittatore, nessun regime, nessuna nazione, dovrebbe mai sottostimare la risolutezza americana. Ogni volta che, in passato, ci hanno sottostimato, poi non è stato piacevole per loro»

E’ ufficialmente iniziato la lunga visita del Presidente americano Donald Trump in Asia. Un tour che toccherà alcuni dei principali Paesi della regione, tra cui Cina, Giappone e Corea del Sud, e in cui verrano discussi alcuni dei temi più scottanti della politica regionale e mondiale, non da ultimo i test missilistici della Corea del Nord.

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Le tappe del tour asiatico di Donald Trump (foto via Ft.com)

Proprio oggi, dopo essere atterrato alla base giapponese di Yokota, Trump ha subito tenuto un discorso di fronte alla truppe americane ivi stanziate. Pur non nominando mai direttamente Pyongyang, Trump ha adoperato un tono marcatamente militaristico, per segnalare la volontà di ferro e l’incredidile potenza del suo Paese nell’affrontare le sfide mondiali e nel proteggere i propri alleati.

«Nessuno- nessun dittatore, nessun regime, nessuna nazione- dovrebbe mai sottostimare la risolutezza americana. Ogni volta che, in passato, ci hanno sottostimato, poi non è stato piacevole per loro», ha affermato il Presidente e poi, rivolgendosi alle migliaia di soldati a stelle e strisce presenti, ha detto: «Voi siete la più grande minaccia per quei dittatori e per quei tiranni che cercano di tormentare gli innocenti».

Durante il viaggio verso il Giappone, sull’Air Force One, Trump ha raccontato ai giornalisti che avrebbe in programma di incontrare Vladimir Putin la prossima settimana, per discutere della Corea del Nord. «Speriamo di incontrarci con Vladimir Putin. Vogliamo che ci aiuti con la Corea del Nord», ha affermato Trump, il cui incontro con il Presidente russo dovrebbe tenersi a margine del prossimo vertice dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), in programma il 10 e 11 novembre a Da Nang, in Vietnam.

Dal momento che, oltre all’incontro odierno con Shinzo Abe, è previsto un faccia a faccia pure con il leader sud-coreano Moon Jae-in e con il Presidente cinese Xi Jinping, questa lunga visita in Asia rappresenta per Donald Trump un importante test per dimostrare le sue abilità comunicative e diplomatiche. Un campo, questo, in cui il Presidente americano ha finora mostraro gravi lacune, alternando gaffes grossolane a uscite aggressive e irrispettose nei confronti di altri Paesi o leader.

Alla domanda di alcuni giornalisti sul fatto se Trump abbia intenzione di moderare i toni durante questa visita ufficiale, il Consigliere della Sicurezza Nazionale è stato piuttosto franco. «Il Presidente utilizzerà ovviamente qualunque linguaggio voglia. Non penso che il Presidente mitigherà davvero il suo linguaggio, glielo avete mai visto fare?», ha risposto il generale McMaster.

1 novembre – Bill de Blasio

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foto via Forward.com (Getty Images)

«Il mio messaggio per tutti i newyorchesi è: fate quello che sapete fare meglio, siate newyorchesi. Siate forti, siate orgogliosi, siate resistenti. Mostrate al mondo intero, proprio ora, che non saremo toccati dal terrore»

Il giorno dopo l’attacco terroristico di New York che ha provocato 8 morti e almeno 11 feriti, il sindaco della città Bill de Blasio ha indirizzato un messaggio ai newyorchesi, dicendosi orgoglioso di come la città ha reagito alla tragedia.

Martedì 31 ottobre alle 15.30 circa (20.30 ore italiane) un uomo a bordo di un furgone ha invaso una pista ciclabile nella zona sud di Manhattan, New York, investendo diverse persone. L’uomo alla guida, che i giornali americani hanno identificato come Sayfullo Habibullaevic Saipov, un 29enne originario dell’Uzbekistan, è stato ferito da colpi d’arma da fuoco sparati dalla polizia e poi arrestato.

Poche ore dopo in città si è tenuta la 44esima edizione dell’annuale sfilata di Halloween, nonostante la notizia dell’attentato nel frattempo fosse già circolata. Il dipartimento di polizia di New York ha dispiegato un maggior numero di poliziotti, agenti armati di fucili e mitragliatori, e blocker trucks per proteggere i partecipanti all’evento.

«Il governatore Cuomo ed io siamo stati alla nostra annuale sfilata di Halloween» ha detto de Blasio giovedì durante una conferenza stampa «un milione di newyorchesi hanno partecipato a questo evento, parlando con loro [ci siamo resi conto che] non erano spaventati, erano forti. Vedere questa forza di fronte alle avversità mi ha reso molto orgoglioso di New York City e di tutte le persone di questo paese. Questa mattina la gente è andata al lavoro, i ragazzi sono andati a scuola. Nessuno ha pensato che ci fosse un’alternativa al resistere a questo atto di terrore. Ma il mio messaggio per tutti i newyorchesi è: fate quello che sapete fare meglio, siate newyorchesi. Siate forti, siate orgogliosi, siate resistenti. Mostrate al mondo intero, proprio ora, che non saremo toccati dal terrore».

30 ottobre – Donald Trump

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foto via Cnn.com

«Mi dispiace, ma questo risale ad anni fa, prima che Paul Manafort fosse parte della campagna di Trump»

L’ex manager della campagna elettorale di Trump si è costituito oggi all’Fbi, dopo essere stato accusato di aver nascosto milioni di dollari attraverso società operanti all’estero e aver adoperato quei soldi per acquistare auto di lusso, case, pezzi d’antiquariato e abiti costosi. Assieme a lui, è stato accusato anche il suo socio di lunga data, Rick Gates. Entrambi si sono presentati, accompagnati dai rispettivi avvocati, presso la Corte Federale di Washington, dichiarandosi tuttavia “non colpevoli”.

Separatamente, un altro dei consiglieri di politica estera di Trump, George Papadopoulos, ha ammesso di avere mentito all’Fbi riguardo ai suoi contatti con la Russia. In particolare, Papadopoulos avrebbe reso false dichiarazioni e omesso volontariamente del materiale durante un interrogatorio richiesto dal Procuratore Speciale Robert Mueller, nell’ambito dell’inchiesta denominata “Russiagate”. Negli atti giudiziari, si legge che Papadopoulos ha mentito «sui tempi, l’estensione e la natura dei suoi rapporti e della sua interazione con certi stranieri che aveva capito avere strette connessioni con alti dirigenti del governo russo».

L’accusa nei confronti di Manafort e Gates, seppur condotta dallo stesso Mueller, non fa ancora riferimento a presunte interferenze russe nella politica americana. Tuttavia, essa descrive in maniera dettagliata l’attività di lobbying che lo stesso Manafort ha svolto in Ucraina e che, secondo il Procuratore, è stata all’origine di un tentativo di riciclaggio di almeno 18 milioni di dollari, che non sarebbero stati dichiarati al fisco. «Manafort ha utilizzato la sua ricchezza nascosta all’estero per condurre uno stile di vita lussuoso negli Stati Uniti, senza pagare tasse su quel reddito», è scritto negli atti.

Gates è indagato per aver trasferito circa 3 milioni di dollari dai suoi conti offshore. I due sono accusati, inoltre, di false dichiarazioni. «Come parte dello schema, Manafort e Gates hanno ripetutamente fornito informazioni false, tra gli altri, ai contabili finanziari, agli agenti del fisco e al consulente legale», è scritto ancora negli atti. L’accusa più grave, tuttavia, rimane quella di riciclaggio di denaro, per cui è prevista una pena detentiva fino a 20 anni.

Paul Manafort, da lungo tempo impiegato come stratega elettorale per il Partito Repubblicano, era entrato a fare parte dell’entourage della campagna presidenziale di Donald Trump nel marzo 2016, salvo poi diventarne il manager. Un incarico importante e prestigioso, che aveva dovuto lasciare dopo pochissimo tempo, a seguito del licenziamento da parte dello stesso Trump, quando era emerso che Manafort aveva ricevuto in nero 12 milioni di dollari dall’ex-Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, per il quale aveva lavorato come consulente.

«Mi dispiace, ma questo risale ad anni fa, prima che Paul Manafort fosse parte della campagna di Trump», ha twittato oggi Donald Trump per sottolineare la propria estraneità dalla vicenda. In realtà, i capi di accusa contro Manafort e del suo ex socio Gates dicono che avrebbero cospirato contro gli Usa in un periodo compreso tra il 2006 e il 2017, quindi non tutti gli episodi contestati sono di «anni fa», come invece ha detto il Presiedente.

Sempre nello stesso tweet, Trump è tornato nuovamente ad attaccare la sua ex rivale democratica alle elezioni presidenziali dello scorso novembre: Hillary Clinton. «Perché la corrotta Hillary e i democratici non sono al centro dell’attenzione?????», ha scritto.

In un altro tweet, scritto immediatamente dopo, il Presidente ha aggiunto: «Inoltre, non c’e’ alcuna collusione». Si riferiva, chiaramente, alle presunte relazioni tra i membri del suo entourage ed eventuali emissari del governo russo.

28 ottobre – James Mattis

Secretary of Defense James Mattis testifies before Congress
foto via Cnbc.com

«Non si sbaglino: qualsiasi attacco contro gli Stati Uniti o contro i nostri alleati verrà sconfitto. Qualsiasi utilizzo di un’arma nucleare da parte della Corea del Nord riceverà una risposta militare massiccia, efficace e travolgente»

Mentre crescono le tensioni tra Corea del Nord e Stati Uniti, contemporaneamente all’incertezza su quali siano i veri obiettivi di Kim Jong-un e del suo programma missilistico nucleare, il Segretario americano alla Difesa, Generale James Mattis è volato a Seul, capitale della Corea del Sud, per sostenere e rassicurare i suoi più stretti alleati nella regione dell’Asia-Pacifico.

Mattis, con a fianco il ministro della Difesa sudcoreano Song Young-moo, in una conferenza stampa congiunta dopo l’annuale Meeting consultivo sulla sicurezza tra i due Paesi, ha definito «illegale» il comportamento internazionale della Corea del Nord, ribadendo come gli Usa non accetteranno mai Pyongyang come uno Stato nucleare.

«La Corea del Nord ha accelerato la minaccia che pone verso i suoi vicini nel mondo, attraverso il suo programma nucleare missilistico illegale e non necessario», ha detto Mattis, «Sta portando avanti un comportamento minaccioso e fuorilegge, condannato unanimemente da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

La strada maestra rimane la diplomazia e il dialogo, senza però dimenticare le molteplici opzioni militari a disposizione di Washington. «Non si sbaglino: qualsiasi attacco contro gli Stati Uniti o contro i nostri alleati verrà sconfitto», ha dichiarato il Segretario alla Difesa, «Qualsiasi utilizzo di un’arma nucleare da parte del Nord ricevera’ una risposta militare massiccia, efficace e travolgente».

Del resto, mentre Mattis pronunciava il suo discorso, il Dipartimento della Difesa Usa rendeva noto il dispiegamento nell’Oceano Pacifico di tre portaerei; secondo un comunicato dell’esercito, si tratta delle portaerei Uss Nimitz, Uss Reagan e Uss Theodore Roosevelt, scortate ciascuno dai rispettivi gruppi di combattimento. La visita in Corea del Segretario alla Difesa anticipa il tour asiatico di Donald Trump, che inizierà tra pochi giorni.

25 ottobre – James Clapper

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foto via Cnn.com

«Kim Jong-un è una divinità e così i suoi predecessori, suo nonno e suo padre. Quando insulti il ​​capo di stato della Corea del Nord, stai offendendo anche la loro divinità e, naturalmente, il regime utilizza quest’arma per mobilitare la propria opinione pubblica»

L’approccio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti della Corea del Nord e del suo dittatore, Kim Jong-un, è stato spesso criticato e bollato come troppo aggressivo e intimidatorio. Il timore diffuso, a livello internazionale, è che l’escalation dei toni e delle minacce incrociate possa condurre a una guerra nucleare su scala regionale.

Questo timore è stato sollevato nuovamente ieri da James Clapper, ex numero uno dell’Intelligence Nazionale americana, un personaggio quindi fino a poco tempo fa parecchio addentro nelle questioni riguardanti la sicurezza nazionale, che ha parlato della situazione in Corea del Nord in un’intervista alla Cnn.

Clapper crede che nella penisola coreana esistano tutti i presupposti per lo scoppio di una nuova guerra mondiale. «È certamente una possibilità e questo è ciò che mi preoccupa di alcune delle dichiarazioni sconsiderate del Presidente in relazione alla Corea del Nord», ha risposto inizialmente Clapper alla domanda del conduttore, Anderson Cooper, proprio sulle reali possibilità di un conflitto su larga scala.

«Nessuno sa quale sia il punto di ebollizione di Kim Jong-un e Kim Jong-un non è circondato da un gruppo di consulenti esperti, capaci e temperati come il presidente Trump», ha continuato l’ex-capo dell’intelligence, «Quello che vedete intorno a Kim Jong-un è un sacco di generali sicofanti, ornati di medaglie che lo seguono fedelmente con i loro notebook aperti, prendendo appunti su ogni sua espressione».

Nonostante ciò, tuttavia, Clapper teme soprattutto i tweet provocatori del Presidente americano, che spesso sono sfociati in insulti e derisioni nei confronti di Kim Jong-un. «Vale la pena ricordare il livello di religiosità presente in Corea del Nord. Kim Jong-un è una divinità e così i suoi predecessori, suo nonno e suo padre», ha affermato, «Quando insulti il ​​capo di stato della Corea del Nord, stai offendendo anche la loro divinità e, naturalmente, il regime utilizza quest’arma per mobilitare la propria opinione pubblica».

20 ottobre – Carmen Yulin Cruz

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foto via Politifact.com

«Penso che il presidente viva in una realtà parallela, che solo lui creda alle cose che dice»

Carmen Yulin Cruz, sindaca di San Juan, capitale di Porto Rico, ha risposto alle affermazioni di Donald Trump a proposito dei soccorsi prestati dagli Stati Uniti alla popolazione portoricana, duramente colpita dal passaggio sull’isola dell’uragano Maria.

Giovedì, nel corso di una conferenza stampa col governatore di Porto Rico, al presidente Trump era stato chiesto di valutare la gestione della crisi da parte del governo federale americano (Porto Rico è un “territorio non incorporato” degli Stati Uniti, e i suoi abitanti sono cittadini statunitensi). «Ci meritiamo un 10» aveva risposto Trump.

«Sono d’accordo, se intendiamo 10 su 100» ha commentato Cruz venerdì. «Per ora si tratta di un voto disastroso».

Nelle scorse settimane Trump ha ricevuto numerose critiche per la gestione dei soccorsi a Porto Rico, dove centinaia di migliaia di persone si trovano senza acqua corrente e più dell’80% di coloro che disponevano di elettricità ne sono ora privi. Più di trenta persone sono morte e le abitazioni di almeno 11mila abitanti sono state distrutte dall’uragano. In molti, tra cui la stessa Cruz, hanno accusato l’amministrazione statunitense di non stare facendo abbastanza.

«Penso che il presidente viva in una realtà parallela, che solo lui creda alle cose che dice» ha aggiunto la sindaca. «Di certo c’è che la gente è senza elettricità. Sapevamo che ci sarebbe voluto del tempo, ma i servizi essenziali non ci sono ancora e non sembra ci sia alcun segno di come le cose possano evolvere».

Trump è stato criticato anche per la scarsa empatia dimostrata nei confronti della popolazione di Porto Rico. Il 3 ottobre Trump è andato personalmente a visitare l’isola e durante una conferenza stampa ha sostenuto che quello di Porto Rico non fosse un disastro grave, affermando che le autorità locali avrebbero dovuto essere «orgogliose» di avere avuto un numero di morti tutto sommato basso, se paragonato a quello causato dall’uragano Katrina, che Trump ha definito «una vera catastrofe».


Per un approfondimento sulla crisi di Porto Rico, invito ad ascoltare questo podcast del giornalista Francesco Costa:

15 ottobre – Rex Tillerson

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foto via Bbc.com

«Vediamo se riusciamo ad affrontare i difetti restando nell’accordo, lavorando con gli altri firmatari, lavorando con gli amici e gli alleati europei dentro l’accordo»

Rex Tillerson

Nel corso di un’intervista alla Cnn, nel programma domenicale “State of the Union” condotto dal giornalista Jake Tapper, il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha rilasciato alcune dichiarazioni che sembrano distanziarsi, in parte, da quelle rilasciate solo pochi giorni fa dal Presidente Trump sull’accordo nucleare iraniano.

Alla domanda diretta di Tapper se gli Usa debbano rimanere all’interno dell’accordo con l’Iran e se questo sia nell’interesse americano, Tillerson ha risposto chiaramente: «Noi rimarremo dentro l’accordo». Una posizione chiara e decisa, che stride con l’annuncio del Presidente di voler ripudiare l’accordo negoziato dall’amministrazione Obama, a causa delle ripetute violazioni dei termini da parte del regime di Teheran.

«Quello che il Presidente vuole è una strategia più comprensiva nella sua totalità», ha detto Tillerson, «Questo accordo nucleare ha una serie di difetti e di debolezze e il Presidente, nel corso della campagna elettorale, ha detto che avrebbe rivisto l’accordo o l’avrebbe rinegoziato per correggere questi difetti oppure che avrebbe cercato di ottenere un accordo completamente diverso».

«Noi vogliamo affrontare le debolezze contenute nell’accordo nucleare», ha continuato il Segretario di Stato, «ma dobbiamo anche affrontare una più ampia serie di minacce che l’Iran pone alla regione, ai nostri amici ed alleati e alla nostra sicurezza nazionale». Tra le accuse rivolte al regime di Teheran, Tillerson ha citato il legame stretto con le milizie libanesi di Hezbollah, il tentativo di destabilizzare lo Yemen appoggiando i ribelli Houthi e il sostegno finanziario offerto ad alcuni gruppi terroristici di matrice islamica.

Del resto, secondo Tillerson, l’Iran sta rispettando l’accordo negoziato nel 2015, a differenza di quanto sostenuto da Trump. Il regime di Teheran avrebbe commesso delle «violazioni tecniche» di alcune norme negoziate, ma «hanno rimediato a queste violazioni, il che li riporta nella conformità tecnica».

La necessità di rinegoziare l’accordo, sempre secondo il Segretario di Stato, non nasce dalla minaccia nucleare rappresentata dall’Iran, ma dalla complessa rete di alleanze e di influenze che Teheran sta consolidando ed espandendo in Medio Oriente. Il dialogo, tuttavia, non deve essere riaperto unilateralmente, ma con l’appoggio degli altri firmatari dell’accordo. «Vediamo se riusciamo ad affrontare i difetti restando nell’accordo, lavorando con gli altri firmatari, lavorando con gli amici e gli alleati europei dentro l’accordo», ha detto Tillerson.