14 ottobre – Valentina Matviyenko

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foto via Sputniknews.com

«Questo è un atto internazionale, un documento, che è stato adottato sotto forma di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Non è un accordo bilaterale tra l’Iran e gli Stati Uniti e, pertanto, non può essere revocato unilateralmente»

Valentina Matviyenko

Dopo le dichiarazioni di ieri di Donald Trump riguardanti la sua decisione di non continuare a certificare il rispetto dell’accordo nucleare con l’Iran, il Joint Comprehensive Plan Of Action, lasciandone il destino nelle mani del Congresso americano, gli altri membri del JCPOA hanno prontamente affermato pubblicamente che la sopravvivenza dell’accordo non è a rischio.

La Federazione Russa, per bocca del Presidente del Consiglio Federale (ossia il Senato) Valentina Matviyenko ha oggi ribadito che l’iniziativa di un solo Paese, per quanto potente possa essere, non può invalidare un accordo così importante. «Questo è un atto internazionale, un documento, che è stato adottato sotto forma di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Non è un accordo bilaterale tra l’Iran e gli Stati Uniti e, pertanto, non può essere revocato unilateralmente», ha detto la Matviyenko ai giornalisti.

«Spero che non ci sia alcuna decisione di abrogare l’accordo, dal momento che ogni tentativo di cambiarne l’equilibrio può essere molto pericoloso», ha continuato il Presidente del Senato russo, «tutti gli accordi di non proliferazioni sottoscritti internazionalmente sarebbero a rischio».

Valentina Matviyenko ha, inoltre, difeso i risultati sin qui ottenuti: «L’accordo con l’Iran sul programma nucleare è stato difficile da raggiungere e il mondo l’ha riconosciuto come una grandiosa vittoria della diplomazia internazionale. Oggi l’Iran è sottoposto al ferreo controllo dell’IAEA sul rispetto degli impegni previsti dall’accordo». «Non c’è alcuna ragione per dubitare dell’effettività di questo accordo, di questo documento», ha concluso, infine, la Matviyenko.

13 ottobre – Donald Trump

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foto via Timesofisrael.com

«Basandomi su testimonianze fattuali, annuncio oggi che non possiamo fare questa certificazione e non la faremo. Non possiamo continuare lungo un percorso la cui prevedibile conclusione è più violenza, più terrore e la minaccia estremamente realistica della produzione di armi nucleari da parte dell’Iran»

Donald Trump

Donald Trump ha minacciato di porre fine all’accordo sul nucleare iraniano se questo non verrà modificato in modo significativo. Parlando dalla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti venerdì ha dichiarato di non essere intenzionato a continuare a certificare il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran, anche se non si è spinto fino ad annunciare il ritiro degli Usa dal trattato.

L’accordo sul nucleare iraniano, il cui nome formale è “Piano d’azione congiunto globale” (in inglese “Joint Comprehensive Plan of Action”, JCPOA), è un accordo internazionale che impegna l’Iran, per un determinato numero di anni, a ridurre le proprie attività di arricchimento dell’uranio in cambio della sospensione delle sanzioni economiche imposte allo stato mediorientale a causa del suo programma nucleare. Il JCPOA è stato raggiunto nel 2015 a Vienna tra Iran, Unione europea e il gruppo di stati “P5+1”, composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania.

Trump ha annunciato che la sua amministrazione è pronta a negoziare col Congresso americano e con gli alleati internazionali degli Stati Uniti dei modi per rendere permanenti e più severi gli obblighi dell’Iran, specificando che in caso di fallimento dei negoziati farà uscire gli Stati Uniti dal JCPOA.

«Non possiamo continuare lungo un percorso la cui prevedibile conclusione è più violenza, più terrore e la minaccia estremamente realistica della produzione di armi nucleari da parte dell’Iran» ha detto Trump. «Se non saremo in grado di raggiungere una soluzione lavorando col Congresso e coi nostri alleati, allora l’accordo terminerà. La nostra partecipazione può essere interrotta da me in ogni momento, in quanto presidente».

Gli altri firmatari dell’accordo hanno però affermato che una rinegoziazione dell’accordo è impossibile. Già pochi minuti dopo il discorso di Trump, la responsabile della politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, ha rilasciato una dichiarazione puntualizzando che, poiché l’accordo sul nucleare è stato sancito da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non potrà essere cancellato da un singolo stato. «Non mi risulta ci sia un solo paese al mondo che possa porre fine a una risoluzione che è stata adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il presidente degli Stati Uniti ha molti poteri, ma non questo» ha detto Mogherini ai giornalisti.

12 ottobre – Heather Nauert

Valerie Harper Visits "FOX & Friends"
foto via Politico.com

«Questa decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per il crescente arretramento dell’UNESCO, per la necessità di una fondamentale riforma nell’organizzazione e per i suoi continui pregiudizi anti-Israele»

Heather Nauert

Quest’oggi, con un comunicato pubblicato sul sito del Dipartimento di Stato, firmato dalla portavoce Heather Nauert, gli Stati Uniti hanno annunciato ufficialmente la loro decisione di ritirarsi dall’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

«In data 12 ottobre 2017, il Dipartimento di Stato ha notificato alla direttrice generale dell’UNESCO Irina Bokova la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’organizzazione e di cercare di istituire una missione come osservatore permanente presso l’UNESCO», si legge all’inizio del comunicato.

Il motivo dell’improvvisa e inaspettata decisione, secondo il Dipartimento Usa, sarebbe la postura decisamente anti-israeliana che l’organizzazione avrebbe assunto negli ultimi tempi. «Questa decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per il crescente arretramento dell’UNESCO, per la necessità di una fondamentale riforma nell’organizzazione e per i suoi continui pregiudizi anti-Israele», è scritto nel comunicato.

La decisione dell’amministrazione Trump ricalca quella già presa da Reagan nel 1984, quando gli Stati Uniti lasciarono l’UNESCO per rientrarvi solo nel 2002, per volere di George W. Bush. Mentre dal 2011, lo stato americano aveva smesso di finanziare l’organizzazione, a seguito della decisione di includere tra i membri pure la Palestina.

Gli Usa, tuttavia, non lasciano completamente l’organizzazione, ma continueranno a impegnarsi a perseguirne gli obiettivi da fuori, come stato osservatore. E’ quello che si evince anche dal tweet pubblicato sempre dall’account ufficiale del Dipartimento di Stato.

«Mi rammarico profondamente per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Unesco, di cui ho ricevuto notifica ufficiale con una lettera del segretario di stato americano, Rex Tillerson», ha detto in un comunicato Irina Bokova, Direttrice Generale dell’organizzazione. «Una perdita per l’Unesco, per le Nazioni Unite e per il mutilateralismo», ha continuato.

La decisione americana ha avuto ripercussioni significative a Gerusalemme. «La decisione del presidente Trump è coraggiosa e morale, perché l’Unesco è diventato un teatro dell’assurdo e perché piuttosto che preservare la storia la distorce», è stato il commento in una nota del premier israeliano Netanyahu. L’ufficio del primo ministro ha anch’esso reso pubblico una nota in cui si comunica l’intenzione di Israele di lasciare a sua volta l’organizzazione: «Il premier Netanyhau ha dato istruzioni al ministero degli Esteri di preparare il ritiro di Israele dall’organizzazione in parallelo agli Stati Uniti».

9 ottobre – Federica Mogherini

EU foreign policy chief Mogherini holds a news conference on the European Defence Action Plan in Brussels
foto via Reuters.com

«L’accordo con l’Iran ha concluso una delle peggiori crisi nucleari del nostro tempo. Ora, mentre ci troviamo ad affrontare una nuova minaccia nucleare, causata dalla Corea del Nord, non possiamo davvero permetterci di aprire un altro fronte. Abbiamo un interesse e una responsabilità, un dovere, di preservare l’accordo nucleare con l’Iran e di lavorare per rafforzare, non indebolire il regime globale di non proliferazione»

Federica Mogherini

E’ un periodo storico in cui la sicurezza e la proliferazione nucleare occupano un posto di assoluto rilievo nell’agenda politica globale. In un momento in cui i test missilistici di Kim Jong-un minacciano la stabilità dell’Asia-Pacifico, Donald Trump minaccia di uscire dall’accordo nucleare con l’Iran e il Premio Nobel per la Pace viene assegnato all’ICAN, ecco che ricorre anche il sessantesimo compleanno dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e del Trattato Euratom.

In un convegno di due giorni, che si terrà oggi e domani a Roma, presso l’Accademia dei Lincei, questi temi saranno dibattuti intensamente. L’Edoardo Amaldi Conference, infatti, raccoglierà relatori da 40 Paesi, provenienti da America, Medio Oriente, Asia e Africa. Ad aprire i lavori, è intervenuto il Direttore Generale dell’AIEA, Yukiya Amano, che ha difeso l’accordo nucleare con l’Iran (il JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action) firmato nel luglio 2015.

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Il direttore generale dell’AIEA, Yukiya Amano, parla a Roma all’Accademia dei Lincei (foto via Repubblica.it)

«L’Iran è sottoposto oggi al regime di controlli nucleari più robusto del mondo», ha detto Amano, «I nostri ispettori hanno accesso ai siti, abbiamo molte informazioni su un programma nucleare iraniano che oggi è più ridotto rispetto al periodo precedente gli accordi. E posso confermare che il paese sta mantenendo gli impegni».

Successivamente, è intervenuto anche l’Alto Rappresentante Dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, l’italiana Federica Mogherini, con un breve discorso. «Ancora una volta dobbiamo affrontare dei test e la minaccia di un attacco nucleare», ha esordito la Mogherini. «L’unica cosa saggia da fare, in un momento simile, è quella di investire tutto il nostro capitale politico nel potere della diplomazia, del multilateralismo e della cooperazione internazionale. Dobbiamo aprire nuovi canali per il dialogo e la mediazione e non dobbiamo assolutamente distruggere i canali che già abbiamo». Per il rappresentante della politica estera europea, è il tempo di «proteggere e ampliare tutti gli accordi internazionali sulla non proliferazione. Questo non è certamente il momento di smantellarli».

Federica Mogherini ha poi parlato dell’accordo nucleare con l’Iran firmato nel 2015, come il simbolo dell’importanza della cooperazione internazionale e del dialogo per garantire la pace. «L’accordo nucleare iraniano ha mostrato il potere della cooperazione internazionale. Attraverso la diplomazia e il dialogo abbiamo raggiunto una soluzione vincente per entrambi, abbiamo fissato una pietra miliare per la non proliferazione e abbiamo impedito un’escalation militare devastante e pericolosa», ha detto.

L’accordo con l’Iran va preservato, secondo la Mogherini, non soltanto perché ha risolto una minaccia importante, ma anche perché permette di concentrare gli sforzi sull’altra grande crisi, quella dei test missilistici in Corea del Nord. «L’accordo con l’Iran ha concluso una delle peggiori crisi nucleari del nostro tempo. Ora, mentre ci troviamo ad affrontare una nuova minaccia nucleare, causata dalla Corea del Nord, non possiamo davvero permetterci di aprire un altro fronte. Abbiamo un interesse e una responsabilità, un dovere, di preservare l’accordo nucleare con l’Iran e di lavorare per rafforzare, non indebolire il regime globale di non proliferazione».

Ha poi concluso ribadendo il ruolo cruciale dell’Unione Europea nel risolvere le principali crisi nucleari del nostro tempo: «Il mondo può contare su di noi. Il mondo può contare sull’Unione europea. Noi conserveremo l’accordo con l’Iran. Cercheremo di rendere la penisola coreana pacifica, sicura e non nuclearizzata».

Sempre nella giornata di oggi, dichiarazioni favorevoli al proseguimento degli accordi raggiungti con la Repubblica Islamica sono giunti anche da Cina e Russia. «Speriamo che l’accordo nucleare globale sull’Iran possa continuare ad essere attuato seriamente», ha affermato Hua Chunying, Portavoce del Ministero degli Esteri cinese. «Il Presidente Putin ha ripetutamente sottolineato l’importanza degli accordi nell’affrontare il dossier nucleare iraniano. Senza dubbio, il ritiro di qualsiasi Paese da questo accordo, e a maggior ragione degli Stati Uniti, avrà certamente delle conseguenze negative», ha detto invece Dmitry Peskov, Portavoce del Cremlino.

5 ottobre – Wayne LaPierre e Chris Cox

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foto via Washingtonlife.com

«LA NRA ritiene che meccanismi disegnati per permettere a fucili semi-automatici di funzionare come se fossero armi del tutto automatiche dovrebbero essere sottoposti a ulteriori regolamentazioni. In un mondo sempre più pericoloso, la NRA si mantiene concentrata sul proprio obiettivo: rafforzare il Secondo Emendamento degli americani, la libertà di difendere se stessi, la propria famiglia e la propria comunità»

Wayne LaPierre e Chris Cox

In America, mentre si indaga sulla vita privata di Stephen Paddock per scoprire il perché della strage perpetrata dal pensionato domenica sera a Las Vegas, si dibatte sui dispositivi cosiddetti “bump fire”. Molte delle armi usate da Paddock, infatti, erano modificate con questo congegno, che, non a caso, è andato a ruba subito dopo la strage. Grazie a tale accorgimento, inventato e diffuso nel 2011, le armi semi-automatiche possono sparare con la stessa velocità di quelle automatiche, che sono armi proibite dalla legge americana.

Quest’oggi la “National Rifle Association”, l’organizzazione americana tradizionalmente a favore dell’uso delle armi e contraria a qualsiasi regolamentazione in merito, ha rilasciato un comunicato, firmato dai suoi due principali esponenti Wayne LaPierre e Chris Cox. Anzitutto, la NRA richiede che il “Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives”, l’ente federale preposto al controllo di alcol, tabacco, armi da fuoco ed esplosivi, provveda a valutare la legalità dei “bump fire”. Soprattutto, poi, l’Associazione afferma che questi dispositivi «dovrebbero essere sottoposti a ulteriori regolamentazioni».  Si tratta di una delle rare concessioni dell’Associazione a restrizioni sulle armi, ed è in accordo con la proposta di alcuni senatori repubblicani sulla proibizione dei “bump fire”.

Nel comunicato, tuttavia, l’Associazione si premura di negare la connessione tra il controllo delle armi e il verificarsi di attacchi simili a quello di Las Vegas. A tal proposito, puntualmente, il Guardian cita uno studio che mostra come nel Regno Unito, in Giappone, in Australia e in Germania, gli omicidi avvenuti per arma da fuoco siano diminuiti a seguito di maggiori restrizioni nel loro uso. Inoltre, l’Associazione, come a fare da contraltare alla proposta di regolamentare i “bump fire”, chiede al Congresso di far passare il “National Right-to-Carry reprocity”,ovvero il diritto a portare armi anche al di fuori del proprio Stato, cosa che permetterebbe di aggirare le legislature più restrittive a riguardo.

Qui di seguito la nostra traduzione del comunicato della NRA:

«A seguito dello scellerato e insensato attacco di Las Vegas, il popolo americano sta cercando risposte su come prevenire tragedie future. Sfortunamente, la prima risposta data da alcuni politici è stata quella di richiedere un maggiore controllo delle armi. Proibire le armi a cittadini americani rispettosi della legge a causa dell’atto criminale di un pazzo non preverrà in alcun modo attacchi in futuro. Questo è un fatto che è stato provato più e più volte in vari paesi nel mondo. Nell’attacco di Las Vegas,  i rapporti indicano che è stato usato un certo tipo di dispositivo per modificare le armi da fuoco adoperate. Sebbene la presidenza Obama abbia tentato di approvare la vendita dei dispositivi bump fire in almeno due occasioni, la “National Rifle Association” (NRA) richiede che il “Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives” (BATFE) verifichi immediatamente se questi congegni rispettino la legge federale. LA NRA ritiene che meccanismi disegnati per permettere a fucili semi-automatici di funzionare come se fossero armi del tutto automatiche dovrebbero essere sottoposte a ulteriori regolamentazioni. In un mondo sempre più pericoloso, la NRA si mantiene concentrata sul proprio obiettivo: rafforzare il Secondo Emendamento degli americani, la libertà di difendere se stessi, la propria famiglia e la propria comunità. A questo fine, a nome dei 5 milioni di membri in tutto il paese, noi chiediamo al Congresso di votare il “National Right-to-Carry reprocity”, che permette agli americani rispettosi della legge di difendere se stessi e le proprie famiglie da atti di violenza»

2 ottobre – Hillary Clinton

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foto via Cnbc.com

«Il nostro dolore non è abbastanza. Possiamo e dobbiamo mettere la politica da parte, prendere posizione contro la Nra (National Rifle Association) e lavorare insieme per evitare che questo succeda di nuovo»

Hillary Clinton

Notte di terrore a Las Vegas, al “Route 91 Harvest”, un festival di musica country. Durante uno dei concerti, tenutosi presso il Mandalay Bay Hotel, verso le dieci di sera (07:10 del mattino in Italia), un uomo ha aperto il fuoco sulla folla, sparando da una delle finestre al 32esimo piano dell’hotel. L’aggressore, il 64enne Stephen Paddock, residente nello stato del Nevada, si è ucciso prima che la polizia potesse intervenire per fermarlo.

Il bilancio complessivo, fino ad ora, parla di 58 morti e circa 515 feriti, di cui almeno una dozzina in condizioni gravi. Al momento della strage, circa 22 mila persone stavano partecipando al festival. Secondo quanto riporta la Cnn, si tratta della sparatoria più sanguinosa nella storia degli Stati Uniti. Prima di oggi, infatti, l’episodio più grave risaliva al 12 giugno 2016 a Orlando, Florida, quando 49 persone erano state uccise fuori da un night club, frequentato principalmente da omosessuali.

L’agenzia di propaganda Amaq ha più tardi riportato la notizia secondo cui Stephen Paddock fosse un soldato dello Stato Islamico. In un secondo comunicato, sempre l’Isis ha dichiarato che l’uomo si sarebbe convertito all’islam diversi mesi fa, cambiando persino il nome in Samir Al-Hajib. Tuttavia, per il momento, l’Fbi non ha trovato alcun legame esistente tra l’autore della strage e qualsivoglia organizzazione terroristica.

Quest’oggi il Presidente Donald Trump ha parlato alla nazione. Durante il suo discorso, Trump ha preferito concentrarsi sulle vittime e sui loro familiari, indirizzando loro il proprio sostegno e le proprie preghiere. «E’ stato un atto di pura malvagità», ha detto. Nonostante la rivendicazione dell’Isis, il Presidente non ha fatto alcun riferimento alla possibile matrice terroristica della strage, limitandosi a ringraziare le forze dell’ordine per il lavoro che stanno svolgendo.

L’accaduto ha riaperto il mai risolto dibattito interno all’America riguardante la legalizzazione delle armi. Hillary Clinton, che in campagna elettorale si era molto spesa per la limitazione di questa libertà, ha subito colto l’occasione per ribadire la sua posizione contraria alla vendita libera di armi. «Il nostro dolore non è abbastanza. Possiamo e dobbiamo mettere la politica da parte, prendere posizione contro la Nra (National Rifle Association) e lavorare insieme per evitare che questo succeda di nuovo», ha affermato in un tweet.

Bersaglio delle critiche della Clinton è la Nra (National Rifle Association), la più importante lobby americana delle armi. «La folla è fuggita al suono degli spari. Immaginate quanti morti se chi sparava avesse avuto un silenziatore, che è ciò che la Nra vuole rendere più facilmente acquistabile», è stato il messaggio del suo secondo tweet.

29 settembre – Rex Tillerson

 

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foto via Nytimes.com

«La decisione di ridurre la nostra presenza diplomatica a L’Avana è stata presa per garantire la sicurezza del nostro personale. Manteniamo i rapporti diplomatici con Cuba, e il nostro lavoro a Cuba continua ad essere guidato dalla sicurezza nazionale e dagli interessi in politica estera degli Stati Uniti. Cuba ci ha chiarito che continuerà a investigare su questi attacchi e noi continueremo a cooperare con loro in questo sforzo»

Rex Tillerson

 

Quest’oggi, Rex Tillerson, Segretario di Stato degli Stati Uniti, ha annunciato che il numero dei funzionari americani dell’ambasciata dell’Avana sarà diminuito del 60%. La scelta è dovuta agli strani attacchi acustici che hanno colpito alcuni diplomatici nei mesi scorsi e viene resa nota tre giorni l’incontro tra Tillerson e il ministro degli esteri cubano, Bruno Eduardo Rodríguez Parrilla. Evidentemente, quegli non è stato convinto che L’Avana possa proteggere a sufficienza i membri dell’ambasciata.

Cuba, per voce di Josefina Vidal, ministra degli esteri incaricata dei rapporti con gli Stati Uniti, afferma che la decisione è «spiacevole e avrà ripercussioni sulle relazioni bilaterali». L’ambasciata americana dell’Avana ha riaperto solo dopo che nel 2015 Obama e Raúl Castro ripresero i rapporti diplomatici. Ora, questa scelta li raffredda, sebbene non sia così politicamente forte come quella ventilata la settimana scorsa della chiusura della stessa ambasciata. Sembra, comunque, andare nella direzione voluta da Trump, di modificare il trattato siglato da Obama con Cuba che lui giudica «pessimo e sbagliato».

Non si riesce a spiegare, invece, la natura degli attacchi. Nella dichiarazione di quest’oggi sono definiti come «attacchi mirati», rivolti a funzionari americani, mentre di solito erano derubricati come incidenti. Sono iniziati nel 2016 e hanno colpito almeno 16 persone, provocando diversi danni come perdita permanenente d’udito, lesioni cerebrali, stordimento ecc. Non si capisce chi possa essere il responsabile, se Cuba, qualche organizzazione o un terzo paese, ed il fatto che anche alcuni funzionari canadesi siano stati colpiti infittisce il mistero.

 

28 settembre – Lu Kang

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foto via Fmprc.gov.cn

«Siamo contrari a qualsiasi guerra nella Penisola Coreana. La comunità internazionale non permetterà mai una guerra che farebbe precipitare le persone in un abisso di miseria»

Lu Kang

La tensione tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti rimane altissima, soprattutto dopo le recenti dichiarazioni del Ministro Ri Yong Ho, secondo cui Washington avrebbe dichiarato guerra a Pyongyang e il suo Paese si starebbe attrezzando per infliggere «le peggiori sofferenze» al popolo americano. Chiaramente, nella contesa non poteva non far sentire la propria voce pure la Cina, che della regione è la maggiore potenza sia militare che economica.

Oggi, in un comunicato apparso sul sito internet del Ministero del Commercio, la Cina ha annunciato che attuerà presto le sanzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo scorso 11 settembre. Secondo il provvedimento, non saranno soltanto le compagnie nordcoreane presenti in Cina a dover chiudere, ma anche le joint-venture miste sino-nordcoreane operanti nel Paese. Il tutto dovrà essere eseguito entro 120 giorni dall’approvazione delle sanzioni, ossia entro il 1 gennaio 2018.

L’applicazione di tale provvedimento è una notizia particolarmente dura per il regime di Pyongyang, di cui Pechino è il maggior alleato nonché partner commerciale. Infatti, circa il 90% degli scambi complessivi della Corea del Nord è rivolto alla Cina. Motivo per cui gli Stati Uniti hanno insistito a lungo affinché Pechino adoperasse il proprio peso economico per ridimensionare i progetti nucleari di Kim Jong-un.

Del resto, la Cina si è sempre opposta a qualsiasi opzione militare, sia che si trattasse di un intervento americano preventivo che dell’installazione del sistema missilistico di difesa THAAD in Corea del Sud. Posizione ribadita ancora oggi dal portavoce del Ministero della Difesa, Lu Kang, che in conferenza stampa ha affermato: «Siamo contrari a qualsiasi guerra nella Penisola Coreana. La comunità internazionale non permetterà mai una guerra che farebbe precipitare le persone in un abisso di miseria».

«Le sanzioni e la promozione del dialogo sono entrambi requisiti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non dobbiamo dare troppa enfasi a un aspetto, ignorando l’altro», ha poi detto Lu Kang, sottolineando l’importanza del dialogo con la controparte nordcoreana. «La questione nucleare nella Penisola Coreana è legata alla pace e alla stabilità regionale, nonché agli interessi vitali di tutte le parti interessate», ha continuato il portavoce del Ministero della Difesa, «la rottura del blocco richiede che tutte le parti interessate mostrino la loro sincerità».

Anche il portavoce del Ministero della Difesa Nazionale, Wu Qian, ha tenuto a rimarcare gli “enormi” sforzi compiuti dalla Cina nell’affrontare la questione nucleare coreana. «Il nucleo della questione nucleare della Penisola Coreana è il conflitto tra la Repubblica Popolare Democratica di Corea e gli Stati Uniti», ha affermato Wu Qian in una conferenza stampa tenutasi oggi, «Noi speriamo che i paesi interessati possano assumere un atteggiamento responsabile e fare osservazioni volte ad alleviare le tensioni e fare qualcosa di concreto».

Di fronte alla domanda su come si comporterebbe la Cina a seguito di un intervento militare in Corea del Nord, il portavoce ha ribadito la necessità di proseguire con il dialogo. «L’intervento militare non può diventare un’opzione», ha detto Wu Qian, aggiungendo pure un monito: «L’esercito cinese farà tutti i preparativi necessari per proteggere la sovranità e la sicurezza del Paese e la pace e la stabilità regionale».

25 settembre – Robert Manning

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foto via Army.mil

«Gli Stati Uniti hanno un arsenale immenso da fornire al presidente Trump per affrontare la questione della Corea del Nord. Offriremo al presidente tutte le alternative necessarie se le provocazioni di Pyongyang continueranno»

Robert Manning

Dopo le dichiarazioni provocatorie di ieri del Ministro degli Esteri della Corea del Nord, Ri Yong Ho, pronunciate dinnanzi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, oggi è giunta la replica dai diretti interessati, gli Stati Uniti, attraverso un comunicato del portavoce del Pentagono, il colonnello Robert Manning.

Manning ha affermato che, qualora le provocazioni di Pyongyang non cesseranno, l’esercito americano provvederà a presentare al Presidente Trump tutta una serie di opzioni militari per terminare una volta per tutte la minaccia nucleare nord-coreana. «Gli Stati Uniti hanno un arsenale immenso da fornire al presidente Trump per affrontare la questione della Corea del Nord. Offriremo al presidente tutte le alternative necessarie se le provocazioni di Pyongyang continueranno», recita il comunicato.

Intanto, sempre oggi, il Ministro Ri Yong Ho è tornato nuovamente sull’argomento, rincarando la dose. «Lo scorso fine settimana Trump ha affermato che il nostro governo non durerà ancora a lungo e quindi ha finalmente dichiarato guerra al nostro Paese. Dato che questo è venuto da qualcuno che siede sulla poltrona della presidenza statunitense, questa è chiaramente una dichiarazione di guerra», ha affermato il Ministro nord-coreano.

«La carta della Nazioni Unite», ha aggiunto poi, «sancisce il diritto all’autodifesa degli stati membri, e visto che gli Usa hanno dichiarato guerra al nostro Paese, noi abbiamo il diritto di rispondere e di abbattere i caccia americani, anche se non sono ancora all’interno dei nostri confini». «Il mondo intero deve ricordare chiaramente che sono stati gli Usa a dichiarare guerra per primi al nostro Paese», ha detto infine Ri Yong Ho.

24 settembre – Ri Yong Ho

North Korea's Foreign Minister Ri Yong-ho leaves a bilateral meeting with his China's counterpart  Wang Yi, at the sidelines of the ASEAN foreign ministers meeting in Vientiane
foto via Reuters.com (Jorge Silva)

«Facendo riferimento ai missili, [Trump] ha provato a insultare l’altissima dignità del nostro paese. Così facendo, tuttavia, ha commesso l’errore irrevocabile di rendere la visita dei nostri missili al territorio statunitense ancora più inevitabile. L’unico a essere in una missione suicida è Trump stesso»

Ri Yong Ho

Ri Yong Ho, ministro degli Esteri della Corea del Nord, ha detto che, in seguito alle ultime dichiarazioni offensive di Donald Trump, il lancio di missili sugli Stati Uniti da parte di Pyongyang è «ancora più inevitabile». Ri ha parlato domenica all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e il suo discorso ha costituito un ennesimo episodio dell’escalation di violenza verbale in corso tra Usa e Corea del Nord.

«Siamo finalmente a pochi passi dal traguardo finale del completamento delle forze nucleari di stato» ha dichiarato Ri, aggiungendo: «Pensare che ci sia qualche possibilità che la Repubblica Popolare Democratica di Corea si muova di un millimetro o cambi la propria posizione a causa delle sanzioni ancora più dure delle forze a noi ostili è solo una vana speranza».

Giovedì scorso Donald Trump ha annunciato nuove sanzioni statunitensi per colpire quelle imprese o istituzioni che finanziano o favoriscono il commercio con Pyongyang. Due giorni prima, intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente americano aveva tenuto un discorso molto duro nei confronti della Corea del Nord, definendo il suo leader Kim Jong-un «un rocket man (“uomo razzo”, parafrasando il titolo di una famosa canzone di Elton John) in missione suicida».

«L’unico a essere in una missione suicida è Trump stesso» ha replicato Ri Yong Ho davanti alla medesima assemblea.

In precedenza, anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva deciso all’unanimità di adottare un nuovo pacchetto di sanzioni (il nono) per contrastare i programmi nucleari e missilistici di Pyongyang.