26 luglio – Recep Tayyip Erdoğan

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foto via Lastampa.it

«Israele sta minando il carattere islamico di Gerusalemme… Nessuno deve sperare che noi rimarremo in silenzio di fronte ai doppi standard a Gerusalemme»

Recep Tayyip Erdoğan

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è intervenuto nella crisi della Spianata delle Moschee di Gerusalemme, accusando Israele di mettere a repentaglio il «carattere islamico» della città.

Da giorni nei pressi della moschea al Aqsa di Gerusalemme hanno luogo manifestazioni di protesta contro la decisione di Israele di inasprire le misure di sicurezza per l’accesso alla Spianata delle Moschee, un importante luogo sacro sia per i musulmani sia per gli ebrei situato nella parte est di Gerusalemme.

La sicurezza del sito è gestita dalle autorità israeliane. In seguito all’attentato dello scorso 14 luglio, Israele aveva deciso di installare dei metal detector all’ingresso della Spianata: la decisione aveva scatenato numerose proteste, sfociate in episodi di violenza tra manifestanti e polizia, ed era stata in seguito revocata. Israele ha però dichiarato che al posto dei metal detector installerà un avanzato sistema di videosorveglianza in grado di riconoscere i volti delle persone.

Mercoledì, nel corso di una conferenza ad Ankara, Erdoğan ha dichiarato: «Israele sta minando il carattere islamico di Gerusalemme… Nessuno deve sperare che noi rimarremo in silenzio di fronte ai doppi standard a Gerusalemme». Il commento del presidente turco, che è anche il leader del partito islamista conservatore AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), ha innescato la replica immediata del governo israeliano. «È assurdo che il governo turco, che occupa Cipro del Nord, reprime in modo brutale la minoranza curda e incarcera i giornalisti, dia lezioni ad Israele, l’unica vera democrazia della regione» ha detto Emmanuel Nahshon, portavoce del ministro degli Esteri israeliano.

18 luglio – Salil Shetty

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foto via Wikipedia.org

«Oggi abbiamo imparato che in Turchia stare dalla parte dei diritti umani è diventato un reato. Ora è il momento della verità, per la Turchia e per la comunità internazionale. I leader mondiali devono smetterla di mordersi la lingua e di continuare a fare come se niente fosse. Invece, devono fare pressione sulle autorità turche affinché vengano ritirate le ridicole accuse nei confronti dei difensori dei diritti umani e tutti siano rimessi in libertà immediatamente e senza alcuna condizione»

Salil Shetty

Quest’oggi il tribunale di Instanbul ha confermato la detenzione preventiva per sei dei dieci attivisti di Amnesty International arrestati lo scorso 5 luglio; gli altri quattro sono stati rilasciati su cauzione. Idil Eser, direttrice di Amnesty International Turchia, e gli altri sono ora in attesa che la data del processo venga stabilita. Come spiega a Agence France-Press Andrew Gardner, ricercatore specialista per Amnesty in Turchia, il capo d’imputazione è «aver commesso un crimine per conto di un’organizzazione terroristica». A inizio giugno era stato incriminato con la medesima accusa il presidente della sezione turca di Amnesty International Turchia, Taner Kiliç, che si trova ancora in carcere.

Sail Shetty,  segretario generale dell’ONG, ha respinto le accuse: «La procura turca ha dodici giorni per stabilire l’ovvio: che questi attivisti sono innocenti. La decisione di processarli dimostra che la verità e la giustizia sono diventate del tutto sconosciute in Turchia. Questa non è un’accusa legittima, è un’accusa per ragioni politiche che delinea un preoccupante  futuro per i diritti in Turchia».

Lo stesso Erdoğan, la scorsa settimana, si era fatto portavoce dei motivi dell’incarcerazione degli attivisti, artefici di iniziative «in continuità con il colpo di stato del 15 luglio», mentre sabato, nel suo articolo pubblicato sul The Guardian in occasione del primo anniversario dello sventato colpo di stato, aveva scritto di «voler mantenere la giustizia». Sembra lecita, dunque, la domanda su quale genere di giustizia egli abbia in mente, posta dal giornale inglese. Infatti, a seguito del tentativo di colpo di stato dell’anno scorso, sono state 150 mila le persone che hanno ricevuto accuse simili a quelle sopra riportate e 50 mila sono quelle incarcerate. Come ha detto Ozturk Yilmaz, «certamente alcuni sono colpevoli… ma altri no. Questa non è più democrazia».

16 luglio – Ozturk Yilmaz

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foto via Sozcu.com.tr

«Parliamoci chiaro: alcuni di quelli che sono in prigione al momento sono colpevoli perché sono effettivamente membri di Feto. Ma altri no. Questa non è più una democrazia»

Ozturk Yilmaz

Ieri cadeva l’anniversario esatto del tantato e fallito colpo di stato militare in Turchia. Il Presidente in carica, Recep Tayyip Erdoğan, per ricordare l’avvenimento e celebrare la sua vittoria, ha tenuto un discorso sul Bosforo, sul ponte che collega la sponda europea con la sponda asiatica di Istanbul, dove lo scorso anno un gruppo di civili si era opposto alle truppe rivoluzionarie.

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Recep Tayyip Erdogan parla durante la manifestazione sul ponte del Bosforo (foto via Theguardian.com/Afp)

Al termine di questo fine settimana, il Parlamento turco, per volontà del Presidente e del Primo Ministro Binal Yildirim, si appresta ad approvare l’estensione dello stato di emergenza di altri tre mesi. Una decisione che le opposizioni hanno ritenuto eccessiva, oltre che pericolosa, dal momento che le purghe del governo contro i presunti golpisti hanno portato all’arresto di oltre 50mila persone e al licenziamento di altre 150mila.

Nel corso delle celebrazioni di ieri, Erdogan ha attaccato in particolare Kemal Kilicdaroglu, leader del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), la principale forza di opposizione del Paese. Kilicdaroglu, infatti, non soltanto ha deciso di disertare le manifestazioni di ieri in favore del governo, ma ha anche più volte definito il colpo di stato dello scorso anno come un “golpe controllato”, lasciando intendere come tale avvenimento abbia finito per rendere il Presidente ancora più forte.

Inoltre, domenca scorsa, sempre Kilicdaroglu e il Chp avevano organizzato una grande marcia, chiamata “Marcia per la giustizia”, con lo scopo di protestare contro la detenzione di un deputato del partito, Enis Berberoglu, condannato a 25 anni di detenzione per aver fornito informazioni riservate al quotidiano d’opposizione Cumhurriet.

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Bandiere della Turchia e cartelli con scritto “Adalet” (Giustizia) durante la marcia del 9 luglio (foto via Repubblica.it/Ansa)

Oggi, il Corriere della Sera ha intervistato il deputato 47enne del Chp, Ozturk Yilmaz, che è anche il responsabile delle relazioni internazionali. Secondo Yilmaz, la Turchia sta perseguendo anche coloro che non hanno avuto ruolo nel golpe del 2016; un comportamento decisamente poco democratico. «Parliamoci chiaro: alcuni di quelli che sono in prigione al momento sono colpevoli perché sono effettivamente membri di Feto», ha detto il deputato, «ma altri no. Questa non è più una democrazia».

Riguardo alla marcia del 9 luglio organizzata dal suo partito, ne ha difeso gli obiettivi e la legittimità: «Noi abbiamo marciato da Ankara a Istanbul con una sola richiesta: adalet, giustizia. Non c’erano simboli politici proprio per unire tutti quelli che considerano lo stato di emergenza una non vita. Tanti giudici sono stati licenziati e anche tanti pm. I processi sono lenti e influenzati politicamente».

«Il 9 luglio il mio partito aveva portato in piazza due milioni di persone dopo una marcia di 3 settimane che ha avuto il consenso di parti diverse della società», ha detto Yilmaz, ribadendo l’attitudine democratica del suo partito, contrapposta all’autoritarismo del Presidente, «Erdogan per ripicca ha cercato di mostrare una folla più grande. I suoi discorsi ad Istanbul e ad Ankara non hanno lasciato alcuna possibilità al dialogo. Purtroppo lui non si comporta come il presidente di tutti ma solo di una parte».

Yilmaz e il Chp hanno una strategia per il futuro, che non prevede l’uso della violenza, ma credono di poter cambiare il sistema legittimamente. «Noi resisteremo pacificamente e non ci piegheremo alle intimidazioni. L’obiettivo è vincere le presidenziali del 2019, se tra due anni riusciamo a dire addio ad Erdogan potremo finalmente resettare il sistema in senso democratico» ha detto il deputato.

L’altro grande partito d’opposizione, il Partito Democratico dei Popoli (Hdp), è stato spesso accusato dal governo di avere rapporti con i terroristi del Pkk. Anche in questo caso, Yilmaz crede che si stiano usando due pesi e due misure: «Nessun partito deve avere contatti con gruppi terroristi. Però ci vogliono le prove per condannare qualcuno e finora non ne abbiamo viste. Ma loro a volte sono tiepidi nel condannare il terrorismo».

Il deputato del Chp ha anche poi spiegato perché sia lui che il leader del suo partito parlano spesso di “golpe controllato”: «Noi crediamo che Feto sia dietro al complotto ma facciamo notare che i seguaci di Gulen hanno lavorato insieme al governo per un sacco di tempo, fino al 2013. In Turchia metà della burocrazia è gulenista. Quindi c’è una responsabilità di chi ha consentito la crescita di Feto. E poi è innegabile che il governo ha capitalizzato il putsch con lo stato di emergenza e con il referendum del 16 aprile che dà a Erdogan poteri mai visti».

Pertanto, sia il governo che l’opposizione sembrano avere pochi dubbi sulle responsabilità di Gulen e della sua organizzazione, Feto, nel golpe del 2016. Tuttavia, Yilmaz e i suoi non credono che Gulen sia il problema principale della Turchia, «la crisi è totale» afferma il deputato al termine della sua intervista.

15 luglio – Recep Tayyip Erdoğan

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foto via Aljazeera.com

«Aver resistito al colpo di stato segna un punto di svolta nella storia della democrazia; sarà una fonte di fiducia e ispirazione per tutti i popoli che vivono sotto dittature. Sfortunatamente gli alleati della Turchia, in particolare i nostri amici occidentali, non hanno saputo apprezzare appieno il significato di ciò che è accaduto […] L’ipocrisia e il doppio standard hanno profondamente turbato il popolo turco […] Oggi, i leader occidentali possono scegliere se essere solidali con i terroristi o riguadagnarsi il favore del popolo turco»

Recep Tayyip Erdoğan

Cade oggi il primo anniversario dello sventato colpo di stato in Turchia. A Istanbul e Ankara si stanno svolgendo «marce per l’unità nazionale». Sul ponte di Istanbul sul Bosforo, dove l’anno scorso i civili si opposero alle truppe golpiste, Recep Tayyip Erdoğan terrà un discorso e svelerà il memoriale per i martiri di quel giorno, in ricordo dei quali il ponte cambierà nome. È salito a 7000, invece, il numero di dipendenti pubblici licenziati per presunti legami con il gruppo che ha tentato il golpe, e non si fermano le proteste contro il governo di Erdoğan.

Questa mattina il The Guardian, ha pubblicato un articolo scritto dal presidente: «La Turchia, un anno dopo il tentato golpe, difende i valori democratici». Erdoğan ha esordito ricordando «i milioni di cittadini turchi che hanno lasciato da parte le loro differenze politiche, culturali ed etniche per formare un fronte unito contro i golpisti». I militari, che avrebbero riportato il paese alle condizioni politiche tra gli anni Sessanta e Novanta, si sono però schiantati «contro un muro fatto di un decennio di progressi in politica, economia, sanità, giustizia, affari esteri e diritti fondamentali», eretto dal 2002 dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP). Nell’unione del popolo con il governo Erdoğan ha indicato «l’estrema misura della resilienza della nostra democrazia e la più forte garanzia della sua sopravvivenza».

Perciò il colpo di stato segna un «momento di svolta nella storia della democrazia». Tuttava, lamenta il presidente turco, gli alleati della Turchia sono stati «incapaci di apprezzare pienamente il suo significato» e hanno preferito aspettare l’esito del colpo di stato piuttosto che dare l’appoggio al suo governo democraticamente eletto. Si è trattato di «ipocrisia e doppio standard»: per aggiungere l’insulto all’ingiustizia, come egli scrive, alcuni paesi alleati hanno dato asilo ai membri del gruppo di Fethullah Gülen, FETÖ, che si presume abbia organizzato il colpo di stato. Dunque, a un anno esatto da quell’evento, «i leader occidentali possono scegliere se essere solidali con i terroristi o riguadagnarsi il favore del popolo turco».

Erdoğan ha respinto le critiche per lo stato di emergenza ancora in vigore, sia perché altri paesi avrebbero fatto lo stesso per minori minacce, sia perché la FETÖ si sarebbe infiltrata in tutti i livelli delle istituzioni pubbliche e starebbe rallentando i procedimenti giudiziari. La Turchia, conclude il presidente, «è impegnata a mantenere la giustizia» e «ha istituito una commissione indipendente per rivedere i casi di ex-pubblici ufficiali che hanno contestato i loro licenziamenti. Il nostro obiettivo è perseguire i criminali con tutti gli strumenti previsti dalla legge, fortificando, al contempo, la resistenza del nostro paese a futuri attacchi».

20 aprile – Angelino Alfano

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“Le autorità turche ci hanno avvisato per telefono che domattina alle 9 ci sarà la possibilità di un incontro del console e del legale di Del Grande con lo stesso Gabriele”

Angelino Alfano

Il 10 aprile scorso – ne dava notizia La Repubblica – il giornalista Gabriele Del Grande veniva fermato, nel corso di un controllo della polizia, nella provincia sudorientale turca di Hatay. Del Grande, fondatore del blog Fortress Europe e regista del documentario “Io sto con la sposa”, si trovava sul confine tra la Turchia e la Siria per lavorare alla sua inchiesta “un siriano mi disse”.

Soltanto mercoledì scorso (19 aprile) Del Grande è riuscito a far avere proprie notizie, raccontando di essere stato fermato per la sua attività di giornalista, di essere stato trasportato a Mugla ed essere stato posto in isolamento, e, soprattutto, di non avere il diritto di nominare un avvocato. Ieri una delegazione italiana aveva tentato di incontrare Del Grande, a Mugla, senza però riuscirci; oggi, invece, il ministro degli Esteri ha cautamente annunciato che l’incontro potrebbe avvenire domani.

Nei giorni scorsi, da Pechino, in un evento a margine dell’incontro per il Settimo Dialogo Strategico Ue-Cina, Federica Mogherini, Alto rappresentante Ue per la politica estera, ha cercato di spiegare che la Turchia è un paese che “sta andando verso un periodo complicato”, è “diviso”, a causa del recentissimo referendum costituzionale ma “è un importante partner dell’Ue, è un link economico, di gente, di università e di intellettuali”. Antonio Tajani, presidente dell’Europarlamento, invece, non ha dato attenuanti alla Turchia (“deve rispettare la libertà di stampa se vuol far parte dell’Unione europea”) e ha sottolineato che il caso Del Grande non è solamente italiano.

Infatti, come hanno ricordato anche Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Federazione nazionale stampa italiana, la libertà di stampa in Turchia è compromessa già da tempo. La politica di repressione del giornalismo indipendente, accentuatasi dopo il golpe dello scorso agosto, è stata denunciata da Amnesty International, che scrive di oltre centoventi giornalisti in prigione. Come ha spiegato Tana de Zulueta questo impedisce il funzionamento democratico del paese, minando, tra l’altro, anche la regolarità del referendum costituzionale dello scorso 16 aprile.

17 aprile – Tana de Zulueta

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foto via Kyivpost.com

“Il referendum si è tenuto in un contesto politico in cui le libertà fondamentali essenziali per un processo genuinamente democratico sono state limitate a causa dello stato di emergenza, e le due parti non hanno avuto le stesse possibilità di mostrare le proprie ragioni ai votanti. Il nostro monitoraggio ha evidenziato che la campagna per il Sì ha dominato la copertura dei media e ciò, insieme alle limitazioni imposte ai mezzi d’informazione, gli arresti dei giornalisti e la chiusura degli organi di stampa, ha ridotto l’accesso dei votanti a una pluralità di opinioni”

Tana de Zulueta

Secondo l’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, le votazioni del referendum turco del 16 aprile si sono svolte in un contesto legale inadeguato e caratterizzato da scarsa imparzialità. Il referendum ha sancito la vittoria di misura del Sì, cioè dei favorevoli alla riforma costituzionale promossa dal presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan, con il 51,4 per cento dei voti.

Durante una conferenza stampa ad Ankara, Tana de Zulueta, capo della missione di monitoraggio dell’Osce in Turchia, ha elencato una serie di criticità che avrebbero reso “inique” le votazioni, influenzandole a favore del Sì. Tra queste criticità, vi sarebbe la decisione del Consiglio Elettorale Supremo turco (l’organo che supervisiona le elezioni nel paese) di considerare valide anche le schede senza il timbro di convalida del seggio. Le schede non convalidate sarebbero circa 1,5 milioni: un numero significativo, considerato anche in rapporto al ristretto margine di 1,3 milioni di voti con cui il Sì ha vinto la consultazione elettorale. La decisione del Consiglio elettorale, ha spiegato de Zelueta, “ha modificato in modo significativo i criteri di validità del voto, andando a minare un importante principio di salvaguardia e contraddicendo la legge”. Il presidente del Consiglio elettorale Sadi Güven ha affermato che la decisione è stata presa “su richiesta dell’AKP”, il partito del presidente Erdoğan.

Il Partito Popolare Repubblicano (CHP) e il Partito Democratico dei Popoli (HDP), il più importante partito filocurdo, hanno contestato il risultato del voto. Il CHP, in particolare, partito di centrosinistra all’opposizione, ha chiesto che sia ricontato il 60% delle schede.

16 aprile – Recep Tayyip Erdogan

Turkish President Erdogan with his wife Emine casts his ballot at a polling station during a referendum in Istanbul
foto via Bdnews24.com

“Se Dio vuole, sono convinto che il nostro popolo deciderà di aprire la strada a un rapido sviluppo. Credo nel senso democratico della mia gente”

Recep Tayyip Erdogan

Si è tenuto oggi in Turchia il referendum costituzionale, in merito al quale, nei mesi scorsi, vi erano state accese polemiche in Olanda e Germania. Le urne si sono aperte alle 7 e si sono chiuse alle 17; il referendum non prevede un quorum, perciò ne deciderà l’esito la maggioranza semplice dei 55 milioni di turchi chiamati a votare (i residenti all’esterno hanno già votato).

Ai votanti è richiesto di approvare o respingere i 18 emendamenti alla Costituzione proposti da Erdogan. Come suggerisce il titolo di un’articolo del New York Times “Erdogan, salvatore o sabotatore della democrazia”, l’opinione pubblica turca è più divisa che mai e gli exit-poll confermano che c’è grande incertezza sull’esito del referendum.

Se approvati, i cambiamenti costituzionali trasformeranno la Turchia da una repubblica parlamentare in una repubblica presidenziale. Tra le modifiche avanzate, vi sono l’abolizione del ruolo del primo ministro e l’assegnazione del potere esecutivo al presidente; quest’ultimo, inoltre, perde il carattere super partes e mantiene l’affiliazione partitica; in più, gli è assegnata la facoltà esclusiva di proclamare lo stato di emergenza e di sciogliere il parlamento. Infine, al parlamento viene tolto il diritto di sfiduciare i ministri ma può mettere in stato di accusa il presidente, se più dei due terzi della maggioranza sono d’accordo.

Ibrahim Kalin, portavoce di Erdogan, ha scritto per la CNN che con la riforma costituzionale la Turchia otterrebbe una “democrazia più resiliente”, capace di garantire maggiore stabilità e perciò sicurezza, ricordando che anche l’Italia ha recentemente votato un referendum per porre fine ai governi di coalizione.

L’opposizione, invece, sottolinea il carattere autoritario degli emendamenti; come ha spiegato l’ex-deputato Ertugrul Yalcinbayir: “non stiamo dicendo che sarà necessariamente un sistema autoritario. Ma questa nuova organizzazione può portare a ciò e non possiamo vivere con questa paura”. Infatti gli emendamenti modificano profondamente i mezzi di controllo e di equilibrio del potere. Il capo dell’ordine degli avvocati Metin Feyzioglu rileva che, per esempio, le sezioni locali del partito del presidente deterranno de facto il potere, dato che il presidente non sarà più super-partes e avrà il potere di ordinare inchieste disciplinari su tutti i funzionari pubblici.

Brett Wilson, professore alla Central European University ed esperto in storia turca, fa notare la “strana situazione” che si è venuta a creare nella Turchia di Ergodan. Anche senza riforma, dice, “il presidente sta già facendo in pratica quello che vuole, sebbene in teoria ci sia un sistema di controllo su di lui”; con la riforma, invece, vengono eliminati anche quei “potenziali” argini sul potere del presidente.

Nel caso vincesse il “No”, scrive il New York Times, è probabile che Erdogan vorrà le elezioni anticipate, per cercare di garantirsi la maggioranza qualificata in Parlamento e far passare le modifiche costituzionali senza necessità di referendum.

6 aprile – Bekir Bozdağ

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foto via Twitter

“I risultati delle autopsie confermano che sono state usate armi chimiche”

Bekir Bozdağ

Le agenzie riportano le parole del ministro di giustizia turco, Bekir Bozdağ, che ha comunicato gli esiti delle autopsie su tre siriani rimasti mortalmente feriti nell’attacco di Khan Sheikhun e trasportati nella regione di Adana, in Turchia. Gli esami sono stati svolti da agenzie internazionali, la World Health Organization e la Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons (OPCW).

Il ministro turco ha parlato, scrive il The Guardian, poco dopo che il governo siriano aveva respinto le accuse di aver partecipato all’attacco aereo. “L’esercito siriano arabo non ha mai usato armi chimiche e non userà mai armi chimiche contro i siriani e neppure contro i terroristi”, aveva dichiarato il ministro degli affari interni siriano, Walid Muallem.

I risultati delle autopsie sono importanti per l’indagine dell’Onu, il cui alto rappresentante per il disarmo, Kim Won-soo ha detto ieri: “Se confermato, questo sarebbe il più vasto attacco singolo con armi chimiche in Siria, da quello a Ghouta nell’agosto del 2013”. Gli esami, infatti, si aggiungono alle testimonianze e alle prove già raccolte che sembrano confermare che l’attacco sia avvenuto con l’agente nervino sarin.

14 marzo – Recep Tayyip Erdoğan

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foto via Parstoday.com

“Conosciamo i Paesi Bassi e gli Olandesi per il massacro di Srebrenica. In quell’occasione abbiamo conosciuto la loro natura e il loro carattere, quando hanno lasciato che 8.000 musulmani bosniaci venissero massacrati senza muovere un dito”

Recep Tayyip Erdoğan

Durante un discorso televisivo, il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan ha attaccato duramente i Paesi Bassi accusandoli di essere responsabili del peggior genocidio avvenuto in Europa dalla seconda guerra mondiale. L’attacco di Erdoğan è giunto dopo che nei giorni scorsi il governo olandese aveva deciso, per motivi di ordine pubblico, di non autorizzare la partecipazione di due ministri della Turchia a dei comizi politici organizzati nei Paesi Bassi a sostegno della riforma costituzionale promossa dal partito di Erdoğan. Il presidente turco aveva allora definito “nazista” il governo olandese e ieri ha deciso di sospendere le relazioni diplomatiche della Turchia con i Paesi Bassi.

Il primo ministro olandese, Mark Rutte, ha commentato: “Il tono delle parole di Erdoğan sta diventando sempre più isterico, non solo contro i Paesi Bassi, ma anche contro la Germania. Non scenderemo allo stesso livello”. Ieri è intervenuto sull’argomento anche l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, Federica Mogherini, che ha chiesto al governo turco di trattenersi “da dichiarazioni eccessive e da azioni che potrebbero esacerbare ulteriormente la situazione”.

11 marzo – Mark Rutte

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foto via Wikipedia.it

“Il governo olandese non è contrario ai comizi sul referendum turco nel nostro paese. Tuttavia, questi eventi non devono contribuire a generare tensione nella nostra società e chiunque voglia organizzare incontri pubblici deve seguire le istruzioni fornite dalle autorità competenti, perché l’ordine pubblico e la sicurezza siano garantiti. Sottolineiamo che il governo turco non ha voluto rispettare queste condizioni”

Mark Rutte

Il governo olandese, guidato dal primo ministro Mark Rutte, ha deciso di impedire l’atterraggio dell’aereo di Mevlet Cavusoglu, Ministro degli esteri turco. Questi avrebbe dovuto tenere un comizio pubblico a Rotterdam, per la comunità turca, a sostegno del referendum costituzionale previsto per il prossimo 16 aprile. Dal comunicato olandese si evince che, per motivi di ordine pubblico e di sicurezza, l’Olanda aveva chiesto alle autorità turche di spostare l’evento nell’ambasciata turca e limitare così l’affluenza di pubblico. La Turchia, però, non ha accettato le condizioni, anzi ha pubblicamente minacciato di sanzioni politiche ed economiche l’Olanda. Questo è ciò che ha reso impossibile trovare una “soluzione ragionevole” perché potesse svolgersi il viaggio di Cavusoglu, già osteggiato nei giorni scorsi dal governo olandese.

Il contrasto diplomatico tra Olanda e Turchia segue quelli già avvenuti tra alcuni paesi dell’Unione Europea (ad esempio la Germania e l’Austria) e la Turchia del presidente Erdogan, impegnato nella campagna referendaria per passare dalla democrazia parlamentare al presidenzialismo.