13 ottobre – Donald Trump

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foto via Timesofisrael.com

«Basandomi su testimonianze fattuali, annuncio oggi che non possiamo fare questa certificazione e non la faremo. Non possiamo continuare lungo un percorso la cui prevedibile conclusione è più violenza, più terrore e la minaccia estremamente realistica della produzione di armi nucleari da parte dell’Iran»

Donald Trump

Donald Trump ha minacciato di porre fine all’accordo sul nucleare iraniano se questo non verrà modificato in modo significativo. Parlando dalla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti venerdì ha dichiarato di non essere intenzionato a continuare a certificare il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran, anche se non si è spinto fino ad annunciare il ritiro degli Usa dal trattato.

L’accordo sul nucleare iraniano, il cui nome formale è “Piano d’azione congiunto globale” (in inglese “Joint Comprehensive Plan of Action”, JCPOA), è un accordo internazionale che impegna l’Iran, per un determinato numero di anni, a ridurre le proprie attività di arricchimento dell’uranio in cambio della sospensione delle sanzioni economiche imposte allo stato mediorientale a causa del suo programma nucleare. Il JCPOA è stato raggiunto nel 2015 a Vienna tra Iran, Unione europea e il gruppo di stati “P5+1”, composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania.

Trump ha annunciato che la sua amministrazione è pronta a negoziare col Congresso americano e con gli alleati internazionali degli Stati Uniti dei modi per rendere permanenti e più severi gli obblighi dell’Iran, specificando che in caso di fallimento dei negoziati farà uscire gli Stati Uniti dal JCPOA.

«Non possiamo continuare lungo un percorso la cui prevedibile conclusione è più violenza, più terrore e la minaccia estremamente realistica della produzione di armi nucleari da parte dell’Iran» ha detto Trump. «Se non saremo in grado di raggiungere una soluzione lavorando col Congresso e coi nostri alleati, allora l’accordo terminerà. La nostra partecipazione può essere interrotta da me in ogni momento, in quanto presidente».

Gli altri firmatari dell’accordo hanno però affermato che una rinegoziazione dell’accordo è impossibile. Già pochi minuti dopo il discorso di Trump, la responsabile della politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, ha rilasciato una dichiarazione puntualizzando che, poiché l’accordo sul nucleare è stato sancito da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non potrà essere cancellato da un singolo stato. «Non mi risulta ci sia un solo paese al mondo che possa porre fine a una risoluzione che è stata adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il presidente degli Stati Uniti ha molti poteri, ma non questo» ha detto Mogherini ai giornalisti.

9 ottobre – Federica Mogherini

EU foreign policy chief Mogherini holds a news conference on the European Defence Action Plan in Brussels
foto via Reuters.com

«L’accordo con l’Iran ha concluso una delle peggiori crisi nucleari del nostro tempo. Ora, mentre ci troviamo ad affrontare una nuova minaccia nucleare, causata dalla Corea del Nord, non possiamo davvero permetterci di aprire un altro fronte. Abbiamo un interesse e una responsabilità, un dovere, di preservare l’accordo nucleare con l’Iran e di lavorare per rafforzare, non indebolire il regime globale di non proliferazione»

Federica Mogherini

E’ un periodo storico in cui la sicurezza e la proliferazione nucleare occupano un posto di assoluto rilievo nell’agenda politica globale. In un momento in cui i test missilistici di Kim Jong-un minacciano la stabilità dell’Asia-Pacifico, Donald Trump minaccia di uscire dall’accordo nucleare con l’Iran e il Premio Nobel per la Pace viene assegnato all’ICAN, ecco che ricorre anche il sessantesimo compleanno dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e del Trattato Euratom.

In un convegno di due giorni, che si terrà oggi e domani a Roma, presso l’Accademia dei Lincei, questi temi saranno dibattuti intensamente. L’Edoardo Amaldi Conference, infatti, raccoglierà relatori da 40 Paesi, provenienti da America, Medio Oriente, Asia e Africa. Ad aprire i lavori, è intervenuto il Direttore Generale dell’AIEA, Yukiya Amano, che ha difeso l’accordo nucleare con l’Iran (il JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action) firmato nel luglio 2015.

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Il direttore generale dell’AIEA, Yukiya Amano, parla a Roma all’Accademia dei Lincei (foto via Repubblica.it)

«L’Iran è sottoposto oggi al regime di controlli nucleari più robusto del mondo», ha detto Amano, «I nostri ispettori hanno accesso ai siti, abbiamo molte informazioni su un programma nucleare iraniano che oggi è più ridotto rispetto al periodo precedente gli accordi. E posso confermare che il paese sta mantenendo gli impegni».

Successivamente, è intervenuto anche l’Alto Rappresentante Dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, l’italiana Federica Mogherini, con un breve discorso. «Ancora una volta dobbiamo affrontare dei test e la minaccia di un attacco nucleare», ha esordito la Mogherini. «L’unica cosa saggia da fare, in un momento simile, è quella di investire tutto il nostro capitale politico nel potere della diplomazia, del multilateralismo e della cooperazione internazionale. Dobbiamo aprire nuovi canali per il dialogo e la mediazione e non dobbiamo assolutamente distruggere i canali che già abbiamo». Per il rappresentante della politica estera europea, è il tempo di «proteggere e ampliare tutti gli accordi internazionali sulla non proliferazione. Questo non è certamente il momento di smantellarli».

Federica Mogherini ha poi parlato dell’accordo nucleare con l’Iran firmato nel 2015, come il simbolo dell’importanza della cooperazione internazionale e del dialogo per garantire la pace. «L’accordo nucleare iraniano ha mostrato il potere della cooperazione internazionale. Attraverso la diplomazia e il dialogo abbiamo raggiunto una soluzione vincente per entrambi, abbiamo fissato una pietra miliare per la non proliferazione e abbiamo impedito un’escalation militare devastante e pericolosa», ha detto.

L’accordo con l’Iran va preservato, secondo la Mogherini, non soltanto perché ha risolto una minaccia importante, ma anche perché permette di concentrare gli sforzi sull’altra grande crisi, quella dei test missilistici in Corea del Nord. «L’accordo con l’Iran ha concluso una delle peggiori crisi nucleari del nostro tempo. Ora, mentre ci troviamo ad affrontare una nuova minaccia nucleare, causata dalla Corea del Nord, non possiamo davvero permetterci di aprire un altro fronte. Abbiamo un interesse e una responsabilità, un dovere, di preservare l’accordo nucleare con l’Iran e di lavorare per rafforzare, non indebolire il regime globale di non proliferazione».

Ha poi concluso ribadendo il ruolo cruciale dell’Unione Europea nel risolvere le principali crisi nucleari del nostro tempo: «Il mondo può contare su di noi. Il mondo può contare sull’Unione europea. Noi conserveremo l’accordo con l’Iran. Cercheremo di rendere la penisola coreana pacifica, sicura e non nuclearizzata».

Sempre nella giornata di oggi, dichiarazioni favorevoli al proseguimento degli accordi raggiungti con la Repubblica Islamica sono giunti anche da Cina e Russia. «Speriamo che l’accordo nucleare globale sull’Iran possa continuare ad essere attuato seriamente», ha affermato Hua Chunying, Portavoce del Ministero degli Esteri cinese. «Il Presidente Putin ha ripetutamente sottolineato l’importanza degli accordi nell’affrontare il dossier nucleare iraniano. Senza dubbio, il ritiro di qualsiasi Paese da questo accordo, e a maggior ragione degli Stati Uniti, avrà certamente delle conseguenze negative», ha detto invece Dmitry Peskov, Portavoce del Cremlino.

LETTERA – La solidarietà non è un piatto à la carte

di Jean-Claude Juncker, lettera a Viktor Orban

 

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foto via Politico.eu

Pubblichiamo la nostra traduzione della lettera del presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, al primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orban. Quest’ultimo, il 31 agosto, aveva scritto a Juncker per chiedere che la Commissione rimborsasse metà del costo delle opere di consolidamento dei confini dell’Ungheria, «contro il flusso dei migranti»La risposta di Juncker, pubblicata da «Politico», è stata negativa. 

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Gentile Primo Ministro,

Grazie per la sua lettera del 31 agosto 2017 con la quale invitava l’Europa alla solidarietà e suggeriva alla Commissione di rimborsare – a nome di tutti gli Stati Membri – metà delle spese sostenute dall’Ungheria per le misure prese per la protezione delle frontiere esterne negli ultimi due anni.

Prendo atto del riconoscimento da parte dell’Ungheria del fatto che la solidarietà sia un importante principio per l’Unione Europea, e che l’Ungheria apprezzi il sostegno che l’Unione Europea può fornire per difendere interessi comuni. Invero, la protezione delle frontiere esterne dell’Unione è una questione che riguarda tutti, prioritaria nella nostra Agenda per l’Immigrazione dal 2015. La Commissione sta sostenendo tutti gli Stati Membri nella protezione delle frontiere esterne dell’Unione e nella gestione dei flussi migratori.

Infatti, nel 2015, quando l’Ungheria fu colpita dalla crisi dei rifugiati, la Commissione propose all’Ungheria, insieme all’Italia e alla Grecia, che venisse applicato un programma di emergenza per il loro trasferimento. L’Ungheria, però, decise di rifiutare questa offerta di concreta solidarietà, declinando la possibilità di beneficiare del trasferimento di 54 mila persone, e decise di restituire circa 4 milioni di euro del fondo europeo versati dalla Commissione all’Ungheria. Successivamente, l’Ungheria ha contestato di fronte alla Corte di Giustizia la validità delle decisioni del Consiglio in merito al ricollocamento.

Vorrei anche evidenziare che, nell’affrontare la crisi dei rifugiati, l’Ungheria ha potuto contare su altre forme operative e finanziarie di sostegno da parte della Commissione e delle Agenzie dell’Unione Europea. Nel 2014-2015, l’Ungheria ha ricevuto tre sovvenzioni d’emergenza per un totale di 6,26 milioni di euro. Mi rammarico del fatto che, considerato lo scarso impiego di queste tre sovvenzioni da parte dell’Ungheria, soltanto il 33% dei fondi sia stato usato e il resto sia andato perduto. Per rafforzare la protezione dei confini esterni, l’Ungheria dovrebbe anche fare affidamento sui fondi europei già assegnati nel pacchetto nazionale del «Fondo di sicurezza interna per i confini» [Internal Security Fund «Borders»], corrispondenti a più di 40 milioni di euro per il periodo 2014-2020. Un’altra forma di solidarietà da parte dell’Europa è rappresentata dai fondi regionali dell’UE. Ungheria è l’ottavo maggior beneficiario dei Fondi Europei strutturali e di investimento per il periodo 2014-2020, avendo a disposizione 25 miliardi di euro. Questo rappresenta più del 3% del PIL annuale ungherese, la quota più alta tra tutti gli Stati Membri.

Per quel che riguarda altre forme di assistenza, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera offre attivamente sostegno operativo all’Ungheria, con il dispiegamento attuale di 20 guardie europee di frontiera sul tratto di confine con la Serbia. Al momento, secondo quanto è a conoscenza della Commissione, non è stata recapitata all’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera alcuna richiesta da parte dell’Ungheria di aumentare il proprio contingente. Allo stesso tempo, intendo riconoscere l’importante contributo che l’Ungheria ha dato in quest’area, mettendo a disposizione un numero di esperti ungheresi per le liste di riserva dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, e affiancando le guardie di confine nel contesto della missione dispiegata – con il supporto dei fondi europei – nei confini meridionali dell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia. Vorrei riconoscere anche il contributo dell’Ungheria agli strumenti di finanziamento esterno dell’Unione Europea a supporto di progetti riguardanti l’immigrazione nei paesi di origine e di transito.

In questo contesto, se l’Ungheria ora vuole richiedere ulteriore supporto finanziario per la protezione dei confini esterni in caso di uno specifico urgente bisogno, la Commissione è pronta a considerare tempestivamente la richiesta e offrire l’adeguata assistenza per un controllo più robusto dei confini secondo le leggi dell’Unione Europea. In risposta alla crisi migratoria, la Commissione ha offerto questo tipo di assistenza d’emergenza a Bulgaria, Grecia, Italia e Spagna, dopo un esame delle loro istanze.

Infine, mi permetta di accogliere l’invito della sua lettera a un’Europa più presente nell’ambito dell’immigrazione e del controllo dei confini, sulla base del principio della solidarietà. La solidarietà è una strada a doppio senso. Ci sono volte in cui uno Stato Membro può aspettarsi di ricevere aiuto, e altre in cui spetta allo Stato essere pronto a offrire il proprio. E la solidarietà non è un piatto à la carte, qualcosa che può essere scelto per la gestione delle frontiere e rifiutato quando si tratta di ottemperare alle decisioni sui ricollocamenti prese congiuntamente.

La Commissione, e io personalmente, rimaniamo fedeli all’impegno di collaborare con l’Ungheria verso un’Europa più efficiente e giusta sulle politiche migratorie e di asilo, secondo responsabilità e solidarietà. Conto sul vostro sollecito contributo, sulla base dei nostri Accordi dell’Unione Europea e dei nostri comuni valori.

Cordialmente,

Jean-Claude Juncker

 

 

 

13 settembre – Jean-Claude Juncker

 

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foto via Ansa.it

 

«Il vento è tornato a spirare nelle vele dell’Europa. Questa è la nostra opportunità, ma non durerà per sempre. Dobbiamo cogliere l’attimo, dobbiamo farci sospingere dal vento»

Jean-Claude Juncker

Quest’oggi, Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, ha tenuto l’annuale discorso sullo stato dell’Unione Europea. Ha esordito con l’ottimismo di chi, dopo un anno “«un anno che ha colpito le nostre più profonde radici», vede che “«l’economia europea sta finalmente riprendendo slancio»” e che questa è l’occasione da cogliere.

Tra i vari temi toccati, Juncker ha marcato una netta contrapposizione con gli Stati Uniti per quel che riguarda la lotta al cambiamento climatico. L’Europa dev’essere infatti all’avanguardia, ha detto, «per rendere il nostro pianeta great again». Per quel che riguarda gli attacchi informatici, invece, Juncker ha chiesto che l’Europa migliori in tale settore, perché «i cyber attack possono essere molto più pericolosi per le democrazie e le economie che le armi e i carriarmati».

Nel novero degli ambiti su cui l’Europa dovrà lavorare nei prossimi mesi, Juncker ha posto la gestione dei flussi migratori. Lo scenario gli appare in via di miglioramento, e ha voluto menzionare l’Italia quale attrice di un «indefesso e encomiabile sforzo», con il quale «sta salvando l’onore dell’Europa nel Mediterraneo». Juncker ha promesso che l’Italia continuerà a ricevere supporto finanziario per questo. Tuttavia, il presidente ha anche voluto ricordare che «l’Europa ha una responsabilità collettiva» a proposito delle «inumane condizioni di detenzione e nei centri di accoglienza» libici.

Infine, Jean-Claude Juncker ha avanzato alcune proposte per quel che riguarda le istituzioni europee. Vorrebbe istituire la figura di un ministro dell’economia e della finanza, che «coordini tutti gli strumenti finanziari dell’EU» e ne migliori l’efficienza. Sempre secondo il principio per cui «più democrazia significa più efficienza», Juncker propone di unire le presidenze dell’Unione Europea e del Consiglio dell’EU in un’unica figura. «Con un singolo presidente», ha spiegato, «verrebbe meglio espressa la vera natura dell’Unione Europea come un’Unione di Stati e un’Unione di cittadini».

 

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foto via Nytimes.com (Credit: Christian Hartmann/Reuters )

 

 

8 settembre – Jens Stoltenberg

Jens Stoltenberg holder pressekonferanse om sin nye bok §'Min historie» lørdag formiddag.
foto via Norwaytoday.info

«[Il mondo oggi] è più imprevedibile, ed è più complesso perché ci sono così tante sfide allo stesso tempo. C’è la moltiplicazione di armi di distruzione di massa in Corea del Nord, ci sono i terroristi, l’instabilità, e c’è una Russia più risoluta. È un mondo più pericoloso»

Jens Stoltenberg

Il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha detto che la situazione mondiale attuale, a causa dell’elevato numero di minacce congiunte, è la più pericolosa che si sia mai verificata da una generazione a questa parte. Intervistato dal quotidiano inglese The Guardian, alla domanda se avesse mai vissuto dei tempi più pericolosi nei suoi trent’anni di carriera, Stoltenberg ha risposto: «È più imprevedibile, ed è più complesso perché ci sono così tante sfide allo stesso tempo… È un mondo più pericoloso».

Il Segretario della NATO si trovava in visita in Estonia, nella base militare di Tapa, a circa 120 km dal confine con la Russia. La visita di Stoltenberg nel Paese baltico non è stata casuale: a partire da giovedì prossimo, per i sei giorni successivi, è previsto che gli eserciti di Russia e Bielorussia prendano parte a quella che probabilmente costituirà la più grande esercitazione militare dalla guerra fredda. Circa 100mila unità, tra soldati, personale di sicurezza e funzionari civili, nei prossimi giorni saranno attivi ai confini dell’Unione europea intorno al Mar Baltico, nella Russia occidentale, in Bielorussia e nell’exclave russa di Kaliningrad, senza la supervisione richiesta dai trattati internazionali.

Il tutto mentre dall’altra parte del pianeta, spiega il Guardian, nonostante le proteste locali, il governo della Corea del Sud ha installato il controverso sistema di difesa missilistica THAAD, in dotazione all’esercito statunitense, per contrastare potenziali attacchi che in futuro potrebbero provenire dalla Corea del Nord, che di recente ha lanciato dei missili balistici sopra il Giappone, ha minacciato di colpire l’isola di Guam, nel Pacifico occidentale, e ha testato una presunta testata termonucleare.

Alla domanda se le recenti dichiarazioni bellicose del presidente americano Donald Trump abbiano rischiato di esacerbare la già tesa situazione nel sud-est asiatico, come sostenuto da alcuni, Stoltenberg si è limitato a rispondere: «Se iniziassi a fare speculazioni sulle opzioni militari possibili non farei altro che aggiungere incertezza e difficoltà alla situazione attuale, quindi ritengo che il mio compito sia di esimermi dal farlo… Penso che la cosa importante oggi sia cercare di capire come creare una situazione in cui trovare una soluzione politica alla crisi».

6 settembre – Dimitris Avramopoulos

EU Commissioner Avramopoulos meets with German Interior Minister de Maiziere
foto via Politico.eu

«La porta è ancora aperta e dobbiamo convincere tutti gli stati membri a rispettare i loro impegni, ma dev’essere chiaro che è giunto il momento per tutti gli stati di dimostrare la loro solidarietà»

Dimitris Avramopoulos

Quest’oggi, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha respinto la richiesta avanzata da Slovacchia e Ungheria di annullare il provvidimento con cui, nel 2015, il Consiglio dell’Unione Europea stabilì lo spostamento di 120 mila richiedenti asilo, giunti in Italia o in Grecia, verso altri Stati membri dell’Unione Europea. Come si legge nella dichiarazione stampa della sentenza, «il meccanismo di spostamento non si è rivelato una misura manifestamente inappropriata per conseguire il suo obiettivo, aiutare l’Italia e la Grecia a fronteggiare la crisi migratoria del 2015».

Tuttavia, a un mese dalla conclusione del provvedimento, sono stati trasferiti appena 27 mila dei 120 mila previsti, numero poi ridotto a 54 mila. A tal riguardo, la Corte ha sottolineato che la cifra così bassa «può essere spiegata con cause che quando il Consiglio prese la decisione non poteva prevedere, come, in particolare, la mancanza di collaborazione da parte di certi Stati membri». Il riferimento è proprio alla Slovacchia e all’Ungheria, ma anche alla Polonia e alla Repubblica Ceca, che hanno accolti pochissimi o nessun richiedente asilo. Il sopracitato commissario europeo per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos, commentando il verdetto, ha confermato che la Commissione europea sta valutando se condurre in tribunale questi ultimi tre paesi.

Sull’Ungheria, si è scagliato anche Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione. Nella sua lettera, pubblicata da Politico, al primo ministro ungherese Viktor Orbán, Juncker respinge la richiesta di finanziamenti per rinforzare la fronteria e gli ricordato le molteplici forme di solidarietà che l’Ungheria ha ricevuto dall’Unione Europea. Juncker conclude: «La solidarietà è una strada a doppio senso. Ci sono momenti in cui uno Stato membro può aspettarsi di ricevere supporto, e momenti in cui, invece, questo deve essere pronto a fornire il proprio contributo. E la solidarietà non è un piatto à-la-carte, che può essere scelto per controllare i confini, e scartato quando è necessario compiere con le decisioni sui trasferimenti che sono è congiuntamente prese».

2 settembre – Paolo Gentiloni

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foto via Lastampa.it

«In questo contesto favorevole, anche se non privo di rischi, l’Italia arriva lasciando alle spalle la crisi più acuta che abbiamo avuto nel dopoguerra. Possiamo finalmente dire di aver lasciato dietro le spalle il periodo più difficile del dopoguerra»

Paolo Gentiloni

E’ dal 1975 che, durante la prima settimana di settembre, a Cernobbio, sul Lago di Como, si tiene il Forum Ambrosetti, un appuntamento a cui tradizionalmente partecipano Capi di Stato e di Governo, massimi rappresentanti delle istituzioni internazionali, ministri, premi Nobel, imprenditori, manager ed esperti di tutto il mondo, per confrontarsi sui temi di maggiore impatto per l’economia globale e la società nel suo complesso.

Oggi, nel secondo dei tre giorni del Forum, è intervenuto il Primo Ministro italiano Paolo Gentiloni, che ha parlato soprattutto della situazione economica dell’Italia, facendo particolare riferimento al delicato e sofferto passaggio dalla crisi alla ripresa che è tuttora in atto. «L’Italia non è certamente fuori dalle sue difficoltà, non ha risolto il problema del debito pubblico e del ritardo del Mezzogiorno. Tuttavia, andando all’essenziale ci sono almeno tre punti evidenti, e il primo è il ritorno della crescita», ha detto Gentiloni subito all’inizio del suo discorso.

«In questo contesto favorevole, anche se non privo di rischi, l’Italia arriva lasciando alle spalle la crisi più acuta che abbiamo avuto nel dopoguerra. Possiamo finalmente dire di aver lasciato dietro le spalle il periodo più difficile del dopoguerra», ha affermato Gentiloni. «Tra i tanti indici, per me il più importante è l’indice di fiducia, che è l’indice più impalpabile. Ma se cresce, nonostante le ansie comprensibili e anche le paure seminate ad arte, è uno degli elementi più incoraggianti per chi governa» ha continuato il Presidente del Consiglio, evidenziando i principali motivi per essere ottimisti sul prossimo fututo.

Tra le principali note dolenti dell’Italia, sicuramente c’è l’ancora scarsa ripresa dell’occupazione. «23 milioni di occupati per l’Italia sono un record. C’è una ripresa del lavoro, ancora insufficiente, direi scandalosamente insufficiente se parliamo dei dati sul lavoro nel Mezzogiorno, tra i giovani, tra le donne e tuttavia una ripresa del lavoro significativa, grazie alle riforme fatte in questi anni, che bisogna dire hanno funzionato» ha detto Gentiloni, citando anche due dati al riguardo: «Abbiamo lavorato sodo a partire dagli anni della crisi più dura e negli anni successivi, dal 2014 al 2017 abbiamo recuperato oltre 900mila degli 1,09 milioni di posti di lavoro persi».

Le politiche economiche di controllo del bilancio, il “sentiero stretto”, secondo il Presidente del Consiglio hanno funzionato: «Si recupera credibilità nei conti pubblici senza uccidere la crescita e conservando un avanzo primario che ormai da 20 anni non ha eguali nelle grandi economie europee».

Molto importante è stato, infine, l’accenno alla questione dei migranti, la cui emergenza è tutt’altro che conclusa. «Noi stiamo continuando e continueremo a difendere l’onore dell’Europa e contemporaneamente abbiamo ottenuto risultati notevoli nel numero di sbarchi affidati a trafficanti e nella riduzione delle vittime che si producono con queste grandi ondate migratorie irregolari», ha affermato Gentiloni. «Abbiamo gestito flussi migratori irregolari di dimensioni bibliche dimostrando che è possibile ridurre questi flussi senza rinunciare ai principi di umanità e civiltà», ha continuato poi, ricordando anche gli altri partner europei i loro obblighi, «Certo è un lavoro che continua e che deve essere europeo. Sono certo che gli impegni presi con Merkel e Macron saranno  mantenuti».

22 luglio – Christian Kern

Austrian Chancellor Kern addresses the media in Vienna
foto via Reuters.com

«Dobbiamo stare attenti a non finire in un gruppo con Viktor Orban e con la Lega Nord. Chi è contro tutti, resta solo. La reputazione dell’Austria non va messa a rischio per una campagna elettorale»

Christian Kern

Il Cancelliere austriaco, il socialdemocratico Christian Kern, si è oggi pubblicamente discostato dalle recenti dichiarazioni del suo Ministro degli Esteri, il popolare Sebastian Kurz, sulla questione dei migranti. Il tema dell’immigrazione e dell’apertura-chiusura delle frontiere, infatti, rimane la questione più scottante per i leader dell’Unione Europea, con l’Italia che sembra sempre più isolata nell’affrontare l’emergenza.

«Pretendiamo che venga interrotto il traghettamento di migranti illegali dalle isole italiane, come Lampedusa, verso la terraferma», aveva affermato il Ministro degli Esteri austriaco nella giornata di giovedì, dopo un incontro a Vienna con il suo omologo italiano Angelino Alfano.

Nonostante i buoni rapporti di facciata tra Italia e Austria, Kurz si era spinto fino a minacciare la chiusura della frontiera del Brennero. «Con il ministro degli Esteri Alfano è sempre un piacere incontrarci e io sono un amico della chiarezza», aveva detto in quell’occasione, «Gli ho detto: basta ingressi di migranti illegali sulla terraferma italiana da Lampedusa. Attualmente al Brennero c’è una cooperazione tra le forze di polizia, ma se l’Italia continuerà a far arrivare migranti verso nord allora chiuderemo i nostri confini».

Dichiarazione che avevano trovato una sponda favorevole tra i Paesi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria). In particolar modo, il premier ungherese Viktor Orban ha fatto pervenire, non più tardi di ieri pomeriggio, al Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni la richiesta di chiudere i porti all’arrivo dei migranti. «Tutti i migranti che arrivano da Sud resteranno in Italia. Per questo l’Italia dovrebbe smettere di far sbarcare i migranti nei suoi porti», ha detto Orban, che ha poi aggiunto: «Non abbiamo bisogno di una politica comune europea sui migranti, e non abbiamo bisogno di un’agenzia comune europea per i migranti, perché porteranno soltanto caos, difficoltà e sofferenza».

Oggi, in un’intervista al quotidiano viennese “Presse am Sonntag”, il Cancelliere Kern ha voluto esprimere la solidarietà propria e dell’Austria nei confronti dell’Italia. Dopo una telefonata avuta con Gentiloni, Kern ha affermato che «serve più sensibilità nei confronti dell’Italia», aggiungendo che «così non va, non possiamo posizionarci contro l’Italia», ammonendo così il Ministro Kurz.

Sulla questione del Brennero e della probabile chiusura unilaterale del lato austriaco, Kern ha parlato di un finto problema. «Al Brennero viene messa in scena un’emergenza che non esiste», ha detto il Cancelliere, «Ancora oggi, dai Balcani arrivano più richiedenti asilo che dal Brennero. Una chiusura del Brennero colpirebbe soprattutto l’Alto Adige». Chiaramente, Vienna non può trascurare l’Alto Adige italiano, per via dei legami politici, economici e culturali che intrattiene da sempre con il Tirolo austriaco.

Kern ritiene che la linea dura espressa da Kurz e da altri membri del suo governo nei confronti dell’Italia sia dovuta unicamente a ragioni elettorali. Infatti, il 15 ottobre si terranno le elezioni per il Parlamento di Vienna, in cui i socialdemocratici di Kern sfideranno proprio i popolari di Kurz. «Dobbiamo stare attenti a non finire in un gruppo con Viktor Orban e la Lega Nord. Chi è contro tutti, resta solo. La reputazione dell’Austria non va messa a rischio per una campagna elettorale» ha detto lo stesso Cancelliere, che poi aggiunto: «La politica estera e la diplomazia vanno fatte a porte chiuse».

Se, tuttavia, Kern ha infine definito «comprensibile» il rammarico di Roma per come sta evolvendo la situazione, ha però ritenuto «inaccettabili» le parole del sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, che aveva definito il Ministro Kurz un «naziskin». «Una dichiarazione del genere me la sarei aspettata da un naziskin», aveva detto giovedì il primo cittadino dell’isola, «non certo da un rappresentante delle istituzioni di un Paese della Comunità Europea. Evidentemente Kurz non sa neppure quanto è grande Lampedusa, e dimentica che nella nostra isola vivono seimila persone che si sentono europee».

19 luglio – Benjamin Netanyahu

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foto via Bbc.com

«Penso che l’Europa debba decidere se vuole vivere e prosperare o se vuole avizzire e scomparire. Non sono molto politicamente corretto. So che è uno shock per alcuni di voi. È uno scherzo. Ma la verità è la verità, sia sulla sicurezza dell’Europa che sul futuro economico dell’Europa. Entrambe queste preoccupazioni impongono una diversa politica verso Israele»

Benjamin Netanyahu

Avrebbe dovuto essere un incontro a porta chiuse tra Israele e alcuni Paesi dell’Europa dell’Est. Invece, è bastato un microfono rimasto inavvertitamente acceso per pochi minuti per trasmettere in cuffia ai giornalisti presenti una serie di dichiarazioni piuttosto forti pronunciate da Benjamin Netanyahu nei riguardi dell’Unione Europea.

Il Primo Ministro era giunto ieri a Budapest, in quella che era la prima visita di un leader israeliano in Ungheria negli ultimi trent’anni. Oggi era previsto un incontro multilaterale con i leader dei Paesi del Gruppo di Visegrad: Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. L’obiettivo era trovare una linea comune anti-immigrazione, che prevedesse anche l’erezione di barriere e di recinzioni alle frontiere, allo scopo di bloccare il flusso di profughi e migranti provenienti dal Medio Oriente.

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Da sinistra: il premier Bohuslav Sobotka della Republica ceca, Benjamin Netanyahu di Israele, Viktor Orbán dell’Ungheria, Robert Fico della Slovacchia e Beata Szydło della Polonia, durante una conferenza stampa a Budapest (foto via Theguardian.com/Epa)

Netanyahu, che recentemente ha avuto un acceso diverbio con l’Unione Europea riguardante la legge che riconosce retroattivamente gli insediamenti israeliani in Palestina, osteggiata da Bruxelles in quanto ostacolerebbe il processo di pace, non ha perso l’occasione per attaccare duramente l’Europa e il suo atteggiamento ambiguo, per non dire ostile, nei confronti di Israele.

«L’Unione Europea è l’unica organizzazione di stati al mondo che stabilisce le sue relazioni con Israele, che le fornisce la tecnologia in ogni campo, sulla base delle condizioni politiche. L’unica! Nessuno lo fa» ha detto Netanyahu, che ha poi continuato: «È folle. È veramente folle. E non riguarda i miei interessi, sto parlando degli interessi dell’Europa».

Il Primo Ministro israeliano si è rivolto anche al suo omologo ungherese, Viktor Orban, che spesso in passato ha espresso posizioni anti-semite. «Penso di poter suggerire che ciò che risulta da questo incontro è la tua capacità di comunicare con i tuoi colleghi in altre parti d’Europa: aiutare l’Europa … non minare un paese occidentale che difende i valori europei e gli interessi europei e impedisce un’altra migrazione di massa in Europa» ha detto il leader israeliano, che ha poi proseguito: «Quindi smettetela di attaccare Israele. Iniziate a sostenerci».

A questo punto, Orban è intervenuto nel discorso e, ridendo, ha detto: «Signor Netanyahu, l’Unione Europea è ancora più unica. L’UE pone delle condizioni ai Paesi già all’interno dell’UE, non solo ai Paesi esterni». Secca e polemica la risposta di Netanyahu: «Penso che l’Europa debba decidere se vuole vivere e prosperare o se vuole avizzire e scomparire. Non sono molto politicamente corretto. So che è uno shock per alcuni di voi. È uno scherzo. Ma la verità è la verità, sia sulla sicurezza dell’Europa che sul futuro economico dell’Europa. Entrambe queste preoccupazioni impongono una diversa politica verso Israele».

«Siamo parte della cultura europea», ha continuato Netanyahu, «L’Europa finisce in Israele. A est di Israele, non esiste più l’Europa. Non abbiamo amici più grandi di quei cristiani che sostengono Israele in tutto il mondo. Non solo gli evangelisti. Se andassi in Brasile, sarei accolto con maggior entusiasmo che all’interno del mio partito, il Likud».

Importanti anche le parole pronunciate dal leader israeliano sulla crisi in Siria, in cui il suo Paese svolge un ruolo di primissimo piano. «Abbiamo bloccato il confine non solo con l’Egitto, ma sulle alture del Golan», ha detto, «Abbiamo costruito il muro perché c’era un problema con l’ISIS e con l’Iran che cercavano di costruirvi un fronte per il terrorismo». «L’ho detto a Putin, quando li vediamo trasferire armi a Hezbollah, gli faremo male. Lo abbiamo fatto una dozzina di volte» ha affermato sempre lo stesso Netanyahu, confermando che l’aviazione israeliana sta da tempo bombardando sia i convogli dell’Isis che quelli di Hezbollah e dei suoi alleati sciiti.

Ultime, ma non meno importanti, le dichiarazioni sulla politica estera americana in Medio Oriente, da cui traspare l’ostilità di Netanyahu verso Barack Obama e l’apprezzamento per la nuova amministrazione. «Abbiamo avuto un grosso problema (con gli Stati Uniti)». ha detto il Primo Ministro, «Ora penso che sia diverso. Nei confronti dell’Iran, c’è una posizione più forte. Gli Stati Uniti sono più impegnati nella regione e conducono più bombardamenti (in Siria). È una cosa positiva. Penso che siamo d’accordo sullo Stato Islamico, non siamo d’accordo sull’Iran».

29 giugno – Dimitris Avramopoulos

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foto via Lapresse.it

«L’Italia potrebbe essere costretta a bloccare i porti alle navi delle Ong per ragioni di sicurezza nazionale»

Dimitris Avramopoulos

I Paesi europei membri del G20 si sono riuniti in questi giorni a Berlino, con lo scopo di prepararsi per l’imminente vertice di Amburgo del 7 e 8 luglio. Tra i temi principali sul tavolo delle discussioni, oltre alla questione del clima e del crescente protezionismo economico degli Stati Uniti, c’è sicuramente la questione migratoria.

L’Italia, per via della sua posizione geografica, ricopre un ruolo di primissimo piano. La gestione dell’emergenza migratoria si sta rivelando un compito troppo gravoso da sostenere senza l’ausilio degli altri partner europei. I porti siciliani sono ormai allo stremo e, solo nella giornata di oggi, circa 2.500 persone sono sbarcate in Calabria e altre 1.200 in Campania.

Davanti agli altri leader europei, il Primo Ministro italiano, Paolo Gentiloni, ha sollevato per primo la questione migratoria, nella speranza che nel vertice dei ministri europei a Tallin si possa giungere a una svolta in chiave comunitaria. «Ho utilizzato anche questa occasione per rappresentare ai colleghi europei l’estrema preoccupazione per il rischio dell’accentuarsi dei flussi migratori negli ultimi giorni» ha detto Gentiloni, che ha poi aggiunto «l’Italia non si è mai sottratta ai propri impegni per soccorso in mare e accoglienza umanitaria e non intende farlo ma chiede di discutere del ruolo delle ong, della missione di Frontex, delle risorse a disposizione per lavorare in Libia e negli altri Paesi africani, della possibilità di allargare i nostri programmi».

«Siamo di fronte a numeri crescenti che alla lunga potrebbero mettere a dura prova il nostro sistema di accoglienza. Abbiamo internazionalizzato le operazioni di salvataggio ma l’accoglienza resta di un Paese solo. Questo mette il nostro Paese sotto pressione ma noi abbiamo un aspetto umanitario, di rispetto delle leggi e lo confermeremo. Non violiamo le regole o vogliamo rinunciare a un atteggiamento umanitario: siamo sotto pressione e chiediamo il contributo concreto degli europei», ha proseguito il Presidente del Consiglio.

Durante la conferenza stampa, ha parlato di eroismo di Italia e Grecia nella gestione dei flussi migratori il Commissario Europeo Jean-Claude Juncker: «Da molto tempo come Commissione siamo convinti che non possiamo abbandonare né l’Italia né la Grecia. Insieme dobbiamo compiere sforzi per sostenere queste due nazioni che sono eroiche».

Puntuale la risposta del cancelliere tedesco Angela Merkel: «Aiuteremo l’italia, ci sta a cuore. Ma dobbiamo lavorare per una soluzione politica in Libia, non possiamo accettare che in quel Paese regni l’illegalità». Il presidente francese Emmanuel Macron, invece, ha tenuto a fare un distinguo tra i rifugiati e i migranti economici: «Noi sosteniamo l’Italia e la Francia deve fare la sua parte sull’asilo di persone che vogliono rifugio. Poi c’è il problema di rifugiati economici, e questo non è un tema nuovo: l’80% dei migranti che arrivano in Italia sono migranti economici. Non dobbiamo confondere».

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Il Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni e il Cancelliere tedesco Angela Merkel (foto via Ilmessaggero.it)

Infine, il Commissario Ue agli Affari Interni, il greco Dimitris Avramopoulos, ha aperto alla possibilità per l’Italia di chiudere i porti alle navi di Ong straniere. «L’Italia potrebbe essere costretta a bloccare i porti alle navi delle Ong per ragioni di sicurezza nazionale» ha detto Avramopoulos, riconoscendo che «la situazione dell’Italia è insostenibile. Non si può lasciare una manciata di Paesi a gestire l’emergenza».

«Sono in contatto permanente con il governo italiano, oggi e domani ci sentiremo ancora» ha detto il commissario a margine della presentazione delle prospettive migratorie Ocse, «la cosa più importante è che l’Unione europea non lasci l’Italia da sola, siamo al fianco dell’Italia, capiamo perfettamente la situazione sul terreno e sono sicuro che la risolveremo».