28 luglio – Liz Throssell

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foto via Un.org

«Il desiderio del popolo venezuelano di partecipare oppure no a queste elezioni dev’essere rispettato. Nessuno dovrebbe essere obbligato a votare, e chi desidera partecipare dovrebbe poterlo fare liberamente. Chiediamo alle autorità di gestire qualsiasi protesta contro l’Assemblea Costituente secondo le norme e i principi dei diritti umani internazionali, e perciò esprimiamo la nostra preoccupazione in merito alla proibizione, da oggi fino al 1 agosto, delle dimostrazioni che le autorità considerano interferire con le elezioni. Chiediamo anche a coloro che si oppongono alle elezioni e all’Assemblea di farlo pacificamente»

Liz Throssell

Quest’oggi l’ONU, tramite la sua portavoce Liz Throssell, ha ribadito la propria preccupazione in merito alla situazione politica in Venezuela. Già nelle scorse settimane, l’ONU aveva rilevato l’uso di metodi oppressivi e d’intimidazione del governo di Maduro contro civili, riportando ad esempio che 450 di loro sono stati processati da tribunali militari e non da civili. La stessa Throssell affermava a proposito: «Chiediamo che il governo cessi questa pratica, che è contraria alle leggi internazionali dei diritti umani, in particolare sotto il profilo delle garanzie processuali. I civili accusati di un crimine o di un atto illegale devono apparire di fronte a un tribunale civile». L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati stima che siano 27 mila i richiedenti asilo venezuelani e 52 mila quelli che lo stanno chiedendo, anche se queste cifre probabilmente rappresentano solo una parte del totale di coloro che avrebbero bisogno di aiuto internazionale.

Il presidente Nicolás Maduro, eletto nel 2013 (con il 50,78% dei voti), ha indetto per quest’ultimo weekend di luglio le elezioni per formare una Assemblea Costituente atta a rivedere la costituzione, scritta nel 1999 dal suo predecessore Hugo Chávez. 363 membri dell’Assemblea saranno scelti da elezioni locali, altri 181 invece saranno scelti dai membri di sette settori sociali (pensionati, gruppi indigeni, uomini d’affari, contadini, studenti e altri). L’opposizione ha proclamato scioperi e chiesto di boicottare il voto del 30 luglio, accusando il presidente di voler prolungare con questo espediente il suo mandato, che scade nel gennaio 2019, e di bypassare così il congresso, dove la maggioranza è dell’opposizione.

Inoltre, accusa l’opposizione, a differenza di Chávez che modificò la costituzione supportato dall’esito favorevole di un referendum popolare, Maduro ha indetto l’Assemblea Costituente tramite un decreto, perché, come dimostrerebbero le recenti votazioni informali organizzate dall’opposizione, il presidente non godrebbe della fiducia dei venezuelani.

«Da anni il Venezuela è una polveriera», scrive il The Guardian. Da aprile, per le strade del paese si susseguono manifestazioni di protesta contro il governo, accusato di non fare abbastanza per porre rimedio alla diffusa scarsità di beni di prima necessità e all’incremento dell’inflazione. La repressione delle proteste da parte del governo ha finora causato circa cento morti. Nei giorni scorsi, il governo americano ha preso posizione contro Maduro, mettendo in atto una serie di sanzioni e minacciando l’embargo del petrolio, la cui esportazione sta alla base dell’economia venezuelana.

20 luglio – Nicolás Maduro

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foto via Panampost.com

«Il popolo venezuelano è andato a lavorare per la patria, continuiamo ad avanzare in pace e con allegria verso l’assemblea costituente del 30 luglio»

Nicolás Maduro

Si è tenuto oggi in Venezuela uno sciopero nazionale organizzato dalle opposizioni per protestare contro il progetto del presidente Nicolás Maduro di eleggere un’assemblea costituente per riscrivere la Costituzione del paese.

Il Guardian riporta che in molti quartieri di Caracas, la capitale del Venezuela, le strade erano bloccate da barricate di immondizia e pneumatici in fiamme e da cavi elettrici tirati da un lampione all’altro. «Si vedono solo strade vuote, e la maggior parte dei negozi è chiusa» ha detto Henrique Capriles, uno dei leader dell’opposizione.

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Un uomo passa sotto dei nastri usati per bloccare un incrocio a Caracas, durante lo sciopero di giovedì 20 luglio (foto via Apnews.com – AP Photo/Ariana Cubillos) 

Il presidente Maduro ha invece affermato in televisione che lo sciopero è stato un insuccesso, e che centinaia tra le più grandi compagnie del Venezuela erano operanti «al 100%».

«Il popolo venezuelano è andato a lavorare per la patria, continuiamo ad avanzare in pace e con allegria verso l’Assemblea costituente del 30 luglio» ha poi scritto su Twitter.

La più grande federazione di gruppi commerciali del paese, Federcamaras, non ha dato un appoggio esplicito allo sciopero, ma i suoi membri hanno detto che i loro dipendenti non avrebbero subito ritorsioni se non si fossero presentati al lavoro.

Il presidente ha indetto un voto parlamentare il 30 luglio per eleggere un’assemblea costituente che sarà incaricata di riscrivere la Costituzione del paese. Le opposizioni e alcuni gruppi per la difesa dei diritti umani sostengono che la decisione di Maduro sia motivata dalla volontà di aggirare l’Assemblea nazionale, cioè il parlamento del Venezuela, che dal 2016 è controllato dalle opposizioni, al fine di rafforzare ulteriormente il potere del presidente e del partito socialista che lo appoggia.

Maduro sostiene invece che una nuova assemblea che riveda a fondo la Costituzione, sciogliendo alcune istituzioni dello Stato, sia l’unico modo per fare uscire il Venezuela dalla crisi economica in cui si trova e per promuovere il dialogo in un paese profondamente diviso e segnato da ricorrenti manifestazioni di violenza.

17 luglio – Freddy Guevara

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foto via Apnews.com (AP Photo/Ariana Cubillos)

«È arrivata l’ora zero. Invitiamo l’intero paese a partecipare a uno sciopero di 24 ore giovedì, una protesta di massa e non violenta, in modo da mettere pressione al governo e preparare l’atto finale, che sarà settimana prossima, per combattere contro questa truffa […] e ripristinare l’ordine costituzionale»

Freddy Guevara

I leader dell’opposizione venezuelana hanno invitato i propri sostenitori a intensificare le proteste antigovernative per le strade del paese e hanno indetto uno sciopero di 24 ore per giovedì prossimo.

Domenica scorsa 7 milioni di persone hanno partecipato a un referendum simbolico a proposito del piano del presidente Nicolás Maduro di istituire una nuova assemblea e riscrivere interamente la Costituzione del Venezuela. Il referendum era organizzato dalle opposizioni e il 98% dei votanti si è espresso contrariamente al programma di riforme del presidente.

«Adesso dobbiamo ampliare ed intensificare il movimento di protesta per le strade» ha detto all’indomani del referendum Julio Borges, presidente dell’Assemblea nazionale. L’Assemblea nazionale è controllata dall’opposizione e rappresenta l’unica camera del Parlamento del Venezuela.

Freddy Guevara, uno dei leader dell’opposizione e vicepresidente dell’Assemblea, durante una conferenza stampa lunedì pomeriggio ha invitato tutto il paese «a partecipare a uno sciopero di 24 ore giovedì, una protesta di massa e non violenta, in modo da mettere pressione al governo e preparare l’atto finale, che sarà settimana prossima, per combattere contro questa truffa […] e ripristinare l’ordine costituzionale».

Il prossimo 30 luglio è in programma un voto parlamentare per approvare l’istituzione dell’assemblea costituente voluta da Maduro.

Le opposizioni temono che la nuova assemblea possa consentire al presidente di aumentare i propri poteri e di creare una dittatura nel paese. Maduro sostiene invece che una nuova assemblea che riveda a fondo la Costituzione, sciogliendo alcune istituzioni dello Stato, sia l’unico modo per fare uscire il paese dalla crisi economica in cui si trova.

La crisi del Venezuela va avanti da tempo, spiega il Post, ma negli ultimi anni si è acuita a causa del continuo calo del prezzo del petrolio, che rappresenta circa il 95% dei ricavi dalle esportazioni. Da mesi per le strade del Venezuela hanno luogo proteste contro il presidente Maduro, accusato di limitare la democrazia e di non fare abbastanza per fermare la crisi economica. Si stima che da aprile almeno 100 persone siano morte negli scontri tra protestanti e forze dell’ordine.

27 aprile – Delcy Rodriguez

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 foto via Lantidiplomatico.it

“L’Osa ha insistito con le sue azioni intrusive contro la sovranità della nostra patria e dunque procederemo a ritirarci da questa organizzazione”

Delcy Rodriguez

Il governo del Venezuela ha deciso di avviare le pratiche per ritirarsi dall’Organizzazione degli Stati Americani (Osa). Il Ministro degli Esteri venezuelano, Delcy Rodriguez, ha oggi annunciato che presto presenterà una richiesta formale all’Osa per iniziare le procedure di uscita, che comunque dureranno almeno 24 mesi.

L’Organizzazione degli Stati Americani è un’organizzazione internazionale a carattere regionale. Fondata nel 1948, essa comprende 35 Paesi del continente americano e ha sede a Washington. Essa è il principale forum politico per il dialogo e la cooperazione multilaterale su obiettivi comuni, quali il mantenimento della pace, la difesa della democrazia, la tutela dei diritti umani e il miglioramento del benessere economico e sociale. Cuba vi era stata sospesa come membro nel 1962, per poi essere reintegrata nel 2009. Nello stesso anno, era stato sospeso anche l’Honduras, per poi essere riammesso nel 2011. Il Venezuela sarebbe, quindi, il primo Paese a lasciare volontariamente l’organizzazione.

La decisione era stata anticipata dal Presidente Nicolas Maduro con un breve messaggio pubblicato sul suo account Twitter, in cui annunciava “un passo gigante per rompere con l’interventismo imperiale”.

Nel corso della sua dichiarazione, il Ministro Rodriguez ha descritto l’Osa come un’organizzazione strettamente legata al governo degli Stati Uniti, Paese che il Venezuela socialista ritiene da sempre il suo principale nemico. Infatti, sempre secondo la Rodriguez, Washington starebbe cercando di intromettersi nella politica interna di Caracas, servendosi proprio dell’Osa come strumento per mettere pressioni sulla Repubblica Bolivariana e trasformarla in un governo “amico”.

La decisione del governo venezuelano sembra essere una ritorsione con un’organizzazione, l’Osa, che ultimamente ha preso spesso posizione contro il Presidente Maduro. In un’intervista a BBC Mundo, Luis Almagro, segretario generale dell’Osa, aveva definito il Venezuela una “dittatura” e chiesto l’elezione di “un nuovo governo con legittimità democratica”.

Il 23 marzo scorso, una dichiarazione congiunta firmata da quattordici Paesi affermava: “Giudichiamo che debba essere trattata in maniera prioritaria la liberazione dei prigionieri politici, il riconoscimento della legittimità delle decisioni dell’Assemblea Nazionale in conformità con la Costituzione e la creazione di un calendario che includa le elezioni che sono state rinviate”. Il testo era stato firmato da Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Uruguay.

Pochi giorni dopo, lo stesso Luis Almagro aveva pubblicato un rapporto di 75 pagine sulla situazione politica in Venezuela. Il report dipingeva il Paese come uno stato dittatoriale, in cui era necessaria una separazione dei poteri, il rispetto dello stato di diritto e delle istituzioni democratiche, nonché nuove elezioni da svolgersi al più presto e con la presenza di osservatori internazionali.

Tuttavia, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è la decisione assunta ieri dal Consiglio Permanente dell’Osa di organizzare una riunione tra i propri Ministri degli Esteri per discutere di ciò che sta accadendo nella Repubblica Bolivariana. La risoluzione è stata approvata dalle rappresentanze di Argentina, Bahamas, Barbados, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Stati Uniti, Honduras, Giamaica, Guatemala, Guyana, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Saint Lucia e Uruguay.

https://twitter.com/OAS_official/status/857361747908415488/video/1

Il Venezuela si trova, dunque, diplomaticamente isolato sia sul piano regionale che su quello internazionale. L’ultimo tentativo di Caracas di spezzare, almeno parzialmente, il suo isolamento è stata la convocazione di un vertice straordinario dei Ministri degli Esteri della Celac (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi), un’organizzazione regionale dei Paesi del continente americano, di cui non fanno parte Canada e Stati Uniti. Il vertice si terrà il 2 maggio a San Salvador, ma la frattura sembra ormai insanabile.

Sul fronte interno, la situazione è ancor più drammatica. Dopo la prematura morte di Hugo Chavez, il grande ideatore della Revolution Bonita, la legittimità del governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ora nelle mani di Nicolas Maduro, è andata progressivamente scemando.

Innanzitutto, la grave crisi economica, causata dal calo del prezzo del petrolio, attorno a cui ruota la stragrande maggioranza della produzione nazionale e del commercio estero di Caracas. In secondo luogo, un’inflazione quasi inarrestabile, che ha toccato il livello record dell’800% su base annua. In terzo luogo, una devastante carestia, che ha praticamente ridotto il Paese alla fame, con i negozi di alimentari che venivano presi letteralmete d’assalto.

L’emorragia di consensi verso il Presidente Maduro è costata al Partito Socialista Unito del Venezuela la perdita della maggioranza nell’Assemblea Nazionale, il principale organo legislativo del Paese. Infatti, nelle elezioni del 6 dicembre 2015, il Tavolo dell’Unità Democratica (Mud), la coalizione di centro-destra, ha ottenuto 112 seggi su 167.

Considerato il principale responsabile della crisi umanitaria e della carestia nel Paese, l’Assemblea aveva votato per mettere il Presidente in stato d’accusa. Tuttavia, la Corte Suprema venezuelana, il massimo organo giudiziario del Paese, composta in maggioranza da uomini del partito di Maduro, aveva emesso una sentenza che esautorava, di fatto, il Parlamento, conferendo pieni poteri a Maduro e abolendo l’immunità per i deputati. “Siccome il Parlamento si ribella e oltraggia le deliberazioni del presidente, le sue competenze saranno esercitate direttamente dal Tribunale supremo” si legge nelle motivazioni della sentenza. La decisione era stata successivamente revocata dalla Corte, su ordine dello stesso Maduro.

Tutto ciò ha contribuito a creare una situazione esplosiva, che infatti è sfociata in una grande protesta popolare con manifestazioni di violenza a Caracas e nelle altre province del Venezuela. Dall’inizio di aprile, sono state 29 le vittime causate da questa rivolta. Sotto accusa, oltre alla Guardia Nazionale, rea di aver usato metodi violenti in maniera indiscriminata contro i manifestanti, sono i “colectivos”. Questi ultimi sono un gruppo paramilitare filo-governativo, composto da civili armati che si muovono in gruppo, a bordo di motociclette, e seminano il terrore nelle città, sparando e uccidendo i presunti oppositori.

Mentre il governo e l’opposizione si accusano reciprocamente di essere i responsabili della violenza, il Venezuela sembra sempre più avviato verso la guerra civile.

11 febbraio – José Ugaz

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foto via YouTube.com

“I nostri attivisti e i giornalisti devono essere liberati immediatamente. Stavano soltanto facendo il loro lavoro. Odebrecht ha ammesso di aver pagato tangenti al Venezuela. È compito della società civile e della stampa portare alla luce qualsiasi irregolarità”

José Ugaz

L’organizzazione non governativa Transparency International ha denunciato la scomparsa di due suoi attivisti venezuelani e di due giornalisti brasiliani che stavano conducendo delle indagini sulle attività del gruppo imprenditoriale Odebrecht in Venezuela. Stando al comunicato di Transparency International, le quattro persone sono state fermate sabato 11 febbraio dai servizi d’intelligence venezuelani, che avrebbero sequestrato i loro cellulari e li avrebbero condotti a Maracaibo, dove sarebbero attualmente detenuti. “Devono essere liberati immediatamente. Stavano soltanto facendo il loro lavoro” ha dichiarato José Ugaz, segretario dell’ong.

L’episodio si inserisce all’interno del cosiddetto “caso Odebrecht”, che da mesi sta avendo ampie ripercussioni in numerosi paesi del Sud America. Il gruppo brasiliano, tra le più grandi aziende sudamericane di ingegneria, costruzione, chimica e petrolchimica, è accusato di essere al centro di “un sistema immenso e senza precedenti di corruzione e di appalti illeciti”, come si legge sul sito del Dipartimento degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi è stato emesso un mandato di cattura e di detenzione preventiva per l’ex-presidente del Perù, Alejandro Toledo, il quale, mentre era in carica, avrebbe ricevuto oltre 20 milioni di dollari per favorire Odebrecht nella gara d’appalto per la costruzione di un gasdotto nel sud del paese dal valore di 7.000 milioni di dollari.