9 novembre – Donald Trump

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foto via Apnews.com (AP Photo/Andy Wong)

«Non incolpo la Cina. Dopotutto, chi può biasimare un paese per essere capace di approfittarsi di un altro paese a beneficio dei propri cittadini?»

Giovedì è stato il secondo e ultimo giorno della visita di Donald Trump in Cina: il presidente degli Stati Uniti, scrive AP News, ha avuto modo di partecipare a «lunghi» incontri con il suo omologo cinese, Xi Jinping, durante i quali si è discusso di temi cruciali per le relazioni tra i due stati.

Tra questi, il tema dei rapporti commerciali tra Usa e Cina: nel corso di un intervento pubblico, Trump ha definito questi rapporti «molto unilaterali e ingiusti» a causa del deficit che pesa sul versante americano (a ottobre di quest’anno il deficit commerciale degli Stati Uniti rispetto alla Cina era di 223 miliari di dollari).

Il presidente Usa ha detto che la Cina «deve immediatamente correggere le ingiuste pratiche commerciali» che hanno prodotto un surplus (da parte cinese) così «scandalosamente» alto, impegnandosi inoltre a rimuovere le barriere per l’accesso al mercato nazionale e a risolvere il problema del furto di proprietà intellettuale.

Al tempo stesso, però, Trump non ha voluto attaccare apertamente il suo interlocutore, Xi Jinping, e ha affermato di non biasimare la Cina per avere tratto vantaggio dai rapporti commerciali favorevoli con gli Stati Uniti. «Dopotutto, chi può biasimare un paese per essere capace di approfittarsi di un altro paese a beneficio dei propri cittadini?» ha detto Trump, ricevendo applausi dai presenti. «Riconosco il grande merito della Cina».

Trump aveva fatto della riduzione del deficit commerciale una priorità per la propria amministrazione. Durante la campagna elettorale aveva accusato la Cina di «violentare il nostro paese» dal punto di vista commerciale, e aveva promesso che avrebbe posto rimedio a questo squilibrio.

8 novembre – Hassan Rouhani

Iranian President Rouhani addresses the 72nd United Nations General Assembly at U.N. headquarters in New York
foto via Reuters.com

«Perché state mostrando ostilità verso i popoli della Siria e dell’Iraq? Perché state rafforzando l’Isis e lasciando i popoli della regione nelle sue mani? Perché interferite con gli affari interni del Libano e con la sua governance?»

Il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, è intervenuto oggi nella disputa in corso tra il suo Paese e l’Arabia Saudita e lo ha fatto lanciando a Riyad accuse molto pesanti: di esacerbare le ostilità in corso in Yemen; di sostenere finanziariamente lo Stato Islamico; di aver orchestrato e programmato le dimissioni, fatto senza precedenti, del Primo Ministro libanese Saad Hariri.

La risposta di Rouhani giunge a un giorno solo di distanza dalle dichiarazioni del Principe saudita Mohammad bin Salman, che aveva accusato Teheran di aver lanciato un attacco militare diretto all’Arabia Saudita, rifornendo i ribelli Houti in Yemen di diverse batterie di missili; accusa che Teheran ha rispedito immediatamente al mittente. Proprio domenica, infatti, Riyad aveva fatto sapere di aver intercettato uno di questi missili partito dallo Yemen e diretto proprio sulla capitale saudita.

Rouhani ha descritto l’attacco missilistico da parte degli Houthi come una legittima risposta all’aggressione saudita dello Yemen. «Come dovrebbe reagire il popolo yemenita al bombardamento del proprio Paese? Quindi non è loro permesso di usare le proprie armi? Se voi per primi fermaste i bombardamenti, vedreste se gli yemeniti non farebbero lo stesso», ha detto il Presidente iraniano.

Lo stesso Presidente ha poi difeso il ruolo che l’Iran sta svolgendo sia in Iraq che in Siria, nello sconfiggere militarmente lo Stato Islamico e nell’impedire la diffusione del terrorismo. «L’Iran è accusato di interferire nella regione, mentre sta aiutando l’Iraq e la Siria a combattere il terrorismo su richiesta di questi ultimi e siamo orgogliosi di poter fermare l’Isis dal raggiungiere i suoi obiettivi», ha affermato Rouhani.

«L’Arabia Saudita conosce la nostra forza, che è maggiore della sua, e non può fare niente contro l’Iran», ha poi dichiarato stamattina il Presidente iraniano, come riportato dalla tv libanese filo-iraniana al Mayadin. Successivamente, di fronte al Consiglio dei Ministri, Rouhani ha definito l’obiettivo primario del Paese: «Noi vogliamo la stabilità e la sicurezza della regione».

In particolare, Rouhani ha accusato l’Arabia Saudita di aver pilotato le dimissioni del Primo Ministro libanese Saad Hariri. «Non c’è alcun caso nella storia di un Paese che imponga alle autorità di un altro di dimettersi solo per interferire con i suoi affari interni. Questo è un evento senza precedenti nella storia. Dove andrete di questo passo?», ha detto il leader iraniano, che ha poi rincarato la dose nei confronti di Riyad, «Perché state mostrando ostilità verso i popoli della Siria e dell’Iraq? Perché state rafforzando l’Isis e lasciando i popoli della regione nelle sue mani? Perché interferite con gli affari interni del Libano e la sua governance?».

7 novembre – Nicola Sturgeon

 

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foto via Theguardian.com

 

«Il fatto è semplice, per molti decenni i parlamentari hanno riconosciuto o per lo meno accettato leggi che noi adesso riconosciamo come ingiuste. Perciò, oggi, io, in qualità di Primo Ministro, categoricamente, inequivocabilmente e profondamente, chiedo perdono per queste leggi e per le ferite e i danni che hanno provocato a molti. Non c’è nulla che questo parlamento possa fare per cancellare quelle ingiustizie, ma mi auguro che questa apoliga, assieme a una nuova legislazione, possa essere di conforto a coloro che hanno sopportato le ingiustizie»

Quest’oggi la prima ministra scozzese, Nicola Sturgeon, ha chiesto scusa alle vittime delle leggi che discriminavano gli omosessuali. Ha introdotto, infatti, un progetto di legge che dà la grazia a tutti coloro che sono stati accusati sulla base di tali leggi. Con ciò, gli uomini potranno chiedere di cancellare dalla loro fedina questo genere di reati.

In Scozia, le leggi che probivano i rapporti omosessuali maschili (non c’era regolamentazione su quelli femminili) sono state abolite soltanto nel 1981, quattordici anni dopo rispetto all’Inghilterra e alla Scozia. Tuttavia, fino 2001, l’età del consenso per gli omosessuali (ventun’anni, resi diciotto, dal 1994) era diversa da quella fissata per gli eterosessuali (sedici anni).

Con questo nuovo disegno di legge, la Scozia prosegue il percorso già avviato dall’Inghilterra e dal Galles, dove da inizio anno sono stati approvati decreti simili. Si stima che siano 50 mila gli uomini che stati ritenuti colpevoli, di cui 15 mila sono tutt’ora in vita.

 

 

 

6 novembre – Carles Puigdemont

Carles Puigdemont arrives for a news conference in Brussels
foto via News.sky.com

«Lo stato spagnolo deve onorare ciò che è stato detto tante volte negli anni del terrorismo: “fermate la violenza e possiamo discutere di qualsiasi cosa”»

L’ex presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha accusato le autorità spagnole di stare conducendo «un brutale attacco giudiziario» contro i membri del suo ex governo, ora esautorato, e ha affermato di temere che essi non ricevano un giudizio imparziale da parte dei tribunali spagnoli. In un articolo pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian, Puigdemont ha definito «un oltraggio colossale» che lui e altri 13 colleghi siano indagati con le accuse, tra le altre, di eversione e ribellione, con riferimento ai loro ruoli nella dichiarazione di indipendenza del mese scorso.

«Oggi i leader di questo progetto democratico sono accusati di ribellione e devono affrontare la pena più severa prevista dal Codice penale spagnolo, che è la stessa per i casi di terrorismo e di omicidio: 30 anni di prigione» si legge nell’articolo. Puigdemont ha scritto di dubitare che le persone coinvolte nell’indagine possano ricevere «un’udienza giusta e imparziale» e ha richiesto «un controllo dall’estero» per portare la crisi catalana a un esito politico, anziché giudiziario.

«Lo stato spagnolo deve onorare ciò che è stato detto tante volte negli anni del terrorismo: “fermate la violenza e possiamo discutere di qualsiasi cosa”» ha aggiunto Puigdemont. «Noi, i sostenitori dell’indipendenza catalana, non abbiamo mai scelto la violenza, anzi. Ma ora scopriamo che non è vero che tutto possa essere argomento di discussione».

La scorsa settimana l’ex presidente catalano è volato a Bruxelles con alcuni suoi colleghi di governo, poche ore prima che la procura nazionale spagnola annunciasse di volerli accusare di ribellione, sedizione e malversazione. Giovedì scorso, un giudice dell’Audiencia Nacional ha ordinato l’arresto di otto politici catalani e, il giorno dopo, ha spiccato un mandato europeo di arresto nei confronti di Puigdemont e di suoi quattro ex ministri. Domenica, infine, un giudice belga ha concesso ai cinque la libertà condizionata: essi dovranno apparire il 17 novembre in tribunale, dove il giudice deciderà se rendere esecutivo il mandato d’arresto.

5 novembre – Donald Trump

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foto via Stripes.com

«Nessuno, nessun dittatore, nessun regime, nessuna nazione, dovrebbe mai sottostimare la risolutezza americana. Ogni volta che, in passato, ci hanno sottostimato, poi non è stato piacevole per loro»

E’ ufficialmente iniziato la lunga visita del Presidente americano Donald Trump in Asia. Un tour che toccherà alcuni dei principali Paesi della regione, tra cui Cina, Giappone e Corea del Sud, e in cui verrano discussi alcuni dei temi più scottanti della politica regionale e mondiale, non da ultimo i test missilistici della Corea del Nord.

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Le tappe del tour asiatico di Donald Trump (foto via Ft.com)

Proprio oggi, dopo essere atterrato alla base giapponese di Yokota, Trump ha subito tenuto un discorso di fronte alla truppe americane ivi stanziate. Pur non nominando mai direttamente Pyongyang, Trump ha adoperato un tono marcatamente militaristico, per segnalare la volontà di ferro e l’incredidile potenza del suo Paese nell’affrontare le sfide mondiali e nel proteggere i propri alleati.

«Nessuno- nessun dittatore, nessun regime, nessuna nazione- dovrebbe mai sottostimare la risolutezza americana. Ogni volta che, in passato, ci hanno sottostimato, poi non è stato piacevole per loro», ha affermato il Presidente e poi, rivolgendosi alle migliaia di soldati a stelle e strisce presenti, ha detto: «Voi siete la più grande minaccia per quei dittatori e per quei tiranni che cercano di tormentare gli innocenti».

Durante il viaggio verso il Giappone, sull’Air Force One, Trump ha raccontato ai giornalisti che avrebbe in programma di incontrare Vladimir Putin la prossima settimana, per discutere della Corea del Nord. «Speriamo di incontrarci con Vladimir Putin. Vogliamo che ci aiuti con la Corea del Nord», ha affermato Trump, il cui incontro con il Presidente russo dovrebbe tenersi a margine del prossimo vertice dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), in programma il 10 e 11 novembre a Da Nang, in Vietnam.

Dal momento che, oltre all’incontro odierno con Shinzo Abe, è previsto un faccia a faccia pure con il leader sud-coreano Moon Jae-in e con il Presidente cinese Xi Jinping, questa lunga visita in Asia rappresenta per Donald Trump un importante test per dimostrare le sue abilità comunicative e diplomatiche. Un campo, questo, in cui il Presidente americano ha finora mostraro gravi lacune, alternando gaffes grossolane a uscite aggressive e irrispettose nei confronti di altri Paesi o leader.

Alla domanda di alcuni giornalisti sul fatto se Trump abbia intenzione di moderare i toni durante questa visita ufficiale, il Consigliere della Sicurezza Nazionale è stato piuttosto franco. «Il Presidente utilizzerà ovviamente qualunque linguaggio voglia. Non penso che il Presidente mitigherà davvero il suo linguaggio, glielo avete mai visto fare?», ha risposto il generale McMaster.

4 novembre – Saad Hariri

 

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foto via Theguardian.com

«L’Iran vuole distruggere il mondo arabo e vantarsi di controllare le decisioni di tutte le capitali arabe. Gli Hezbollah hanno imposto in Libano una realtà tramite la forza delle armi, e il loro intervento ci sta causando gravi problemi con tutti i nostri alleati arabi»

Quest’oggi, il primo ministro del Libano, Saad Hariri, ha annunciato di aver rinunciato al suo incarico. Divenuto primo ministro nel 2016, Hariri, con le sue dimissioni ha sorpreso il suo stesso governo e segnala l’incremento delle tensioni tra i paesi del Vicino Oriente. Nel suo discorso ha detto di temere per la sua vita (il padre, anch’egli primo ministro, fu assassinato nel 2005) e soprattutto ha affermato che l’Iran «vuole distruggere il mondo arabo e vantarsi di controllare le decisioni di tutte le capitali arabe. Gli Hezbollah hanno imposto in Libano una realtà tramite la forza delle armi, e il loro intervento ci sta causando gravi problemi con tutti i nostri alleati Arabi».

Il Libano ha un sistema di governo che è diviso basato sulle sette religiose, tra le quali viene suddiviso il potere: il primo ministro dev’essere sunnita, il presidente crisitano maronita e il portavoce del parlamento dev’essere shiita. Di conseguenza, l’influenza dell’Iran e degli Hezbollah sciiti si contrappone a quella dell’Arabia Saudita che è filo-sunnita.

Il New York Times spiega Hariri potrebbe essersi dimesso per la pressione americana e saudita. Hariri avrebbe dovuto controbilanciare l’influenza sciita ma sarebbe stato troppo accondiscendente con quest’ultima; il suo allontamento, pertanto, fa parte del crescendo dei toni ostili all’Iran da parte del governo americano e saudita, a cui si è assistito negli ultimi tempi. Tuttavia, le sue dimissioni mostrano anche che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita stanno esaurendo le tattiche a loro disposizione contro l’Iran, e ora devono sperare che il nuovo governo libanese sia favorevole a loro. In caso contrario, le sanzioni anti-Iran sono destinate esacerbarsi.

3 novembre – Benjamin Netanyahu

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foto via Ilgiornale.it

«Vogliono lasciare il loro esercito, le loro basi aeree e i loro aerei da caccia a pochi secondi di distanza da Israele, e non lasceremo che ciò accada. Non lo diciamo con leggerezza. Le nostre intenzioni sono serie e saranno supportate dalle nostre azioni»

Il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, ha detto che non consentirà all’Iran di guadagnare potere in Siria mediante il rafforzamento della sua presenza militare sul territorio.

Venerdì, parlando alla Chatham House di Londra, Netanyahu ha accusato l’Iran di essere intervenuto nella guerra siriana «per “Libanizzare” la Siria economicamente e militarmente». «Vogliono lasciare il loro esercito, le loro basi aeree e i loro aerei da caccia a pochi secondi di distanza da Israele, e non lasceremo che ciò accada» ha detto il primo ministro.

Citando l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, Netanyahu ha affermato che l’Iran «è una causa, non un paese» e che «sta divorando una nazione dopo l’altra, direttamente o per procura». L’ultima sarebbe proprio la Siria, da anni teatro di una sanguinosa guerra civile, dove l’Iran avrebbe introdotto decine di migliaia di guerriglieri sciiti.

In passato Israele ha già bombardato ciò che riteneva essere basi militari di Hezbollah in Siria potenzialmente pericolose per la propria sicurezza. A questo proposito, giovedì scorso dei jet israeliani hanno attaccato un deposito di armi situato nelle aree rurali nei pressi di Hisya, a sud della città siriana di Homs. Secondo Patrick Wintour del Guardian, tuttavia, le ultime dichiarazioni di Netanyahu sulle intenzioni iraniane in Siria suggeriscono che Israele si starebbe preparando a uno scontro più frontale con l’Iran, per impedire che lo stato sciita ottenga dei benefici dal suo impegno nella guerra siriana.

2 novembre – Dean Baquet

 

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foto via Nytimes.com

 

«Lo sconcertante assassinio della giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia è un terrificante monito dei pericoli che corrono i giornalisti e i cittadini che praticano giornalismo ogni giorno, poiché cercano di smacherare la corruzione e i comportamenti criminali dei ricchi e dei potenti»

Dean Baquet, amministratore esecutivo del “The New York Times”, assieme a Katherine Viner, caporedattrice del “The Guardian”, a Wolfgang Krach, capodirettore del “Süddeutsche Zeitung”, a Lionel Barber, direttore del “The Financial Times”, a James Harding, uno dei direttori della BBC, a Mario Calabresi, capodirettore de “La Repubblica”, a Antonio Caño, capodirettore de “El País”, e a Jérôme Fenoglio, direttore de “Le Monde”, ha scritto una lettera a Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Europea. L’oggetto è l’assassinio di Daphne Caruana Galizia. La giornalista investigativa di Malta, uccisa lo scorso 16 ottobre da una bomba che ha colpito la sua auto, era la creatrice del blog Running Commentary e aveva collaborato ai “Panama Papers”, denunciando il coinvolgimento del primo ministro maltese, Joseph Muscat.

Baquet, Viner e gli altri hanno chiesto a Timmermans che la Commissione Europea si occupi di «una inchiesta esaustiva sullo stato di indipendenza dei media a Malta». L’indagine si è resa necessaria alla luce dell’omicidio della giornalista e della già nota ingerenza di partiti politici nei media maltesi. Inoltre, una presa di posizione decisa della Commissione sarebbe prendere le difese dei giornalisti e sostenerli. «L’assassinio di Caruana Galizia», scrivono i redattori, «dimostra il pericolo che i giornlisti affrontano per cercare la verità. Dimostra altresì la paura che gli uomini di potere corrotti hanno di essere scoperti».

Ancora oggi la polizia maltese non ha indicato possibili sospettati per l’attentato alla giornalista. Sarebbe il sesto caso in due anni di auto esplose senza che i colpevoli vengano perseguiti, fa notare lo stesso “New York Times”. Lo stesso giornale, con un articolo dal titolo «Quando il prezzo è un’auto-bomba», sottolinea che «la bomba deve far rinunciare all’idea che i giornalisti che lavorano nelle più sviluppate democrazie europee siano immuni da – o addirittura protetti da – fatali ripercussioni del loro mestiere». In merito, cita l’Indice del 2017 sulla libertà di stampa nel mondo stilato da Reporter senza frontiere, nel quale si attesta che nei paesi democratici si sta abbassando il livello di trasparanza e indipendenza dei loro media.

 

1 novembre – Bill de Blasio

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foto via Forward.com (Getty Images)

«Il mio messaggio per tutti i newyorchesi è: fate quello che sapete fare meglio, siate newyorchesi. Siate forti, siate orgogliosi, siate resistenti. Mostrate al mondo intero, proprio ora, che non saremo toccati dal terrore»

Il giorno dopo l’attacco terroristico di New York che ha provocato 8 morti e almeno 11 feriti, il sindaco della città Bill de Blasio ha indirizzato un messaggio ai newyorchesi, dicendosi orgoglioso di come la città ha reagito alla tragedia.

Martedì 31 ottobre alle 15.30 circa (20.30 ore italiane) un uomo a bordo di un furgone ha invaso una pista ciclabile nella zona sud di Manhattan, New York, investendo diverse persone. L’uomo alla guida, che i giornali americani hanno identificato come Sayfullo Habibullaevic Saipov, un 29enne originario dell’Uzbekistan, è stato ferito da colpi d’arma da fuoco sparati dalla polizia e poi arrestato.

Poche ore dopo in città si è tenuta la 44esima edizione dell’annuale sfilata di Halloween, nonostante la notizia dell’attentato nel frattempo fosse già circolata. Il dipartimento di polizia di New York ha dispiegato un maggior numero di poliziotti, agenti armati di fucili e mitragliatori, e blocker trucks per proteggere i partecipanti all’evento.

«Il governatore Cuomo ed io siamo stati alla nostra annuale sfilata di Halloween» ha detto de Blasio giovedì durante una conferenza stampa «un milione di newyorchesi hanno partecipato a questo evento, parlando con loro [ci siamo resi conto che] non erano spaventati, erano forti. Vedere questa forza di fronte alle avversità mi ha reso molto orgoglioso di New York City e di tutte le persone di questo paese. Questa mattina la gente è andata al lavoro, i ragazzi sono andati a scuola. Nessuno ha pensato che ci fosse un’alternativa al resistere a questo atto di terrore. Ma il mio messaggio per tutti i newyorchesi è: fate quello che sapete fare meglio, siate newyorchesi. Siate forti, siate orgogliosi, siate resistenti. Mostrate al mondo intero, proprio ora, che non saremo toccati dal terrore».

31 ottobre – Carles Puigdemont

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foto via Politico.eu

«Ci siamo spostati a Bruxelles per rendere manifesto il problema catalano nel cuore dell’Europa e denunciare la politicizzazione della giustizia spagnola e l’assenza di imparzialità… e anche per dimostrare al mondo quanto è grave il deficit democratico nello Stato spagnolo»

Quest’oggi, Carles Puigdemont ha tenuto la sua prima conferenza stampa da Bruxelles, dove è giunto ieri. Ha immediatamente spiegato che non sta scappando dalla giustizia spagnola e che non vuole chiedere asilo in Belgio, ma che vi rimarrà sino a quando non gli saranno date garanzie di un processo equo. La sua intenzione è, invece, richiamare l’attenzione dell’Europa alla questione catalana, poiché «è un affare europeo e voglio che l’Europa reagisca». Puigdemont ha anche dichiarato di accogliere di buon grado le elezioni che sono state convocate da Rajoy, che ha invitato ad accettarne il risultato.

Diverse le reazioni di Bruxelles. Il Belgio ha un movimento indipendentista legato a quello catalano e questo potrebbe spiegare la scelta di Puigdemont e degli altri indipendentisti. La preoccupazione maggiore è, pertanto, che il rapporto con la Spagna si incrini per la loro presenza; Puigdemont si è premurato di sottolineare che la vicenda non coinvolge la politica belga bensì che «noi siamo qui perché Bruxelles è la capitale d’Europa».

La speranza di Puigdemont di incontrare benevolenza da parte delle istituzioni che, appunto, hanno sede a Bruxelles, sembra però essere vana. Guy Verhofstadt, presidente dell’ALDE, ha fatto dell’ironia su Puigdemont con un post su Facebook, mentre Juncker, presidente della Commissione Europea, ha dichiarato che l’EU non interverrà “in un dibattito interno alla Spagna, ma non voglio che l’Unione Europea in futuro consista di 95 stati membri”.

Qualche ora dopo la conferenza stampa di Puigdemont, Carmen Lamela, giudice della Corte nazionale (Audencia Nacional), ha confermato l’accusa di ribellione, sedizione e di appropriazione indebita contro l’ex-presidente della Generalitat e gli altri membri del suo governo. Sono chiamati a testimoniare giovedì e venerdì prossimi. Nel mentre, la corte costituzionale spagnola ha sospeso la dichiarazione unilaterale di indipendenza catalana.