10 novembre – Theresa May

Theresa May Meets With Prime Minister Of Israel Benjamin Netanyahu
foto via Ilpost.it

«Nessuno dubiti della nostra determinazione o metta in discussione la nostra risolutezza, la Brexit sta avvenendo»

La Gran Bretagna uscirà dall’Unione Europea venerdì 29 marzo 2019 alle ore 23. Ad annunciarlo ufficialmente è la premier conservatrice Theresa May, che ha deciso di mettere per iscritto, nero su bianco, il giorno e l’ora in cui avverrà la Brexit, tramite un emendamento al “Withdraw Bill” (chiamato anche “Repeal Bill”), la legge che regolerà il divorzio dall’Europa.

Il Primo Ministro britannico ha spiegato la sua decisione in un intervento pubblicato sul Daily Telegraph, intitolato “Sono determinata a dare al nostro Paese la migliore Brexit possibile”. In questo modo, la leader dei Tories ha potuto fugare tutti i dubbi e le voci che circolavano circa una spaccatura all’interno del Partito Conservatore sulla reale volontà di divorziare dall’Unione Europea. Il messaggio è chiaro: la Brexit, anche tra mille ostacoli, prosegue.

«Il governo ha pubblicato questa settimana un emendamento sostenuto trasversalmente allo “UE Withdrawal Bill” che mette in copertina la data della nostra uscita dall’Unione europea», scrive Theresa May all’inizio del suo intervento sul Telegraph, «Nessuno dubiti della nostra determinazione o metta in discussione la nostra risolutezza, la Brexit sta avvenendo».

«Sarà visibile in bianco e nero sulla prima pagina di questo storico atto legislativo: il Regno Unito lascerà l’UE il 29 marzo 2019 alle ore 23», ha continuato il premier britannico, che della Brexit è una delle maggiori fautrici, «L'”Ue Withdrawal Bill” è il singolo provvedimento legislativo più significativo in questo Parlamento, perché è fondamentale per fornire una Brexit regolare e ordinata».

La scelta della data, in realtà, non rappresenta una sorpresa. Infatti, subito dopo il referendum dello scorso giugno, quando il “Leave” aveva vinto, seppure con scarso distacco, Theresa May aveva indicato il 29 marzo come data di uscita. Piuttosto, è singolare che l’orario scelto, le 23 sul fuso orario di Greenwich, prenda come riferimento la mezzanotte di Bruxelles, anziché quella di Londra.

26 giugno – Arlene Foster

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foto via Mirror.co.uk

«Oggi abbiamo raggiunto un risultato che è positivo per il Regno Unito, positivo per l’Irlanda del Nord e che permette alla nostra nazione di andare avanti per affrontare le sfide future»

Arlene Foster

Le elezioni nazionali dell’8 giugno avevano lasciato la premier uscente Theresa May in grande difficoltà. Il suo Partito Conservatore, infatti, non soltanto aveva perso 13 seggi rispetto alle elezioni precedenti, ma si era ritrovato addirittura senza la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni. L’unico partito in grado di fornire l’apporto necessario alla creazione di un nuovo governo May era il Partito Unionista Democratico (DUP) dell’Irlanda del Nord.

Oggi, dopo due settimane di negoziati, al termine di una riunione svoltasi presso il numero 10 di Downing Street, l’intesa tra i due partiti è stata raggiunta. Il testo dell’accordo di governo, della lunghezza di tre pagine, firmato dal deputato conservatore Gavin Williamson e dal deputato unionista Jeffrey Donaldson, è stato successivamente pubblicato su internet.

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La premier Theresa May stringe la mano ad Arlene Foster, leader del Dup, fuori da Downing Street (foto via Theguardian.com/Carl Court)

La leader del Dup, Arlene Foster, al termine della riunione, ha parlato ai giornalisti presenti a Downing Street. «A seguito dei risultati delle elezioni generali e del mandato affidatoci dal popolo dell’Irlanda del Nord, siamo stati in trattativa con il Partito Conservatore per vedere come fosse possibile sostenere il governo conservatore di minoranza in Parlamento» ha esordito la Foster, che ha continuato: «Oggi abbiamo raggiunto un accordo con il Partito Conservatore sul sostegno al governo in Parlamento. Questo accordo opererà per fornire un governo stabile nell’interesse nazionale del Regno Unito in questo momento vitale».

Dopo questa intoduzione, la leader del Dup ha parlato dell’accordo in maniera più specifica: «Come parte del nostro accordo politico, entrambe le parti hanno convenuto che non ci sarà alcun cambiamento per le pensioni “triple lock” e la natura universale del pagamento del combustibile invernale in tutto il Regno Unito. Siamo d’accordo a rispettare l’impegno della Nato di spendere il 2% del PIL per le forze armate e siamo inoltre impegnati a rispettare il Patto delle Forze Armate e la sua implementazione in tutto il Regno Unito».

L’intesa giunge, tuttavia, a caro prezzo per Theresa May. In cambio dell’appoggio esterno al governo, il Dup ottiene un finanziamento complessivo di 1,5 miliardi di sterline (circa 1,7 miliardi di euro) a favore dell’Irlanda del Nord; soldi che dovranno essere usati per dare impulso all’economia della regione e favorire gli investimenti in nuove infrastrutture, nell’educazione e nella sanità. A darne l’annuncio è la stessa Arlene Foster: «Accogliamo con favore questo sostegno finanziario di 1 miliardo di sterline nei prossimi due anni, oltre a fornire nuova flessibilità sui quasi 500 milioni precedentemente promessi all’Irlanda del Nord».

 

«Saluto questo accordo che ci permetterà di lavorare assieme nell’interesse dell’intero Regno Unito, per darci la certezza di cui abbiamo bisogno mentre ci apprestiamo ad uscire dall’Unione Europea, e aiutarci a costruire una società più forte ed equa» è il comunicato rilasciato, invece, da Theresa May che, archiviata la trattativa per il nuovo governo, può ora concentrarsi sul negoziato ben più importante con l’Unione Europea riguardante la Brexit.

La premier britannica ha poi affermato: «L’accordo chiarisce che restiamo fermi nel nostro impegno espresso nell’accordo del Venerdì santo e nei seguenti, e nel governare negli interessi di tutte le parti della comunità in Irlanda del Nord». L’esortazione della May riguarda la necessità per le forze politiche dell’Irlanda del Nord di raggiungere un’intesa che dia a Belfast un governo locale di unità nazionale, entro la scadenza stabilita da Londra del 29 giugno.

Adesso, dopo l’accordo tra la May e la Foster, il programma politico della legislatura, pronunciato la scorsa settimana dalla Regina Elisabetta, può finalmente essere sottoposto all’esame del Parlamento. Il voto è previsto per mercoledì o giovedì.

23 giugno – Donald Tusk

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foto via Lefigaro.fr

«La mia prima impressione è che l’offerta del Regno Unito sia al di sotto delle nostre aspettative e che rischi di peggiorare la situazione dei cittadini. Ma sarà compito della nostra squadra che si sta occupando dei negoziati analizzare la proposta riga per riga, una volta ricevuta per iscritto»

Donald Tusk

Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha definito la proposta della premier britannica Theresa May ai cittadini europei che vivono nel Regno Unito «al di sotto delle aspettative».

Intervenendo durante la conferenza stampa a chiusura dei lavori del Consiglio europeo (che si sono svolti nelle giornate di ieri e oggi), Tusk ha dichiarato che, per i leader dei 27 paesi dell’Unione europea, la «priorità numero uno» è costituita dai diritti dei propri cittadini, e che la sua impressione è che la proposta della premier May corra il rischio di peggiorare la loro situazione.

Ieri sera, al termine di una cena tra leader europei a Bruxelles, May aveva parlato di un nuovo status che verrebbe garantito ai cittadini di paesi europei che vivono nel Regno Unito da almeno cinque anni, uno status che ha definito “settled EU”. Come spiega il Post, questo status darebbe la possibilità ai cittadini europei di avere gli stessi diritti legati al welfare, alla sanità e all’istruzione di cui godono i cittadini britannici.

Secondo la proposta, una proposta che May ha definito «giusta e seria», la condizione di “settled EU” verrà garantita anche a chi, entro un certo lasso di tempo, si trasferirà nel Regno Unito dopo l’effettiva Brexit (che indicativamente avverrà nel marzo 2019), sempre a patto che vengano prima maturati i cinque anni di permanenza. Tuttavia, come riporta il quotidiano britannico The Independent, May non ha specificato la data oltre la quale ai nuovi arrivati non verrebbe più garantito lo status di “settled EU”.

Inoltre, May ha detto di volersi opporre alla richiesta dell’Ue di riconoscere la Corte di giustizia dell’Unione europea come istituzione garante dei diritti dei cittadini non inglesi, una decisione che ha sollevato le critiche delle associazioni che rappresentano i circa 3 milioni di cittadini europei nel Regno Unito.

Il presidente del Consiglio europeo ha detto che la proposta sarà analizzata «riga per riga» quando lunedì prossimo il governo inglese ne renderà ufficiali tutti i dettagli.

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Qui si può trovare il testo completo dell’intervento di Tusk al termine del Consiglio europeo.

Questo invece è l’audio di alcuni momenti dell’intervento, pubblicato su SoundCloud dal giornalista del Guardian Matthew Weaver:

14 giugno – Guy Verhofstadt

European Union's chief Brexit negotiator Verhofstadt addresses the European Parliament during a debate on Brexit priorities in Strasbourg
foto via News.sky.com

«So che ieri il nuovo presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di una porta aperta: ha detto che se la Gran Bretagna dovesse cambiare idea [su Brexit], troverebbe una porta aperta. Sono d’accordo con lui. Ma, come in Alice nel Paese delle Meraviglie, non tutte le porte sono uguali: sarebbe una porta del tutto nuova, per un’Europa nuova, un’Europa senza rimborsi, senza complessità, con poteri reali e con unità. Questa è la porta verso l’Europa»

Guy Verhofstadt

Il coordinatore del Parlamento europeo per Brexit, Guy Verhofstadt, ha detto che la Gran Bretagna è libera di cambiare opinione e di scegliere di rimanere nell’Unione europea, ma a patto che rinunci ai suoi privilegi, tra cui il sistema del cosiddetto “rimborso britannico”.

Verhofstadt, che è anche presidente del gruppo Alde (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa), ha parlato mercoledì mattina nel corso di un dibattito al Parlamento europeo, iniziando il suo intervento con un commento sull’esito delle recenti elezioni politiche nel Regno Unito. «Le elezioni inglesi hanno portato ad almeno un risultato positivo: la scomparsa dello Ukip, e di tutti coloro che non vogliono solo la Gran Bretagna fuori dall’Europa, ma anche la distruzione dell’Unione europea» ha detto Verhofstadt.

Il politico belga ha quindi sottolineato l’urgenza di iniziare le trattative su Brexit al più presto, ora che la questione delle elezioni inglesi è stata archiviata. «La questione più importante è: adesso possiamo iniziare i negoziati su Brexit? Sono passati tre anni dall’inizio dei dibattiti, un anno dall’esito del referendum, tre mesi dalla notifica ufficiale [dell’avvio delle procedure per Brexit], e ancora non siamo nella condizione di iniziare i negoziati, perché al momento non c’è, in alcun modo, una posizione chiara da parte del governo inglese».

«Sempre che un governo inglese ci sia» ha aggiunto Verhofstadt «perché ogni giorno leggo che è stato trovato un accordo di governo, e poi sei ore dopo l’accordo sparisce».

Poco dopo, riferendosi alle dichiarazioni di ieri del presidente francese Emmanuel Macron, che aveva affermato che la porta dell’Unione europea sarebbe rimasta aperta per il Regno Unito per tutta la durata dei negoziati su Brexit, Verhofstadt si è detto d’accordo nel ritenere la Gran Bretagna libera di cambiare idea, specificando però che una sua eventuale decisione di rimanere nella Ue avverrebbe al prezzo di abbandonare i privilegi di cui la Gran Bretagna avrebbe goduto finora nei confronti dell’Europa.

Verhofstadt ha accennato a «un’Europa senza rimborsi, senza complessità», con chiaro riferimento al cosiddetto “rimborso britannico”, cioè a quel sistema di rimborso, negoziato da Margaret Thatcher negli anni ’80, mediante il quale al Regno Unito vengono restituiti all’incirca i due terzi dei fondi che versa all’Unione europea.

«Per me la cosa più importante è una riforma della nostra Unione» ha concluso Verhofstadt. «Questa riforma non deve impaludarsi a causa delle trattative su Brexit. Le trattative su Brexit al momento sembrano la processione di Echternach: due passi avanti e uno indietro. […] Ora in Francia abbiamo un nuovo presidente che è pro Europa, avremo le elezioni tedesche. È il momento di procedere! Diciamo sempre: “non sprechiamo una buona crisi”, beh io dico anche: “non sprechiamo un buon giro di elezioni”».

29 maggio – Mario Draghi

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foto via Corriere.it

«La ripresa economica sta diventando sempre più solida e continua ad ampliarsi attraverso diversi settori e diversi Paesi»

Mario Draghi

Queste le parole con cui ha esordito oggi Mario Draghi, il Presidente della Banca Centrale Europea (BCE), in un’audizione davanti alla Commissione per gli Affari Economici e Monetari (ECON) del Parlamento Europeo.

«Il Pil in termini reali nella zona euro si è ampliato per 16 trimestri consecutivi, crescendo dell’1,7% anno su anno nel primo trimestre del 2017», contemporaneamente »la disoccupazione è scesa al livello più basso dal 2009» ha detto Draghi, che ha poi aggiunto: «Il fatto che il consumo interno e gli investimenti siano i principali motori della ripresa, la rendono più robusta e resistente» rispetto ad eventuali shock esterni, ossia alle instabilità geopolitiche che stanno recentemente agitando il mondo.

Di fronte alle pressioni esterne a cui è sottoposto, in particolare dalla Bundesbank, la Banca Centrale Tedesca, che ha più volte richiesto alla Bce di interrompe o comunque di rallentare il quantitative easing, Draghi ha messo le mani avanti. L’obiettivo di fondo della Bce rimane l’inflazione al 2%, come prevedono i trattati: «Nonostante una ripresa più solida, le pressioni inflazionistiche sottostanti sono rimaste contenute».

«Le pressioni domestiche da parte dei costi, in particolare dai salari, sono ancora insufficienti per sostenere una convergenza durevole e autosufficiente dell’inflazione verso il nostro obiettivo a medio termine (il 2%). Per rafforzare le pressioni interne sui prezzi, abbiamo ancora bisogno di condizioni finanziarie (politiche monetarie) molto accomodanti».

«Se i bassi tassi nominali riflettono in parte la politica monetaria, tra gli altri fattori, il declino nei rendimenti reali è guidato da fattori strutturali che coinvolgono l’equilibro tra l’offerta di risparmio e la domanda di investimenti» ha detto Draghi, parlando dei bassi rendimenti che penalizzano risparmiatori e pensionati. «Se i bassi tassi nominali riflettono in parte la politica monetaria, tra gli altri fattori, il declino nei rendimenti reali è guidato da fattori strutturali che coinvolgono l’equilibro tra l’offerta di risparmio e la domanda di investimenti – aggiungendo poi – questi fattori includono in particolare i crescenti risparmi netti, da parte di una popolazione che invecchia e si prepara alla pensione, spese pubbliche per beni capitali relativamente più basse in un contesto di alti debiti pubblici, e un rallentamento della crescita della produttività che riduce la redditività degli investimenti».

Oltre alle cause, però, il Presidente della Bce ha parlato anche dei possibili rimedi: «Se i tassi di interesse reali a lungo terminedovranno aumentare di nuovo, è quelle cause che devono essere affrontate. E questo richiede un’azione strutturale a livello nazionale ed europeo».

Draghi ha infine concluso riaffermando che «le prospettive economiche della zona euro stanno migliorando e i rischi al ribasso sono moderati», ma che «questi segni positivi non devono distrarre dalla necessità di un crescita economica strutturale più ferma e ed elevata». Il bisogno di riforme strutturali apre la porta anche a una possibile e auspicabile revisione dei trattati: «Se vogliamo fare in modo che la nostra Unione Economica e Monetaria (UEM) prosperi, abbiamo bisogno di aggiornare il quadro istituzionale». Non solo, ma l’obiettivo finale, nelle parole di Draghi, europeista convinto, rimane un’Unione sempre più coesa: «In questo spirito, non vedo l’ora del dibattito che sarà aperto dal prossimo documento di riflessione della Commissione Europea riguardante l’approfondimento dell’Unione Economica e Monetaria».

Al termine del discorso, i parlamentari europei hanno potuto rivolgere al Presidente della Bce alcune domande. Dopo aver glissato sulla questioni più propriamente politiche, tra cui le elezioni italiane, Draghi ha però ribadito che «l’euro è irreversibile». Invece, riguardo alla Brexit, ha voluto rassicurare che «siamo pronti a sostenere le banche a riorganizzare le loro attività nella zona euro», a patto che queste si preparino in tempo. Ha poi aggiunto: «Molti dei rischi del processo di Brexit hanno a che fare con come il processo viene gestito, se viene gestito bene i rischi potrebbero non materializzarsi».

5 maggio – Jean-Claude Juncker

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foto via Stateoftheunion.eu

“Non c’è abbastanza solidarietà in Europa, la solidarietà è la grande assente. L’Italia, fin dal primo giorno della crisi migratoria, fa tutto ciò che le è possibile, a dispetto delle mancanze dell’Europa. L’Italia ha salvato e salva l’onore dell’Europa, perciò dobbiamo essere più solidali sia con l’Italia sia con la Grecia, che non sono responsabili per l’immigrazione in Europa”

Jean-Claude Juncker

All’evento annuale “The State of Union”, apertosi quest’oggi a Firenze, a Palazzo Vecchio, e organizzato dall’European University Institute, è intervenuto il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

Dopo Alfano e il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, Juncker ha preso la parola, dichiarandosi indeciso sulla lingua da usare, se l’inglese o il francese. Ha scelto il francese “perché poco a poco l’inglese sta perdendo importanza in Europa e perché domenica prossima ci sono le elezioni francesi e voglio che i francesi capiscano ciò che ho da dire sull’Europa”.

Ha proseguito rilevando che dell’Europa si sottolineano poco i successi, in primis la pace: “dobbiamo ciò alle generazioni dei nostri genitori e nonni, le generazioni che hanno fatto esperienza della guerra; dopo il loro ritorno dai campi di concentramento e di battaglia, sono stati in grado di trasformare la loro lotta contro la guerra in un approccio politico di cui godiamo i benefici: dopo così tanti anni di divisioni, l’Europa è stata in grado di unirsi”.

L’allargamento dei confini europei è stato, quindi, un successo e non un errore di cui pentirsi. Invece, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è una “tragedia”, un evento che non dev’essere sottovalutato. Tuttavia, Juncker avverte, “non dobbiamo in alcun modo dimenticare che è l’UK ad abbandonare l’UE e non il contrario, e questo renderà diversi i rapporti negli anni venturi”.

Tra i vari argomenti trattati, Juncker ha parlato anche della disaffezione degli europei per l’Europa, spiegando che “la [sua] dimensione sociale è sottosviluppata” e che la Commisione europea deve occuparsi di migliorarla, perché “l’Europa non è solo denaro e mercato”. In particolare, in Europa deve diffondersi la solidarietà, che Juncker definisce “la grande assente”. A tal proposito, in conclusione del suo intervento, si è  riferito all’Italia, elogiandola (assieme alla Grecia) per l’impegno nella crisi migratoria, e ha richiamato i Paesi dell’Unione a rispettare le regole che essa stessa si è data, perché “qui si tratta di mettere in pratica, e tradurre in legge, l’idea che abbiamo dell’Europa e dell’uomo”.

22 aprile – Guy Verhofstadt

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foto via Politico.eu

“Quelle che sono state promosse come ‘elezioni su Brexit’ sono in realtà un tentativo di presa di potere da parte dei Tories, che sperano di trarre vantaggio da un Partito laburista apparentemente in confusione per assicurarsi altri cinque anni di potere prima che la realtà di Brexit inizi a fare male. L’elezione di un numero maggiore di parlamentari conservatori offrirà a May più possibilità di ottenere un miglior accordo su Brexit? Per coloro che siedono al tavolo delle trattative di Bruxelles ciò è irrilevante. I funzionari inglesi rappresenteranno i cittadini del Regno Unito nei negoziati a prescindere dal numero dei parlamentari dei Tories”

Guy Verhofstadt

Il coordinatore del Parlamento europeo per Brexit, Guy Verhofstadt, ha attaccato duramente il primo ministro inglese Theresa May e la sua decisione di indire elezioni politiche anticipate per il prossimo 8 giugno. In un articolo intitolato “Don’t believe Theresa May. The election won’t change Brexit one bit”, pubblicato sul giornale inglese The Guardian, Verhofstadt ha definito “priva di senso” la tesi, sostenuta dallo stesso primo ministro britannico, per cui una vittoria dei conservatori alle elezioni di giugno conferirebbe maggior potere contrattuale a May nei negoziati sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Con una punta di ironia, Verhofstadt, che è stato primo ministro del Belgio dal 1999 al 2008, ed è attualmente presidente del gruppo ALDE (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa) al Parlamento europeo, ha scritto: “In quanto belga, ho da sempre una passione per il surrealismo. Il mio collega, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, la scorsa settimana ha suggerito che il copione [delle ultime vicende inglesi] avrebbe potuto essere scritto da Alfred Hitchcock. Per me è più simile all’arte ultraterrena di Magritte”.

Secondo Verhofstadt, non ci sarebbe alcuna garanzia che “un pizzico di parlamentari conservatori in più sugli scranni delle seconde file del Parlamento” possa modificare l’esito delle trattative su Brexit tra il governo britannico e i rappresentanti dell’Unione. “La teoria sostenuta da alcuni, per cui May ha chiesto elezioni anticipate per assicurarsi un accordo migliore con l’Ue, è priva di senso. Possiamo concludere solo che molti politici inglesi e i mezzi di informazione ancora non afferrino come funzioni l’articolo 50”.

“Spero che queste elezioni portino a un dibattito onesto sulle conseguenze amare di Brexit”, ha concluso Verhofstadt. “Forse allora la nebbia del surrealismo che ha inghiottito i ministri del Regno Unito si sarà diradata e potremo così avere una discussione seria sui nostri rapporti, che spero siano molto stretti”.

19 aprile – Tony Blair

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foto via Rt.com

“Da sei a nove mesi da oggi, Brexit apparirà sotto una luce diversa. Quello che il primo ministro [Theresa May] arriverà a capire quando riceverà informazioni sempre più dettagliate su Brexit è che i negoziati saranno tremendamente complessi non solo in termini tecnici, ma anche politici. [Theresa May] ha bisogno di un Parlamento che difenda qualunque accordo lei presenti, o addirittura l’assenza di un accordo”

Tony Blair

In un articolo pubblicato sul sito della propria fondazione, Tony Blair, ex primo ministro del Regno Unito ed ex leader del Partito laburista inglese, ha messo per iscritto la propria opinione a proposito della decisione del governo britannico di andare a elezioni anticipate e degli scenari politici che tale decisione aprirà. Secondo Blair, il primo ministro Theresa May avrebbe chiesto al Parlamento di indire le elezioni per il prossimo giugno (anziché per la primavera del 2020, scadenza naturale della legislatura) nella speranza di sostituire l’attuale Parlamento con uno dotato di una maggioranza “più apertamente entusiasta” nei confronti di Brexit. L’articolo di Blair è stato parzialmente tradotto in italiano dal Corriere della Sera.

Se il piano di May dovesse concretizzarsi, afferma Blair, “il danno per il paese sarebbe enorme”: “Rischiamo di ritrovarci con un Parlamento squilibrato nella sua composizione, con una schiacciante maggioranza dei Tories [i membri del Partito conservatore inglese], in parte dovuta non ai meriti intrinseci di Brexit o degli stessi Tories, ma alla condizione in cui versa il Partito laburista”. Secondo Blair, il rischio che gli inglesi devono scongiurare è che May ottenga un mandato per una “Brexit ad ogni costo”. Occorre quindi che nella Camera dei comuni (la camera elettiva del Parlamento inglese) vengano eletti rappresentanti “che tengano come minimo una mentalità aperta”.

“Per questo c’è bisogno che, in ogni collegio elettorale, l’elettorato sappia qual è la posizione [su Brexit] di ogni candidato, e che la mobilitazione di migliaia di elettori in ogni collegio renda chiaro che per loro questo tema sarà determinante quando sarà il momento di votare”.

18 aprile – Theresa May

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foto via Thedailymash.co.uk

“Ho appena presieduto una riunione del Gabinetto e abbiamo concordato che il governo indirà le elezioni generali per il prossimo 8 giugno”

Theresa May

Parlando da Downing Street, il Primo Ministro inglese Theresa May ha annunciato a sorpresa la decisione, maturata al termine del Consiglio dei Ministri di questa mattina, di andare a elezioni anticipate. “Il solo modo per avere successo e sostegno nei prossimi anni è andare alle elezioni, quindi domani presenterò una mozione alla Camera dei comuni per il voto l’8 giugno”.

Nella giornata di domani, la Camera dei Comuni dovrà, pertanto, votare sulla mozione di proposta di elezioni anticpate che, per essere approvata, necessita di una maggioranza dei due terzi dei deputati. Nonostante il Partito Conservatore possa contare su una maggioranza molto risicata di circa 17 deputati, il voto finale si prevede essere una semplice formalità.

Jeremy Corbyn, leader del Partito Laburista, maggiore forza di opposizione nel Paese, ha accolto la notizia con entusiasmo: «Sono lieto della decisione della premier di dare ai cittadini britannici la possibilità di votare per un Governo che metterà al primo posto gli interessi della maggioranza. Il partito laburista offrirà una vera alternativa al Governo attuale».

Decisamente più fredde sono state le reazioni a Edimburgo e a Belfast. Nicola Sturgeon, Primo Ministro scozzese, ha commentato su Twitter dicendo che “i conservatori vedono la possibilità di spostare il Regno Unito a destra, far passare una Brexit dura e imporre nuovi tagli”. Colum Eastwood, invece, leader del Partito Social-Democratico e Laburista dell’Irlanda del Nord e capo dell’opposizione, sempre su Twitter ha  affermato che la scelta delle elezioni, in un momento in cui Belfast si trova senza un governo ufficiale in carica, dimostra la totale noncuranza del governo di Theresa May.


Al centro di tutto c’è la Brexit. La Gran Bretagna, dopo il referendum del 23 giugno scorso, ha deciso di attivare l’articolo 50 del Tue (trattato sull’Unione Europea) per abbandonare in via definitiva l’Unione Europea. Nei prossimi mesi, si svolgeranno i negoziati tra Bruxelles e Londra per definire le clausole, i tempi e i modi della separazione.

La debole maggioranza di cui dispongono i Conservatori e le divisioni interne a Westminster sono state il motivo principale che ha spinto il Premier May alla “riluttante conclusione” che non è possibile attendere il regolare termine della legislazione previsto per il 2020, ma che “l’unico modo per garantire la sicurezza e la stabilità per i prossimi anni sia attraverso nuove elezioni”.

L’unico modo per intraprendere una Brexit forte e decisa, nel pieno rispetto degli interessi nazionali, che vedono il Regno Unito sempre più lontano dall’Europa per abbracciare una politica più globale, rinsaldando cioè i legami col Commonwealth e con l’Anglosfera, è attraverso un governo saldo e con una maggioranza stabile.

Theresa May sa bene che questo risultato è alla sua portata. Infatti, secondo il parere quasi unanime dei maggiori sondaggisti britannici, il Partito Conservatore avrebbe circa 20 punti percentuali di vantaggio nei confronti del suo maggior rivale, il Partito Laburista. Questo consentirebbe ai Tories di ottenere una maggioranza piuttosto cospicua alla Camera dei Comuni, ridimensionando parecchio la presenza dei laburisti, già piuttosto indeboliti e divisi al loro interno, e lasciando soltanto le briciole a un Partito Liberal-Democratico ormai in caduta libera di consensi.

Se sul fronte interno Theresa May ha fatto bene i suoi conti, indicendo delle elezioni che, salvo clamorose sorprese, dovrebbero non solo riconfermarla a Downing Street, ma anche concederle un potere negoziale molto ampio nei confronti dell’Europa, sul fronte esterno, invece, il Regno Unito appare sempre piu in preda a spinte centrifughe.

Come affermato in precedenza, a Edimburgo e a Belfast tale decisione non è stata accolta favorevolmente. Non bisogna dimenticare, infatti, che sia Scozia che Irlanda del Nord, a differenza di Inghilterra e Galles, avevano votato ampiamente a favore del “Remain” al referendum dello scorso giugno.

A questo punto, due potrebbero essere le conseguenze a breve termine innescate dalla decisione odierna. La prima, ampiamente prevedibile, con la Scozia che potrebbe decidere di velocizzare le pratiche per indire un nuovo referendum sulla propria indipendenza. La seconda, meno scontata, con l’Irlanda del Nord che potrebbe seriamente decidere di fare anch’essa un passo indietro e pregiudicare gli Accordi del Venerdì Santo, il trattato politico su cui si fonda il delicato rapporto trilaterale tra Londra, Belfast e Dublino.

Insomma, ogni passo avanti verso la Brexit sembra accompagnare sempre più la disgregazione del Regno Unito.

2 aprile – Michael Howard

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foto via Telegraph.co.uk

“Esattamente trentacinque anni fa, un’altra donna prima ministra mandò nell’altra metà del mondo una task force per difendere la libertà di un altro piccolo gruppo di britannici contro un altro paese ispanofono, e sono sicuro che la nostra attuale prima ministra mostrerà la stessa risolutezza nel supportare la popolazione di Gibilterra”

Michael Howard

In un’intervista a Sky News, l’ex-leader del Partito conservatore inglese Michael Howard, ha suggerito che Theresa May, attuale primo ministro del Regno Unito, sarebbe disposta a risolvere “la questione Gibilterra” militarmente, seguendo l’esempio di Margaret Thatcher nella guerra delle Isole Falkland (o Isole Malvine) contro l’Argentina. Nella bozza delle linee guida dell’Unione Europa per le trattative sulla secessione del Regno Unito, presentata venerdì scorso da Donald Tusk, vi è infatti un articolo riguardante Gibilterra: “Dopo che il Regno Unito avrà lasciato l’Unione Europea, nessun accordo tra l’Ue e il Regno Unito sarà applicato al territorio di Gibilterra senza un accordo tra il Regno di Spagna e il Regno Unito”. In altri termini, viene assegnata alla Spagna la facoltà di porre il veto su qualsiasi accordo stipulato da Regno Unito e Unione europea che riguardi Gibilterra.

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foto via Wikipedia.org

Gibilterra è una piccola città che si trova geograficamente sulla costa meridionale della Spagna (si affaccia sullo stretto omonimo che separa il Mediterraneo dall’Oceano Atlantico), ma che formalmente fa parte del Regno Unito dal 1713. Da allora la Spagna non ha mai nascosto l’intenzione di riprendere possesso della regione. Il documento sulle procedure per Brexit non è definitivo e deve ancora essere passato al vaglio dei 27 Stati membri; nondimeno, l’articolo su Gibilterra è stato accolto con sorpresa nel Regno Unito. Questa mattina, Theresa May ha contattato Fabian Picardo, primo ministro di Gibilterra, assicurando “il risoluto supporto del Regno Unito alla gente e alla comunità di Gibilterra”. Nel mentre, il leader dei democratici liberali, Tim Farron, ha commentato le parole di Howard sottolineandone il carattere bellicoso e anti-diplomatico: “In soli pochi giorni la destra conservatrice sta già trasformando alleati di lungo corso in potenziali nemici. Spero che questo non sia un segno dell’approccio del governo alle lunghe trattative che ci aspettano”.