21 ottobre – Evo Morales Ayma

636373129177833666_0
foto via Pagina12.com.ar

«Siamo addolorati per la morte di Santiago Maldonado, le nostre condoglianze alla famiglia e al popolo argentino. Si faccia chiarezza su questo codardo e deprecabile assassinio»

Evo Morales, il presidente della Bolivia, ha voluto twittare un messaggio rivolto «al popolo argentino» a seguito del rinvenimento del corpo di Santiago Maldonado. Si tratta dell’attivista argentino scomparso il 31 luglio nella provincia di Chubut, nel sud dell’Argentina, dove partecipava a una manifestazione dei Mapuche contro l’esproprio della loro terra, manifestazione repressa irregolarmente dalla Gendarmeria, un corpo di sicurezza di carattere militare.

Il caso, su cui è intervenuta anche l’ONU, ha suscitato grande scalpore in Argentina. La famiglia Maldonado e una consistente parte dell’opinione pubblica ritiene colpevole il governo, che ha intralciato la giustizia. L’Human Right Watch e altre associazioni, come Amnesty International, hanno evidenziato la scarsa trasparenza delle forze dell’ordine del governo. L’autopsia, pur escludendo che sia stata una collutazione la causa della morte, non è ancora in grado di stabilire come sia stato ucciso Maldonado. Invece, pare certa la presenza della Gendarmeria nella circostanza, dato che il luogo di ritrovamento del corpo (tra l’altro, un fiume piuttosto freddo, che ne ha prevenuto la decomposizione) è a poche centinaia di metri da dove è avvenuta la repressione.

In Argentina, il caso Maldonado ha accompagnato gli ultimi due mesi di campagna elettorale, che si chiude domani con il voto. “Due sconcertanti misteri incombono” sull’elezioni, scrive il New York Times. Uno è, appunto, la scomparsa dell’attivista: Macri ha una posizione piuttosto ambigua in merito ai diritti umani e, soprattutto, alla questione dei desaparecidos, a cui viene il caso Maldonado viene accostato. Sull’altra figura importante della scena politica argentina ovvero l’ex-presidente Cristina Fernández de Kirchner, che ambisce a un seggio al senato, pende ancora la misteriosa morte del procuratore, Alberto Nisman, avvenuta nel gennaio del 2015, il quale l’aveva formalmente accusata di aver coperto il rapporto del governo argentino con l’Iran in merito all’attentato del 1994 nella comunità ebraica di Buenos Aires.

30 settembre – Katherine Zappone

image-2.jpg
foto via Irishtimes.com

«Facciamo in modo che questa sia la nostra ultima Marcia per la Scelta»

Katherine Zappone

La ministra dell’infanzia irlandese, Katherine Zappone, è stata tra le oltre 30 mila persone che hanno partecipato alla «Marcia per la Scelta» tenutasi a Dublino. Si tratta di una manifestazione annuale a favore del diritto all’aborto, negato alle donne irlandesi dal 1983, quando con un referendum è stato introdotto l’Ottavo emendamento alla Costituzione. Nel 2016, una commissione delle Nazioni Unite ha giudicato questo divieto come una violazione dei diritti delle donne.

La Marcia di quest’anno si è tenuta pochi giorni dopo che il giovane neo-primo ministro, Leo Varadkar, ha promesso un referendum per abrogare il divieto d’aborto, entro agosto del prossimo anno, quando il papa visiterà l’Irlanda. Varadkar, ex-medico, sembra «non credere in maniera assoluta» al diritto all’aborto, si destreggia, invece, per trovare un compromesso tra la fazione cattolico-conservatrice e quella liberale. Per lui si tratta della prima sfida elettorale ed è in gioco la sua reputazione internazionale e quella irlandese.

L’Irlanda, che pure è stato il primo paese al mondo a permettere i matrimoni omosessuali, punisce l’aborto con pene fino a 14 anni di prigione. Perciò, dal 1983, ogni anno, migliaia di donne non possono che intraprendere un viaggio in Inghilterra per poter abortire legalmente. Soltanto nel 2016 più di 3000 donne hanno dovuto richiedere assistenza fuori dall’Irlanda, ed è il numero più basso registrato da allora. Tra i simboli di quest’oggi, un marciapiede con più di 205 mila segni in gesso «per rendere visibili», spiega al The Guardian un’attivista, questi viaggi spesso taciuti e umilianti.

01ireland-march2-superJumbo.jpg
Foto via Nytimes.com (CreditChris J Ratcliffe/Agence France-Presse — Getty Images)

 

14 settembre – Tirana Hassan

 

e02a472d0cc2736edaef61f19e54a452.jpeg
foto via Allevents.in

 

«Le prove sono inconfutabili: le forze di sicurezza del Myanmar stanno dando fuoco alla zona nord dello Stato di Rakhine con l’obiettivo di costringere i rohingya a scappare dal Myanmar. Non si può sbagliare: questa è una pulizia etnica»

Tirana Hassan

In questi giorni stanno emergendo sempre più informazioni e notizie a proposito della fuga dei rohingya da Myanmar. Tirana Hassan, direttrice dell’unità di crisi di Amnesty International, non ha dubbi a considerare la strategia delle forze armate di Myanmar un’opera di «pulizia etnica. Ieri, il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Gutierres, ha definito «catastrofica» la situazione umanitaria, che nelle ultime settimane registra almeno 370 mila persone in fuga verso il Bangladesh.

Quest’oggi Amnesty International ha pubblicato un resoconto degli incendi che dallo scorso 25 agosto vengono appiccati nello stato di Rakhine. Dalle immagini satellitari risultano almeno 80 incendi di larghe dimensioni in zone abitate. Secondo le testimonianze raccolte, sembra che i militari pianifichino gli attacchi e abbiano un modus operandi piuttosto preciso: spesso, avvisano i membri del villaggio di un imminente attacco; poi, il villaggio viene accerchiato e, dopo aver sparato alcuni colpi in aria per far uscire di casa le persone, i soldati appiccano fuoco alle case.

 

Anche il The Guardian quest’oggi ha pubblicato un video che ha ricevuto e che, avverte, «non è stato verificato indipendentemente dal The Guardian perché l’accesso dei giornalisti nell’area è ristretta». Il video, tuttavia, mostra persone che attraversano un fiume e che sono in fuga da un villaggio in fiamme. La BBC, nei giorni scorsi, ha riportato la testimonianza di uno dei suoi giornalisti, a cui è stato concesso di entrare, invitati dal governo di Myanmar a Rakhine, per sconfessare l’accusa di pulizia etnica. Tuttavia, afferma il giornalista, che la tesi proposta dal governo, che siano i musulmani a i militari da sé a bruciare i villaggi, è insostenibile.

 

11 settembre – Zeid Ra’ad al-Hussein

 

10-16-2014Zeid_Hussein
foto via Un.org

 

«Invitiamo il governo a porre fine all’attuale crudele operazione militare, assumendosi la responsabilità per tutte le violazioni che sono state commesse, e a contrastare la dura e diffusa discriminazione contro il popolo dei rohingya… La situazione è un chiaro esempio di pulizia etnica»

Zeid Ra’ad al-Hussein

Quest’oggi, all’apertura della 36esima sessione del Consiglio dei diritti dell’uomo,  Zeid Ra’ad al-Hussein, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, ha tenuto un discorso dal titolo “Più buio e pericoloso”, sui paesi in cui avvengono più violazioni di diritti umani. Ha parlato della situazione nella Repubblica centroafricana e nel Burindi e della persecuzione dei rohingya a Myanmar. A proposito di quest’ultima, Zeid ha ricordato i recenti rapporti dell’UNHCHR, secondo i quali “è molto probabile la perpetrazione di crimini contro l’umanità”. Ha chiesto, quindi, al governo di Myanmar di «smettere di affermare che i rohingya abbiano dato fuoco alle loro stesse cose e distrutto i loro villaggi. Negare così la realtà danneggia gravemente il prestigio internazionale di un Governo che, sin recentemente, ha beneficiato di grande benevolenza».

Come raccontano i reportage del The Guardian e del New York Times, da fine agosto ad oggi 313 mila persone appartenenti alla minoranza musulmana dei rohingya sono fuggite da Myanmar al Bangladesh. A seguito, infatti, di un attacco di un gruppo di resistenza contro alcuni militari, avvenuto il 25 agosto, il governo ha ordinato la repressione militare dello stato di Rakhine. Qui si trova la maggior parte della minoranza già pesantemente afflita da discriminazione e violenza, essenzo priva di qualsiasi diritto politico.

Nei giorni scorsi, Amnesty International ha denunciato l’uso di mine terrestri anti-uomo contro le persone in fuga. L’imponente flusso migratorio che si sta verificando ha reso più tesi anche i rapporti con il Bangladesh: ieri il ministro degli esteri del paese vicino ha affermato che «la comunità internazionale dice che è un genocidio. Anche noi diciamo che è un genocidio»,  aggiungendo che le 700 mila persone giunte in Bangladesh «ora sono un problema di portata nazionale».

Quest’oggi il ministro degli affari esteri di Myanmar, retto dalla premio nobel Aung San Suu Kyi, ha rilasciato un comunicato con cui esprime la propria preoccupazione per la sofferenza di «tutte le comunità» della zona, senza menzionare i rohingyia. Sul silenzio di Aung San Suu Kyi a proposito di questa persecuzione si è interrogato il The Guardian. La scorsa settimana, in una lettera aperta, il premio nobel Desmond Tutu, le ha scritto che «è incoerente per un simbolo di giustizia essere alla guida di un paese simile». Abbiamo tradotto la sua lettera aperta ad Aung San Suu Kyi, la trovate nella sezione «Lettere e interviste».

 

9 settembre – Tirana Hassan

tirana hassan
foto via Adelaidenow.com.au

«I governi che continuano a fornire addestramento o a vendere armi all’esercito di Myanmar stanno rafforzando un soggetto che sta portando avanti operazioni militari di feroce violenza  contro i rohingya, tali da costituire crimini contro l’umanità. Devono fermarsi immediatamente, così come i governi che stanno pensando di farlo in futuro»

Tirana Hassan

Tirana Hassan, direttrice di Amnesty Internazional per le risposte alle crisi, ha commentato con queste parole la nuova denuncia dell’organizzazione contro la persecuzione dei rohingya da parte dell’esercito di Myanmar. Amnesty riferisce di aver trovato prove e testimonianze di militari che collocano mine anti-persona sul confine nord-ovest dello stato di Rakhine. Hassan spiega, inoltre, che solo Corea del Nord e Siria usano mine terresti anti-persona e che «abbiamo raggiunto un nuovo picco nell’orribile situazione in atto nello stato di Rakhine. Il ricorso spietato ad armi indiscriminate e mortali lungo percorsi di confine estremamente affollati sta mettendo in grave rischio la vita dei civili in fuga». Proprio pochi giorni fa, la stessa Hassan affermava che «la zona è sull’orlo di un disastro umanitario». Denunciava ancora Amnesty,  infatti, che il governo di Myanmar sta bloccando gli aiuti umanitari a Rakhine, a seguito degli scontri con la resistenza rohingya.

Da Rakhine passa la fuga della minoranza musulmana dei rohingya verso il Bangladesh. A Myanmar, i rohingya «sono senza documenti per legge» e perciò non hanno alcun diritto politico. Dal 2012 vi è stata una recrudescenza dei rapporti con il resto del Paese e, secondo l’ONU, da allora più di 120 mila persone hanno lasciato il paese. All’origine della persecuzione, ipotizza il The Guardian, potrebbero esserci moventi più economici che religiosi, come invece di norma viene indicato. Dall’ottobre 2016, poi, vi è stata un’offensiva dell’esercito contro i gruppi armati rohingya, e nello scorso febbraio l’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha stabilito che l’esercito ha commesso crimini che potrebbero essere giudicati contro l’umanità.

28 luglio – Liz Throssell

7-7-17throssell
foto via Un.org

«Il desiderio del popolo venezuelano di partecipare oppure no a queste elezioni dev’essere rispettato. Nessuno dovrebbe essere obbligato a votare, e chi desidera partecipare dovrebbe poterlo fare liberamente. Chiediamo alle autorità di gestire qualsiasi protesta contro l’Assemblea Costituente secondo le norme e i principi dei diritti umani internazionali, e perciò esprimiamo la nostra preoccupazione in merito alla proibizione, da oggi fino al 1 agosto, delle dimostrazioni che le autorità considerano interferire con le elezioni. Chiediamo anche a coloro che si oppongono alle elezioni e all’Assemblea di farlo pacificamente»

Liz Throssell

Quest’oggi l’ONU, tramite la sua portavoce Liz Throssell, ha ribadito la propria preccupazione in merito alla situazione politica in Venezuela. Già nelle scorse settimane, l’ONU aveva rilevato l’uso di metodi oppressivi e d’intimidazione del governo di Maduro contro civili, riportando ad esempio che 450 di loro sono stati processati da tribunali militari e non da civili. La stessa Throssell affermava a proposito: «Chiediamo che il governo cessi questa pratica, che è contraria alle leggi internazionali dei diritti umani, in particolare sotto il profilo delle garanzie processuali. I civili accusati di un crimine o di un atto illegale devono apparire di fronte a un tribunale civile». L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati stima che siano 27 mila i richiedenti asilo venezuelani e 52 mila quelli che lo stanno chiedendo, anche se queste cifre probabilmente rappresentano solo una parte del totale di coloro che avrebbero bisogno di aiuto internazionale.

Il presidente Nicolás Maduro, eletto nel 2013 (con il 50,78% dei voti), ha indetto per quest’ultimo weekend di luglio le elezioni per formare una Assemblea Costituente atta a rivedere la costituzione, scritta nel 1999 dal suo predecessore Hugo Chávez. 363 membri dell’Assemblea saranno scelti da elezioni locali, altri 181 invece saranno scelti dai membri di sette settori sociali (pensionati, gruppi indigeni, uomini d’affari, contadini, studenti e altri). L’opposizione ha proclamato scioperi e chiesto di boicottare il voto del 30 luglio, accusando il presidente di voler prolungare con questo espediente il suo mandato, che scade nel gennaio 2019, e di bypassare così il congresso, dove la maggioranza è dell’opposizione.

Inoltre, accusa l’opposizione, a differenza di Chávez che modificò la costituzione supportato dall’esito favorevole di un referendum popolare, Maduro ha indetto l’Assemblea Costituente tramite un decreto, perché, come dimostrerebbero le recenti votazioni informali organizzate dall’opposizione, il presidente non godrebbe della fiducia dei venezuelani.

«Da anni il Venezuela è una polveriera», scrive il The Guardian. Da aprile, per le strade del paese si susseguono manifestazioni di protesta contro il governo, accusato di non fare abbastanza per porre rimedio alla diffusa scarsità di beni di prima necessità e all’incremento dell’inflazione. La repressione delle proteste da parte del governo ha finora causato circa cento morti. Nei giorni scorsi, il governo americano ha preso posizione contro Maduro, mettendo in atto una serie di sanzioni e minacciando l’embargo del petrolio, la cui esportazione sta alla base dell’economia venezuelana.

18 luglio – Salil Shetty

1200px-Salil_Shetty_(6436575137)
foto via Wikipedia.org

«Oggi abbiamo imparato che in Turchia stare dalla parte dei diritti umani è diventato un reato. Ora è il momento della verità, per la Turchia e per la comunità internazionale. I leader mondiali devono smetterla di mordersi la lingua e di continuare a fare come se niente fosse. Invece, devono fare pressione sulle autorità turche affinché vengano ritirate le ridicole accuse nei confronti dei difensori dei diritti umani e tutti siano rimessi in libertà immediatamente e senza alcuna condizione»

Salil Shetty

Quest’oggi il tribunale di Instanbul ha confermato la detenzione preventiva per sei dei dieci attivisti di Amnesty International arrestati lo scorso 5 luglio; gli altri quattro sono stati rilasciati su cauzione. Idil Eser, direttrice di Amnesty International Turchia, e gli altri sono ora in attesa che la data del processo venga stabilita. Come spiega a Agence France-Press Andrew Gardner, ricercatore specialista per Amnesty in Turchia, il capo d’imputazione è «aver commesso un crimine per conto di un’organizzazione terroristica». A inizio giugno era stato incriminato con la medesima accusa il presidente della sezione turca di Amnesty International Turchia, Taner Kiliç, che si trova ancora in carcere.

Sail Shetty,  segretario generale dell’ONG, ha respinto le accuse: «La procura turca ha dodici giorni per stabilire l’ovvio: che questi attivisti sono innocenti. La decisione di processarli dimostra che la verità e la giustizia sono diventate del tutto sconosciute in Turchia. Questa non è un’accusa legittima, è un’accusa per ragioni politiche che delinea un preoccupante  futuro per i diritti in Turchia».

Lo stesso Erdoğan, la scorsa settimana, si era fatto portavoce dei motivi dell’incarcerazione degli attivisti, artefici di iniziative «in continuità con il colpo di stato del 15 luglio», mentre sabato, nel suo articolo pubblicato sul The Guardian in occasione del primo anniversario dello sventato colpo di stato, aveva scritto di «voler mantenere la giustizia». Sembra lecita, dunque, la domanda su quale genere di giustizia egli abbia in mente, posta dal giornale inglese. Infatti, a seguito del tentativo di colpo di stato dell’anno scorso, sono state 150 mila le persone che hanno ricevuto accuse simili a quelle sopra riportate e 50 mila sono quelle incarcerate. Come ha detto Ozturk Yilmaz, «certamente alcuni sono colpevoli… ma altri no. Questa non è più democrazia».

22 giugno – Antonio Marchesi

2847ef6a5c60d60c002638688a633f44_XL
foto via Flipnews.org

«La nuova condanna da parte della Corte europea dei diritti umani nella sentenza Bartesaghi Gallo e altri contro l’Italia è una buona notizia, perché aiuta a fissare nella memoria collettiva una pagina tragica della storia italiana recente che non deve mai più ripetersi. È importante rafforzare la cultura dei diritti umani tra le forze di polizia ed è un ulteriore sollecito, semmai ce ne fosse bisogno, al nostro paese affinché si doti di una legislazione che permetta di punire adeguatamente il reato di tortura, che tuttora manca»

Antonio Marchesi

Il presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi, ha rilasciato una nota ufficiale in cui ha commentato la sentenza odierna con cui la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per i crimini avvenuti per il G8 di Genova, nel 2001.

Nella sentenza si legge che all’unanimità è stato stabilito che è stato violato l’Articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani («Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti»). Ai 42 dimostranti trattenuti dalla polizia dentro la scuola Diaz sono state inflitte «pesanti violenze psicologiche e fisiche» che sono state giudicate come atti di tortura. Infatti, contro di loro gli agenti di polizia «hanno fatto uso indiscriminato, sistematico e sproporzionato di violenza», sebbene non vi fosse «alcun pericolo imminente» per loro. Dalla disamina dei fatti risulta che gli occupanti della scuola Diaz, una volta entrata la polizia, «non hanno commesso alcun atto di violenza o di resistenza» contro quest’ultima.

La Corte, infine, osserva che la procedura della polizia è stata la medesima del caso Cestaro su cui si era espressa nel 2015. Ricordando che anche allora era stata stabilita la violazione dell’Articolo 3 da parte della polizia italiana, la Corte ha rinnovato le preoccupazioni circa «le mancanze della legislazione italiana nel merito delle pene per i reati di tortura».

A tal proposito, Nils Miuznieks, commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa, ha recentemente inviato una lettera al Parlamento italiano. Pur dando il proprio benvenuto al testo di legge sulla tortura che si sta discutendo alla Camera dei deputati, Miuznieks fa notare che la definizione di tortura che viene proposta diverge da quella della Convenzione europea contro la tortura. Avverte, pertanto, che una simile legge potrebbe non bastare per certi crimini e fornire «potenziali scappatoie per l’impunità». In conclusone, Miuznieks ha ricordato che il reato di tortura non solo permette di fronteggiare gravi violazioni di diritti umani ma anche «protegge la reputazione della larga maggioranza dei membri delle forze dell’ordine e degli altri organi dello stato che non commettono crimini simili, assicurando che quelli responsabili di tali violazioni vengano processati».

19 maggio – Julian Assange

20assange4-master768
foto via NyTimes.com (Credit Andy Rain/European Pressphoto Agency)

“Oggi è un giorno di vittoria per me e per l’organizzazione dei diritti umani delle Nazioni Unite. Tuttavia, non c’è maniera di cancellare sette anni di detenzione senza incriminazione, in prigione, in detenzione domiciliare, e quasi cinque anni in questa ambasciata senza poter vedere la luce del sole. Sette anni senza essere incriminato, mentre i miei bambini crescono senza di me. Questo non è qualcosa che posso perdonare, non è qualcosa che posso dimenticare”. 

Julian Assange

Julian Assange, fondatore e direttore di WikiLeaks, ha tenuto quest’oggi una conferenza stampa a proposito della caduta delle accuse a suo carico, annunciata qualche ora prima dalla procura svedese. In Svezia, infatti, pendevano su di lui accuse di stupro: precisamente era accusato di essersi rifiutato di sottoporsi al test per le malattie sessualmente trasmissibili. Dopo sette anni di stallo, senza riuscire ad arrestarlo, la procura ha deciso di non procedere oltre, lasciando però aperta la possibilità che l’accusa sia di nuovo valida nel momento in cui Assange torni in Svezia.

Nonostante questo, il Regno Unito ha già fatto sapere che il proprio mandato di arresto resta in vigore. Negli Stati Uniti, invece, dallo scorso mese si sta decidendo se accusare Assange non solo di spionaggio ma anche di aver rivelato documenti segreti.

Assange ha tenuto il suo discorso, di cui sotto proponiamo la nostra traduzione integrale, da un balcone dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove è in asilo da cinque anni. Tra i temi trattati, Assange ha preannunciato la pubblicazione di informazioni sul progetto “Athena” della CIA. Come si legge sul sito di WikiLeaks, si tratta di un malware che ha l’obiettivo di fornire un’analisi statistica su quanto un attacco informatico possa avere successo. Inoltre ha dichiarato che, in risposta all’atteggiamento della CIA e degli Stati Uniti, WikiLeaks continuerà a rendere disponibili documenti riservati, che, quindi, si aggiungeranno, ad esempio, alle rivelazioni sugli strumenti di hacking dell’Agenzia.

Assange è stato molto duro anche con l’Unione Europea, denunciando che la tendenza alla detenzione e all’estradizione senza incriminazione è ormai diventata una costante del sistema europeo. Questo non soltanto è una violazione dei diritti umani ma è anche una minaccia che incombe sui giornalisti che vogliano denunciare gravi abusi. Perciò, si augura che chi studierà il suo caso guardi oltre e denunci il modus operandi che l’Ue ha ormai assunto.

Ricordando la liberazione degli scorsi giorni di Chelsea Manning, Assange ritiene che gli eventi di questa settimana segnino dei precedenti importanti ma che “la battaglia vera” sia appena cominciata.

20assange2-master675
foto via NyTimes.com (Credit Andy Rain/European Pressphoto Agency)

“Oggi è un giorno di vittoria per me e per l’organizzazione dei diritti umani delle Nazioni Unite. Tuttavia, non c’è maniera di cancellare sette anni di detenzione senza incriminazione, in prigione, in detenzione domiciliare, e quasi cinque anni in questa ambasciata senza poter vedere la luce del sole. Sette anni senza essere incriminato, mentre i miei bambini crescono senza di me. Questo non è qualcosa che posso perdonare, non è qualcosa che posso dimenticare.
L’indagine su quel che è accaduto, su questa ingiustizia terribile, è inevitabile ma spero che guardi oltre il mio caso e questa specifica situazione, perché la realtà è che la detenzione e l’estradizione senza incriminazione sono diventate un tratto distintivo dell’Unione Europea: un tratto distintivo che è stato usato per motivi politici nel mio caso, e che ha costretto altre persone, in altri casi, a subire terribili ingiustizie.
In Svezia la detenzione indefinita è una pratica consolidata; non è posto limite al tempo in cui qualcuno può essere detenuto senza essere incriminato. Non è un comportamento che ci si aspetta da un paese civilizzato. Allo stesso modo, l’estradizione senza incriminazione non è qualcosa che ci aspettiamo dal sistema legislativo del Regno Unito. È una misura che è stata introdotta in quanto parte del sistema dell’Unione Europea, per trasformare l’Unione Europa in una federazione. Nel 2014, in risposta al mio caso e a altri abusi, il governo del Regno Unito ha cambiato la legge perché non fossero possibili altre estradizioni dall’UK senza incriminazioni. Nel resto dell’UE tale questione è ancora aperta.
In questa occasione, vorrei ringraziare le Nazioni Unite, in particolare la commissione per i diritti umani, che è l’ultimo baluardo per tutti noi quando siamo vincolati, nelle nostre condizioni legali, alle particolari politiche di un paese o alla relazione geopolitca tra stati. Vorrei ringraziare anche l’Ecuador, il suo popolo, per l’asilo che mi hanno garantito. Hanno supportato il mio asilo, resistendo alle pressioni, anche alla forte pressione commerciale dell’Unione Europa che ha usato il suo sistema commerciale per penalizzare gli esportatori ecuadoriani. Questa è una terribile violazione. Vorrei anche ringraziare il mio gruppo di avvocati che hanno lavorato molto duro e gratuitamente, e tutte le altre persone che mi sono state vicine in questo processo.Tuttavia, dobbiamo capire che, sebbene quest’oggi sia stata un’importante vittoria e un’importante rivendicazione, il cammino è ancora molto lungo. La battaglia, la vera battaglia, sta appena cominciando. 
Il Regno Unito ha dichiarato che mi arresterà comunque. Gli Stati Uniti, il direttore della CIA, Pompeo, e il Procuratore generale americano hanno detto che io e gli altri collaboratori di WikiLeaks non abbiamo diritti e non godiamo del Primo emendamento, e che il mio arresto e quello degli altri è la loro priorità. Questo non è accettabile. WikiLeaks continuerà le sue pubblicazioni. Oggi, infatti, pubblicheremo nuovo importante materiale proveniente dalla Central Investigative Agency, il «CIA voult seven Athena», un sistema per penetrare e spiare, in maniera statistica, chiunque sia di interesse per la CIA; queste attività sono condotte senza garanzie. Le minacce verso di me, il mio staff e WikiLeaks come organo di stampa non sono state né saranno tollerate. Le nostre pubblicazioni continueranno a procedere allo stesso ritmo, anzi accelereremo le nostre pubblicazioni sulla CIA. 
Poi, per quel che riguarda in relazione al diritto di asilo, noi tutti abbiamo il diritto d’asilo. Il Regno Unito e l’Unione Europea sono firmatari dal 1951 dela Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati. Qui si dichiara che tutte le persone hanno il diritto di cercare asilo, di ricevere asilo e di godere dell’asilo. Io ho tale diritto, in un caso politico, così come tutti noi ce l’abbiamo. Pertanto è semplicemente insostenibile l’affermazione dell’UK di arrogarsi il diritto di arrestare me che sto cercando asilo, in un caso, per giunta, in cui non c’è stata alcuna incriminazione e che adesso è stato lasciato cadere. I miei assistenti legali hanno contattato le autorità del Regno Unito e speriamo di instaurare un dialogo per andare verso la migliore soluzione possibile.
Per certi versi, il Regno Unito è stato violato con il processo con cui è entrato con l’Unione Europea, dove è accettata l’estradizione di persone senza alcuna incriminazione e senza alcuna considerazione ai fatti. In altri termini, il Regno Unito è stato costretto a prendere una posizione. La prima parte di ciò è finita. Il Regno Unito, per ora, si è rifiutato di confermare o negare se sia già valido sul suo territorio l’estradizione verso gli Stati Uniti. Vorremmo avere un simile dialogo anche con gli Stati Uniti, sebbene ci siano state dichiarazioni minacciose. Io sarei sempre felice di intrattenere un dialogo con il Dipartimento di Giustizia su ciò che è capitato.

Abbiamo un’altra importante vittoria questa settimana, anche più importante e più significativa di quella che abbiamo ottenuto oggi. Si tratta del rilascio di Chelsea Manning, dopo sette anni di detenzione in una prigione militare. Attraverso una dura battaglia noi e altri siamo riusciti a farla rilasciare ventotto anni in anticipo rispetto a quanto prevista dalla sentenza.

Queste sono alcune importanti vittorie ma il conflitto legale con gli Stati Uniti e il Regno Unito, a livello formale, continua. Io e Wikileaks come organo di stampa vi incoraggiano a supportarci in questa battaglia, per noi, ovviamente, per le nostre fonti, e perché sono stati stabiliti dei precedenti: sul diritto che le persone hanno di richiedere asilo, e sul diritto di pubblicare notizie per tutti noi. Come può essere che un giornalista e un editore, che opera dall’Europa, possa essa estradato negli Stati Uniti? Noi non lavoriamo negli Usa, noi non pubblichiamo lì. Questa è una minaccia a tutti i giornalisti di tutto il mondo, a prescindere da dove lavorino: se denunciano gravi abusi che avvengono in territori di sicurezza nazionale, sono minacciati di essere estradati o di incriminare l’ente o i loro collaboratori.

Bene, questo è tutto, ciao gente”

Julian Assange

17 maggio – Chelsea Manning

1500
foto via Theguardian.uk (HO/AFP/Getty Images)

“Dopo altri quattro mesi carichi di ansia e di attesa, il giorno che ho aspettato tanto a lungo è finalmente arrivato. Qualunque cosa mi attenda sarà molto più importante del passato. Solo ora capisco quel che mi sta capitando, è emozionante, strano, divertente, e tutto nuovo per me”

Chelsea E. Manning

Gli avvocati di Chelsea Manning hanno annunciato che la soldatessa americana è stata rilasciata quest’oggi dal carcere militare di Fort Leavenworth, in Kansas.

Manning fu arrestata nel maggio 2010, mentre era in sede come analista di intelligence in Iraq, con l’accusa di aver diffuso documenti militari altamente riservati. La procura militare la giudicò colpevole di 20 capi d’imputazione, ma l’assolse da quello di connivenza con il nemico, per il quale la pena può essere la morte.

Manning, quindi, è condannata a 35 anni di prigione. Poco dopo l’incarcerazione, ha intrapreso un procedimento legale per il riconoscimento della sua disforia di genere e ha iniziato anche il processo per il cambiamento di sesso, grazie al quale è diventata donna. Lo scorso gennaio, l’ex-presidente Barack Obama, tre giorni prima della fine del suo mandato, ha commutato la pena di Manning che, dopo sette anni, è stata finalmente liberata.

Come ha precisato al The Guardian una delle sue avvocatessee, questo non pone fine alla vicenda: “La gente pensa che soltanto perché uno è stato rilasciato il suo ricorso sia finito. Il resto del suo caso, tuttavia, è ancora da svolgere e noi vogliamo pulire il suo nome. È stata accusata di crimini che io non credo abbia commesso e l’intera azione giudiziara contro di lei è stata ingiusta”. Né la sua liberazione toglie che le condizioni in cui Chelsea Manning è stata detenuta siano state denunciate come contrarie ai diritti umani.

I moltissimi documenti che Manning ha passato a WikiLeaks testimoniano crimini di guerra commessi dalle truppe americane in Iraq e in Medio Oriente. Ad esempio, grazie a lei venne rivelato il video noto con il titolo di “Collateral Murder”, nel quale due elicotteri americani fanno fuoco su civili inermi, pretestuosamente ritenuti armati.

Qualche mese fa, Julian Assange, fondatore e direttore di WikiLeaks, in un’intervista che abbiamo tradotto, riteneva che la commutazione della pena fosse una “vittoria strategica” per la sua testata. Anzitutto, spiegava che la condanna, così “estrema”, “senza precedenti”, puntava a “scoraggiare altri pentiti dal diventare nostre fonti” e a far sì che  “chi lavora per gli Stati Uniti abbia paura a diffondere informazioni sugli abusi commessi dalle forze armate americane”. Viceversa, la concessione della grazia a Manning “significa che adesso trasmettere informazioni a WikiLeaks non costa più 35 anni ma al massimo sette”. Sicché, concludeva, la liberazione di Manning “è una vittoria per la stampa come istituzione”.

Di diverso avviso è l’avvocato David Coombs, un altro dei difensori di Manning. Questi ha scritto che non c’è nulla da celebrare: “dovrebbe essere un giorno di pura gioia per me, ma non lo è. È una giornata che mi fa riflettere su quanto profondamente il sistema di giustizia militare possa pervertirsi”.