30 ottobre – Donald Trump

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foto via Cnn.com

«Mi dispiace, ma questo risale ad anni fa, prima che Paul Manafort fosse parte della campagna di Trump»

L’ex manager della campagna elettorale di Trump si è costituito oggi all’Fbi, dopo essere stato accusato di aver nascosto milioni di dollari attraverso società operanti all’estero e aver adoperato quei soldi per acquistare auto di lusso, case, pezzi d’antiquariato e abiti costosi. Assieme a lui, è stato accusato anche il suo socio di lunga data, Rick Gates. Entrambi si sono presentati, accompagnati dai rispettivi avvocati, presso la Corte Federale di Washington, dichiarandosi tuttavia “non colpevoli”.

Separatamente, un altro dei consiglieri di politica estera di Trump, George Papadopoulos, ha ammesso di avere mentito all’Fbi riguardo ai suoi contatti con la Russia. In particolare, Papadopoulos avrebbe reso false dichiarazioni e omesso volontariamente del materiale durante un interrogatorio richiesto dal Procuratore Speciale Robert Mueller, nell’ambito dell’inchiesta denominata “Russiagate”. Negli atti giudiziari, si legge che Papadopoulos ha mentito «sui tempi, l’estensione e la natura dei suoi rapporti e della sua interazione con certi stranieri che aveva capito avere strette connessioni con alti dirigenti del governo russo».

L’accusa nei confronti di Manafort e Gates, seppur condotta dallo stesso Mueller, non fa ancora riferimento a presunte interferenze russe nella politica americana. Tuttavia, essa descrive in maniera dettagliata l’attività di lobbying che lo stesso Manafort ha svolto in Ucraina e che, secondo il Procuratore, è stata all’origine di un tentativo di riciclaggio di almeno 18 milioni di dollari, che non sarebbero stati dichiarati al fisco. «Manafort ha utilizzato la sua ricchezza nascosta all’estero per condurre uno stile di vita lussuoso negli Stati Uniti, senza pagare tasse su quel reddito», è scritto negli atti.

Gates è indagato per aver trasferito circa 3 milioni di dollari dai suoi conti offshore. I due sono accusati, inoltre, di false dichiarazioni. «Come parte dello schema, Manafort e Gates hanno ripetutamente fornito informazioni false, tra gli altri, ai contabili finanziari, agli agenti del fisco e al consulente legale», è scritto ancora negli atti. L’accusa più grave, tuttavia, rimane quella di riciclaggio di denaro, per cui è prevista una pena detentiva fino a 20 anni.

Paul Manafort, da lungo tempo impiegato come stratega elettorale per il Partito Repubblicano, era entrato a fare parte dell’entourage della campagna presidenziale di Donald Trump nel marzo 2016, salvo poi diventarne il manager. Un incarico importante e prestigioso, che aveva dovuto lasciare dopo pochissimo tempo, a seguito del licenziamento da parte dello stesso Trump, quando era emerso che Manafort aveva ricevuto in nero 12 milioni di dollari dall’ex-Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, per il quale aveva lavorato come consulente.

«Mi dispiace, ma questo risale ad anni fa, prima che Paul Manafort fosse parte della campagna di Trump», ha twittato oggi Donald Trump per sottolineare la propria estraneità dalla vicenda. In realtà, i capi di accusa contro Manafort e del suo ex socio Gates dicono che avrebbero cospirato contro gli Usa in un periodo compreso tra il 2006 e il 2017, quindi non tutti gli episodi contestati sono di «anni fa», come invece ha detto il Presiedente.

Sempre nello stesso tweet, Trump è tornato nuovamente ad attaccare la sua ex rivale democratica alle elezioni presidenziali dello scorso novembre: Hillary Clinton. «Perché la corrotta Hillary e i democratici non sono al centro dell’attenzione?????», ha scritto.

In un altro tweet, scritto immediatamente dopo, il Presidente ha aggiunto: «Inoltre, non c’e’ alcuna collusione». Si riferiva, chiaramente, alle presunte relazioni tra i membri del suo entourage ed eventuali emissari del governo russo.

13 giugno – Jeff Sessions

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foto via Theatlantic.com

«Lasciatemelo dire chiaramente: non ho mai incontrato né avuto conversazioni con funzionari russi o stranieri, che riguardassero qualsiasi tipo di interferenza in qualsiasi campagna elettorale o elezione. Inoltre, non sono a conoscenza di nessuna conversazione di qualcuno connesso alla campagna elettorale di Trump»

Jeff Sessions

Come previsto, oggi alle 14:30 (ora americana della costa est), il Ministro della Giustizia Jeff Sessions si è presentato a Capitol Hill, per un’audizione davanti alla Commissione Intelligence del Senato americano, presieduta dal senatore repubblicano del Nord Carolina, Richard M. Burr, e dal senatore democratico della Virginia, Mark Warner. Obiettivo dell’audizione, verificare il ruolo svolto dallo stesso Sessions nel caso Russiagate, soprattutto alla luce della precedente audizione di James Comey, ex-direttore dell’Fbi.

La seduta è stata introdotta dal capo-commissione senatore Richard Burr che, dopo aver ringraziato Sessions per essersi presentato a un appuntamento così importante, ha fatto presente al Ministro come «quest’audizione sia una grande opportunità per lei di separare i fatti dalla finzione e di riportare nella giusta direzione una serie di accuse riportate dalla stampa».

Nella sua dichiarazione iniziale, il Ministro Sessions ha innanzitutto ribadito di non avere alcuna intenzione di rivelare i dialoghi diretti da lui avuti con il Presidente Trump: «Come precedentemente notificato, Presidente, e nel rispetto della prassi consolidata del Ministero della Giustizia, non posso e non violerò il mio dovere di proteggere le comunicazioni confidenziali con il Presidente».

In secondo luogo, Sessions ha negato di aver avuto alcuna conversazione con funzionari russi al Mayflower Hotel di Washington durante un evento nell’aprile 2016. Si vocifera, infatti, che in quell’occasione egli avrebbe avuto un incontro privato con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak. «Non ho avuto alcun incontro privato né ricordo alcuna conversazione con funzionari russi al Mayflower Hotel […] Nonostante ricordi alcune conversazioni avute nella pausa prima del discorso ufficiale, non ho alcun ricordo di incontri o conversazioni con l’ambasciatore russo o con funzionari di quel paese. Se anche ci fosse stato qualche tipo di contatto passeggero con l’ambasciatore russo durante quel ricevimento, non me lo ricordo» ha detto il Ministro.

Sessions ha negato ogni tipo di coinvolgimento e di collusione tra la campagna elettorale di Trump e la Russia, nel tentativo di indebolire Hillary Clinton e falsare il processo democratico: «Sono stato vostro collega in questo corpo per vent’anni e l’ipotesi che io possa avere avuto qualche tipo di collusione o che fossi a conoscenza di qualche collusione col governo russo per danneggiare questo paese, che ho servito con onore per 35 anni, o per minare l’integrità del nostro processo democratico, è una bugia spaventosa e detestabile».

Riguardo all’audizione di James Comey della scorsa settimana, il Ministro della Giustizia ha voluto dare una diversa versione di quello che l’ex direttore dell’Fbi gli disse il 14 febbraio scorso dopo un incontro nello Studio Ovale con Trump. Comey, infatti, aveva raccontato che, terminata una riunione antiterrorismo, il Presidente era voluto rimanere solo con lui e, in quella circostanza, avrebbe fatto alcuni commenti che Comey aveva interpretato come una richiesta impropria di far cadere l’indagine riguardante l’ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn.

Sessions afferma: «Mentre non mi ha fornito alcun indizio sull’argomento di conversazione con il Presidente, il signor Comey ha espresso preoccupazione per il protocollo di comunicazione corretto con la casa Bianca e il Presidente. Ho risposto al suo commento concordando che che sia l’Fbi che il Dipartimento di Giustizia dovessero stare attenti nel seguire la prassi del Dipartimento per quanto riguarda gli opportuni contatti con il Presidente». Ha poi aggiunto: «Ero sicuro che il signor Comey avrebbe capito e avrebbe rispettato le regole consolidate del Dipartimento che disciplinano tutte le comunicazioni con la Casa Bianca sulle indagini in corso. I miei commenti lo hanno incoraggiato a fare proprio questo, e anzi, mi pare di capire, è proprio quello che ha fatto».

Sempre parlando di Comey, il Ministro ha difeso e rivendicato il suo ruolo nella decisione di Trump di licenziare l’ex direttore dell’Fbi: «Lo scopo della mia ricusazione, comunque, non ha interferito con la mia capacità di supervisionare il Dipartimento di Giustizia, compreso l’Fbi». «Ho presentato al Presidente le mie perplessità e quelle del Vice Procuratore Generale Rod Rosenstein riguardanti i problemi correnti all’interno della leadership dell’Fbi, come riportato nella mia lettera in cui viene raccomandata la rimozione di Comey».

Tuttavia, la parte più accesa dell’audizione è coincisa con le domande poste a Sessions da alcuni senatori democratici della commissione. In particolare, quando il senatore dell’Oregon Ron Wyden lo ha accusato di non rispondere pienamente alle domande e di essere reticente, Sessions ha replicato piccato: «Senatore, non sto facendo ostruzionismo. Seguo le politiche storiche del Dipartimento di Giustizia. Non si cammina in qualsiasi audizione o riunione di commissione e si rivelano comunicazioni riservate con il Presidente degli Stati Uniti».

Il senatore del Nuovo Messico, Martin Heinrich, ha però insistito: «Qui ci sono due inchieste. C’è un’indagine speciale del procuratore (Mueller). C’è anche un’indagine del Congresso. E lei sta ostacolando quell’indagine del Congresso non rispondendo a queste domande. E penso che il suo silenzio, come il silenzio del Direttore (del National Intelligence) Coats, come il silenzio del Direttore (della National Security Agency) Rogers, la dice lunga». «Direi che mi sono consultato con avvocati di carriera di alto livello al Dipartimento e loro ritengono che questo sia coerente con i miei doveri» ha replicato Sessions, in conclusione.

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Jeff Sessions davanti alla Commissione Intelligence del Senato (foto via Theatlantic.com)

18 maggio – Kevin McCarthy

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foto via Huffingtonpost.com

“È stato un tentativo di umorismo andato male. Non stupisce che il Washington Post abbia provato a trasformare questo in una breaking news”
Kevin McCarthy

In un breve messaggio su Twitter, il Leader di Maggioranza del Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti, il deputato della California Kevin McCarthy ha replicato alle rivelazioni pubblicate oggi dal Washington Post, secondo cui Trump sarebbe pagato da Putin.

Il maggiore quotidiano della capitale, infatti, riporta di una conversazione privata avvenuta a Capitol Hill tra McCarthy e altri esponenti del Partito Repubblicano, tra cui lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, il deputato del Wisconsin Paul Ryan, di cui ci sarebbe una registrazione già ascoltata e verificata dal Washington Post medesimo.

E’ il 15 giugno 2016, Donald Trump ha appena vinto le Primarie del Partito Repubblicato ed è in attesa di ricevere la nomination ufficiale come candidato alla presidenza alla Convention del Partito (19 luglio). Il giorno precedente era avvenuto il celeberrimo attacco informatico contro la Commissione Nazionale del Partito Democratico, con il furto delle email e delle comunicazioni private dei vari membri, che era stato attribuito dai servizi di intelligence agli hacker russi.

Durante questa riunione, il deputato McCarthy avrebbe detto: “Ci sono due persone che penso Putin paghi: Rohrabacher e Trump”. Dana Rohrabacher è un altro deputato del Partito Repubblicano, originario della California, e conosciuto nel panorama politico americano per essere un fervente sostenitore di Putin e un ammiratore della Russia.

Alla frase di McCarthy, sempre secondo le registrazioni in possesso del Washington Post, gli altri repubblicani presenti si sarebbero messi a ridere, ma lui aveva aggiunto: “Giuro su Dio”. Dopo una pausa, infine, sarebbe intervenuto Paul Ryan, dicendo: “Questo è tutto off the record. Non deve arrivare niente alla stampa, ok? Così sappiamo di essere una famiglia”; bloccando di fatto ogni ulteriore intervento di McCarthy e ordinando ai propri compagni di partito di non farne parole con nessuno.

Al momento, non è possibile accertare quale sia la rilevanza attribuibile alla frase pronunciata da McCarthy. Tuttavia, è bene precisare che essa non fu motivata da informazioni di intelligence, bensì da una conversazione avuta proprio quel pomeriggio con il Primo ministro ucraino Vladimir Groysman. Questi, infatti, aveva a lungo parlato ai deputati repubblicani della tattica usuale del Cremlino di finanziare diversi politici populisti per controllare, danneggiare e indebolire le istituzioni democratiche in Europa, soprattutto nei Paesi ex-sovietici.

La questione del diretto coinvolgimento della Russia nell’attacco hacker al Partito Democratico e gli incontri con Groysman, pur non rappresentando un elemento probatorio, fanno capire quanto la questione dei rapporti tra Trump e la Russia impensierisse parecchio persino i capi del Partito Repubblicano.

Come riporta l’autore dell’articolo, Adam Entous, quando il Washington Post ha cercato di mettersi in contatto con gli uffici di McCarthy e di Ryan per rendere loro conto della riunione del 15 giugno, questi hanno negato che la conversazione fosse avvenuta proprio secondo quei termini, accusando il giornalista di essersela inventata. Quando poi il quotidiano ha affermato di essere in possesso della trascrizione della riunione, Ryan e McCarthy hanno suggerito che anche la trascrizione fosse inventata o, comunque, modificata ad hoc. Infine, quando Entous ha ammesso di avere la registrazione audio originale di quel pomeriggio e di averla trascritta, Ryan e McCarthy si sono difesi, dicendo che le loro affermazioni erano solamente uno scherzo, una battuta che il Washington Post aveva male intepretato.

Ecco, quindi, una nuova tegola contro il Presidente Donald Trump, in un periodo molto critico che lo vede coinvolto sia direttamente che indirettamente in un’indagine proprio riguardante i rapporti suoi e del suo entourage con i servizi di intelligence della Russia. Il diretto interessato si è difeso su Twitter, prima affermando che contro di lui si è scatenata “la più grande caccia alle streghe contro un politico nella storia americana”, aggiungendo poi che “con tutti gli atti illegali avvenuti nella campagna elettorale di Clinton e sotto l’amministrazione Obama, non è mai stato nominato un commissario speciale”.

Il commissario speciale di cui parla Trump è Robert S. Mueller III, l’ex direttore dell’Fbi, a cui il Dipartimento di Giustizia ha affidato l’incarico di guidare e supervisionare la delicata indagine riguardante i rapporti Trump-Russia. In una nota ufficiale, il Presidente ha rassicurato del fatto che “le indagini dimostreranno che non c’è stata nessuna collusione tra la mia campagna e alcuna entità straniera”. Ha poi proseguito: “Non vedo l’ora che questa vicenda si chiuda velocemente. Nel frattempo non smetterò mai di combattere per la gente e per le questioni che più interessano il futuro del nostro paese”.

Solitamente, la nomina di un procuratore speciale può essere considerata un passaggio preliminare alla procedura di “impeachment”. Tuttavia, solitamente è la Camera dei Rappresentanti a inoltrare al Dipartimento di Giustizia la richiesta di nominare lo “special counselor”. In questo caso, inece, la richiesta è partita in seno all’amministrazione Trump, dallo stesso Dipartimento di Giustizia, anche se non per volontà del ministro Jeff Sessions, che è a sua volta sfiorato dai sospetti sul Russiagate, ma del suo vice Rod Rosenstein.

La Casa Bianca, in questo senso, vorrebbe dare un segnale di credibilità e di indipendenza nella gestione di un’inchiesta che, fino a questo momento, è stata contrassegnata da numerose polemiche, non da ultimo il licenziamento del Direttore dell’Fbi, James Comey.

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Ricostruzione degli eventi (foto via Washingtonpost.com)

Il Russiagate, del resto, si arricchisce di elementi scottanti giorno dopo giorno, in una spirale potenzialmente distruttiva per il Presidente Trump. Oggi, su Reuters, alcuni ufficiali americani hanno rivelato che l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, assieme ad altri consiglieri elettorali di Trump, erano in contatto con ufficiali e membri del governo russo. In totale, sarebbero almeno 18 i contatti, tra email e telefonate, avvenuti nel corso degli ultimi 7 mesi della campagna elettorale.

Di questi 18 contatti, 6 sarebbero delle chiamate tra Sergei Kislyak, l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, e lo stesso Flynn, i cui rapporti sarebbero aumentati dopo l’8 novembre, con l’obiettivo di creare un canale di comunicazione secondario tra Putin e Trump, scavalcando l’intelligence e la burocrazia americana, che entrambi ritenevano ostili.

A rendere ancora più complessa la situzione sia di Flynn che dell’entourage di Trump, è l’indiscrezione di ieri del New York Times, secondo cui Flynn aveva avvisato la squadra di governo di Trump di essere sotto inchiesta settimane prima dell’inaugurazione della Presidenza. La polizia federale, infatti, stava indagando sui rapporti tra la Turchia e Flynn medesimo, ipotizzando che quest’ultimo fosse stato profumatamente pagato per svolgere attività di lobbying a favore del Paese di Erdogan all’interno del governo americano.

Precedentemente, la senatrice democratica ed ex-Ministro della Giustizia Sally Yates, in un’audizione al Senato, aveva dichiarato di aver avvisato Trump e i suoi uomini di non nominare Flynn come Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Quest’ultimo, secondo le dichiarazioni della Yates, aveva mentito pubblicamente riguardo ai suoi rapporti con la Russia ed era potenzialmente ricattabile dai vertici del Cremlino. Accuse che, neanche tre settimane dopo la sua nomina, hanno costretto Flynn alle dimissioni.

 

11 maggio – Andrew McCabe

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foto via Abc7.com

“Nutro la massima stima nei confronti del direttore Comey per le sue notevoli capacità e per la sua integrità. Lavorare con lui è stato il più grande onore della mia vita professionale. Ha avuto un ampio sostegno all’interno dell’FBI e continua ad averlo”

Andrew McCabe

Il nuovo capo provvisorio dell’FBI, Andrew McCabe, ha garantito che James Comey, il direttore dell’agenzia licenziato due giorni fa dal presidente Donald Trump, godeva di ampio sostegno tra i membri dell’FBI. McCabe, che ha assunto il ruolo di capo facente funzioni in seguito all’improvviso licenziamento di Comey, ha parlato oggi al Senato durante un’audizione del Comitato per l’intelligence, l’organismo che sovrintende le attività d’intelligence delle agenzie governative: le sue affermazioni contraddicono quando sostenuto ieri dalla Casa Bianca a proposito dell’impopolarità di Comey all’interno del Federal Bureau. “Gli agenti dell’FBI avevano perso fiducia nel loro direttore”, aveva spiegato ieri alla stampa Sarah Huckabee Sanders, vice capo dell’ufficio stampa della Casa Bianca.

Il licenziamento di James Comey è stato improvviso e inaspettato. Lo stesso Comey ne è venuto a conoscenza martedì sera attraverso i notiziari televisivi, mentre si trovava in California. La scelta di Donald Trump è stata da subito molto criticata da commentatori politici e parlamentari statunitensi, soprattutto del Partito Democratico. Infatti, sebbene la Casa Bianca ufficialmente abbia motivato la decisione di licenziare Comey riferendosi alla sua cattiva gestione dell’indagine sulle email di Hillary Clinton, molti critici sostengono che il licenziamento di Comey sia in realtà un tentativo da parte del presidente americano di ostacolare l’indagine che l’FBI sta conducendo sui rapporti tra la Russia e alcuni membri del comitato di Trump in occasione della scorsa campagna elettorale.

“I tempi del licenziamento del direttore Comey […] sono particolarmente sconcertanti” ha detto oggi Mark Warner del Partito Democratico, vice-presidente del Comitato per l’intelligence del Senato. “Per molte persone, incluso me stesso, è difficile evitare la conclusione che la decisione del presidente di rimuovere il direttore Comey sia legata a questa indagine [tra il comitato di Trump e il governo russo]. E questo è inaccettabile”.

20 marzo – James Comey

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foto via Thehill.com

“L’Fbi, come parte della nostra missione di controspionaggio, sta conducendo delle indagini sui tentativi del governo russo di interferire con le elezioni presidenziali del 2016, e ciò include anche delle indagini sulla natura dei rapporti tra alcune persone legate alla campagna di Trump e il governo russo, e sulla possibilità che vi fosse una qualche coordinazione tra la campagna presidenziale e i tentativi [di interferenza] della Russia”

James Comey

Il direttore dell’Fbi, James B. Comey, ha confermato che l’Fbi sta indagando sulla possibilità che dei membri della campagna elettorale del presidente Donald Trump abbiano lavorato di comune accordo con la Russia per influenzare le elezioni presidenziali dello scorso novembre. Come fa notare il Guardian, le dichiarazioni di Comey, che ha parlato di fronte al Select Committee of Intelligence (“Comitato ristretto per l’intelligence”) della Camera dei rappresentanti, segnano un momento senza precedenti nella storia politica degli Stati Uniti: per la prima volta viene confermato da fonti ufficiali che l’entourage di un presidente in carica è sotto inchiesta per possibili connivenze con uno stato nemico per fare salire al potere quel presidente.

A proposito delle accuse che Trump aveva rivolto via Twitter al suo predecessore Barack Obama, accuse secondo cui l’ex presidente, quando era ancora in carica, avrebbe ordinato di intercettare (o “intercettare”) le sue telefonate dalla Trump Tower, Comey ha riferito: “Non ho alcun elemento a sostegno di quei tweet, e abbiamo cercato accuratamente all’interno dell’Fbi. Il Dipartimento di giustizia mi ha chiesto di informarvi che la situazione è la stessa anche per quanto riguardo il Dipartimento e i suoi membri”.