12 novembre – Mariano Rajoy

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foto via Lastampa.it

«Dobbiamo porre fine al delirio separatista e recuperare una Catalogna per tutti»

Il capo del governo spagnolo, Mariano Rajoy, si è recato oggi a Barcellona per dare il via alla campagna elettorale del Partito Conservatore, in vista delle elezioni regionali fissate per il 21 dicembre. Rajoy ha presentato il proprio candidato alla presidenza della Generalitat, Xavier García Albiol, e ha invitato la «maggioranza silenziosa» dei catalani a «riempire le urne con la verità».

Si tratta della prima visita in Catalogna per il capo del governo da quando la regione è stata commissariata da Madrid, con il conseguente auto-esilio dell’ex-Presidente Carles Puigdemont a Bruxelles. Rajoy è arrivato all’indomani di un’imponente manifestazione degli indipendentisti, che ha visto la partecipazione in piazza di circa 750.000 persone per chiedere la liberazione dei «detenuti politici».

«Dobbiamo porre fine al delirio separatista e recuperare una Catalogna per tutti», ha dichiarato il Presidente spagnolo, confermando la linea dura e intransigente del suo governo contro ogni tentativo di secessione. Rajoy ha rivendicato la decisione di applicare l’articolo 155 della Costituzione dopo aver «esaurito tutte le vie» e tutti i possibili mezzi «per frenare l’aggressione alla coesistenza».

«Abbiamo dovuto recuperare il rispetto per la libertà e la convivenza ed è stato urgente ripristinare l’autogoverno e l’interesse generale», ha affermato Rajoy, ribadendo come fosse «impossibile restituire la legalità alle istituzioni in Catalogna». Il Primo Ministro ha poi insistito sul fatto che l’articolo 155 sia «eccezionale, ma non esclusivo meccanismo di Spagna», dal momento che anche Paesi come Francia e Germania si sarebbero comportate allo stesso modo dinnanzi a una così seria minaccia separatista.

6 novembre – Carles Puigdemont

Carles Puigdemont arrives for a news conference in Brussels
foto via News.sky.com

«Lo stato spagnolo deve onorare ciò che è stato detto tante volte negli anni del terrorismo: “fermate la violenza e possiamo discutere di qualsiasi cosa”»

L’ex presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha accusato le autorità spagnole di stare conducendo «un brutale attacco giudiziario» contro i membri del suo ex governo, ora esautorato, e ha affermato di temere che essi non ricevano un giudizio imparziale da parte dei tribunali spagnoli. In un articolo pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian, Puigdemont ha definito «un oltraggio colossale» che lui e altri 13 colleghi siano indagati con le accuse, tra le altre, di eversione e ribellione, con riferimento ai loro ruoli nella dichiarazione di indipendenza del mese scorso.

«Oggi i leader di questo progetto democratico sono accusati di ribellione e devono affrontare la pena più severa prevista dal Codice penale spagnolo, che è la stessa per i casi di terrorismo e di omicidio: 30 anni di prigione» si legge nell’articolo. Puigdemont ha scritto di dubitare che le persone coinvolte nell’indagine possano ricevere «un’udienza giusta e imparziale» e ha richiesto «un controllo dall’estero» per portare la crisi catalana a un esito politico, anziché giudiziario.

«Lo stato spagnolo deve onorare ciò che è stato detto tante volte negli anni del terrorismo: “fermate la violenza e possiamo discutere di qualsiasi cosa”» ha aggiunto Puigdemont. «Noi, i sostenitori dell’indipendenza catalana, non abbiamo mai scelto la violenza, anzi. Ma ora scopriamo che non è vero che tutto possa essere argomento di discussione».

La scorsa settimana l’ex presidente catalano è volato a Bruxelles con alcuni suoi colleghi di governo, poche ore prima che la procura nazionale spagnola annunciasse di volerli accusare di ribellione, sedizione e malversazione. Giovedì scorso, un giudice dell’Audiencia Nacional ha ordinato l’arresto di otto politici catalani e, il giorno dopo, ha spiccato un mandato europeo di arresto nei confronti di Puigdemont e di suoi quattro ex ministri. Domenica, infine, un giudice belga ha concesso ai cinque la libertà condizionata: essi dovranno apparire il 17 novembre in tribunale, dove il giudice deciderà se rendere esecutivo il mandato d’arresto.

31 ottobre – Carles Puigdemont

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foto via Politico.eu

«Ci siamo spostati a Bruxelles per rendere manifesto il problema catalano nel cuore dell’Europa e denunciare la politicizzazione della giustizia spagnola e l’assenza di imparzialità… e anche per dimostrare al mondo quanto è grave il deficit democratico nello Stato spagnolo»

Quest’oggi, Carles Puigdemont ha tenuto la sua prima conferenza stampa da Bruxelles, dove è giunto ieri. Ha immediatamente spiegato che non sta scappando dalla giustizia spagnola e che non vuole chiedere asilo in Belgio, ma che vi rimarrà sino a quando non gli saranno date garanzie di un processo equo. La sua intenzione è, invece, richiamare l’attenzione dell’Europa alla questione catalana, poiché «è un affare europeo e voglio che l’Europa reagisca». Puigdemont ha anche dichiarato di accogliere di buon grado le elezioni che sono state convocate da Rajoy, che ha invitato ad accettarne il risultato.

Diverse le reazioni di Bruxelles. Il Belgio ha un movimento indipendentista legato a quello catalano e questo potrebbe spiegare la scelta di Puigdemont e degli altri indipendentisti. La preoccupazione maggiore è, pertanto, che il rapporto con la Spagna si incrini per la loro presenza; Puigdemont si è premurato di sottolineare che la vicenda non coinvolge la politica belga bensì che «noi siamo qui perché Bruxelles è la capitale d’Europa».

La speranza di Puigdemont di incontrare benevolenza da parte delle istituzioni che, appunto, hanno sede a Bruxelles, sembra però essere vana. Guy Verhofstadt, presidente dell’ALDE, ha fatto dell’ironia su Puigdemont con un post su Facebook, mentre Juncker, presidente della Commissione Europea, ha dichiarato che l’EU non interverrà “in un dibattito interno alla Spagna, ma non voglio che l’Unione Europea in futuro consista di 95 stati membri”.

Qualche ora dopo la conferenza stampa di Puigdemont, Carmen Lamela, giudice della Corte nazionale (Audencia Nacional), ha confermato l’accusa di ribellione, sedizione e di appropriazione indebita contro l’ex-presidente della Generalitat e gli altri membri del suo governo. Sono chiamati a testimoniare giovedì e venerdì prossimi. Nel mentre, la corte costituzionale spagnola ha sospeso la dichiarazione unilaterale di indipendenza catalana.

27 ottobre – Mariano Rajoy

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foto via Twitter.com

«La storia non giudicherà solo gli eccessi, gli abusi o le illegalità a cui stiamo assistendo in Catalogna, giudicherà anche noi in quanto responsabili di elaborare una risposta»

Quest’oggi in Spagna è stata «un’indiavolata giornata di manovre politiche». Questa mattina il presidente Mariano Rajoy ha chiesto al Senato spagnolo l’autorizzazione per applicare l’articolo 155 della Costituzione. Nella sua arringa prima del voto, conclusasi con le parole sopra riportate, Rajoy ha spiegato che questa norma è necessaria «perché non ci sono altri rimedi possibili» e che gli obiettivi sono di restaurare la legalità, la convivenza e poter indire elezioni.

Quindi, nel primo pomeriggio, il Parlamento catalano ha approvato, con voto segreto, di dichiarare l’indipendenza e di intraprendere il processo costituente. Dei 153 aventi diritto, 70 sono stati a favore, 10 contrari e 2 gli astenuti, mentre l’opposizione (53 membri) si è rifiutata di partecipare al voto in quanto ritenuto illegale.

In risposta, Rajoy ha convocato una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri con la quale sono state stabilite alcune norme in rispetto al suddetto articolo 155: il Parlament è stato sciolto, Puigdemont e tutti gli altri membri del governo catalano sono stati rimossi, come pure i vertici dei Mossos d’Esquadra; inoltre, sono state indette elezioni per il prossimo 21 dicembre.

19 ottobre – Íñigo Méndez de Vigo

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foto via Cronicaglobal.elespanol.com

«Il Governo spagnolo, alle 10 di questa mattina, termine ultimo stabilito, ha preso atto della risposta negativa del presidente della Generalitat catalana all’ingiunzione che è stata presentata lo scorso 11 ottobre e con la quale veniva  richiesta che si comunicasse in forma chiara e precisa se qualche autorità della Catalogna avesse proceduto a dichiarare l’indipendenza della medesima Comunità Autonoma, e nella quale la si esortava a ristabilire l’ordine costituzionale alterato. Alla luce della mancata di risposta in questi termini, cioè chiari e precisi, il governo assume che non si è rispettata la sua ingiunzione»

Íñigo Méndez de Vigo

Quest’oggi alle 10 del mattino scadeva il termine ultimo posto dal governo spagnolo perché quello catalano rinunciasse alla dichiarazione di indipendenza. Pochi minuti prima, Carles Puigdemont, il presidente catalano, ha inviato la lettera di risposta, a cui è seguito un comunicato del governo centrale. Íñigo Méndez de Vigo, ministro portavoce del governo spagnolo, ne ha dato lettura in conferenza stampa.

Dopo che Puigdemont aveva dichiarato e immediatamente sospeso la dichiarazione di indipendenza, il presidente Rajoy ha richiesto precisione e chiarezza in merito. Nella lettera odierna, il ‘president’ catalano scrive che «il 10 ottobre, il Parlament ha celebrato una sessione con lo scopo di valutare l’esito del referendum e i suoi effetti», e di aver sospeso la dichiarazione, che, ribadisce, è ancora valida, per rendere possibile il dialogo. A tal proposito, Puigdemont ha sottolineato che il governo spagnolo non ha né accettato il suo invito a un intavolare una trattativa né ha alleggerito la repressione. Perciò, ha concluso con la seguente frase: «il Parlament de Cataluña potrà procedere, se lo ritiene opportuno, a votare la dichiarazione formale di indipendenza che non ha votato il 10 ottobre».

La risposta del governo spagnolo (in particolare nelle parole del suo portavoce) insiste sulla mancanza di chiarezza e precisione da parte di Puigdemont. Questo è il motivo per cui «il governo seguirà le procedure previste dall’articolo 155 della Costituzione». Quindi, il prossimo sabato sarà convocata una riunione straordinaria del consiglio dei ministri che stabilirà misure da far vagliare al senato, «per proteggere l’interesse generale degli spagnoli». Dunque, «nessuno deve dubitare», ha aggiunto de Vigo leggendo l’ultima frase del comunicato, «che il governo userà tutti i mezzi a propria disposizione per ripristinare quanto prima la legalità e l’ordine costituzionale, ristabilire la convivenza pacifica tra i cittadini e arrestare il rallentamento economico che l’insicurezza giuridica sta causando in Catalogna».

16 ottobre – Carles Puigdemont

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foto via Rainews.it

«Vogliamo discutere, così come fanno le persone nelle democrazie affermate, del problema che riguarda la maggioranza dei catalani che vogliono intraprendere il loro cammino come stato indipendente in Europa. La sospensione del mandato politico ricevuto alle urne l’1 ottobre dimostra il nostro convinto desiderio di trovare una soluzione e non uno scontro»

Carles Puigdemont

Il presidente catalano Carles Puigdemont non ha chiarito se col suo discorso di martedì scorso avesse dichiarato l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna, ma ha invece ribadito la sua richiesta di negoziati col governo spagnolo per risolvere la crisi che si è aperta in seguito al referendum catalano dell’1 ottobre.

Mercoledì scorso Mariano Rajoy, primo ministro spagnolo, aveva rivolto un ultimatum a Puigdemont, chiedendogli di confermare entro lunedì 16 ottobre se avesse dichiarato l’indipendenza della Catalogna e aggiungendo che, in caso di risposta affermativa, il presidente catalano avrebbe avuto tempo fino a giovedì 19 ottobre per ritrattare la sua dichiarazione: se Puigdemont si fosse rifiutato di farlo, il governo di Madrid sarebbe intervenuto per obbligare la Catalogna a rispettare la Costituzione e le leggi spagnole.

Oggi, giorno di scadenza dell’ultimatum, è stata pubblicata una lettera di Puigdemont a Rajoy: Puigdemont non ha risposto alla richiesta del primo ministro, ma ha invece chiesto un incontro per favorire il dialogo tra le parti «prima che la situazione degeneri ulteriormente».

«La priorità del mio governo è di percorrere incondizionatamente la strada del dialogo» ha scritto Puigdemont. «Vogliamo discutere, così come fanno le persone nelle democrazie affermate, del problema che riguarda la maggioranza dei catalani che vogliono intraprendere il loro cammino come stato indipendente in Europa. La sospensione del mandato politico ricevuto alle urne l’1 ottobre dimostra il nostro convinto desiderio di trovare una soluzione e non uno scontro».

Puigdemont ha proposto un periodo di due mesi da dedicare ai negoziati, prima che il suo governo decida di tirare dritto verso l’indipendenza; al tempo stesso, il presidente catalano ha chiesto alle autorità spagnole di interrompere «la repressione del popolo e del governo catalani», criticando la decisione dell’Audiencia Nacional di indagare per sedizione il capo della polizia catalana e i leader di due importanti organizzazioni pro-indipendenza.

«Nonostante tutto ciò che è accaduto, la nostra offerta di dialogo è sincera. Ma è logicamente incompatibile con l’attuale clima di repressione e minacce» si legge nella lettera. «Fissiamo il prima possibile un incontro che ci consentirà di sondare la possibilità di un primo accordo».

11 ottobre – Mariano Rajoy

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foto via En.protothema.gr

«L’esecutivo questa mattina ha deciso di chiedere formalmente al governo catalano di confermare se abbia dichiarato l’indipendenza dopo la confusione creata deliberatamente sulla sua applicazione. Questa richiesta, che precede ogni possibile misura che il governo può mettere in atto sotto l’articolo 155 della nostra Costituzione, serve ad offrire ai nostri cittadini la chiarezza e la sicurezza che un tema così importante richiede»

Mariano Rajoy

Il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, ha chiesto al governo catalano di chiarire se abbia o meno dichiarato l’indipendenza, accusando il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, di creare volontariamente confusione su questo argomento.

Martedì sera Puigdemont ha tenuto un discorso di fronte al parlamento catalano, riconoscendo i risultati del referendum sull’indipendenza dell’1 ottobre, considerato illegale dal governo e dalla magistratura spagnoli. Puigdemont ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna, ma ha anche detto di voler sospendere gli effetti della sua dichiarazione per cercare il dialogo con il governo di Madrid.

«Arrivati a questo momento storico, come presidente della Generalitat [il governo catalano], assumo, nel presentare i risultati del referendum di fronte a tutti voi e ai nostri cittadini, il mandato per far sì che il popolo della Catalogna diventi uno stato indipendente sotto forma di Repubblica» ha detto Puigdemont, che ha poi aggiunto: «Questo è quello che facciamo oggi con la massima solennità, per responsabilità e rispetto. E con la stessa solennità, il governo e io stesso proponiamo che il Parlamento sospenda gli effetti della dichiarazione d’indipendenza di modo che nelle prossime settimane possa iniziare un dialogo senza il quale non è possibile una soluzione condivisa».

Le parole di Puigdemont sono state denunciate come ambigue dal governo spagnolo. Già martedì sera, la vice-presidente Soraya Sáenz de Santamaría aveva definito l’intervento del presidente della Catalogna «il discorso di una persona che non sa dove si trova, verso dove va né con chi vuole andarci».

Mercoledì mattina anche il premier Rajoy ha battuto sullo stesso tasto. Nel corso di un discorso televisivo, Rajoy ha chiesto al governo catalano di chiarire «se abbia dichiarato l’indipendenza dopo la confusione creata deliberatamente sulla sua applicazione».

«La risposta del presidente catalano a questa domanda ci informerà su cosa accadrà nei prossimi giorni» ha detto Rajoy. «Se Puigdemont dimostrerà la volontà di rispettare la legge e di ristabilire la normalità istituzionale, potremo porre fine a un periodo di instabilità, di tensione e di rottura della coesistenza».

Nel pomeriggio, parlando di fronte al parlamento spagnolo, Rajoy ha quindi ribadito che il referendum catalano è stato un atto «illegale e fraudolento», bollando come «una favoletta» le parole di Puigdemont sull’indipendenza e assicurando che la Spagna risolverà la crisi per conto proprio, senza il bisogno di mediatori terzi, come invece aveva chiesto il presidente della Catalogna.

Rajoy ha inoltre messo per iscritto le richieste del governo spagnolo a Puigdemont. Stando a queste richieste, pubblicate dal quotidiano spagnolo El Paìs nella serata di mercoledì, Puigdemont avrebbe tempo fino alle 10 di lunedì 16 ottobre per chiarire se col suo discorso di martedì egli abbia dichiarato l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna o no. In caso di risposta positiva, il governo catalano avrà tempo fino alle 10 di giovedì 19 per ritrattare la dichiarazione.

Se non lo farà entro quel termine, il governo spagnolo chiederà al Senato l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, che consente al governo centrale di prendere controllo diretto di una comunità autonoma (come è la Catalogna) per obbligarla a rispettare la Costituzione e le leggi spagnole.

10 ottobre – Soraya Sáenz de Santamaría

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foto via Lasexta.com

«Dopo essersi spinto così lontano e aver condotto la Catalogna al più livello alto di tensione della sua storia, oggi il presidente Puigdemont ha messo la sua comunità autonoma nel più alto livello di incertezza. Il discorso del presidente della Generalitat è il discorso di una persona che non sa dove si trova, verso dove va né con chi vuole andarci. Il governo non può accettare che si dia validità alla legge catalana del referendum perché è sospesa dalla Corte costituzionale. La Generalitat non può esibire i risultati del primo di ottobre perché è stato un atto illegale, fraudolento e senza le più minime garanzie (…) Nè il signor Puigdemont né nessuno può trarre conclusioni da una legge che non esiste, da un referendum che non si è dato e dalla volontà del popolo catalano della quale, ancora una volta, vogliono appropriarsi. Allo stesso modo né il signor Puigdemont né nessuno può pretendere, senza neppure tornare alla legalità e alla democrazia, di imporre una mediazione. Il dialogo tra democratici si fa dentro la legge e rispettando le regole del gioco, e non inventandole a proprio piacimento»

Soraya Sáenz de Santamaría

Questa sera, la vice-presidente spagnola Soraya Sáenz de Santamaría ha tenuto una breve ma significativa conferenza stampa. A nome del presidente Rajoy, si è espressa in merito alla dichiarazione d’indipendenza proclamata, nel pomeriggio, dal presidente della Generalitat catalana Puigdemont. Anzitutto ha comunicato che il presidente spagnolo Rajoy ha convocato una sessione straordinaria del consiglio dei ministri per domani alle 9 del mattino. Quindi ha tracciato quella che, probabilmente, sarà la risposta del governo a Puigdemont, ovvero rifiuto delle pretese indipendentiste e di accettare che sia la Generalitat catalana a offrire la mediazione: «Nè il signor Puigdemont né nessuno può trarre conclusioni da una legge che non esiste, da un referendum che non si è dato e dalla volontà del popolo catalano della quale, ancora una volta, vogliono appropriarsi. Allo stesso modo né il signor Puigdemont né nessuno può pretendere, senza neppure tornare alla legalità e alla democrazia, di imporre una mediazione».

Le parole della vice-presidente rilevano, d’altro lato, anche la generale di incertezza suscitata tra gli indipendentisti dal discorso di Puigdemont: «è il discorso di una persona che non sa dove si trova, verso dove va né con chi vuole andarci». Puigdemont è stato molto ambiguo, ha usato «formule chimeriche», commenta El País, che hanno «congelato» la stessa dichiarazione d’indipendenza, aprendo molti dubbi sulle implicazioni giuridiche del suo intervento. Egli ha affermato: «come presidente della Generalitat [assumo], presentando i risultati del referendum al Parlamento e ai nostri concittadini, il mandato del popolo che la Catalogna diventi uno stato indipendente nella forma della repubblica. Questo è ciò che oggi dev’essere fatto, per responsabilità e per rispetto. Con la stessa solennità, il Governo e io stesso proponiamo che il Parlamento sospenda gli effetti della dichiarazione di indipendenza perché nelle prossime settimane instauriamo un dialogo senza il quale non è possibile giungere a un accordo. Crediamo fermamente che il momento imponga di non aumentare la tensione, bensì, soprattutto, volontà chiara e decisione per avanzare con le richieste del popolo catalano alla luce dei risultati del primo di ottobre».

L’attesa seduta del Parlamento catalano è iniziata con due ore di ritardo, a causa dei grandi dibattiti che l’hanno preceduta. La divergenze tra gli indipendentisti sono state confermate dal fatto che soltanto metà dell’aula del Parlament ha applaudito il discorso di Puigdemont. Nel successivo dibattito, è emersa la divisione tra i partiti catalani: ve ne sono alcuni che non ritengono valido il referendum e altri che, invece, vedono in atto un processo costituente; tra questi, tuttavia, non tutti hanno firmato il documento che sancisce l’indipendenza. Per esempo, il Cup lo ha sottoscritto ma ha spiegato che ciò è stato fatto per dare una base formale alle dichiarazioni di Puigdemont, rispetto alle quali c’è delusione.

8 ottobre – Mario Vargas Llosa

 

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foto via Elpais.com

 

«Cari amici. Tutti i popoli moderni o passati vivono nella loro storia momenti nei quali la ragione è spazzata via dalla passione. Ed è vero che la passione può essere generosa e altruista quando ispira la lotta alla povertà e alla disoccupazione. Ma la passione può anche essere distruttiva e feroce quando la muovono il fanatismo e il razzismo»

Mario Vargas Llosa

Quest’oggi scrittore peruviano, premio nobel per la letteratura nel 2010, Mario Vargas Llosa è stato invitato a parlare alla manifestazione contro il movimento indipendentista catalano. Organizzata dalla Societat Civil Catalana (SCC), la marcia si è svolta al grido di «recuperiamo il senno» e ha raccolto un’adesione che la polizia stima essere di 350 mila persone, mentre la SCC di 930 mila.

Llosa, divenuto cittadino spagnolo nel 1993, ha parlato al termine della manifestazione «senza lesinare sugli aggettivi». Ha esordito sostenendo che la spinta indipendentista è dovuta alla «passione nazionalista», la «religione laica, deplorevole eredità del peggiore romanticismo», che è «distruttiva e feroce quando la muovono il fanatismo e il razzismo». Inoltre, ha definito il movimento indipendentista una «congiura golpista» che vuole distruggere ciò che si è creato negli ultimi 500 anni, una storia congiunta della Spagna e della Catalogna. Nel suo discorso, ha sottolineato le conseguenze economiche di un’eventuale scissione; poi, ha ricordato l’epoca in cui  Barcellona era un luogo di «spiragli di libertà» nella Spagna franchista, il centro culturale a cui approdavano artisti sudamericani. Ha concluso, incitando a dimostrare agli «indipendentisti minoritari che la Spagna è ormai un paese moderno, un paese che ha fatto propria la libertà e che non rinuncierà a essa per una congiura che vuole portarlo indietro ad essere un paese del terzo mondo».

Offriamo di seguito la nostra traduzione del discorso di Mario Vargas Llosa.

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«Cari amici. Tutti i popoli moderni o passati vivono nella loro storia momenti nei quali la ragione è spazzata via dalla passione. Ed è vero che la passione può essere generosa e altruista quando ispira la lotta alla povertà e alla disoccupazione. Ma la passione può anche essere distruttiva e feroce quando la muovono il fanatismo e il razzismo.

La peggiore di tutte, quella che ha causato più sfracelli nella storia, è la passione nazionalista. Religione laica, deplorevole eredità del peggiore romanticismo. Il nazionalismo ha riempito la storia dell’Europa e del mondo, e quella della Spagna, di guerre, sangue e cadaveri. Da qualche tempo, il nazionalismo sta causando sfracelli anche in Catalogna.

È per quello che siamo qui adesso, per fermarlo. Per questo migliaia e migliaia di catalani sono usciti dalle loro case, in questa soleggiata mattina d’ottobre catalano. Sono catalani democratici, che non credono che siano traditori quelli che pensano cose diverse dalle loro. Sono catalani che non considerano l’avversario un nemico, che non insozzano le loro porte né distruggono le loro vetrine. Catalani che credono nella democrazia, nella libertà, nello Stato di diritto, nella Costituzione.

Oltre ai catalani, qui, questa mattina, migliaia di uomini e donne venuti da tutti gli angoli della Spagna – e perfino dal Perù -, per dire agli amici catalani che non solo soli, che siamo con loro, che vogliamo lottare assieme a loro per la libertà. Siamo armati di idee, di argomenti e di una convinzione profonda che la democrazia spagnola è fatta per durare a lungo. E che nessuna congiura indipendentista la distruggerà.

Non vogliamo che le banche e le imprese se ne vadano dalla Catalogna come se fosse una città medievale vessata dalla peste. Non vogliamo che i risparmiatori catalani ritirino il loro denaro per sfiducia, per l’insicurezza giuridica che promette loro il futuro della Catalogna. Vogliamo, invece, che i capitali e le imprese vengano in Catalogna perché torni ad essere, come tante volte nella sua storia, la capitale industriale della Spagna, la locomotiva del suo sviluppo e della sua prosperità.

Vogliamo che la Catalogna torni ad essere la Catalogna capitale culturale della Spagna, come era quando io venni a vivere qui, in quegli anni che ricordo con enorme nostalgia. Erano gli ultimi anni della dittatura franchista. La dittatura si stava sgretolando e faceva acqua da tutte le parti. E nessuna città spagnola sfruttò tanto quanto Barcellona quegli spiragli di libertà per aprirsi al mondo e prendere dal mondo le migliore idee, i migliori libri, tutti i grandi successi della avanguardia. Per questo venivano gli spagnoli a Barcellona. Perché qui l’aria era già quella europea, per capirci, quella della democrazia e della civilizzazione.

Qui, in quella Catalogna, si riunirono, dopo essersi dati la schiena durante la guerra civile, gli scrittori spagnoli e gli scrittori latinoamericani. Qui, io ho visto arrivare a Barcellona a ragazzi e ragazze da tutta l’America Latina, con aspirazione artistiche e letterarie, che venivano qui perché era qui che bisognava essere se uno voleva trionfare nel mondo dell’arte, del pensiero, della letteratura. Venivano qui come noi nelle generazioni precedenti andavamo a Parigi. Vogliamo che Barcellona, che la Catalogna, tornino ad essere la capitale della culturale della Spagna.

Cari amici. La Spagna è una paese antico. La Catalogna è un paese antico. 500 anni fa le loro storie si sono unite e si sono unite con le storie dei baschi, dei galiziani, del popolo dell’Extremadura, degli andalusi, ecc. Adesso, da 40 anni a questa parte, oltre ad essere il ricordo di un passato glorioso e a volte tragico, la Spagna è anche una terra di libertà, una terra di legalità. Questo l’indipendentismo non lo distruggerà.

C’è bisogno di molto più che una congiura golpista dei signori Puigdemont e Junqueras, e della signora Forcadell, per distruggere ciò che si è costruito in 500 anni di storia. Non lo permetteremo. Eccoci qui, cittadini pacifici, che crediamo nella coesistenza, che crediamo nella libertà. Dimostreremo a quegli indipendentisti minoritari che la Spagna è ormai un paese moderno, un paese che ha fatto propria la libertà e che non rinuncierà a essa per una congiura che vuole portarlo indietro ad essere un paese del terzo mondo.

Questa manifestazione supera tutto ciò che gli organizzatori più ottimisti speravano. Questa è la dimostrazione meravigliosa che Barcellona, che la Catalogna, come il resto della Spagna sono per la democrazia, per la legalità e per la libertà.

Viva la libertà! Visca Catalogna! Viva la Spagna!»

 

7 ottobre – Álex Ramos

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foto via Europapress.es

«Questa è una rivoluzione dei potenti, delle classi sociali più ricche della Catalogna, non degli oppressi. È una rivoluzione egoista. Mobilitano le persone, dicendo al mondo quanto sono scontenti, e poi bollano chiunque non sia d’accordo con loro come fascista»

Álex Ramos

Dopo giorni in cui l’attenzione mediatica a proposito del referendum in Catalogna si è concentrata sulle proteste e sulle manifestazioni dei sostenitori dell’indipendenza, stanno ora cercando di fare sentire la propria voce anche i catalani e gli spagnoli contrari alla secessione.

Sabato si sono tenute marce e manifestazioni in tutta la Spagna, riporta il Guardian, e in decine di città, inclusa Barcellona, la gente ha dato vita a delle “manifestazioni in bianco” per chiedere dialogo e cercare di smorzare i toni accesi che hanno caratterizzato le dichiarazioni degli ultimi giorni. I manifestanti, vestiti di bianco e senza bandiere, hanno marciato sotto uno slogan scritto sia in spagnolo che in catalano: Hablemos/Parlem, cioè “parliamo”.

Molte persone sono attese anche alla manifestazione anti-secessione che si terrà domenica a Barcellona e che è organizzata dalla Societat Civil Catalana (SCC), l’organizzazione principale che veicola le istanze a favore dell’unità della Catalogna con il resto della Spagna. La manifestazione sarà l’occasione per chiedere una nuova fase di dialogo col resto del paese; vi prenderanno parte anche intellettuali come lo scrittore peruviano e premio Nobel Mario Vargas Llosa e l’ex presidente del Parlamento europeo Josep Borrell.

«Il nazionalismo qui è etnico, non civico; è linguistico, culturale, tribale, sentimentale e romantico» ha detto all’Observer Álex Ramos, presidente della SCC, a proposito delle ragioni dei sostenitori dell’indipendenza catalana. «Non è come la rivoluzione francese, che chiedeva uguaglianza e libertà per tutti. Nel profondo questi nazionalisti ritengono di essere diversi dagli altri e, in ultima istanza, migliori di loro. Questa è una rivoluzione dei potenti, delle classi sociali più ricche della Catalogna, non degli oppressi. È una rivoluzione egoista. Mobilitano le persone, dicendo al mondo quanto sono scontenti, e poi bollano chiunque non sia d’accordo con loro come fascista».