18 novembre – Gerry Adams

Gerry Adams
foto via Spectator.co.uk (Getty)

«Leadership vuol dire riconoscere quando è il momento di cambiare, e quel momento è adesso»

Gerry Adams, esponente di spicco del repubblicanesimo irlandese, ha annunciato che, dopo più di 30 anni di presidenza, rinuncerà alla guida di Sinn Fein, il più importante partito per l’indipendenza di tutta l’Irlanda dal Regno Unito.

Adams, che ha 69 anni, è a capo di Sinn Fein dal 1983. Sabato, all’annuale conferenza del partito a Dublino, ha dichiarato che non si candiderà alle prossime elezioni per il parlamento irlandese. «Leadership vuol dire riconoscere quando è il momento di cambiare, e quel momento è adesso» ha detto Adams, spiegando che la sua decisione fa parte di un processo di transizione in corso ai vertici del partito.

AP News definisce Adams «una figura divisiva», riportando come sia considerato da alcuni un terrorista, mentre da altri un pacificatore. Sicuramente è stato un importante esponente del repubblicanesimo irlandese, movimento politico che vuole ottenere l’uscita dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito e la sua unificazione con la Repubblica d’Irlanda.

La fazione più importante dell’ala armata del movimento, Provisional IRA, è stata responsabile dell’uccisione di più di 1800 persone tra il 1970 e il 1997, nel corso di una violenta campagna per ottenere l’indipendenza dell’Irlanda del Nord, prima di deporre le armi definitivamente nel 2005. In molti, riporta AP News, sostengono che Adams abbia fatto parte dell’IRA a partire dal 1966 e sia stato per decenni un suo comandante, tesi che Adams ha sempre smentito. In tempi più recenti, è stato una figura chiave del processo di pacificazione culminato nel 1998 con la firma del Good Friday Agreement (“l’accordo del Venerdì Santo”).

Sinn Fein (che in gaelico irlandese significa “noi stessi”) dovrebbe eleggere il successore di Adams entro il prossimo anno.

 

26 giugno – Arlene Foster

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foto via Mirror.co.uk

«Oggi abbiamo raggiunto un risultato che è positivo per il Regno Unito, positivo per l’Irlanda del Nord e che permette alla nostra nazione di andare avanti per affrontare le sfide future»

Arlene Foster

Le elezioni nazionali dell’8 giugno avevano lasciato la premier uscente Theresa May in grande difficoltà. Il suo Partito Conservatore, infatti, non soltanto aveva perso 13 seggi rispetto alle elezioni precedenti, ma si era ritrovato addirittura senza la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni. L’unico partito in grado di fornire l’apporto necessario alla creazione di un nuovo governo May era il Partito Unionista Democratico (DUP) dell’Irlanda del Nord.

Oggi, dopo due settimane di negoziati, al termine di una riunione svoltasi presso il numero 10 di Downing Street, l’intesa tra i due partiti è stata raggiunta. Il testo dell’accordo di governo, della lunghezza di tre pagine, firmato dal deputato conservatore Gavin Williamson e dal deputato unionista Jeffrey Donaldson, è stato successivamente pubblicato su internet.

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La premier Theresa May stringe la mano ad Arlene Foster, leader del Dup, fuori da Downing Street (foto via Theguardian.com/Carl Court)

La leader del Dup, Arlene Foster, al termine della riunione, ha parlato ai giornalisti presenti a Downing Street. «A seguito dei risultati delle elezioni generali e del mandato affidatoci dal popolo dell’Irlanda del Nord, siamo stati in trattativa con il Partito Conservatore per vedere come fosse possibile sostenere il governo conservatore di minoranza in Parlamento» ha esordito la Foster, che ha continuato: «Oggi abbiamo raggiunto un accordo con il Partito Conservatore sul sostegno al governo in Parlamento. Questo accordo opererà per fornire un governo stabile nell’interesse nazionale del Regno Unito in questo momento vitale».

Dopo questa intoduzione, la leader del Dup ha parlato dell’accordo in maniera più specifica: «Come parte del nostro accordo politico, entrambe le parti hanno convenuto che non ci sarà alcun cambiamento per le pensioni “triple lock” e la natura universale del pagamento del combustibile invernale in tutto il Regno Unito. Siamo d’accordo a rispettare l’impegno della Nato di spendere il 2% del PIL per le forze armate e siamo inoltre impegnati a rispettare il Patto delle Forze Armate e la sua implementazione in tutto il Regno Unito».

L’intesa giunge, tuttavia, a caro prezzo per Theresa May. In cambio dell’appoggio esterno al governo, il Dup ottiene un finanziamento complessivo di 1,5 miliardi di sterline (circa 1,7 miliardi di euro) a favore dell’Irlanda del Nord; soldi che dovranno essere usati per dare impulso all’economia della regione e favorire gli investimenti in nuove infrastrutture, nell’educazione e nella sanità. A darne l’annuncio è la stessa Arlene Foster: «Accogliamo con favore questo sostegno finanziario di 1 miliardo di sterline nei prossimi due anni, oltre a fornire nuova flessibilità sui quasi 500 milioni precedentemente promessi all’Irlanda del Nord».

 

«Saluto questo accordo che ci permetterà di lavorare assieme nell’interesse dell’intero Regno Unito, per darci la certezza di cui abbiamo bisogno mentre ci apprestiamo ad uscire dall’Unione Europea, e aiutarci a costruire una società più forte ed equa» è il comunicato rilasciato, invece, da Theresa May che, archiviata la trattativa per il nuovo governo, può ora concentrarsi sul negoziato ben più importante con l’Unione Europea riguardante la Brexit.

La premier britannica ha poi affermato: «L’accordo chiarisce che restiamo fermi nel nostro impegno espresso nell’accordo del Venerdì santo e nei seguenti, e nel governare negli interessi di tutte le parti della comunità in Irlanda del Nord». L’esortazione della May riguarda la necessità per le forze politiche dell’Irlanda del Nord di raggiungere un’intesa che dia a Belfast un governo locale di unità nazionale, entro la scadenza stabilita da Londra del 29 giugno.

Adesso, dopo l’accordo tra la May e la Foster, il programma politico della legislatura, pronunciato la scorsa settimana dalla Regina Elisabetta, può finalmente essere sottoposto all’esame del Parlamento. Il voto è previsto per mercoledì o giovedì.

18 aprile – Theresa May

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foto via Thedailymash.co.uk

“Ho appena presieduto una riunione del Gabinetto e abbiamo concordato che il governo indirà le elezioni generali per il prossimo 8 giugno”

Theresa May

Parlando da Downing Street, il Primo Ministro inglese Theresa May ha annunciato a sorpresa la decisione, maturata al termine del Consiglio dei Ministri di questa mattina, di andare a elezioni anticipate. “Il solo modo per avere successo e sostegno nei prossimi anni è andare alle elezioni, quindi domani presenterò una mozione alla Camera dei comuni per il voto l’8 giugno”.

Nella giornata di domani, la Camera dei Comuni dovrà, pertanto, votare sulla mozione di proposta di elezioni anticpate che, per essere approvata, necessita di una maggioranza dei due terzi dei deputati. Nonostante il Partito Conservatore possa contare su una maggioranza molto risicata di circa 17 deputati, il voto finale si prevede essere una semplice formalità.

Jeremy Corbyn, leader del Partito Laburista, maggiore forza di opposizione nel Paese, ha accolto la notizia con entusiasmo: «Sono lieto della decisione della premier di dare ai cittadini britannici la possibilità di votare per un Governo che metterà al primo posto gli interessi della maggioranza. Il partito laburista offrirà una vera alternativa al Governo attuale».

Decisamente più fredde sono state le reazioni a Edimburgo e a Belfast. Nicola Sturgeon, Primo Ministro scozzese, ha commentato su Twitter dicendo che “i conservatori vedono la possibilità di spostare il Regno Unito a destra, far passare una Brexit dura e imporre nuovi tagli”. Colum Eastwood, invece, leader del Partito Social-Democratico e Laburista dell’Irlanda del Nord e capo dell’opposizione, sempre su Twitter ha  affermato che la scelta delle elezioni, in un momento in cui Belfast si trova senza un governo ufficiale in carica, dimostra la totale noncuranza del governo di Theresa May.


Al centro di tutto c’è la Brexit. La Gran Bretagna, dopo il referendum del 23 giugno scorso, ha deciso di attivare l’articolo 50 del Tue (trattato sull’Unione Europea) per abbandonare in via definitiva l’Unione Europea. Nei prossimi mesi, si svolgeranno i negoziati tra Bruxelles e Londra per definire le clausole, i tempi e i modi della separazione.

La debole maggioranza di cui dispongono i Conservatori e le divisioni interne a Westminster sono state il motivo principale che ha spinto il Premier May alla “riluttante conclusione” che non è possibile attendere il regolare termine della legislazione previsto per il 2020, ma che “l’unico modo per garantire la sicurezza e la stabilità per i prossimi anni sia attraverso nuove elezioni”.

L’unico modo per intraprendere una Brexit forte e decisa, nel pieno rispetto degli interessi nazionali, che vedono il Regno Unito sempre più lontano dall’Europa per abbracciare una politica più globale, rinsaldando cioè i legami col Commonwealth e con l’Anglosfera, è attraverso un governo saldo e con una maggioranza stabile.

Theresa May sa bene che questo risultato è alla sua portata. Infatti, secondo il parere quasi unanime dei maggiori sondaggisti britannici, il Partito Conservatore avrebbe circa 20 punti percentuali di vantaggio nei confronti del suo maggior rivale, il Partito Laburista. Questo consentirebbe ai Tories di ottenere una maggioranza piuttosto cospicua alla Camera dei Comuni, ridimensionando parecchio la presenza dei laburisti, già piuttosto indeboliti e divisi al loro interno, e lasciando soltanto le briciole a un Partito Liberal-Democratico ormai in caduta libera di consensi.

Se sul fronte interno Theresa May ha fatto bene i suoi conti, indicendo delle elezioni che, salvo clamorose sorprese, dovrebbero non solo riconfermarla a Downing Street, ma anche concederle un potere negoziale molto ampio nei confronti dell’Europa, sul fronte esterno, invece, il Regno Unito appare sempre piu in preda a spinte centrifughe.

Come affermato in precedenza, a Edimburgo e a Belfast tale decisione non è stata accolta favorevolmente. Non bisogna dimenticare, infatti, che sia Scozia che Irlanda del Nord, a differenza di Inghilterra e Galles, avevano votato ampiamente a favore del “Remain” al referendum dello scorso giugno.

A questo punto, due potrebbero essere le conseguenze a breve termine innescate dalla decisione odierna. La prima, ampiamente prevedibile, con la Scozia che potrebbe decidere di velocizzare le pratiche per indire un nuovo referendum sulla propria indipendenza. La seconda, meno scontata, con l’Irlanda del Nord che potrebbe seriamente decidere di fare anch’essa un passo indietro e pregiudicare gli Accordi del Venerdì Santo, il trattato politico su cui si fonda il delicato rapporto trilaterale tra Londra, Belfast e Dublino.

Insomma, ogni passo avanti verso la Brexit sembra accompagnare sempre più la disgregazione del Regno Unito.

4 marzo – Michelle O’Neill

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foto via Independent.co.uk (Getty Images)

“I nostri voti sono cresciuti. Penso che sia perché la gente sa che ci sono delle cose da fare. Il popolo si è espresso, ora sta a noi metterci al lavoro per sistemare ciò che è sbagliato ed esaudire i desideri dei cittadini”

Michelle O’Neill

Alle ultime elezioni per il parlamento dell’Irlanda del Nord, tenutesi giovedì scorso, il partito indipendentista Sinn Fein (“Noi stessi” in lingua irlandese) ha conseguito il suo miglior risultato: ha ottenuto 28 seggi, uno solo in meno rispetto al Democratic Unionist party (DUP), arrivato primo di misura. Il risultato di queste elezioni (indette anticipatamente in seguito allo scioglimento del precedente governo) ridisegna gli equilibri politici all’interno del parlamento: Sinn Fein, partito cattolico guidato dalla quarantenne Michelle O’Neill e sostenitore dell’unità dell’Irlanda, è passato dal 25 al 30%, mentre il DUP, protestante e unionista (cioè difensore della permanenza dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito), è sceso dal 35% delle elezioni precedenti al 31%.

DUP e Sinn Fein dovranno ora cercare di formare un governo di coalizione entro tre settimane. Se, passata la scadenza, i due partiti non avranno raggiunto alcun accordo, saranno indette nuove elezioni oppure, in alternativa, potrà essere temporaneamente imposta la “direct rule”, cioè il governo diretto da parte del parlamento del Regno Unito.

23 febbraio – Enda Kenny

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foto via Entertainment.ie

“Nel caso si verificasse [l’unificazione tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord], è importante che l’Irlanda del Nord possa avere l’opportunità di tornare membro dell’Unione europea.

Vogliamo che ciò venga messo per iscritto nell’accordo [su Brexit] che verrà negoziato”

Enda Kenny

Il primo ministro dell’Irlanda Enda Kenny ha chiesto che nell’accordo sulla Brexit che verrà negoziato tra Unione europea e Regno Unito venga inserita una disposizione che consenta all’Irlanda del Nord di tornare nella Ue, nel caso in cui l’Irlanda del Nord e l’Irlanda (il cui nome completo è Repubblica d’Irlanda) decidessero di tornare a far parte di un unico Stato. Kenny, che ha parlato alla stampa dopo un incontro col presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker a Bruxelles, ha detto che un precedente storico alla sua proposta è fornito dalla clausola che consentì alla Germania Est “in modo analogo” di entrare nella CEE in seguito alla caduta del muro di Berlino.

Enda Kenny è primo ministro della Repubblica d’Irlanda dal 2011. Il suo incarico istituzionale è più propriamente descritto dal termine Taoiseach, che in gaelico irlandese significa “capo”. È anche leader del partito politico Fine Gael (“Famiglia degli Irlandesi”), il quale è membro del Partito popolare europeo.