8 novembre – Hassan Rouhani

Iranian President Rouhani addresses the 72nd United Nations General Assembly at U.N. headquarters in New York
foto via Reuters.com

«Perché state mostrando ostilità verso i popoli della Siria e dell’Iraq? Perché state rafforzando l’Isis e lasciando i popoli della regione nelle sue mani? Perché interferite con gli affari interni del Libano e con la sua governance?»

Il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, è intervenuto oggi nella disputa in corso tra il suo Paese e l’Arabia Saudita e lo ha fatto lanciando a Riyad accuse molto pesanti: di esacerbare le ostilità in corso in Yemen; di sostenere finanziariamente lo Stato Islamico; di aver orchestrato e programmato le dimissioni, fatto senza precedenti, del Primo Ministro libanese Saad Hariri.

La risposta di Rouhani giunge a un giorno solo di distanza dalle dichiarazioni del Principe saudita Mohammad bin Salman, che aveva accusato Teheran di aver lanciato un attacco militare diretto all’Arabia Saudita, rifornendo i ribelli Houti in Yemen di diverse batterie di missili; accusa che Teheran ha rispedito immediatamente al mittente. Proprio domenica, infatti, Riyad aveva fatto sapere di aver intercettato uno di questi missili partito dallo Yemen e diretto proprio sulla capitale saudita.

Rouhani ha descritto l’attacco missilistico da parte degli Houthi come una legittima risposta all’aggressione saudita dello Yemen. «Come dovrebbe reagire il popolo yemenita al bombardamento del proprio Paese? Quindi non è loro permesso di usare le proprie armi? Se voi per primi fermaste i bombardamenti, vedreste se gli yemeniti non farebbero lo stesso», ha detto il Presidente iraniano.

Lo stesso Presidente ha poi difeso il ruolo che l’Iran sta svolgendo sia in Iraq che in Siria, nello sconfiggere militarmente lo Stato Islamico e nell’impedire la diffusione del terrorismo. «L’Iran è accusato di interferire nella regione, mentre sta aiutando l’Iraq e la Siria a combattere il terrorismo su richiesta di questi ultimi e siamo orgogliosi di poter fermare l’Isis dal raggiungiere i suoi obiettivi», ha affermato Rouhani.

«L’Arabia Saudita conosce la nostra forza, che è maggiore della sua, e non può fare niente contro l’Iran», ha poi dichiarato stamattina il Presidente iraniano, come riportato dalla tv libanese filo-iraniana al Mayadin. Successivamente, di fronte al Consiglio dei Ministri, Rouhani ha definito l’obiettivo primario del Paese: «Noi vogliamo la stabilità e la sicurezza della regione».

In particolare, Rouhani ha accusato l’Arabia Saudita di aver pilotato le dimissioni del Primo Ministro libanese Saad Hariri. «Non c’è alcun caso nella storia di un Paese che imponga alle autorità di un altro di dimettersi solo per interferire con i suoi affari interni. Questo è un evento senza precedenti nella storia. Dove andrete di questo passo?», ha detto il leader iraniano, che ha poi rincarato la dose nei confronti di Riyad, «Perché state mostrando ostilità verso i popoli della Siria e dell’Iraq? Perché state rafforzando l’Isis e lasciando i popoli della regione nelle sue mani? Perché interferite con gli affari interni del Libano e la sua governance?».

2 ottobre – Hillary Clinton

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foto via Cnbc.com

«Il nostro dolore non è abbastanza. Possiamo e dobbiamo mettere la politica da parte, prendere posizione contro la Nra (National Rifle Association) e lavorare insieme per evitare che questo succeda di nuovo»

Hillary Clinton

Notte di terrore a Las Vegas, al “Route 91 Harvest”, un festival di musica country. Durante uno dei concerti, tenutosi presso il Mandalay Bay Hotel, verso le dieci di sera (07:10 del mattino in Italia), un uomo ha aperto il fuoco sulla folla, sparando da una delle finestre al 32esimo piano dell’hotel. L’aggressore, il 64enne Stephen Paddock, residente nello stato del Nevada, si è ucciso prima che la polizia potesse intervenire per fermarlo.

Il bilancio complessivo, fino ad ora, parla di 58 morti e circa 515 feriti, di cui almeno una dozzina in condizioni gravi. Al momento della strage, circa 22 mila persone stavano partecipando al festival. Secondo quanto riporta la Cnn, si tratta della sparatoria più sanguinosa nella storia degli Stati Uniti. Prima di oggi, infatti, l’episodio più grave risaliva al 12 giugno 2016 a Orlando, Florida, quando 49 persone erano state uccise fuori da un night club, frequentato principalmente da omosessuali.

L’agenzia di propaganda Amaq ha più tardi riportato la notizia secondo cui Stephen Paddock fosse un soldato dello Stato Islamico. In un secondo comunicato, sempre l’Isis ha dichiarato che l’uomo si sarebbe convertito all’islam diversi mesi fa, cambiando persino il nome in Samir Al-Hajib. Tuttavia, per il momento, l’Fbi non ha trovato alcun legame esistente tra l’autore della strage e qualsivoglia organizzazione terroristica.

Quest’oggi il Presidente Donald Trump ha parlato alla nazione. Durante il suo discorso, Trump ha preferito concentrarsi sulle vittime e sui loro familiari, indirizzando loro il proprio sostegno e le proprie preghiere. «E’ stato un atto di pura malvagità», ha detto. Nonostante la rivendicazione dell’Isis, il Presidente non ha fatto alcun riferimento alla possibile matrice terroristica della strage, limitandosi a ringraziare le forze dell’ordine per il lavoro che stanno svolgendo.

L’accaduto ha riaperto il mai risolto dibattito interno all’America riguardante la legalizzazione delle armi. Hillary Clinton, che in campagna elettorale si era molto spesa per la limitazione di questa libertà, ha subito colto l’occasione per ribadire la sua posizione contraria alla vendita libera di armi. «Il nostro dolore non è abbastanza. Possiamo e dobbiamo mettere la politica da parte, prendere posizione contro la Nra (National Rifle Association) e lavorare insieme per evitare che questo succeda di nuovo», ha affermato in un tweet.

Bersaglio delle critiche della Clinton è la Nra (National Rifle Association), la più importante lobby americana delle armi. «La folla è fuggita al suono degli spari. Immaginate quanti morti se chi sparava avesse avuto un silenziatore, che è ciò che la Nra vuole rendere più facilmente acquistabile», è stato il messaggio del suo secondo tweet.

19 luglio – Benjamin Netanyahu

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foto via Bbc.com

«Penso che l’Europa debba decidere se vuole vivere e prosperare o se vuole avizzire e scomparire. Non sono molto politicamente corretto. So che è uno shock per alcuni di voi. È uno scherzo. Ma la verità è la verità, sia sulla sicurezza dell’Europa che sul futuro economico dell’Europa. Entrambe queste preoccupazioni impongono una diversa politica verso Israele»

Benjamin Netanyahu

Avrebbe dovuto essere un incontro a porta chiuse tra Israele e alcuni Paesi dell’Europa dell’Est. Invece, è bastato un microfono rimasto inavvertitamente acceso per pochi minuti per trasmettere in cuffia ai giornalisti presenti una serie di dichiarazioni piuttosto forti pronunciate da Benjamin Netanyahu nei riguardi dell’Unione Europea.

Il Primo Ministro era giunto ieri a Budapest, in quella che era la prima visita di un leader israeliano in Ungheria negli ultimi trent’anni. Oggi era previsto un incontro multilaterale con i leader dei Paesi del Gruppo di Visegrad: Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. L’obiettivo era trovare una linea comune anti-immigrazione, che prevedesse anche l’erezione di barriere e di recinzioni alle frontiere, allo scopo di bloccare il flusso di profughi e migranti provenienti dal Medio Oriente.

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Da sinistra: il premier Bohuslav Sobotka della Republica ceca, Benjamin Netanyahu di Israele, Viktor Orbán dell’Ungheria, Robert Fico della Slovacchia e Beata Szydło della Polonia, durante una conferenza stampa a Budapest (foto via Theguardian.com/Epa)

Netanyahu, che recentemente ha avuto un acceso diverbio con l’Unione Europea riguardante la legge che riconosce retroattivamente gli insediamenti israeliani in Palestina, osteggiata da Bruxelles in quanto ostacolerebbe il processo di pace, non ha perso l’occasione per attaccare duramente l’Europa e il suo atteggiamento ambiguo, per non dire ostile, nei confronti di Israele.

«L’Unione Europea è l’unica organizzazione di stati al mondo che stabilisce le sue relazioni con Israele, che le fornisce la tecnologia in ogni campo, sulla base delle condizioni politiche. L’unica! Nessuno lo fa» ha detto Netanyahu, che ha poi continuato: «È folle. È veramente folle. E non riguarda i miei interessi, sto parlando degli interessi dell’Europa».

Il Primo Ministro israeliano si è rivolto anche al suo omologo ungherese, Viktor Orban, che spesso in passato ha espresso posizioni anti-semite. «Penso di poter suggerire che ciò che risulta da questo incontro è la tua capacità di comunicare con i tuoi colleghi in altre parti d’Europa: aiutare l’Europa … non minare un paese occidentale che difende i valori europei e gli interessi europei e impedisce un’altra migrazione di massa in Europa» ha detto il leader israeliano, che ha poi proseguito: «Quindi smettetela di attaccare Israele. Iniziate a sostenerci».

A questo punto, Orban è intervenuto nel discorso e, ridendo, ha detto: «Signor Netanyahu, l’Unione Europea è ancora più unica. L’UE pone delle condizioni ai Paesi già all’interno dell’UE, non solo ai Paesi esterni». Secca e polemica la risposta di Netanyahu: «Penso che l’Europa debba decidere se vuole vivere e prosperare o se vuole avizzire e scomparire. Non sono molto politicamente corretto. So che è uno shock per alcuni di voi. È uno scherzo. Ma la verità è la verità, sia sulla sicurezza dell’Europa che sul futuro economico dell’Europa. Entrambe queste preoccupazioni impongono una diversa politica verso Israele».

«Siamo parte della cultura europea», ha continuato Netanyahu, «L’Europa finisce in Israele. A est di Israele, non esiste più l’Europa. Non abbiamo amici più grandi di quei cristiani che sostengono Israele in tutto il mondo. Non solo gli evangelisti. Se andassi in Brasile, sarei accolto con maggior entusiasmo che all’interno del mio partito, il Likud».

Importanti anche le parole pronunciate dal leader israeliano sulla crisi in Siria, in cui il suo Paese svolge un ruolo di primissimo piano. «Abbiamo bloccato il confine non solo con l’Egitto, ma sulle alture del Golan», ha detto, «Abbiamo costruito il muro perché c’era un problema con l’ISIS e con l’Iran che cercavano di costruirvi un fronte per il terrorismo». «L’ho detto a Putin, quando li vediamo trasferire armi a Hezbollah, gli faremo male. Lo abbiamo fatto una dozzina di volte» ha affermato sempre lo stesso Netanyahu, confermando che l’aviazione israeliana sta da tempo bombardando sia i convogli dell’Isis che quelli di Hezbollah e dei suoi alleati sciiti.

Ultime, ma non meno importanti, le dichiarazioni sulla politica estera americana in Medio Oriente, da cui traspare l’ostilità di Netanyahu verso Barack Obama e l’apprezzamento per la nuova amministrazione. «Abbiamo avuto un grosso problema (con gli Stati Uniti)». ha detto il Primo Ministro, «Ora penso che sia diverso. Nei confronti dell’Iran, c’è una posizione più forte. Gli Stati Uniti sono più impegnati nella regione e conducono più bombardamenti (in Siria). È una cosa positiva. Penso che siamo d’accordo sullo Stato Islamico, non siamo d’accordo sull’Iran».

9 luglio – Lise Grande

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foto via Un.org

«La battaglia si ferma, la crisi umanitaria continua»

Lise Grande

Quest’oggi Haider al-Abadi, il primo ministro iracheno, si è recato a Mosul e ha annunciato che lo Stato Islamico ha perso la battaglia per il possesso della città. La città, sotto il controllo dell’ISIS dal 2014, era la sua sede più importante in Iraq; proprio dalla moschea medievale di Grand al-Nuri, di recente rasa al suolo, il leader del gruppo terroristico aveva proclamato il califfato. Per l’ISIS la sconfitta significa che l’ultima grande città di cui dispone è Raqqa, in Siria, dove la pressione americana è già forte; l’Iraq, invece, ha riconquistato Mosul senza però aver raggiunto un accordo tra i gruppi sciiti e sunniti e ciò non faciliterà il processo di ricostruzione.

A Mosul il conflitto tra le forze armate irachene, supportate dagli USA, e l’ISIS è iniziato nell’ottobre scorso. Come riporta il corrispondente del The New York Times, Michael R. Gordon, nelle ultime settimane lo scontro è stato prettamente strada per strada, con le truppe dell’ISIS che si sono chiuse nella zona antica della città, dove ancora risiedevano circa 15 mila abitanti. Il governo iracheno non ha ancora dichiarato il numero dei soldati uccisi.

Per quel che riguarda i civili, l’ultimo rapporto dell’ONU, aggiornato a giugno, ritiene che siano 897 mila le persone evacuate dalla città. Al The New York Times, Lise Grande, deputata speciale per l’Iraq al segretariato generale delle Nazioni Unite, dice che soltanto nella zona antica della città, dove l’ISIS ha resistito di più, sono 32 mila le abitazioni distrutte, e che i costi per le più urgenti ricostruzioni, perciò, ammontano a 700 milioni di dollari.

Di certo, l’ISIS non può dirsi definitivamente sconfitta; il generale americano Nagata, in una recente intervista, citata dal Times, ha sottolineato che la sua forza si può capire dal fatto che nonostante gli ingenti danni inflitti dalla coalizione, l’ISIS riesca ancora ad operare. Le parole di un abitante di Mosul raccolte dal sopracitato M. R. Gordon, invece, restituiscono l’idea che l’ISIS sia ancora un nemico in forze e di quanto la ricostruzione umanitaria sia importante per concludere la guerra: «L’ISIS ha distrutto la mentalità della gente, e la guerra ha distrutto le infrastrutture, e noi paghiamo dazio. Non ci sarà una fase post-ISIS. L’ISIS è una mentalità, e a questa mentalità non si pone fine soltanto con le armi».

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foto via NyTimes.com (Ahmad Al-Rubaye/Agence France-Presse)

 

7 giugno – Ali Khamenei

Ali Khamenei
foto via Washingtontimes.com

“La nazione iraniana sta andando avanti, e lo scherzo di oggi con i petardi non influenzerà la forza di volontà del popolo. Tutti devono rendersi conto di questo: i terroristi sono troppo deboli per influenzare la forza di volontà del popolo iraniano e delle sue autorità”

Ali Khamenei

La Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Sayyid Ali Hosseini Khamenei, ha risposto ufficialmente al duplice attentato terroristico che oggi pomeriggio ha colpito Teheran, la capitale iraniana, provocando almeno 12 morti. Il messaggio di Khamenei, rivolto ai terroristi e al mondo intero, è chiaro e deciso: «La nazione iraniana sta andando avanti, e lo scherzo di oggi a Teheran con i petardi non influenzerà la forza di volontà del popolo».

Questo pomeriggio un commando armato ha fatto irruzione nel Parlamento, mentre era in corso una seduta, avrebbero preso in ostaggio alcuni deputati e, poco dopo, uno di loro si sarebbe fatto esplodere all’interno dell’edificio. Il gruppo sarebbe entrato indisturbato, con i terroristi travestiti da donna, col chador tradizionale, ma con anche armi ed esplosivo sotto le tuniche. Stando all’genzia di stampa iraniana Mehr News, un blitz delle forze dell’ordine avrebbe liberato il Parlamento e ucciso quattro terroristi.

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Evacuazione di civili dal Parlamento di Teheran (foto via Repubblica.it)

Contemporaneamente, nella zona sud della capitale, presso il mausoleo dell’imam Khomeini, un gruppo armato ha fatto fuoco sulla folla dei pellegrini lì presenti e uno degli attentatori, forse una donna, si sarebbe fatto esplodere. Entrambi gli attentati sono stati rivendicati dall’Isis; è la prima volta che lo Stato Islamico colpisce in Iran.

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Esplosione al mausoleo di Khomeini a Teheran (foto via Repubblica.it)

L’ayatollah Khamenei, che stava tenendo un incontro con un gruppo di studenti e di rappresentanti di associazioni di studenti universitari provenienti da tutta la nazione, ha tenuto a far sapere che l’Iran non ha paura del terrorismo e che continuerà nella sua lotta contro lo Stato Islamico. «Loro [i terroristi] sono troppo deboli per influenzare la forza di volontà del popolo iraniano e delle sue autorità. Con il volere di Dio, saranno eliminati».

Non soltanto, la Guida Suprema ha voluto anche rimarcare la solitudine dell’Iran nella lotta sul campo contro l’Isis. «Questo rivela che, se la Repubblica islamica non avesse resistito al centro di tutti questi complotti, avremmo avuto molti più problemi di questo tipo nel paese».

Khamenei non ha voluto nemmeno tacere sulle responsabilità delle altre potenze mondiali (riferendosi implicitamente agli Stati Uniti) per la situazione attuale del Medio Oriente: «Le politiche delle potenze mondiali in Asia Occidentale sono giunte al capolinea. Loro volevano portare il disordine in Iraq e in Siria, ma la Rivoluzione Islamica è riuscita a impedirlo».

Anche il presidente iraniano Hassan Rouhani ha rivolto al suo popolo un appello all’unità e alla resistenza nella lotta contro il terrorismo sunnita. «Gli attacchi a Teheran renderanno l’Iran più unito e determinato nella lotta contro il terrorismo – ha detto all’agenzia iraniana Isna News – La nazione iraniana sconfiggerà tutti i piani nemici con l’unità e con più forza».

Dopo la recente crisi diplomatica tra le monarchie del Golfo Persico e il Qatar, l’attacco terroristico odierno accentua ulteriormente la frattura tra Iran e Arabia Saudita. Infatti, la dichiarazione rilasciata dalla Guardia Rivoluzionaria iraniana accusa direttamente Riyad: «Questa azione terroristica, avvenuta una settimana dopo la riunione del Presidente degli Stati Uniti con il leader di uno dei governi reazionari della regione (l’Arabia Saudita)… mostra quanto essi siano coinvolti in questa azione selvaggia».

5 giugno – Sadiq Khan

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foto via Telegraph.co.uk

“Sono arrabbiato e furioso per il fatto che questi tre uomini stiano cercando di giustificare le loro azioni, strumentalizzando la religione a cui appartengo”

Sadiq Khan

Nel primo pomeriggio, nei pressi di London Bridge, uno dei più celebri ponti di Londra, teatro sabato sera di un attacco terroristico (rivendicato dall’Isis) in cui hanno perso la vita almeno 7 persone, si è tenuta una conferenza stampa congiunta tra il sindaco di Londra, Sadiq Khan, e il capo della Polizia Metropolitana, Cressida Dick.

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L’inizio della conferenza stampa tra il capo di Scotland Yard, Cressida Dick, e il sindaco di Londra, Sadiq Kahn (foto via Thesun.co.uk)
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Cressida Dick accompagna Sadiq Khan verso il London Bridge (foto via Thesun.co.uk)

Khan ha esordito sottolineando il ruolo di Londra come città aperta e multiculturale: «Quando scopri che le vittime comprendono persone non soltanto di Londra, ma dell’Australia, Nuova Zelanda, Canada, Francia, Spagna e altre parti del mondo, ti rendi conto di quanto Londra sia veramente una città globale».

Il ruolo della Polizia Metropolitana è stato determinante e il suo operato inappuntabile, secondo Kahn, che non ha lesinato complimenti e stima nei confronti delle forze dell’ordine impegnate sabato sera durante l’emergenza. «Tutti noi dovremmo rendere omaggio per lo straordinario lavoro svolto dalla polizia e dai servizi di sicurezza. La rapidità del loro intervento ha permesso che un numero minore di vite fosse perso e che il numero dei feriti fosse minore – ha detto il sindaco, che poi ha continuato – E’ triste che alcuni agenti siano rimasti feriti molto seriamente durante l’attacco di sabato sera. Questa è la conseguenza del loro precipitarsi verso il pericolo, incoraggiando la gente a fuggire e rischiando la vita durante l’operazione».

Sadiq Khan, che è di origini pakistane ed è di religione musulmana, in quanto credente e membro della comunità islamica, ha tenuto particolarmente a condannare il terrorismo e chi contribuisce a diffonderlo: «L’attacco di sabato sera da parte di questi tre uomini è stato codardo, è sbagliato».

«Sono arrabbiato e furioso per il fatto che questi tre uomini stiano cercando di giustificare le loro azioni, strumentalizzando la religione a cui appartengo. L’ideologia che essi seguono è perversa, è dannosa e non trova alcun posto all’interno dell’islam. Condanno questo attacco terroristico, ma anche l’ideologia velenosa che questi e altri uomini seguono».

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Il sindaco Kahn visita la zona dell’attentato (foto via Thesun.co.uk)

Il sindaco ha, infine, invitato la cittadinanza intera a recarsi al Potter’s Fields Park questa sera alle 6 (ora locale) per ricordare le vittime dell’attacco di sabato sera: «Moltissime persone ci hanno chiesto come possiamo ricordare coloro che hanno perso la vita e per rendere omaggio a coloro che sono stati colpiti dall’incidente di sabato, come possiamo mostrare al mondo che la Città non verrà sconfitta dal terrorismo. Ecco che terrò una veglia nei pressi di Potter’s Fields Park stasera alle 6».

«Ricorderemo le vittime e le loro famiglie, ringrazieremo la polizia e le forze di sicurezza e dimostreremo che Londra non si farà spaventare dal terrorismo, né permetteremo che questi terroristi accrescano le divisioni e separino le nostre comunità» ha concluso Kahn.

23 maggio – Theresa May

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foto via Metro.co.uk

“Queste sono le immagini che incarnano lo spirito di Manchester e lo spirito della Gran Bretagna, uno spirito che, pur attraverso anni di conflitto e di terrorismo, non si è mai spezzato e non si spezzerà mai”

Theresa May

Dal palco appositamente allestito fuori dal numero 11 di Downing Street, il Premier britannico Theresa May ha tenuto il suo discorso alla nazione, dopo l’attentato sanguinario di questa notte avvenuto a Manchester.

“I nostri pensieri e le nostre preghiere sono per le vittime, e per le famiglie e gli amici e per tutti coloro che sono in qualche modo coinvolti” ha detto il Premier May, “Questo è stato uno tra i peggiori incidenti terroristici mai avveuti nel Regno Unito. E nonostante non sia la prima volta che Manchester soffra in questo modo, è il peggiore attacco che la città abbia mai subito e il peggiore ad aver mai colpito l’Inghilterra del Nord”.

“Tutti gli atti di terrorismo sono degli attachi codardi contro persone innocenti, ma questo attacco risalta per la codardia tanto evidente quando nauseante; prendere di mira intenzionalmente dei bambini innocenti e indifesi e ragazzi giovani che avrebbero dovuto godersi una delle notti più memorabili della loro vita”; è stato il passaggio più toccante di tutto il discorso.

Alle ore 22.30 circa (23.30 ora italiana) un ordigno è esploso alla Manchester Arena, mentre stava per terminare il concerto della popstar americana Ariana Grande. La polizia è intervenuta quasi subito, avendo ricevuto decine di segnalazioni da parte di persone che si trovavano al concerto. Sul posto sono arrivate decine di mezzi di soccorso e tutta l’area dell’Arena, che comprende anche la stazione dei treni di Victoria, è stata chiusa al pubblico. Gli artificieri hanno esaminato la zona e fatto esplodere in modo controllato un oggetto sospetto, che si è però rivelato innocuo.

L’ordigno, che secondo quanto riportano alcuni media potrebbe trattarsi di una bomba con dentro anche dei chiodi, avrebbe ucciso 22 persone, ferendone altre 59. L’esplosione, secondo la ricostruzione del New York Times, sarebbe avvenuta nei pressi di una delle uscite del palazzetto. Più precisamente, nello spazio compreso tra l’Arena e l’adiacente Victoria Station. Anche il momento non sarebbe stato casuale: la fine del concerto, quando gli spettatori stavano cominciando lentamente a muoversi verso le uscite.

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Manchester Arena e Victoria Station (foto via Newyorktimes.com)

La Polizia di Manchester ha rilasciato una breve nota in cui comunica ufficialmente il numero delle vittime e dei feriti, rendendo noto che “stiamo considerando questo come un attacco terroristico e che crediamo, a questo punto, che l’attacco della scorsa notte fosse condotto da un uomo solo”.

Proprio riguardo alle indagini in corso, Theresa May ha ribadito quanto già affermato dalla polizia di Manchester: “La polizia e i servizi di sicurezza credono che l’attacco sia stato condotto da un uomo solo. Ma adesso devono verificare se stava agendo da solo o come membro di un gruppo più numeroso”. Aggiungendo, poi, che la polizia e i servizi di sicurezza “credono di conoscere l’identità dell’attentatore, ma a questo punto dell’indagine non possiamo ancora confermare il suo nome”.

Nel corso della giornata, la Great Manchester Police (GMP) ha fatto significativi passi avanti nelle indagini riguardanti l’attentato. Tramite il suo profilo Twitter, ha fatto sapere di aver arrestato un 23enne nella zona Sud di Manchester, nei pressi dell’Arndale Center, anche se le sue presunte connessioni con l’attacco sono ancora da dimostrare. Gli altri due fermi, invece, sono avvenuti a Whalley Range, nell’area metropolitana di Manchester, e Fallowfield, quartiere a circa 4 chilometri dal centro della città.

Poco fa, infine, sempre in una nota su Twitter, la polizia ha reso noto l’identikit dell’attentatore: il suo nome sarebbe Salman Abedi, di 22 anni, nato e cresciuto a Manchester, ma di probabili origini libiche.

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Lo Stato Islamico (Is) aveva rivendicato l’attentato, prima che fosse rivelato il nome di Abedi. L’agenzia di stampa fiancheggiatrice Amaq aveva pubblicato un comunicato, ripreso poi da Site, in cui si legge: “Uno dei soldati del Califfato è riuscito a posizionare ordigni esplosivi in mezzo a un raduno di crociati nella città britannica di Manchester, dove è avvenuta l’esplosione nell’edificio Arena. Per chi venera la Croce e i loro alleati il peggio deve ancora venire. Sia lode al Signore”. Su molti siti jihadisti, invece, ri sipetono le medesime parole: “Le bombe dell’aviazione britannica sui bambini di Mosul e Racca sono tornate al mittente”.

“Il livello di minaccia rimane alto. Questo significa che un altro attacco risulta altamente probabile” ha affermato la May. La Gran Bretagna rimane, quindi, in stato d’allerta. Saranno almeno 400 i poliziotti e gli agenti di sicurezza impiegati e altri potrebbero essere destinati nei prossimi giorni al mantenimento della sicurezza pubblica.

In un comunicato della polizia, si legge che è stata ulteriormente rafforzata la sicurezza nella Capitale, soprattutto in coincidenza dei due grandi eventi sportivi del fine settimana. Infatti, sabato 27 si terrà sia la finale di FA Cup tra Arsenal e Chelsea allo stadio di Wembley, che la finale della Premiership di Rugby tra Wasps e Exeter Chiefs allo stadio di Twickenham.

L’attentato di Manchester ha avuto eco in tutto il mondo, con i leader di molti Paesi che non hanno fatto mancare il loro messaggio di cordoglio nei riguardi delle vittime e di vicinanza e amicizia verso il Regno Unito. Innanzitutto, il Presidente americano Donald Trump che, in una conferenza stampa congiunta con il presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha definito gli attentatori dei “losers”, ossia dei “perdenti”. “Questa ideologia perversa deve essere cancellata, e intendo completamente cancellata, e le vite innocenti devono essere protette. Tutte le nazioni civilizzate devono unirsi a noi per proteggere la vita umana e il diritto sacro di ogni cittadino di vivere in pace e in sicurezza”, ha detto Trump, riecheggiando il discorso dell’altro ieri a Riyad sul terrorismo.

Messaggi di sostegno anche dall’Italia, tramite il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, con Palazzo Chigi che ha issato le bandiere a mezz’asta. Messaggi anche dal presidente della Spagna Mariano Rajoy, dal primo ministro greco Alexis Tsipras, e dal presidente francese Emmanuel Macron.

Meno scontato, ma comunque sentito, il cordoglio del Presidente russo Vladimir Putin. Anche il Commissario europeo Jean Claude Junker, sotterrata momentaneamente l’ascia di guerra della Brexit, ha espresso la sua vicinanza al popolo britannico, con il Palazzo della Commissione Europea che ha anch’esso issato le bandiere dell’Unione a mezz’asta.

https://twitter.com/EU_Commission/status/866924552718360577/photo/1?ref_src=twsrc%5Etfw&ref_url=http%3A%2F%2Fwww.ilpost.it%2F2017%2F05%2F23%2Fstrage-manchester-notizie%2F

Importante, più per la valenza simbolica, che per le parole in se, è la condanna dell’attentato da parte del Consiglio Musulmano della Gran Bretagna (MCB). “Questo è orribile, questo è criminale” recita il comunicato pubblicato in mattinata da Harun Khan, Segretario Generale del Consiglio.

Sempre su Twitter, ha scritto un messaggio anche Ariana Grande, la 23enne cantante americana che stava concedendo il bis al suo pubblico mentre, a pochi metri da lei, avveniva il disastro. “Distrutta. Dal profondo del mio cuore, sono così dispiaciuta. Non ho parole”.

La cantante ha deciso di sospendere tutte le date in Europa del suo tour mondiale, tra cui gli appuntamenti del 15 giugno a Roma e del 17 giugno a Torino. Il suo staff l’ha descritta come “nel pieno di un crollo nervoso. Non è nelle condizioni di potersi esibire per nessuno”. Per il momento, Ariana Grande non è in grado di pianificare un ritorno sulle scene. Una valutazione per il tour mondiale sarà fatta quando lei e il suo team saranno emotivamente pronti.

Intanto, anche Theresa May ha confermato che “la campagna elettorale per le prossime elezioni generali è stata sospesa”. Parole simili per il leader dell’opposizione e principale rivale della May, il segretario del Partito Laburista Jeremy Corbyn: “Ho parlato con il Primo Ministro e abbiamo convenuto che la campagna nazionale per le elezioni generali rimarrà sospesa fino a ulteriore avviso”.

 

20 maggio – Re Salman

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foto via Bbc.com

“Diamo il benvenuto al Presidente degli Stati Uniti Trump in Arabia Saudita. Signor Presidente, la sua visita rafforzerà la nostra collaborazione strategica, come guida verso la sicurezza e la stabilità globale”

Re Salman

E’ atterrato questa mattina presto a Riyad, capitale dell’Arabia Saudita, l’Air Force One, con a bordo il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ad attenderlo al terminal dell’aeroporto c’era un lungo tappeto rosso e un’intera delegazione saudita, con a capo il Re in persona, Salman Bin Abdulaziz Al Saud, che in precedenza aveva scritto un messaggio di benvenuto su Twitter per il Presidente americano.

I due capi di stato si sono scambiati una stretta di mano e un breve saluto, tra squilli di trombe, spari di cannone e le acrobazie dei jet militari sauditi che hanno disegnato nel cielo i colori della bandiera americana: rosso, bianco e blu. “Sono molto felice di vederti” ha detto Re Salman, a cui Trump ha risposto: “E’ un grande onore”. Insieme hanno poi posato per alcune foto nella Sala Reale dell’aeroporto.

Trump resterà in Arabia Saudita fino a domani, domenica 21 maggio. Poi si recherà per due giorni in Israele, con tappe a Tel Aviv, Gerusalemme e Betlemme. In seguito, andrà a Roma, dapprima in visita in Vaticano da Papa Francesco e poi dal Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni. Il 25 maggio volerà, invece, a Bruxelles, dove peraltro incontrerà per la prima volta il neo-Presidente francese Emmanuel Macron. Infine, il 26 e il 27 maggio sarà di nuovo in Italia, nell’isola sicula di Taormina, dove si terrà il G7.

Si tratta della prima visita ufficiale all’estero per Donald Trump, che capita proprio in un momento in cui la sua posizione a Washington è tutt’altro che rosea. Lo scandalo conosciuto come Russiagate, il processo all’ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, il licenziamento del direttore dell’Fbi Comey, le rivelazione dei segreti di intelligence sulla Siria al Ministro degli esteri russo Lavrov costituiscono una miscela potenzialmente esplosiva per il Presidente.

Oggi, il Washington Post riporta un’altra pessima notizia per Trump. Gli investigatori che indagano sui presunti rapporti tra l’amministrazione in carica e la Russia avrebbero indviduato un alto funzionario della Casa Bianca, molto vicino al Presidente, come elemento chiave per fare luce sulla vicenda. Secondo il quotidiano inglese Independent, la “persona di interesse” a cui fanno riferimento le indagini e che dovrebbe essere interrogata dall’Fbi è Jared Kushner, il marito della figlia Ivanka e consigliere personale del Presidente.

Lontano dai fantasmi di Washington, Trump può concentrarsi sull’Arabia Saudita, da sempre l’alleato arabo più fidato e più fedele degli Stati Uniti. L’obiettivo primario dei due Paesi, in particolare di Riyad, è di recuperare un rapporto che si era parecchio deteriorato durante la Presidenza Obama. Infatti, l’impegno profuso dall’amministrazione Obama per giungere a un accordo sul nucleare con l’Iran, conosciuto come “Joint Comprehensive Plan of Action”, aveva fatto suonare più di qualche allarme in casa Saud. Il timore diffuso era che la “dottrina Obama” volesse porre Teheran come perno dell’equilibrio politico e militare del Medio Oriente, togliendo questo compito proprio all’Arabia Saudita.

Sicuramente Trump non parlerà né di diritti umani né di tolleranza religiosa, come aveva fatto Obama al Cairo nel 2009. Come riporta il New York Times, domani il Presidente dovrebbe tenere un discorso ufficiale in cui chiamerà a raccolta tutti il mondo musulmano a unirsi nella lotta al terrorismo e all’estremismo religioso. In particolare, il Presidente ha di mira lo Stato Islamico (Is), che minaccia la stabilità e l’esistenza della stessa monarchia saudita.

Trump si è recato a Riyad soprattutto per chiudere affari importanti. Soltanto la compagnia petrolifera di stato saudita Aramco, per voce del suo capo Amin Nasser, ha dichiarato di aspettarsi un accordo da almeno 50 miliardi di dollari con altre 10 compagnie petrolifere americane. Del resto, Trump era accompagnato, sull’Air Force One, da una delegazione di uomini d’affari, tra cui Larry Fink di Blackstone, Michael Corbat di Citigroup, Roy Harvey di Alcoa, Adena Friedman del Nasdaq e il consigliere finanziario Michael Klein.

Tuttavia, gli affari maggiori sono previsti dalla cooperazione militare. Sempre secondo il New York Times, Stati Uniti e Arabia Saudita dovrebbero annunciare un nuovo accordo, già siglato dalle due parti, per la vendita di armi e tecnologia militare. L’accordo prevede la cessione di armamenti americani a Riyad per un totale di 110 miliardi di dollari nel corso dei prossimi 10 anni. A beneficiarne sarà soprattutto la multinazionale Lockheed Martin, che avrebbe pronto un sistema missilistico THAAD del valore di circa un miliardo, oltre a un sistema di controllo dei missili di tipo informatico e satellitare. Riporta, sempre il New York Times, che nell’accordo sarebbe intervenuto direttamente proprio Jared Kushner, il quale sarebbe riuscito a ottenere direttamente dalla Lockheed uno sconto ad hoc per i sauditi.

Un tale riarmo militare serve a Riyad, innanzitutto, per contrastare la crescente minaccia rappresentata dall’Iran. In secondo luogo, per affrontare la difficile e potenzialmente disastrosa campagna militare in Yemen. Lo stesso governo saudita ha confermato che questa notte, proprio in concomitanza con l’arrivo dell’Air Force One, è stato intercettato un missile lanciato dal suolo yemenita. I responsabili dell’attacco sarebbero i ribelli Houthi, una tribù sciita alleata dell’Iran, che avrebbero potuto colpire la capitale; il missile, infatti, stando al resconto delle autorià saudite, sarebbe stato stato intercettato a soli 200km da Riyad.

28 marzo – Donatella Rovera

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foto via Twitter.com

“Le prove che abbiamo raccolto a Mosul Est evidenziano una ripetizione di attacchi aerei da parte della coalizione a guida Usa che hanno raso al suolo abitazioni con intere famiglie all’interno. L’elevato numero di vittime civili lascia supporre che le forze della coalizione non abbiano preso precauzioni adeguate per evitarle, in evidente violazione del diritto internazionale umanitario… Dato che le autorità irachene avevano ripetutamente invitato la popolazione civile a rimanere in casa anziché a fuggire, le forze della coalizione avrebbero dovuto sapere che i loro attacchi avrebbero probabilmente causato un alto numero di vittime. Gli attacchi sproporzionati e gli attacchi indiscriminati violano il diritto internazionale umanitario e costituiscono crimini di guerra. Il governo iracheno e la coalizione a guida Usa devono immediatamente avviare un’indagine indipendente e imparziale sul devastante numero di vittime causato dall’operazione Mosul”

Donatella Rovera

Quest’oggi, un nuovo attacco aereo della coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, ha distrutto un edificio a Mosul, in Iraq, e fatto strage di civili. Da febbraio, la città, dove nel 2014 è stato fondato lo “Stato islamico”, è al centro dell’offensiva della coalizione che sta strappando territori a Daesh e che, come registra il “New York Times”, ha assunto un atteggiamento più aggressivo, benvenuto dalle forze irachene. Inoltre, ciò che caratterizza la battaglia di Mosul è che, secondo le stime delle Nazioni Unite, nella città sono presenti ancora 400 mila civili i quali, a differenza degli abitanti di Fallujah e Ramadi e di altre città dove si è combattutto, non fuggono poiché “più volte, hanno ricevuto, dalle autorità irachene, l’istruzione di rimanere nelle loro case”.

Questo è uno dei fatti denunciati da Donatella Rovera, Alta consulente per le risposte alle crisi di Amnesty International, che ha raccolto sul campo numerose testimonianze di civili. Sebbene tutti gli eserciti impegnati in un conflitto debbano prendere ogni misura necessaria per ridurre al minimo i danni ai civili, dal reportage emerge invece che gli attacchi aerei e i combattimenti a terra avvengono con continue e gravi violazioni dei diritti internazionali umanitari, anche da parte della coalizione. Infatti, non solo i civili non stati evacuati e subiscono i bombardamenti, che sono già stati posti sotto indagine, ma in più i militari dello Stato islamico fanno uso di scudi umani e le forze di terra della coalizione internazionale attaccano con mortai e armi esplosive imprecise, destinati più a scontri in campo aperto che in centri urbani.

19 febbraio – Haider al-Abadi

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foto via Ibtimes.com

“Le nostre forze armate stanno dando inizio alla liberazione dei cittadini dal terrore di Daesh.

Annunciamo l’inizio di una nuova fase dell’operazione. Ninive, stiamo arrivando a liberare la parte ovest di Mosul”

Haider al-Abadi

Con un breve discorso televisivo, il primo ministro dell’Iraq Haider al-Abadi ha annunciato l’avvio di una nuova offensiva militare per liberare completamente la città di Mosul dall’occupazione dei militanti dello Stato Islamico. Mosul si trova nel nord dell’Iraq, nel governatorato di Ninive, di cui è capitale.

La città costituisce la più importante roccaforte dell’Isis (“Daesh”, nell’acronimo arabo), che la conquistò nel giugno 2014. Proprio da Mosul, nel 2014, il leader dello Stato Islamico Abu al-Baghdadi proclamò la nascita del cosiddetto “califfato”. La battaglia per la liberazione di Mosul (Operazione “We Are Coming, Niniveh”) è stata lanciata dal governo iracheno il 16 ottobre 2016: attualmente rimane sotto il controllo dell’Isis solo la parte ovest della città, dove è situato il suo centro storico. Secondo l’Onu, sono ancora circa 700mila i civili che vivono nei quartieri di Mosul occupati dallo Stato Islamico.