LETTERA – La solidarietà non è un piatto à la carte

di Jean-Claude Juncker, lettera a Viktor Orban

 

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foto via Politico.eu

Pubblichiamo la nostra traduzione della lettera del presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, al primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orban. Quest’ultimo, il 31 agosto, aveva scritto a Juncker per chiedere che la Commissione rimborsasse metà del costo delle opere di consolidamento dei confini dell’Ungheria, «contro il flusso dei migranti»La risposta di Juncker, pubblicata da «Politico», è stata negativa. 

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Gentile Primo Ministro,

Grazie per la sua lettera del 31 agosto 2017 con la quale invitava l’Europa alla solidarietà e suggeriva alla Commissione di rimborsare – a nome di tutti gli Stati Membri – metà delle spese sostenute dall’Ungheria per le misure prese per la protezione delle frontiere esterne negli ultimi due anni.

Prendo atto del riconoscimento da parte dell’Ungheria del fatto che la solidarietà sia un importante principio per l’Unione Europea, e che l’Ungheria apprezzi il sostegno che l’Unione Europea può fornire per difendere interessi comuni. Invero, la protezione delle frontiere esterne dell’Unione è una questione che riguarda tutti, prioritaria nella nostra Agenda per l’Immigrazione dal 2015. La Commissione sta sostenendo tutti gli Stati Membri nella protezione delle frontiere esterne dell’Unione e nella gestione dei flussi migratori.

Infatti, nel 2015, quando l’Ungheria fu colpita dalla crisi dei rifugiati, la Commissione propose all’Ungheria, insieme all’Italia e alla Grecia, che venisse applicato un programma di emergenza per il loro trasferimento. L’Ungheria, però, decise di rifiutare questa offerta di concreta solidarietà, declinando la possibilità di beneficiare del trasferimento di 54 mila persone, e decise di restituire circa 4 milioni di euro del fondo europeo versati dalla Commissione all’Ungheria. Successivamente, l’Ungheria ha contestato di fronte alla Corte di Giustizia la validità delle decisioni del Consiglio in merito al ricollocamento.

Vorrei anche evidenziare che, nell’affrontare la crisi dei rifugiati, l’Ungheria ha potuto contare su altre forme operative e finanziarie di sostegno da parte della Commissione e delle Agenzie dell’Unione Europea. Nel 2014-2015, l’Ungheria ha ricevuto tre sovvenzioni d’emergenza per un totale di 6,26 milioni di euro. Mi rammarico del fatto che, considerato lo scarso impiego di queste tre sovvenzioni da parte dell’Ungheria, soltanto il 33% dei fondi sia stato usato e il resto sia andato perduto. Per rafforzare la protezione dei confini esterni, l’Ungheria dovrebbe anche fare affidamento sui fondi europei già assegnati nel pacchetto nazionale del «Fondo di sicurezza interna per i confini» [Internal Security Fund «Borders»], corrispondenti a più di 40 milioni di euro per il periodo 2014-2020. Un’altra forma di solidarietà da parte dell’Europa è rappresentata dai fondi regionali dell’UE. Ungheria è l’ottavo maggior beneficiario dei Fondi Europei strutturali e di investimento per il periodo 2014-2020, avendo a disposizione 25 miliardi di euro. Questo rappresenta più del 3% del PIL annuale ungherese, la quota più alta tra tutti gli Stati Membri.

Per quel che riguarda altre forme di assistenza, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera offre attivamente sostegno operativo all’Ungheria, con il dispiegamento attuale di 20 guardie europee di frontiera sul tratto di confine con la Serbia. Al momento, secondo quanto è a conoscenza della Commissione, non è stata recapitata all’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera alcuna richiesta da parte dell’Ungheria di aumentare il proprio contingente. Allo stesso tempo, intendo riconoscere l’importante contributo che l’Ungheria ha dato in quest’area, mettendo a disposizione un numero di esperti ungheresi per le liste di riserva dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, e affiancando le guardie di confine nel contesto della missione dispiegata – con il supporto dei fondi europei – nei confini meridionali dell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia. Vorrei riconoscere anche il contributo dell’Ungheria agli strumenti di finanziamento esterno dell’Unione Europea a supporto di progetti riguardanti l’immigrazione nei paesi di origine e di transito.

In questo contesto, se l’Ungheria ora vuole richiedere ulteriore supporto finanziario per la protezione dei confini esterni in caso di uno specifico urgente bisogno, la Commissione è pronta a considerare tempestivamente la richiesta e offrire l’adeguata assistenza per un controllo più robusto dei confini secondo le leggi dell’Unione Europea. In risposta alla crisi migratoria, la Commissione ha offerto questo tipo di assistenza d’emergenza a Bulgaria, Grecia, Italia e Spagna, dopo un esame delle loro istanze.

Infine, mi permetta di accogliere l’invito della sua lettera a un’Europa più presente nell’ambito dell’immigrazione e del controllo dei confini, sulla base del principio della solidarietà. La solidarietà è una strada a doppio senso. Ci sono volte in cui uno Stato Membro può aspettarsi di ricevere aiuto, e altre in cui spetta allo Stato essere pronto a offrire il proprio. E la solidarietà non è un piatto à la carte, qualcosa che può essere scelto per la gestione delle frontiere e rifiutato quando si tratta di ottemperare alle decisioni sui ricollocamenti prese congiuntamente.

La Commissione, e io personalmente, rimaniamo fedeli all’impegno di collaborare con l’Ungheria verso un’Europa più efficiente e giusta sulle politiche migratorie e di asilo, secondo responsabilità e solidarietà. Conto sul vostro sollecito contributo, sulla base dei nostri Accordi dell’Unione Europea e dei nostri comuni valori.

Cordialmente,

Jean-Claude Juncker

 

 

 

LETTERA – Mia cara Aung San Suu Kyi

di Desmond Tutu, lettera pubblica a Aung San Suu Kyi

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foto via Theguardian.com

In merito alla persecuzione dei rohingya a Myanmar, la premio nobel e leader de facto di Myanmar, Aung San Suu Kyi non si è espressa. Il The Guardian, ripercorrendone la storia, la giudica come «l’unica premio nobel a essere diventata un’apologeta dei più grotteschi abusi dei diritti umani all’interno del suo paese», senza poter spiegare le motivazioni del suo silenzio. 

La scorsa settimana, l’arcivescovo emerito Desmond Tutu, premio nobel nel 1984 per il suo ruolo contro l’apartheid in Sudafrica, ha scritto ad Aung San Suu Kyi, sua amica. Nella lettera pubblica, di cui offriamo la nostra traduzione, Tutu la esorta, in nome del suo passato come  «simbolo di giustizia», a prendere le difese dei rohingya. 

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7 settembre 2017

Lettera aperta dall’arcivescovo emerito Desmond Tutu alla signora Aung San Suu Kyi

Mia cara Aung San Suu Kyi,

Sono ormai vecchio e decrepito, e formalmente in pensione, ma mi induce a rompere la mia promessa di rimanere in silenzio sugli affari pubblici la profonda tristezza per la terribile condizione in cui versa la minoranza musulmana dei rohingya nel tuo paese.

Per me sei una cara e adorata sorella minore. Per anni ho avuto una tua fotografia sulla mia scrivania, per ricordarmi dell’ingiustizia e del sacrificio che hai sopportato, grazie al tuo amore e impegno per il popolo del Myanmar. Tu eri simbolo della giustizia. Nel 2010 abbiamo gioito della tua liberazione dagli arresti domiciliari, nel 2012 abbiamo celebrato la tua elezione a capo dell’opposizione.

La tua presenza sulla scena pubblica alleviava la nostra inquietudine per la violenza perpetrata contro i rohingya. Ma ciò che qualcuno ha chiamato “pulizia etnica” e altri “un lento genocidio” è andato avanti, e recentemente si è inasprito. Le immagini che stiamo vedendo della sofferenza dei rohingya ci riempiono di dolore e angoscia.

Sappiamo che tu sai che gli esseri umani possono apparire e pregare in maniera diversa – e alcuni possono anche avere armi più potenti di altri – ma nessuno è superiore ad altri e nessuno è inferiore; che quando scavi un poco sotto la superficie, tutti siamo uguali, membri di un’unica famiglia, quella degli uomini; che non ci sono differenze naturali tra buddisti e musulmani; e che non importa se siamo ebrei o indù, cristiani o atei, siamo nati per amare, senza pregiudizi. La discriminazione non è un fatto naturale, viene insegnata.

Mia cara sorella, se il prezzo della tua ascesa politica ai vertici del Myanmar è il tuo silenzio, il prezzo è troppo elevato. Un paese che non è in pace con se stesso, un paese che non riconosce e non protegge la dignità e la ricchezza di tutto il suo popolo, non è un paese libero.

È incoerente per un simbolo di giustizia essere alla guida di un paese simile; è un dolore da sopportare.

Mentre assistiamo al dispiegarsi di questo orrore, ti preghiamo di essere coraggiosa e di fare resistenza, ancora. Ti preghiamo di stare dalla parte della giustizia, dei diritti umani e dell’unità del tuo popolo. Ti preghiamo di intervenire nella crisi che si sta aggravando e di riportare il tuo popolo sul cammino della giustizia.

Dio ti benedica,

Con affetto,

Desmond Tutu

 

https://www.theguardian.com/world/2017/sep/08/desmond-tutu-condemns-aung-san-suu-kyi-price-of-your-silence-is-too-steep