LETTERA – La solidarietà non è un piatto à la carte

di Jean-Claude Juncker, lettera a Viktor Orban

 

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foto via Politico.eu

Pubblichiamo la nostra traduzione della lettera del presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, al primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orban. Quest’ultimo, il 31 agosto, aveva scritto a Juncker per chiedere che la Commissione rimborsasse metà del costo delle opere di consolidamento dei confini dell’Ungheria, «contro il flusso dei migranti»La risposta di Juncker, pubblicata da «Politico», è stata negativa. 

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Gentile Primo Ministro,

Grazie per la sua lettera del 31 agosto 2017 con la quale invitava l’Europa alla solidarietà e suggeriva alla Commissione di rimborsare – a nome di tutti gli Stati Membri – metà delle spese sostenute dall’Ungheria per le misure prese per la protezione delle frontiere esterne negli ultimi due anni.

Prendo atto del riconoscimento da parte dell’Ungheria del fatto che la solidarietà sia un importante principio per l’Unione Europea, e che l’Ungheria apprezzi il sostegno che l’Unione Europea può fornire per difendere interessi comuni. Invero, la protezione delle frontiere esterne dell’Unione è una questione che riguarda tutti, prioritaria nella nostra Agenda per l’Immigrazione dal 2015. La Commissione sta sostenendo tutti gli Stati Membri nella protezione delle frontiere esterne dell’Unione e nella gestione dei flussi migratori.

Infatti, nel 2015, quando l’Ungheria fu colpita dalla crisi dei rifugiati, la Commissione propose all’Ungheria, insieme all’Italia e alla Grecia, che venisse applicato un programma di emergenza per il loro trasferimento. L’Ungheria, però, decise di rifiutare questa offerta di concreta solidarietà, declinando la possibilità di beneficiare del trasferimento di 54 mila persone, e decise di restituire circa 4 milioni di euro del fondo europeo versati dalla Commissione all’Ungheria. Successivamente, l’Ungheria ha contestato di fronte alla Corte di Giustizia la validità delle decisioni del Consiglio in merito al ricollocamento.

Vorrei anche evidenziare che, nell’affrontare la crisi dei rifugiati, l’Ungheria ha potuto contare su altre forme operative e finanziarie di sostegno da parte della Commissione e delle Agenzie dell’Unione Europea. Nel 2014-2015, l’Ungheria ha ricevuto tre sovvenzioni d’emergenza per un totale di 6,26 milioni di euro. Mi rammarico del fatto che, considerato lo scarso impiego di queste tre sovvenzioni da parte dell’Ungheria, soltanto il 33% dei fondi sia stato usato e il resto sia andato perduto. Per rafforzare la protezione dei confini esterni, l’Ungheria dovrebbe anche fare affidamento sui fondi europei già assegnati nel pacchetto nazionale del «Fondo di sicurezza interna per i confini» [Internal Security Fund «Borders»], corrispondenti a più di 40 milioni di euro per il periodo 2014-2020. Un’altra forma di solidarietà da parte dell’Europa è rappresentata dai fondi regionali dell’UE. Ungheria è l’ottavo maggior beneficiario dei Fondi Europei strutturali e di investimento per il periodo 2014-2020, avendo a disposizione 25 miliardi di euro. Questo rappresenta più del 3% del PIL annuale ungherese, la quota più alta tra tutti gli Stati Membri.

Per quel che riguarda altre forme di assistenza, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera offre attivamente sostegno operativo all’Ungheria, con il dispiegamento attuale di 20 guardie europee di frontiera sul tratto di confine con la Serbia. Al momento, secondo quanto è a conoscenza della Commissione, non è stata recapitata all’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera alcuna richiesta da parte dell’Ungheria di aumentare il proprio contingente. Allo stesso tempo, intendo riconoscere l’importante contributo che l’Ungheria ha dato in quest’area, mettendo a disposizione un numero di esperti ungheresi per le liste di riserva dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, e affiancando le guardie di confine nel contesto della missione dispiegata – con il supporto dei fondi europei – nei confini meridionali dell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia. Vorrei riconoscere anche il contributo dell’Ungheria agli strumenti di finanziamento esterno dell’Unione Europea a supporto di progetti riguardanti l’immigrazione nei paesi di origine e di transito.

In questo contesto, se l’Ungheria ora vuole richiedere ulteriore supporto finanziario per la protezione dei confini esterni in caso di uno specifico urgente bisogno, la Commissione è pronta a considerare tempestivamente la richiesta e offrire l’adeguata assistenza per un controllo più robusto dei confini secondo le leggi dell’Unione Europea. In risposta alla crisi migratoria, la Commissione ha offerto questo tipo di assistenza d’emergenza a Bulgaria, Grecia, Italia e Spagna, dopo un esame delle loro istanze.

Infine, mi permetta di accogliere l’invito della sua lettera a un’Europa più presente nell’ambito dell’immigrazione e del controllo dei confini, sulla base del principio della solidarietà. La solidarietà è una strada a doppio senso. Ci sono volte in cui uno Stato Membro può aspettarsi di ricevere aiuto, e altre in cui spetta allo Stato essere pronto a offrire il proprio. E la solidarietà non è un piatto à la carte, qualcosa che può essere scelto per la gestione delle frontiere e rifiutato quando si tratta di ottemperare alle decisioni sui ricollocamenti prese congiuntamente.

La Commissione, e io personalmente, rimaniamo fedeli all’impegno di collaborare con l’Ungheria verso un’Europa più efficiente e giusta sulle politiche migratorie e di asilo, secondo responsabilità e solidarietà. Conto sul vostro sollecito contributo, sulla base dei nostri Accordi dell’Unione Europea e dei nostri comuni valori.

Cordialmente,

Jean-Claude Juncker

 

 

 

18 settembre – Tony Blair

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foto via Theguardian.com

«Più fondamentalmente, i popoli di queste nazioni hanno gli stessi nostri desideri: pace, stabilità, salute, educazione e opportunità per un lavoro gratificante. È l’unica visione del futuro che funziona, anche perché i problemi in paesi che sembrano lontani da noi potrebbero essere più vicini di quanto pensiamo»

Tony Blair

Quest’oggi, il The Guardian ha pubblicato un articolo dell’ex-premier inglese Tony Blair. «L’aiuto da solo non fermerà la fuga dei migranti verso le coste europee» recita il titolo. Blair sostiene che Europa, Stati Uniti e i paesi alleati del Golfo arabo debbano organizzare una strategia per sostenere gli Stati che compongo il G5 del Sahel, ovvero Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania e Nigeria.

Si tratta di stati cosiddetti «fragili», esposti a povertà, sicurezza alimentare, carenze a livello governativo, ecc. Il loro quadro, però, viene reso unico, afferma Blair, da due fattori, che sono il motivo per cui è necessario «un nuovo approccio». Anzitutto, la crescita demografica che, si stima, vedrà crescere la popolazione di questi paesi a 200 milioni di abitanti per il 2050 (dai 78 milioni attuali). Questo, spiega Blair, farà salire il tasso di disoccupazione giovanile, che incrementerà le migrazioni, e aumenterà i pericoli ecologici. In secondo luogo, i conflitti locali potrebbero attirare l’attenzione dei gruppi estremisti. Quest’anno, infatti, Boko Haram e gli altri quattro principali movimenti si sono alleati.

Perciò, «occorre un programma specifico per il Sahel», che risponda, inoltre, alle esigenze e necessità di ogni singolo stato. L’assenza di una dirigenza nazionale forte, rende inefficiente l’uso degli aiuti dei donatori e bisogna ricorrere a un aiuto non tradizionale. Infatti, «i problemi sono così tanti e così profondi che i governi ne sono sopraffatti. Questo è il motivo per cui serve un compainct che sia articolato, che copra tutti le diverse aree di sviluppo, anche la sicurezza, e dev’essere basato su una collaborazione che abbia obiettivi chiari e misurabili in cambio di aiuto». Non dovrà essere un aiuto solo finanziario bensì anche tecnico, ovvero di assistenza per la costruzione politica degli stati.

«Sono convinto», conclude Blair, «che un nuovo percorso può essere costruito. Un percorso nel quale i governi del Sahel abbiano la giusta collaborazione per costruire un governo efficace che possa affrontare da solo le proprie difficoltà e, con il tempo, fare a meno dei sostegni. Più fondamentalmente, i popoli di queste nazioni hanno gli stessi nostri desideri: pace, stabilità, salute, educazione e opportunità per un lavoro gratificante. È l’unica visione del futuro che funziona, anche perché i problemi in paesi che sembrano lontani da noi potrebbero essere più vicini di quanto pensiamo».

 

6 settembre – Dimitris Avramopoulos

EU Commissioner Avramopoulos meets with German Interior Minister de Maiziere
foto via Politico.eu

«La porta è ancora aperta e dobbiamo convincere tutti gli stati membri a rispettare i loro impegni, ma dev’essere chiaro che è giunto il momento per tutti gli stati di dimostrare la loro solidarietà»

Dimitris Avramopoulos

Quest’oggi, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha respinto la richiesta avanzata da Slovacchia e Ungheria di annullare il provvidimento con cui, nel 2015, il Consiglio dell’Unione Europea stabilì lo spostamento di 120 mila richiedenti asilo, giunti in Italia o in Grecia, verso altri Stati membri dell’Unione Europea. Come si legge nella dichiarazione stampa della sentenza, «il meccanismo di spostamento non si è rivelato una misura manifestamente inappropriata per conseguire il suo obiettivo, aiutare l’Italia e la Grecia a fronteggiare la crisi migratoria del 2015».

Tuttavia, a un mese dalla conclusione del provvedimento, sono stati trasferiti appena 27 mila dei 120 mila previsti, numero poi ridotto a 54 mila. A tal riguardo, la Corte ha sottolineato che la cifra così bassa «può essere spiegata con cause che quando il Consiglio prese la decisione non poteva prevedere, come, in particolare, la mancanza di collaborazione da parte di certi Stati membri». Il riferimento è proprio alla Slovacchia e all’Ungheria, ma anche alla Polonia e alla Repubblica Ceca, che hanno accolti pochissimi o nessun richiedente asilo. Il sopracitato commissario europeo per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos, commentando il verdetto, ha confermato che la Commissione europea sta valutando se condurre in tribunale questi ultimi tre paesi.

Sull’Ungheria, si è scagliato anche Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione. Nella sua lettera, pubblicata da Politico, al primo ministro ungherese Viktor Orbán, Juncker respinge la richiesta di finanziamenti per rinforzare la fronteria e gli ricordato le molteplici forme di solidarietà che l’Ungheria ha ricevuto dall’Unione Europea. Juncker conclude: «La solidarietà è una strada a doppio senso. Ci sono momenti in cui uno Stato membro può aspettarsi di ricevere supporto, e momenti in cui, invece, questo deve essere pronto a fornire il proprio contributo. E la solidarietà non è un piatto à-la-carte, che può essere scelto per controllare i confini, e scartato quando è necessario compiere con le decisioni sui trasferimenti che sono è congiuntamente prese».

2 settembre – Paolo Gentiloni

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foto via Lastampa.it

«In questo contesto favorevole, anche se non privo di rischi, l’Italia arriva lasciando alle spalle la crisi più acuta che abbiamo avuto nel dopoguerra. Possiamo finalmente dire di aver lasciato dietro le spalle il periodo più difficile del dopoguerra»

Paolo Gentiloni

E’ dal 1975 che, durante la prima settimana di settembre, a Cernobbio, sul Lago di Como, si tiene il Forum Ambrosetti, un appuntamento a cui tradizionalmente partecipano Capi di Stato e di Governo, massimi rappresentanti delle istituzioni internazionali, ministri, premi Nobel, imprenditori, manager ed esperti di tutto il mondo, per confrontarsi sui temi di maggiore impatto per l’economia globale e la società nel suo complesso.

Oggi, nel secondo dei tre giorni del Forum, è intervenuto il Primo Ministro italiano Paolo Gentiloni, che ha parlato soprattutto della situazione economica dell’Italia, facendo particolare riferimento al delicato e sofferto passaggio dalla crisi alla ripresa che è tuttora in atto. «L’Italia non è certamente fuori dalle sue difficoltà, non ha risolto il problema del debito pubblico e del ritardo del Mezzogiorno. Tuttavia, andando all’essenziale ci sono almeno tre punti evidenti, e il primo è il ritorno della crescita», ha detto Gentiloni subito all’inizio del suo discorso.

«In questo contesto favorevole, anche se non privo di rischi, l’Italia arriva lasciando alle spalle la crisi più acuta che abbiamo avuto nel dopoguerra. Possiamo finalmente dire di aver lasciato dietro le spalle il periodo più difficile del dopoguerra», ha affermato Gentiloni. «Tra i tanti indici, per me il più importante è l’indice di fiducia, che è l’indice più impalpabile. Ma se cresce, nonostante le ansie comprensibili e anche le paure seminate ad arte, è uno degli elementi più incoraggianti per chi governa» ha continuato il Presidente del Consiglio, evidenziando i principali motivi per essere ottimisti sul prossimo fututo.

Tra le principali note dolenti dell’Italia, sicuramente c’è l’ancora scarsa ripresa dell’occupazione. «23 milioni di occupati per l’Italia sono un record. C’è una ripresa del lavoro, ancora insufficiente, direi scandalosamente insufficiente se parliamo dei dati sul lavoro nel Mezzogiorno, tra i giovani, tra le donne e tuttavia una ripresa del lavoro significativa, grazie alle riforme fatte in questi anni, che bisogna dire hanno funzionato» ha detto Gentiloni, citando anche due dati al riguardo: «Abbiamo lavorato sodo a partire dagli anni della crisi più dura e negli anni successivi, dal 2014 al 2017 abbiamo recuperato oltre 900mila degli 1,09 milioni di posti di lavoro persi».

Le politiche economiche di controllo del bilancio, il “sentiero stretto”, secondo il Presidente del Consiglio hanno funzionato: «Si recupera credibilità nei conti pubblici senza uccidere la crescita e conservando un avanzo primario che ormai da 20 anni non ha eguali nelle grandi economie europee».

Molto importante è stato, infine, l’accenno alla questione dei migranti, la cui emergenza è tutt’altro che conclusa. «Noi stiamo continuando e continueremo a difendere l’onore dell’Europa e contemporaneamente abbiamo ottenuto risultati notevoli nel numero di sbarchi affidati a trafficanti e nella riduzione delle vittime che si producono con queste grandi ondate migratorie irregolari», ha affermato Gentiloni. «Abbiamo gestito flussi migratori irregolari di dimensioni bibliche dimostrando che è possibile ridurre questi flussi senza rinunciare ai principi di umanità e civiltà», ha continuato poi, ricordando anche gli altri partner europei i loro obblighi, «Certo è un lavoro che continua e che deve essere europeo. Sono certo che gli impegni presi con Merkel e Macron saranno  mantenuti».

22 luglio – Christian Kern

Austrian Chancellor Kern addresses the media in Vienna
foto via Reuters.com

«Dobbiamo stare attenti a non finire in un gruppo con Viktor Orban e con la Lega Nord. Chi è contro tutti, resta solo. La reputazione dell’Austria non va messa a rischio per una campagna elettorale»

Christian Kern

Il Cancelliere austriaco, il socialdemocratico Christian Kern, si è oggi pubblicamente discostato dalle recenti dichiarazioni del suo Ministro degli Esteri, il popolare Sebastian Kurz, sulla questione dei migranti. Il tema dell’immigrazione e dell’apertura-chiusura delle frontiere, infatti, rimane la questione più scottante per i leader dell’Unione Europea, con l’Italia che sembra sempre più isolata nell’affrontare l’emergenza.

«Pretendiamo che venga interrotto il traghettamento di migranti illegali dalle isole italiane, come Lampedusa, verso la terraferma», aveva affermato il Ministro degli Esteri austriaco nella giornata di giovedì, dopo un incontro a Vienna con il suo omologo italiano Angelino Alfano.

Nonostante i buoni rapporti di facciata tra Italia e Austria, Kurz si era spinto fino a minacciare la chiusura della frontiera del Brennero. «Con il ministro degli Esteri Alfano è sempre un piacere incontrarci e io sono un amico della chiarezza», aveva detto in quell’occasione, «Gli ho detto: basta ingressi di migranti illegali sulla terraferma italiana da Lampedusa. Attualmente al Brennero c’è una cooperazione tra le forze di polizia, ma se l’Italia continuerà a far arrivare migranti verso nord allora chiuderemo i nostri confini».

Dichiarazione che avevano trovato una sponda favorevole tra i Paesi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria). In particolar modo, il premier ungherese Viktor Orban ha fatto pervenire, non più tardi di ieri pomeriggio, al Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni la richiesta di chiudere i porti all’arrivo dei migranti. «Tutti i migranti che arrivano da Sud resteranno in Italia. Per questo l’Italia dovrebbe smettere di far sbarcare i migranti nei suoi porti», ha detto Orban, che ha poi aggiunto: «Non abbiamo bisogno di una politica comune europea sui migranti, e non abbiamo bisogno di un’agenzia comune europea per i migranti, perché porteranno soltanto caos, difficoltà e sofferenza».

Oggi, in un’intervista al quotidiano viennese “Presse am Sonntag”, il Cancelliere Kern ha voluto esprimere la solidarietà propria e dell’Austria nei confronti dell’Italia. Dopo una telefonata avuta con Gentiloni, Kern ha affermato che «serve più sensibilità nei confronti dell’Italia», aggiungendo che «così non va, non possiamo posizionarci contro l’Italia», ammonendo così il Ministro Kurz.

Sulla questione del Brennero e della probabile chiusura unilaterale del lato austriaco, Kern ha parlato di un finto problema. «Al Brennero viene messa in scena un’emergenza che non esiste», ha detto il Cancelliere, «Ancora oggi, dai Balcani arrivano più richiedenti asilo che dal Brennero. Una chiusura del Brennero colpirebbe soprattutto l’Alto Adige». Chiaramente, Vienna non può trascurare l’Alto Adige italiano, per via dei legami politici, economici e culturali che intrattiene da sempre con il Tirolo austriaco.

Kern ritiene che la linea dura espressa da Kurz e da altri membri del suo governo nei confronti dell’Italia sia dovuta unicamente a ragioni elettorali. Infatti, il 15 ottobre si terranno le elezioni per il Parlamento di Vienna, in cui i socialdemocratici di Kern sfideranno proprio i popolari di Kurz. «Dobbiamo stare attenti a non finire in un gruppo con Viktor Orban e la Lega Nord. Chi è contro tutti, resta solo. La reputazione dell’Austria non va messa a rischio per una campagna elettorale» ha detto lo stesso Cancelliere, che poi aggiunto: «La politica estera e la diplomazia vanno fatte a porte chiuse».

Se, tuttavia, Kern ha infine definito «comprensibile» il rammarico di Roma per come sta evolvendo la situazione, ha però ritenuto «inaccettabili» le parole del sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, che aveva definito il Ministro Kurz un «naziskin». «Una dichiarazione del genere me la sarei aspettata da un naziskin», aveva detto giovedì il primo cittadino dell’isola, «non certo da un rappresentante delle istituzioni di un Paese della Comunità Europea. Evidentemente Kurz non sa neppure quanto è grande Lampedusa, e dimentica che nella nostra isola vivono seimila persone che si sentono europee».

21 luglio – Enzo Bianco

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foto via Siciliajournal.it

«A Catania, in Sicilia, una terra in cui in ogni famiglia ci sono state storie d’emigrazione, in questi anni abbiamo accolto migliaia di disperati in fuga dalla guerra e dalla fame, persone salvate dalla morte dalle navi europee nel Mediterraneo e che spesso hanno perduto uno o più familiari attraversando il mare… Parlare di “difesa dell’Europa” non è solo demagogico e strumentale, è indegno»

Enzo Bianco

Quest’oggi, il The Guardian riporta le parole del sindaco di Catania, Enzo Bianco. Questi ha chiesto alle autorità portuali della città di impedire l’approdo della nave di un gruppo populista di estrema destra, il cui scopo è «difendere l’Europa» e «dare la caccia ai suoi nemici», i migranti.

Il movimento, diffusosi dal 2002 in vari paesi europei (Francia e Germania, in primis, ma anche Austria e Inghilterra), ha affitato un’imbarcazione di 40 metri per dare risalto al proprio messaggio anti-islam, anti-immigrazione e ostile alle ONG impegnate per salvare la vita ai migranti. L’obiettivo è, soprattutto, interferire con i soccorsi umanitari scorso, rendendo più complicate le operazioni, ad esempio rallentando le navi delle ONG oppure indicando alla guardia costiera libiche dove si trovano i barconi dei migranti da intercettare e portare in Libia. Qui, com’è stato documentato, la situazione è fuori controllo, dove i migranti sono merce per il mercato di schiavi che si è sviluppato.

Come il The Guardian nota nell’articolo sopracitato, l’iniziativa del movimento razzista giunge proprio nei giorni di nuova grave crisi tra l’Italia e l’Europa per quel che riguarda la gestione dei migranti. L’Italia sta vagliando se richiedere l’applicazione della direttiva 2001/55, per il rilascio di visti umanitari; l’Austria ha già risposto  minacciando la chiusura del Brennero, i paesi del gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), invece, hanno inviato una lettera al presidente del Consiglio Gentiloni, invitandolo a fermare il flusso migratorio proprio in Libia.

19 luglio – Benjamin Netanyahu

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foto via Bbc.com

«Penso che l’Europa debba decidere se vuole vivere e prosperare o se vuole avizzire e scomparire. Non sono molto politicamente corretto. So che è uno shock per alcuni di voi. È uno scherzo. Ma la verità è la verità, sia sulla sicurezza dell’Europa che sul futuro economico dell’Europa. Entrambe queste preoccupazioni impongono una diversa politica verso Israele»

Benjamin Netanyahu

Avrebbe dovuto essere un incontro a porta chiuse tra Israele e alcuni Paesi dell’Europa dell’Est. Invece, è bastato un microfono rimasto inavvertitamente acceso per pochi minuti per trasmettere in cuffia ai giornalisti presenti una serie di dichiarazioni piuttosto forti pronunciate da Benjamin Netanyahu nei riguardi dell’Unione Europea.

Il Primo Ministro era giunto ieri a Budapest, in quella che era la prima visita di un leader israeliano in Ungheria negli ultimi trent’anni. Oggi era previsto un incontro multilaterale con i leader dei Paesi del Gruppo di Visegrad: Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. L’obiettivo era trovare una linea comune anti-immigrazione, che prevedesse anche l’erezione di barriere e di recinzioni alle frontiere, allo scopo di bloccare il flusso di profughi e migranti provenienti dal Medio Oriente.

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Da sinistra: il premier Bohuslav Sobotka della Republica ceca, Benjamin Netanyahu di Israele, Viktor Orbán dell’Ungheria, Robert Fico della Slovacchia e Beata Szydło della Polonia, durante una conferenza stampa a Budapest (foto via Theguardian.com/Epa)

Netanyahu, che recentemente ha avuto un acceso diverbio con l’Unione Europea riguardante la legge che riconosce retroattivamente gli insediamenti israeliani in Palestina, osteggiata da Bruxelles in quanto ostacolerebbe il processo di pace, non ha perso l’occasione per attaccare duramente l’Europa e il suo atteggiamento ambiguo, per non dire ostile, nei confronti di Israele.

«L’Unione Europea è l’unica organizzazione di stati al mondo che stabilisce le sue relazioni con Israele, che le fornisce la tecnologia in ogni campo, sulla base delle condizioni politiche. L’unica! Nessuno lo fa» ha detto Netanyahu, che ha poi continuato: «È folle. È veramente folle. E non riguarda i miei interessi, sto parlando degli interessi dell’Europa».

Il Primo Ministro israeliano si è rivolto anche al suo omologo ungherese, Viktor Orban, che spesso in passato ha espresso posizioni anti-semite. «Penso di poter suggerire che ciò che risulta da questo incontro è la tua capacità di comunicare con i tuoi colleghi in altre parti d’Europa: aiutare l’Europa … non minare un paese occidentale che difende i valori europei e gli interessi europei e impedisce un’altra migrazione di massa in Europa» ha detto il leader israeliano, che ha poi proseguito: «Quindi smettetela di attaccare Israele. Iniziate a sostenerci».

A questo punto, Orban è intervenuto nel discorso e, ridendo, ha detto: «Signor Netanyahu, l’Unione Europea è ancora più unica. L’UE pone delle condizioni ai Paesi già all’interno dell’UE, non solo ai Paesi esterni». Secca e polemica la risposta di Netanyahu: «Penso che l’Europa debba decidere se vuole vivere e prosperare o se vuole avizzire e scomparire. Non sono molto politicamente corretto. So che è uno shock per alcuni di voi. È uno scherzo. Ma la verità è la verità, sia sulla sicurezza dell’Europa che sul futuro economico dell’Europa. Entrambe queste preoccupazioni impongono una diversa politica verso Israele».

«Siamo parte della cultura europea», ha continuato Netanyahu, «L’Europa finisce in Israele. A est di Israele, non esiste più l’Europa. Non abbiamo amici più grandi di quei cristiani che sostengono Israele in tutto il mondo. Non solo gli evangelisti. Se andassi in Brasile, sarei accolto con maggior entusiasmo che all’interno del mio partito, il Likud».

Importanti anche le parole pronunciate dal leader israeliano sulla crisi in Siria, in cui il suo Paese svolge un ruolo di primissimo piano. «Abbiamo bloccato il confine non solo con l’Egitto, ma sulle alture del Golan», ha detto, «Abbiamo costruito il muro perché c’era un problema con l’ISIS e con l’Iran che cercavano di costruirvi un fronte per il terrorismo». «L’ho detto a Putin, quando li vediamo trasferire armi a Hezbollah, gli faremo male. Lo abbiamo fatto una dozzina di volte» ha affermato sempre lo stesso Netanyahu, confermando che l’aviazione israeliana sta da tempo bombardando sia i convogli dell’Isis che quelli di Hezbollah e dei suoi alleati sciiti.

Ultime, ma non meno importanti, le dichiarazioni sulla politica estera americana in Medio Oriente, da cui traspare l’ostilità di Netanyahu verso Barack Obama e l’apprezzamento per la nuova amministrazione. «Abbiamo avuto un grosso problema (con gli Stati Uniti)». ha detto il Primo Ministro, «Ora penso che sia diverso. Nei confronti dell’Iran, c’è una posizione più forte. Gli Stati Uniti sono più impegnati nella regione e conducono più bombardamenti (in Siria). È una cosa positiva. Penso che siamo d’accordo sullo Stato Islamico, non siamo d’accordo sull’Iran».

29 giugno – Dimitris Avramopoulos

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foto via Lapresse.it

«L’Italia potrebbe essere costretta a bloccare i porti alle navi delle Ong per ragioni di sicurezza nazionale»

Dimitris Avramopoulos

I Paesi europei membri del G20 si sono riuniti in questi giorni a Berlino, con lo scopo di prepararsi per l’imminente vertice di Amburgo del 7 e 8 luglio. Tra i temi principali sul tavolo delle discussioni, oltre alla questione del clima e del crescente protezionismo economico degli Stati Uniti, c’è sicuramente la questione migratoria.

L’Italia, per via della sua posizione geografica, ricopre un ruolo di primissimo piano. La gestione dell’emergenza migratoria si sta rivelando un compito troppo gravoso da sostenere senza l’ausilio degli altri partner europei. I porti siciliani sono ormai allo stremo e, solo nella giornata di oggi, circa 2.500 persone sono sbarcate in Calabria e altre 1.200 in Campania.

Davanti agli altri leader europei, il Primo Ministro italiano, Paolo Gentiloni, ha sollevato per primo la questione migratoria, nella speranza che nel vertice dei ministri europei a Tallin si possa giungere a una svolta in chiave comunitaria. «Ho utilizzato anche questa occasione per rappresentare ai colleghi europei l’estrema preoccupazione per il rischio dell’accentuarsi dei flussi migratori negli ultimi giorni» ha detto Gentiloni, che ha poi aggiunto «l’Italia non si è mai sottratta ai propri impegni per soccorso in mare e accoglienza umanitaria e non intende farlo ma chiede di discutere del ruolo delle ong, della missione di Frontex, delle risorse a disposizione per lavorare in Libia e negli altri Paesi africani, della possibilità di allargare i nostri programmi».

«Siamo di fronte a numeri crescenti che alla lunga potrebbero mettere a dura prova il nostro sistema di accoglienza. Abbiamo internazionalizzato le operazioni di salvataggio ma l’accoglienza resta di un Paese solo. Questo mette il nostro Paese sotto pressione ma noi abbiamo un aspetto umanitario, di rispetto delle leggi e lo confermeremo. Non violiamo le regole o vogliamo rinunciare a un atteggiamento umanitario: siamo sotto pressione e chiediamo il contributo concreto degli europei», ha proseguito il Presidente del Consiglio.

Durante la conferenza stampa, ha parlato di eroismo di Italia e Grecia nella gestione dei flussi migratori il Commissario Europeo Jean-Claude Juncker: «Da molto tempo come Commissione siamo convinti che non possiamo abbandonare né l’Italia né la Grecia. Insieme dobbiamo compiere sforzi per sostenere queste due nazioni che sono eroiche».

Puntuale la risposta del cancelliere tedesco Angela Merkel: «Aiuteremo l’italia, ci sta a cuore. Ma dobbiamo lavorare per una soluzione politica in Libia, non possiamo accettare che in quel Paese regni l’illegalità». Il presidente francese Emmanuel Macron, invece, ha tenuto a fare un distinguo tra i rifugiati e i migranti economici: «Noi sosteniamo l’Italia e la Francia deve fare la sua parte sull’asilo di persone che vogliono rifugio. Poi c’è il problema di rifugiati economici, e questo non è un tema nuovo: l’80% dei migranti che arrivano in Italia sono migranti economici. Non dobbiamo confondere».

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Il Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni e il Cancelliere tedesco Angela Merkel (foto via Ilmessaggero.it)

Infine, il Commissario Ue agli Affari Interni, il greco Dimitris Avramopoulos, ha aperto alla possibilità per l’Italia di chiudere i porti alle navi di Ong straniere. «L’Italia potrebbe essere costretta a bloccare i porti alle navi delle Ong per ragioni di sicurezza nazionale» ha detto Avramopoulos, riconoscendo che «la situazione dell’Italia è insostenibile. Non si può lasciare una manciata di Paesi a gestire l’emergenza».

«Sono in contatto permanente con il governo italiano, oggi e domani ci sentiremo ancora» ha detto il commissario a margine della presentazione delle prospettive migratorie Ocse, «la cosa più importante è che l’Unione europea non lasci l’Italia da sola, siamo al fianco dell’Italia, capiamo perfettamente la situazione sul terreno e sono sicuro che la risolveremo».

10 giugno – papa Francesco

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foto via Corriere.it (Reuters)

“Guardo all’Italia con speranza. Una speranza che è radicata nella memoria grata verso i padri e i nonni, che sono anche i miei, perché le mie radici sono in questo Paese. Memoria grata verso le generazioni che ci hanno preceduto e che, con l’aiuto di Dio, hanno portato avanti i valori fondamentali: la dignità della persona, la famiglia, il lavoro… E questi valori li hanno posti anche al centro della Costituzione repubblicana, che ha offerto e offre uno stabile quadro di riferimento per la vita democratica del popolo. Una speranza, dunque, fondata sulla memoria, una memoria grata”

papa Francesco

Per la seconda volta, da quando è diventato Pontefice, Papa Francesco si è recato oggi in visita al Quirinale. Una visita di “restituzione”, secondo quanto previsto dal protocollo, a quella che fece a sua volta il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Vaticano il 18 giugno 2015. I due hanno tenuto un colloquio privato per circa 20-30 minuti, poi si sono recati al Salone dei Corazzieri, dove hanno tenuto il loro discorso. Disoccupazione, denatalità, migranti, terrorismo e terremoto sono i temi principali che hanno toccato.

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La stretta di mano tra Papa Francesco e il Presidente Sergio Mattarella (foto via Lastampa.it/LaPresse)

Papa Francesco ha esordito ribadendo il suo profondo legame con l’Italia, un Paese a cui lui, nonostante le mille difficoltà, guarda con speranza: «Guardo all’Italia con speranza. Una speranza che è radicata nella memoria grata verso i padri e i nonni, che sono anche i miei, perché le mie radici sono in questo Paese».

«Viviamo tuttavia un tempo nel quale l’Italia e l’insieme dell’Europa sono chiamate a confrontarsi con problemi e rischi di varia natura, quali il terrorismo internazionale, che trova alimento nel fondamentalismo; il fenomeno migratorio, accresciuto dalle guerre e dai gravi e persistenti squilibri sociali ed economici di molte aree del mondo; e la difficoltà delle giovani generazioni di accedere a un lavoro stabile e dignitoso, ciò che contribuisce ad aumentare la sfiducia nel futuro e non favorisce la nascita di nuove famiglie e di figli» ha detto il Pontefice, ricordando quali sono le grandi sfide che il Paese deve affrontare.

«Mi rallegra però rilevare che l’Italia, mediante l’operosa generosità dei suoi cittadini e l’impegno delle sue istituzioni e facendo appello alle sue abbondanti risorse spirituali, si adopera per trasformare queste sfide in occasioni di crescita e in nuove opportunità» ha poi aggiunto il Papa, introducendo il tema scottante dell’acoglienza dei migranti: «Ne sono prova, tra l’altro, l’accoglienza ai numerosi profughi che sbarcano sulle sue coste, l’opera di primo soccorso garantita dalle sue navi nel Mediterraneo e l’impegno di schiere di volontari, tra i quali si distinguono associazioni ed enti ecclesiali e la capillare rete delle parrocchie. Ne è prova anche l’oneroso impegno dell’Italia in ambito internazionale a favore della pace, del mantenimento della sicurezza e della cooperazione tra gli Stati».

Sempre riguardo al tema dei migranti, il Pontefice ha però chiamato in causa anche gli altri Paesi europei, invitando alla cooperazione internazionale: «Per quanto riguarda il vasto e complesso fenomeno migratorio, è chiaro che poche Nazioni non possono farsene carico interamente, assicurando un’ordinata integrazione dei nuovi arrivati nel proprio tessuto sociale. Per tale ragione, è indispensabile e urgente che si sviluppi un’ampia e incisiva cooperazione internazionale».

Un altro argomento fondamentale di cui ha parlato Papa Francesco è il lavoro: «Tra le questioni che oggi maggiormente interpellano chi ha a cuore il bene comune, e in modo particolare i pubblici poteri, gli imprenditori e i sindacati dei lavoratori, vi è quella del lavoro […] Ribadisco l’appello a generare e accompagnare processi che diano luogo a nuove opportunità di lavoro dignitoso. Il disagio giovanile, le sacche di povertà, la difficoltà che i giovani incontrano nel formare una famiglia e nel mettere al mondo figli trovano un denominatore comune nell’insufficienza dell’offerta di lavoro, a volte talmente precario o poco retribuito da non consentire una seria progettualità».

Nel discorso di Bergoglio si evince come il tema del lavoro sia strettamente legato anche al tema della famiglia e della natalità: «Il lavoro stabile, insieme a una politica fattivamente impegnata in favore della famiglia, primo e principale luogo in cui si forma la persona-in-relazione, sono le condizioni dell’autentico sviluppo sostenibile e di una crescita armoniosa della società. Sono due pilastri che danno sostegno alla casa comune e che la irrobustiscono per affrontare il futuro con spirito non rassegnato e timoroso, ma creativo e fiducioso. Le nuove generazioni hanno il diritto di poter camminare verso mete importanti e alla portata del loro destino, in modo che, spinti da nobili ideali, trovino la forza e il coraggio di compiere a loro volta i sacrifici necessari per giungere al traguardo, per costruire un avvenire degno dell’uomo, nelle relazioni, nel lavoro, nella famiglia e nella società.»

Affinché, però, si sviluppi una vera democrazia a misura d’uomo e di cittadino, per Papa Francesco è necessario che le istituzioni tornino ad avvicinarsi ai cittadini: «Da tutti coloro che hanno responsabilità in campo politico e amministrativo ci si attende un paziente e umile lavoro per il bene comune, che cerchi di rafforzare i legami tra la gente e le istituzioni, perché da questa tenace tessitura e da questo impegno corale si sviluppa la vera democrazia e si avviano a soluzione questioni che, a causa della loro complessità, nessuno può pretendere di risolvere da solo».

Dal canto suo, Mattarella ha ribadito gli sforzi importanti per assicurare lavoro e dignità a tutti i cittadini: «L’occupazione, e la dignità, che ad essa è intrinsecamente legata, deve costituire il centro dell’esercizio delle responsabilità di istituzioni e forze sociali, così da prevenire e curare fenomeni di emarginazione, povertà, solitudine e degrado». «I giovani- ha poi aggiunto il Presidente della Repubblica– ci interpellano e ci richiamano alla responsabilità di elaborare politiche di crescita al passo con i tempi».

Mattarella ha poi rivolto al Papa l’invito di impegnarsi sul clima, tema anch’esso molto caro al Pontefice: «Non abdichiamo all’accordo di Parigi». Infine, il Capo dello Stato ha ringraziato Francesco per la costante presenza della Chiesa al fianco delle istituzioni italiane: «Una presenza, quella della Chiesa cattolica, che risalta nei momenti più difficili della nostra vita nazionale».

Prima di congedarsi, Papa Francesco ha accompagnato il Presidente Mattarella nei Giardini del Quirinale per incontrare i piccoli terremotati di Marche, Lazio, Umbria e Abruzzo, accompagnati dal Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli. «Grazie tante di essere qui, grazie per il vostro canto e per il vostro coraggio. Andate avanti con coraggio, sempre su, sempre su» ha detto il Pontefice, in risposta ai canti di gioia e ai tanti doni ricevuti.

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Papa Francesco incontra i bambini terremotati assieme al Presidente Mattarella e al Ministro dell’Istruzione Fedeli (foto via Lastampa.it/LaPresse)

9 maggio – Carmelo Zuccaro

Migranti: da Csm ogni sostegno a indagini Zuccaro
 foto via Ansa.it

“C’è una massa di denaro destinata all’accoglienza dei migranti che attira gli interessi delle organizzazioni mafiose e dico questo sulla base di alcune risultanze investigative”

Carmelo Zuccaro

Questa mattina, davanti alla Commissione Antimafia, che lo aveva convocato in merito alle indagini sulla gestione e sull’accoglienza dei flussi migratori da parte della criminalità organizzata, il Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro ha parlato di “rilevanze investigative” che proverebbero un interessamento concreto delle organizzazioni mafiose nell’attività di accoglienza e di trasporto dei migranti.

Per contrastare il fenomeno, il magistrato catanese ha proposto nuove regole d’ingaggio per le navi umanitarie che operano nel Canale di Sicilia: “Se a bordo delle navi delle Ong ci fossero delle unità di polizia giudiziaria sarebbe stato ad esempio possibile assicurare subito alla giustizia i trafficanti che nei giorni scorsi hanno ucciso un giovane migrante”. Ha poi spiegato: “Sabato scorso è arrivata a Catania una nave con 498 migranti soccorsi ed il cadavere di un giovane ucciso a freddo su un barcone da un trafficante perché non si era tolto il cappello. Se sulla nave della Ong che ha fatto l’intervento vi fossero state unità della nostra polizia giudiziaria avremmo già preso i trafficanti e li avremmo già nelle nostre galere.”

Il Procuratore ha fatto riferimento alla nave Phoenix di Moas (Migrant Offshore Aid Station) attraccata nel porto di Catania sabato 6 maggio. A bordo dell’imbarcazione era stato trovato il corpo di un ragazzo di 21 anni proveniente dal Sierra Leone, ucciso con un colpo di pistola. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, basata sulle testimonianze dei migranti e dei volontari della ong, il ragazzo sarebbe stato ucciso da uno degli scafisti, dopo essersi rifiutato di consegnare loro il suo cappellino da baseball.

Zuccaro ha infine concluso ribadendo che “l’obiettivo delle indagini non sono le Ong ma i trafficanti”. Domani il magistrato catanese dovrà rispondere alle domande della Commissione d’Inchiesta sui Migranti. Nel frattempo, le Ong tedesche, che fino a ora avevano ignorato la convocazione davanti alla commissione Difesa del Senato, hanno finalmente risposto alla richiesta inviata dal presidente Nicola La Torre. Oggi alle 14 saranno ascoltati quelli Jugend Rettet, mentre domani sera toccherà a Sea Watch.

Il portavoce di quest’ultima, Ruben Neugebauer, ha accusato Zuccaro di muovere false accuse, nascondendo obiettivi politici: “È un magistrato che si è dimenticato come funziona la divisione dei poteri e fa politica. Non ha alcuna prova contro di noi e siamo sereni che non le troverà mai. Ci aspettiamo le sue scuse”. Anche riguardo alla proposta di imbarcare polizia giudiziaria sulle navi di soccorso, Neugebauer si è dimostrato tutt’altro che favorevole: “La polizia italiana non è un osservatore neutrale come lo siamo noi, è una differenza fondamentale. Vorrei ricordare a Zuccaro che le nostre sono navi private che svolgono una missione umanitaria. […] Vorrei anche ricordare che noi non portiamo i migranti in Italia. Li affidiamo a Ong come Save the Children o alla Guardia costiera italiana, con la quale, peraltro, la collaborazione è perfetta. Invece siamo molto preoccupati per l’atteggiamento della Ue”.

Domattina alle 08:30, la Commissione Difesa del Senato terrà l’audizione del Procuratore di Trapani Ambrogio Cartosio e del pm Andrea Tarondo, titolari di un’inchiesta che, a differenza di quella catanese, sembra essere in fase avanzata. Nel mirino della procura trapanese ci sarebbe una Ong tedesca che sarebbe entrata in azione trasbordando migranti senza un Sos dei potenziali naufraghi o una richiesta di intervento delle autorità italiane.

Infine, giovedì mattina sarà la volta dell’ammiraglio Vincenzo Melone, comandante generale delle Capitanerie di Porto, che pochi giorni fa aveva rimarcato  l’importanza del lavoro ausiliario svolto dalle Ong nell’affrontare un problema tanto critico quanto il soccorso umanitario in mare aperto. “La Libia non ha mai dichiarato l’area Sar (Search and Rescue), quando finisce l’area di responsabilità italiana c’è solo un enorme buco nero. E chi ha la responsabilità di intervenire? Chiunque abbia notizia di una situazione di pericolo […] Ecco allora che l’area Sar di competenza italiana si amplia dai 500 mila chilometri quadrati previsti dagli accordi a un milione e centomila chilometro quadrati, praticamente la metà del Mediterraneo. È ovvio che da sole le unità navali a nostra disposizione non ce la fanno e dunque dobbiamo chiamare a raccolta chiunque navighi in vicinanza di un evento Sar, mercantili e navi delle Ong.”

Sul versante opposto, non solo dal punto di vista geografico, il Capo della Guardia Costiera libica per la regione centrale, Rida Aysa, lancia accuse dirette proprio alle Ong: “le organizzazioni presenti nel Mar Mediterraneo con la missione di salvare i migranti hanno dato loro ad intendere che saranno inevitabilmente soccorsi e questo ha aggravato la crisi, aumentando il numero di migranti”. Ha poi aggiunto: “la Guardia Costiera libica ha fermato alcuni gommoni all’interno delle acque territoriali libiche, per poi imbattersi in alcune organizzazioni umanitarie che si sono lamentate del fatto che quei gommoni appartenevano a loro, benché non l’avessero comunicato alla Guardia Costiera, violando così le acque territoriali libiche”.

L’inchiesta di Zuccaro ha iniziato ad assumere una certa rilevanza mediatica lo scorso 27 aprile quando, negli studi di Agorà sui Rai Tre, lo stesso Procuratore di Catania aveva dichiarato: “A mio avviso alcune ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e so di contatti. Un traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga. Forse la cosa potrebbe essere ancora più inquietante. Si perseguono da parte di alcune ong finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi. Se l’informazione è corretta, questo corto circuito non si può creare salvo per effetto di persone che vogliono creare confusione”.

Le dichiarazioni avevano subito sucitato molto scalpore. A sostegno del magistrato catanese e in favore di un’inchiesta più approfondita sul ruolo delle Ong era intervenuto, prima, il Vice-Presidente della Camera, on. Luigi Di Maio sul suo profilo Twitter, e poi il Segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, sempre su Twitter, citando anche un suo intervento pubblicato precedentemente sulla propria pagina Facebook.

Fortemente critico verso Zuccaro era stato Roberto Saviano in un suo articolo su Repubblica. Lo scrittore, dopo aver lungamente smentito alcune delle riflessioni pronunciate dall’onorevole Di Maio nei giorni precedenti ed espresso il suo scetticismo su alcune delle accuse mosse dallo stesso Zuccaro, aveva concluso elogiando l’operato delle Ong: “Se le Ong fossero spazzate via da diffidenza e sospetti, se si interrompesse il sostegno economico privato, calcolate quanti migranti in meno arriverebbero in Italia, e non perché ne partirebbero di meno, ma perché morirebbero in mare, seppelliti dalle acque, e noi saremmo circondati da un cimitero più cimitero di quanto non lo sia già.”

Ancor più piccate le repliche dei diretti interessati, ossia delle Ong citate da Zuccaro. “Fino a quando non saranno definite eventuali responsabilità, continuare a generalizzare non solo non è utile a fare chiarezza ma contribuisce a creare un generale clima di sfiducia di cui rischiano di farne le spese bambini, donne e uomini in fuga” aveva affermato Valerio Neri, direttore generale di Save The Children. Il Presidente di Medici Senza Frontiere, Loris De Filippi, aveva persino minacciato di “portare avanti azioni legali contro chi ci diffama”.

Un documento molto importante per fare chiarezza sull’argomento è il rapporto pubblicato nel febbraio 2017 da Frontex, l’agenza dell’Unione Europea che si occupa del pattugliamento delle frontiere esterne terrestri, aeree e marittime degli Stati membri. A pagina 32 del “Risk Analysis 2017“, si legge che “a partire dal giugno 2016, un numero significativo di imbarcazioni sono state intercettate o recuperate dalle navi delle Ong senza che queste avessero fatto alcuna chiamata di emergenza e senza che fosse comunicato ufficialmente il luogo esatto del recupero. La presenza e l’attività delle Ong nei pressi e, in alcuni casi all’interno, del limite delle acque territoriali libiche è quasi raddoppiato rispetto agli anni precedenti […] Parallelamente, il numero complessivo di incidenti è drammaticamente aumentato”. E ancora: “In questo contesto, risulta che sia la sorveglianza di frontiera che le missioni “search and rescue” (Sar) vicino o entro le acque territoriali libiche hanno conseguenze impreviste.”

Il passaggio più importante, però, è quello in cui si afferma che “tutte le parti coinvolte nelle operazioni Sar nel Mediterraneo Centrale, seppur non intenzionalmente, aiutano i criminali a perseguire i propri scopi al minimo costo e a rafforzare questo modo di fare affari aumentandone le probabilità di successo”.

I dati ufficiali resi noti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom), un’organizzazione legata all’Agenzia per le Migrazioni delle Nazioni Unite, parlano di circa 43.357 persone giunte in Europa via mare nel periodo dall’1 gennaio al 26 aprile 2017, di cui 4.964 approdate in Grecia, 1.510 in Spagna e 36.883 in Italia. Nello stesso periodo del 2016, il numero complessivo di migranti era stato di 205.613, per la maggior parte proveniente dalla Siria, dall’Eritrea e dalla Nigeria.

Sempre secondo l’Iom, nel 2016, a fronte di 363.401 arrivi complessivi erano state accertate 5.083 morti di migranti durante la treversata, pari all’1,4% del totale. Nel 2017, considerando ancora il periodo dall’1 gennaio al 26 aprile, a fronte di 43.357 arrivi, il numero dei morti accertato è 1.089, pari al 2,5% del totale; un incremento magari non significativo in percentuale, ma comunque drammatico dal punto di vista umano.