3 novembre – Benjamin Netanyahu

Netanyahu
foto via Ilgiornale.it

«Vogliono lasciare il loro esercito, le loro basi aeree e i loro aerei da caccia a pochi secondi di distanza da Israele, e non lasceremo che ciò accada. Non lo diciamo con leggerezza. Le nostre intenzioni sono serie e saranno supportate dalle nostre azioni»

Il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, ha detto che non consentirà all’Iran di guadagnare potere in Siria mediante il rafforzamento della sua presenza militare sul territorio.

Venerdì, parlando alla Chatham House di Londra, Netanyahu ha accusato l’Iran di essere intervenuto nella guerra siriana «per “Libanizzare” la Siria economicamente e militarmente». «Vogliono lasciare il loro esercito, le loro basi aeree e i loro aerei da caccia a pochi secondi di distanza da Israele, e non lasceremo che ciò accada» ha detto il primo ministro.

Citando l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, Netanyahu ha affermato che l’Iran «è una causa, non un paese» e che «sta divorando una nazione dopo l’altra, direttamente o per procura». L’ultima sarebbe proprio la Siria, da anni teatro di una sanguinosa guerra civile, dove l’Iran avrebbe introdotto decine di migliaia di guerriglieri sciiti.

In passato Israele ha già bombardato ciò che riteneva essere basi militari di Hezbollah in Siria potenzialmente pericolose per la propria sicurezza. A questo proposito, giovedì scorso dei jet israeliani hanno attaccato un deposito di armi situato nelle aree rurali nei pressi di Hisya, a sud della città siriana di Homs. Secondo Patrick Wintour del Guardian, tuttavia, le ultime dichiarazioni di Netanyahu sulle intenzioni iraniane in Siria suggeriscono che Israele si starebbe preparando a uno scontro più frontale con l’Iran, per impedire che lo stato sciita ottenga dei benefici dal suo impegno nella guerra siriana.

12 ottobre – Heather Nauert

Valerie Harper Visits "FOX & Friends"
foto via Politico.com

«Questa decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per il crescente arretramento dell’UNESCO, per la necessità di una fondamentale riforma nell’organizzazione e per i suoi continui pregiudizi anti-Israele»

Heather Nauert

Quest’oggi, con un comunicato pubblicato sul sito del Dipartimento di Stato, firmato dalla portavoce Heather Nauert, gli Stati Uniti hanno annunciato ufficialmente la loro decisione di ritirarsi dall’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

«In data 12 ottobre 2017, il Dipartimento di Stato ha notificato alla direttrice generale dell’UNESCO Irina Bokova la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’organizzazione e di cercare di istituire una missione come osservatore permanente presso l’UNESCO», si legge all’inizio del comunicato.

Il motivo dell’improvvisa e inaspettata decisione, secondo il Dipartimento Usa, sarebbe la postura decisamente anti-israeliana che l’organizzazione avrebbe assunto negli ultimi tempi. «Questa decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per il crescente arretramento dell’UNESCO, per la necessità di una fondamentale riforma nell’organizzazione e per i suoi continui pregiudizi anti-Israele», è scritto nel comunicato.

La decisione dell’amministrazione Trump ricalca quella già presa da Reagan nel 1984, quando gli Stati Uniti lasciarono l’UNESCO per rientrarvi solo nel 2002, per volere di George W. Bush. Mentre dal 2011, lo stato americano aveva smesso di finanziare l’organizzazione, a seguito della decisione di includere tra i membri pure la Palestina.

Gli Usa, tuttavia, non lasciano completamente l’organizzazione, ma continueranno a impegnarsi a perseguirne gli obiettivi da fuori, come stato osservatore. E’ quello che si evince anche dal tweet pubblicato sempre dall’account ufficiale del Dipartimento di Stato.

«Mi rammarico profondamente per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Unesco, di cui ho ricevuto notifica ufficiale con una lettera del segretario di stato americano, Rex Tillerson», ha detto in un comunicato Irina Bokova, Direttrice Generale dell’organizzazione. «Una perdita per l’Unesco, per le Nazioni Unite e per il mutilateralismo», ha continuato.

La decisione americana ha avuto ripercussioni significative a Gerusalemme. «La decisione del presidente Trump è coraggiosa e morale, perché l’Unesco è diventato un teatro dell’assurdo e perché piuttosto che preservare la storia la distorce», è stato il commento in una nota del premier israeliano Netanyahu. L’ufficio del primo ministro ha anch’esso reso pubblico una nota in cui si comunica l’intenzione di Israele di lasciare a sua volta l’organizzazione: «Il premier Netanyhau ha dato istruzioni al ministero degli Esteri di preparare il ritiro di Israele dall’organizzazione in parallelo agli Stati Uniti».

19 luglio – Benjamin Netanyahu

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foto via Bbc.com

«Penso che l’Europa debba decidere se vuole vivere e prosperare o se vuole avizzire e scomparire. Non sono molto politicamente corretto. So che è uno shock per alcuni di voi. È uno scherzo. Ma la verità è la verità, sia sulla sicurezza dell’Europa che sul futuro economico dell’Europa. Entrambe queste preoccupazioni impongono una diversa politica verso Israele»

Benjamin Netanyahu

Avrebbe dovuto essere un incontro a porta chiuse tra Israele e alcuni Paesi dell’Europa dell’Est. Invece, è bastato un microfono rimasto inavvertitamente acceso per pochi minuti per trasmettere in cuffia ai giornalisti presenti una serie di dichiarazioni piuttosto forti pronunciate da Benjamin Netanyahu nei riguardi dell’Unione Europea.

Il Primo Ministro era giunto ieri a Budapest, in quella che era la prima visita di un leader israeliano in Ungheria negli ultimi trent’anni. Oggi era previsto un incontro multilaterale con i leader dei Paesi del Gruppo di Visegrad: Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. L’obiettivo era trovare una linea comune anti-immigrazione, che prevedesse anche l’erezione di barriere e di recinzioni alle frontiere, allo scopo di bloccare il flusso di profughi e migranti provenienti dal Medio Oriente.

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Da sinistra: il premier Bohuslav Sobotka della Republica ceca, Benjamin Netanyahu di Israele, Viktor Orbán dell’Ungheria, Robert Fico della Slovacchia e Beata Szydło della Polonia, durante una conferenza stampa a Budapest (foto via Theguardian.com/Epa)

Netanyahu, che recentemente ha avuto un acceso diverbio con l’Unione Europea riguardante la legge che riconosce retroattivamente gli insediamenti israeliani in Palestina, osteggiata da Bruxelles in quanto ostacolerebbe il processo di pace, non ha perso l’occasione per attaccare duramente l’Europa e il suo atteggiamento ambiguo, per non dire ostile, nei confronti di Israele.

«L’Unione Europea è l’unica organizzazione di stati al mondo che stabilisce le sue relazioni con Israele, che le fornisce la tecnologia in ogni campo, sulla base delle condizioni politiche. L’unica! Nessuno lo fa» ha detto Netanyahu, che ha poi continuato: «È folle. È veramente folle. E non riguarda i miei interessi, sto parlando degli interessi dell’Europa».

Il Primo Ministro israeliano si è rivolto anche al suo omologo ungherese, Viktor Orban, che spesso in passato ha espresso posizioni anti-semite. «Penso di poter suggerire che ciò che risulta da questo incontro è la tua capacità di comunicare con i tuoi colleghi in altre parti d’Europa: aiutare l’Europa … non minare un paese occidentale che difende i valori europei e gli interessi europei e impedisce un’altra migrazione di massa in Europa» ha detto il leader israeliano, che ha poi proseguito: «Quindi smettetela di attaccare Israele. Iniziate a sostenerci».

A questo punto, Orban è intervenuto nel discorso e, ridendo, ha detto: «Signor Netanyahu, l’Unione Europea è ancora più unica. L’UE pone delle condizioni ai Paesi già all’interno dell’UE, non solo ai Paesi esterni». Secca e polemica la risposta di Netanyahu: «Penso che l’Europa debba decidere se vuole vivere e prosperare o se vuole avizzire e scomparire. Non sono molto politicamente corretto. So che è uno shock per alcuni di voi. È uno scherzo. Ma la verità è la verità, sia sulla sicurezza dell’Europa che sul futuro economico dell’Europa. Entrambe queste preoccupazioni impongono una diversa politica verso Israele».

«Siamo parte della cultura europea», ha continuato Netanyahu, «L’Europa finisce in Israele. A est di Israele, non esiste più l’Europa. Non abbiamo amici più grandi di quei cristiani che sostengono Israele in tutto il mondo. Non solo gli evangelisti. Se andassi in Brasile, sarei accolto con maggior entusiasmo che all’interno del mio partito, il Likud».

Importanti anche le parole pronunciate dal leader israeliano sulla crisi in Siria, in cui il suo Paese svolge un ruolo di primissimo piano. «Abbiamo bloccato il confine non solo con l’Egitto, ma sulle alture del Golan», ha detto, «Abbiamo costruito il muro perché c’era un problema con l’ISIS e con l’Iran che cercavano di costruirvi un fronte per il terrorismo». «L’ho detto a Putin, quando li vediamo trasferire armi a Hezbollah, gli faremo male. Lo abbiamo fatto una dozzina di volte» ha affermato sempre lo stesso Netanyahu, confermando che l’aviazione israeliana sta da tempo bombardando sia i convogli dell’Isis che quelli di Hezbollah e dei suoi alleati sciiti.

Ultime, ma non meno importanti, le dichiarazioni sulla politica estera americana in Medio Oriente, da cui traspare l’ostilità di Netanyahu verso Barack Obama e l’apprezzamento per la nuova amministrazione. «Abbiamo avuto un grosso problema (con gli Stati Uniti)». ha detto il Primo Ministro, «Ora penso che sia diverso. Nei confronti dell’Iran, c’è una posizione più forte. Gli Stati Uniti sono più impegnati nella regione e conducono più bombardamenti (in Siria). È una cosa positiva. Penso che siamo d’accordo sullo Stato Islamico, non siamo d’accordo sull’Iran».