15 ottobre – Rex Tillerson

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foto via Bbc.com

«Vediamo se riusciamo ad affrontare i difetti restando nell’accordo, lavorando con gli altri firmatari, lavorando con gli amici e gli alleati europei dentro l’accordo»

Rex Tillerson

Nel corso di un’intervista alla Cnn, nel programma domenicale “State of the Union” condotto dal giornalista Jake Tapper, il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha rilasciato alcune dichiarazioni che sembrano distanziarsi, in parte, da quelle rilasciate solo pochi giorni fa dal Presidente Trump sull’accordo nucleare iraniano.

Alla domanda diretta di Tapper se gli Usa debbano rimanere all’interno dell’accordo con l’Iran e se questo sia nell’interesse americano, Tillerson ha risposto chiaramente: «Noi rimarremo dentro l’accordo». Una posizione chiara e decisa, che stride con l’annuncio del Presidente di voler ripudiare l’accordo negoziato dall’amministrazione Obama, a causa delle ripetute violazioni dei termini da parte del regime di Teheran.

«Quello che il Presidente vuole è una strategia più comprensiva nella sua totalità», ha detto Tillerson, «Questo accordo nucleare ha una serie di difetti e di debolezze e il Presidente, nel corso della campagna elettorale, ha detto che avrebbe rivisto l’accordo o l’avrebbe rinegoziato per correggere questi difetti oppure che avrebbe cercato di ottenere un accordo completamente diverso».

«Noi vogliamo affrontare le debolezze contenute nell’accordo nucleare», ha continuato il Segretario di Stato, «ma dobbiamo anche affrontare una più ampia serie di minacce che l’Iran pone alla regione, ai nostri amici ed alleati e alla nostra sicurezza nazionale». Tra le accuse rivolte al regime di Teheran, Tillerson ha citato il legame stretto con le milizie libanesi di Hezbollah, il tentativo di destabilizzare lo Yemen appoggiando i ribelli Houthi e il sostegno finanziario offerto ad alcuni gruppi terroristici di matrice islamica.

Del resto, secondo Tillerson, l’Iran sta rispettando l’accordo negoziato nel 2015, a differenza di quanto sostenuto da Trump. Il regime di Teheran avrebbe commesso delle «violazioni tecniche» di alcune norme negoziate, ma «hanno rimediato a queste violazioni, il che li riporta nella conformità tecnica».

La necessità di rinegoziare l’accordo, sempre secondo il Segretario di Stato, non nasce dalla minaccia nucleare rappresentata dall’Iran, ma dalla complessa rete di alleanze e di influenze che Teheran sta consolidando ed espandendo in Medio Oriente. Il dialogo, tuttavia, non deve essere riaperto unilateralmente, ma con l’appoggio degli altri firmatari dell’accordo. «Vediamo se riusciamo ad affrontare i difetti restando nell’accordo, lavorando con gli altri firmatari, lavorando con gli amici e gli alleati europei dentro l’accordo», ha detto Tillerson.

9 ottobre – Federica Mogherini

EU foreign policy chief Mogherini holds a news conference on the European Defence Action Plan in Brussels
foto via Reuters.com

«L’accordo con l’Iran ha concluso una delle peggiori crisi nucleari del nostro tempo. Ora, mentre ci troviamo ad affrontare una nuova minaccia nucleare, causata dalla Corea del Nord, non possiamo davvero permetterci di aprire un altro fronte. Abbiamo un interesse e una responsabilità, un dovere, di preservare l’accordo nucleare con l’Iran e di lavorare per rafforzare, non indebolire il regime globale di non proliferazione»

Federica Mogherini

E’ un periodo storico in cui la sicurezza e la proliferazione nucleare occupano un posto di assoluto rilievo nell’agenda politica globale. In un momento in cui i test missilistici di Kim Jong-un minacciano la stabilità dell’Asia-Pacifico, Donald Trump minaccia di uscire dall’accordo nucleare con l’Iran e il Premio Nobel per la Pace viene assegnato all’ICAN, ecco che ricorre anche il sessantesimo compleanno dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e del Trattato Euratom.

In un convegno di due giorni, che si terrà oggi e domani a Roma, presso l’Accademia dei Lincei, questi temi saranno dibattuti intensamente. L’Edoardo Amaldi Conference, infatti, raccoglierà relatori da 40 Paesi, provenienti da America, Medio Oriente, Asia e Africa. Ad aprire i lavori, è intervenuto il Direttore Generale dell’AIEA, Yukiya Amano, che ha difeso l’accordo nucleare con l’Iran (il JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action) firmato nel luglio 2015.

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Il direttore generale dell’AIEA, Yukiya Amano, parla a Roma all’Accademia dei Lincei (foto via Repubblica.it)

«L’Iran è sottoposto oggi al regime di controlli nucleari più robusto del mondo», ha detto Amano, «I nostri ispettori hanno accesso ai siti, abbiamo molte informazioni su un programma nucleare iraniano che oggi è più ridotto rispetto al periodo precedente gli accordi. E posso confermare che il paese sta mantenendo gli impegni».

Successivamente, è intervenuto anche l’Alto Rappresentante Dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, l’italiana Federica Mogherini, con un breve discorso. «Ancora una volta dobbiamo affrontare dei test e la minaccia di un attacco nucleare», ha esordito la Mogherini. «L’unica cosa saggia da fare, in un momento simile, è quella di investire tutto il nostro capitale politico nel potere della diplomazia, del multilateralismo e della cooperazione internazionale. Dobbiamo aprire nuovi canali per il dialogo e la mediazione e non dobbiamo assolutamente distruggere i canali che già abbiamo». Per il rappresentante della politica estera europea, è il tempo di «proteggere e ampliare tutti gli accordi internazionali sulla non proliferazione. Questo non è certamente il momento di smantellarli».

Federica Mogherini ha poi parlato dell’accordo nucleare con l’Iran firmato nel 2015, come il simbolo dell’importanza della cooperazione internazionale e del dialogo per garantire la pace. «L’accordo nucleare iraniano ha mostrato il potere della cooperazione internazionale. Attraverso la diplomazia e il dialogo abbiamo raggiunto una soluzione vincente per entrambi, abbiamo fissato una pietra miliare per la non proliferazione e abbiamo impedito un’escalation militare devastante e pericolosa», ha detto.

L’accordo con l’Iran va preservato, secondo la Mogherini, non soltanto perché ha risolto una minaccia importante, ma anche perché permette di concentrare gli sforzi sull’altra grande crisi, quella dei test missilistici in Corea del Nord. «L’accordo con l’Iran ha concluso una delle peggiori crisi nucleari del nostro tempo. Ora, mentre ci troviamo ad affrontare una nuova minaccia nucleare, causata dalla Corea del Nord, non possiamo davvero permetterci di aprire un altro fronte. Abbiamo un interesse e una responsabilità, un dovere, di preservare l’accordo nucleare con l’Iran e di lavorare per rafforzare, non indebolire il regime globale di non proliferazione».

Ha poi concluso ribadendo il ruolo cruciale dell’Unione Europea nel risolvere le principali crisi nucleari del nostro tempo: «Il mondo può contare su di noi. Il mondo può contare sull’Unione europea. Noi conserveremo l’accordo con l’Iran. Cercheremo di rendere la penisola coreana pacifica, sicura e non nuclearizzata».

Sempre nella giornata di oggi, dichiarazioni favorevoli al proseguimento degli accordi raggiungti con la Repubblica Islamica sono giunti anche da Cina e Russia. «Speriamo che l’accordo nucleare globale sull’Iran possa continuare ad essere attuato seriamente», ha affermato Hua Chunying, Portavoce del Ministero degli Esteri cinese. «Il Presidente Putin ha ripetutamente sottolineato l’importanza degli accordi nell’affrontare il dossier nucleare iraniano. Senza dubbio, il ritiro di qualsiasi Paese da questo accordo, e a maggior ragione degli Stati Uniti, avrà certamente delle conseguenze negative», ha detto invece Dmitry Peskov, Portavoce del Cremlino.

25 luglio – John McCain

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foto via Nytimes.com

«Il nostro sistema di assicurazione sanitaria è un disastro. Tutti lo sanno, sia coloro che sostengono l’Obamacare sia coloro che vi si oppongono. Qualcosa deve essere fatto. Noi repubblicani abbiamo cercato un modo per cancellarlo e per sostituirlo con qualcos’altro, senza dover pagare un prezzo politico troppo alto. Non lo abbiamo ancora trovato e non sono sicuro che ci riusciremo. Tutto quello che siamo riusciti a fare è rendere più popolare un provvedimento che non lo era affatto quando abbiamo iniziato a cercare di eliminarlo»

John McCain

Il Senato degli Stati Uniti d’America ha dato il via libera con 51 voti su 100 alla mozione che permette di ridiscutere l’Affordable Care Act (ACA), la riforma sanitaria meglio nota come Obamacare. Il voto per riaprire l’iter legislativo è passato nonostante il voto contrario di tutti e 48 i senatori democratici, a cui si sono aggiunte le due senatrici repubblicane Susan Collins del Maine e Lisa Murkowski dell’Alaska. Tutti gli altri 50 senatori repubblicani, invece, hanno votato a favore della mozione. Determinante, per superare la parità, è stato il voto di Mike Pence, che in qualità di vice-Presidente degli Stati Uniti è anche Presidente del Senato.

La decisione è stata accolta con grande entusiasmo dal Presidente Donald Trump, che in campagna elettorale aveva più volte promesso di eliminare la riforma sanitaria di Obama. «L’Obamacare sta torturando il popolo americano. I democratici hanno ingannato già abbastanza il popolo. Abrogate o abrogate e sostituite! Ho la penna in mano», aveva scritto Trump in precedenza su Twitter.

La votazione era tanto attesa anche per il ritorno annunciato in aula di John McCain, che nei giorni scorsi era stato ricoverato per un tumore al cervello. Il senatore repubblicano dell’Arizona, candidato presidente nel 2008, è stato accolto nel suo ingresso al Senato da un’autentica ovazione, con i colleghi che si sono tutti alzati in piedi. «Davvero magnifico che John McCain stia tornando per il voto. Un coraggioso eroe americano! Grazie John», erano state le parole del Presidente. Lo stesso Trump ha poi nuovamente ringraziato McCain dopo l’approvazione della mozione: «Grazie per essere venuto a Washington per un voto così cruciale».

«Sono qui oggi», ha detto McCain in apertura al suo discorso, «perché ho una rinnovata stima per i protocolli e per le consuetudini di questo organismo, e per le altre novantanove anime privilegiate che sono state elette in questo Senato».

Il senatore ha avuto modo di parlare del clima politico a Washington, che è tutt’altro che sereno e collaborativo. «Spero che possiamo fare ancora affidamento sull’umiltà, sul bisogno di cooperare, sul nostro dipendere gli uni dagli altri per imparare a fidarci di nuovo a vicenda e, così facendo, servire al meglio il popolo che ci ha eletto. Basta dare ascolto a quelle dicerie esagerate alla radio e in televisione e su internet. Vadano tutte al diavolo. Costoro non vogliono che niente di buono sia fatto per il bene comune. La nostra incapacità è il loro pane quotidiano» ha detto McCain.

I risultati della scarsa cooperazione politica sono sotto gli occhi di tutti: «Non stiamo concludendo niente. Tutto quello che abbiamo fatto quest’anno è stato confermare Neil Gorsuch alla Corte Suprema», ha detto il senatore repubblicato. Parlando nello specifico della riforma sanitaria, le sue parole sono state anche più dure: «Il nostro sistema di assicurazione sanitaria è un disastro. Tutti lo sanno, sia coloro che sostengono l’Obamacare sia coloro che vi si oppongono. Qualcosa deve essere fatto. Noi repubblicani abbiamo cercato un modo per cancellarlo e per sostituirlo con qualcos’altro, senza dover pagare un prezzo politico troppo alto. Non lo abbiamo ancora trovato e non sono sicuro che ci riusciremo. Tutto quello che siamo riusciti a fare è rendere più popolare un provvedimento che non lo era affatto quando abbiamo iniziato a cercare di eliminarlo».

Anche nei riguardi della votazione odierna, il sostegno quasi unanime dei repubblicani è volto a ridiscutere l’Obamacare, ma il percorso per arrivare a una nuova riforma è ancora lungo. «Ho votato perché la mozione passasse per permettere al dibattito di proseguire e perché fossero proposti dei miglioramenti. Non voterò la legge per come è scritta oggi. Al momento è solo l’involucro di una legge. E lo sappiamo tutti. Ho alcuni cambiamenti richiesti dal governatore del mio stato che dovranno essere inclusi per guadagnare il mio sostegno finale all’approvazione di qualsivoglia legge. So che anche molti di voi vorranno vedere il provvedimento cambiare considerevolmente prima di votarlo», ha affermato McCain.

Il senatore ha concluso ringraziando per il sostegno ricevuto, facendo riferimento alla propria malattia, ma promettendo che il suo compito da senatore non è esaurito. «Dopo questo, tornerò per un po’ di tempo a casa per curare la mia malattia. Ho tutte le intenzioni di tornare qui e dare a molti di voi una scusa per ritirare tutte le cose carine che avete detto su di me. E, spero, di poter imprimere ancora su di voi quanto sia per me un onore servire il popolo americano in vostra compagnia», è stata la conclusione, tra gli applausi, del discorso.

19 luglio – Benjamin Netanyahu

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foto via Bbc.com

«Penso che l’Europa debba decidere se vuole vivere e prosperare o se vuole avizzire e scomparire. Non sono molto politicamente corretto. So che è uno shock per alcuni di voi. È uno scherzo. Ma la verità è la verità, sia sulla sicurezza dell’Europa che sul futuro economico dell’Europa. Entrambe queste preoccupazioni impongono una diversa politica verso Israele»

Benjamin Netanyahu

Avrebbe dovuto essere un incontro a porta chiuse tra Israele e alcuni Paesi dell’Europa dell’Est. Invece, è bastato un microfono rimasto inavvertitamente acceso per pochi minuti per trasmettere in cuffia ai giornalisti presenti una serie di dichiarazioni piuttosto forti pronunciate da Benjamin Netanyahu nei riguardi dell’Unione Europea.

Il Primo Ministro era giunto ieri a Budapest, in quella che era la prima visita di un leader israeliano in Ungheria negli ultimi trent’anni. Oggi era previsto un incontro multilaterale con i leader dei Paesi del Gruppo di Visegrad: Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. L’obiettivo era trovare una linea comune anti-immigrazione, che prevedesse anche l’erezione di barriere e di recinzioni alle frontiere, allo scopo di bloccare il flusso di profughi e migranti provenienti dal Medio Oriente.

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Da sinistra: il premier Bohuslav Sobotka della Republica ceca, Benjamin Netanyahu di Israele, Viktor Orbán dell’Ungheria, Robert Fico della Slovacchia e Beata Szydło della Polonia, durante una conferenza stampa a Budapest (foto via Theguardian.com/Epa)

Netanyahu, che recentemente ha avuto un acceso diverbio con l’Unione Europea riguardante la legge che riconosce retroattivamente gli insediamenti israeliani in Palestina, osteggiata da Bruxelles in quanto ostacolerebbe il processo di pace, non ha perso l’occasione per attaccare duramente l’Europa e il suo atteggiamento ambiguo, per non dire ostile, nei confronti di Israele.

«L’Unione Europea è l’unica organizzazione di stati al mondo che stabilisce le sue relazioni con Israele, che le fornisce la tecnologia in ogni campo, sulla base delle condizioni politiche. L’unica! Nessuno lo fa» ha detto Netanyahu, che ha poi continuato: «È folle. È veramente folle. E non riguarda i miei interessi, sto parlando degli interessi dell’Europa».

Il Primo Ministro israeliano si è rivolto anche al suo omologo ungherese, Viktor Orban, che spesso in passato ha espresso posizioni anti-semite. «Penso di poter suggerire che ciò che risulta da questo incontro è la tua capacità di comunicare con i tuoi colleghi in altre parti d’Europa: aiutare l’Europa … non minare un paese occidentale che difende i valori europei e gli interessi europei e impedisce un’altra migrazione di massa in Europa» ha detto il leader israeliano, che ha poi proseguito: «Quindi smettetela di attaccare Israele. Iniziate a sostenerci».

A questo punto, Orban è intervenuto nel discorso e, ridendo, ha detto: «Signor Netanyahu, l’Unione Europea è ancora più unica. L’UE pone delle condizioni ai Paesi già all’interno dell’UE, non solo ai Paesi esterni». Secca e polemica la risposta di Netanyahu: «Penso che l’Europa debba decidere se vuole vivere e prosperare o se vuole avizzire e scomparire. Non sono molto politicamente corretto. So che è uno shock per alcuni di voi. È uno scherzo. Ma la verità è la verità, sia sulla sicurezza dell’Europa che sul futuro economico dell’Europa. Entrambe queste preoccupazioni impongono una diversa politica verso Israele».

«Siamo parte della cultura europea», ha continuato Netanyahu, «L’Europa finisce in Israele. A est di Israele, non esiste più l’Europa. Non abbiamo amici più grandi di quei cristiani che sostengono Israele in tutto il mondo. Non solo gli evangelisti. Se andassi in Brasile, sarei accolto con maggior entusiasmo che all’interno del mio partito, il Likud».

Importanti anche le parole pronunciate dal leader israeliano sulla crisi in Siria, in cui il suo Paese svolge un ruolo di primissimo piano. «Abbiamo bloccato il confine non solo con l’Egitto, ma sulle alture del Golan», ha detto, «Abbiamo costruito il muro perché c’era un problema con l’ISIS e con l’Iran che cercavano di costruirvi un fronte per il terrorismo». «L’ho detto a Putin, quando li vediamo trasferire armi a Hezbollah, gli faremo male. Lo abbiamo fatto una dozzina di volte» ha affermato sempre lo stesso Netanyahu, confermando che l’aviazione israeliana sta da tempo bombardando sia i convogli dell’Isis che quelli di Hezbollah e dei suoi alleati sciiti.

Ultime, ma non meno importanti, le dichiarazioni sulla politica estera americana in Medio Oriente, da cui traspare l’ostilità di Netanyahu verso Barack Obama e l’apprezzamento per la nuova amministrazione. «Abbiamo avuto un grosso problema (con gli Stati Uniti)». ha detto il Primo Ministro, «Ora penso che sia diverso. Nei confronti dell’Iran, c’è una posizione più forte. Gli Stati Uniti sono più impegnati nella regione e conducono più bombardamenti (in Siria). È una cosa positiva. Penso che siamo d’accordo sullo Stato Islamico, non siamo d’accordo sull’Iran».

17 maggio – Chelsea Manning

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foto via Theguardian.uk (HO/AFP/Getty Images)

“Dopo altri quattro mesi carichi di ansia e di attesa, il giorno che ho aspettato tanto a lungo è finalmente arrivato. Qualunque cosa mi attenda sarà molto più importante del passato. Solo ora capisco quel che mi sta capitando, è emozionante, strano, divertente, e tutto nuovo per me”

Chelsea E. Manning

Gli avvocati di Chelsea Manning hanno annunciato che la soldatessa americana è stata rilasciata quest’oggi dal carcere militare di Fort Leavenworth, in Kansas.

Manning fu arrestata nel maggio 2010, mentre era in sede come analista di intelligence in Iraq, con l’accusa di aver diffuso documenti militari altamente riservati. La procura militare la giudicò colpevole di 20 capi d’imputazione, ma l’assolse da quello di connivenza con il nemico, per il quale la pena può essere la morte.

Manning, quindi, è condannata a 35 anni di prigione. Poco dopo l’incarcerazione, ha intrapreso un procedimento legale per il riconoscimento della sua disforia di genere e ha iniziato anche il processo per il cambiamento di sesso, grazie al quale è diventata donna. Lo scorso gennaio, l’ex-presidente Barack Obama, tre giorni prima della fine del suo mandato, ha commutato la pena di Manning che, dopo sette anni, è stata finalmente liberata.

Come ha precisato al The Guardian una delle sue avvocatessee, questo non pone fine alla vicenda: “La gente pensa che soltanto perché uno è stato rilasciato il suo ricorso sia finito. Il resto del suo caso, tuttavia, è ancora da svolgere e noi vogliamo pulire il suo nome. È stata accusata di crimini che io non credo abbia commesso e l’intera azione giudiziara contro di lei è stata ingiusta”. Né la sua liberazione toglie che le condizioni in cui Chelsea Manning è stata detenuta siano state denunciate come contrarie ai diritti umani.

I moltissimi documenti che Manning ha passato a WikiLeaks testimoniano crimini di guerra commessi dalle truppe americane in Iraq e in Medio Oriente. Ad esempio, grazie a lei venne rivelato il video noto con il titolo di “Collateral Murder”, nel quale due elicotteri americani fanno fuoco su civili inermi, pretestuosamente ritenuti armati.

Qualche mese fa, Julian Assange, fondatore e direttore di WikiLeaks, in un’intervista che abbiamo tradotto, riteneva che la commutazione della pena fosse una “vittoria strategica” per la sua testata. Anzitutto, spiegava che la condanna, così “estrema”, “senza precedenti”, puntava a “scoraggiare altri pentiti dal diventare nostre fonti” e a far sì che  “chi lavora per gli Stati Uniti abbia paura a diffondere informazioni sugli abusi commessi dalle forze armate americane”. Viceversa, la concessione della grazia a Manning “significa che adesso trasmettere informazioni a WikiLeaks non costa più 35 anni ma al massimo sette”. Sicché, concludeva, la liberazione di Manning “è una vittoria per la stampa come istituzione”.

Di diverso avviso è l’avvocato David Coombs, un altro dei difensori di Manning. Questi ha scritto che non c’è nulla da celebrare: “dovrebbe essere un giorno di pura gioia per me, ma non lo è. È una giornata che mi fa riflettere su quanto profondamente il sistema di giustizia militare possa pervertirsi”.

7 gennaio – Barack Obama

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foto via YouTube

“Fin dai tempi di George Washington, i presidenti hanno sempre rivolto […] un discorso di congedo al popolo Americano. Martedì sera, a Chicago, pronuncerò il mio”

Barack Obama

Nel suo video-messaggio settimanale, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato che martedì prossimo pronuncerà il suo ultimo discorso pubblico da presidente. “Ho scelto Chicago” ha detto Obama “non solo perché è la mia città natale – dove ho conosciuto mia moglie e dove insieme abbiamo formato una famiglia – ma anche perché è dove la mia carriera nel servizio pubblico è effettivamente cominciata”.

Barack Obama è il 44° presidente degli Stati Uniti, ed è in carica dal 20 gennaio 2009. Il suo mandato (il secondo, essendo stato rieletto nel 2012) terminerà ufficialmente il 20 gennaio, giorno in cui si insedierà il nuovo presidente, Donald Trump.