14 ottobre – Valentina Matviyenko

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foto via Sputniknews.com

«Questo è un atto internazionale, un documento, che è stato adottato sotto forma di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Non è un accordo bilaterale tra l’Iran e gli Stati Uniti e, pertanto, non può essere revocato unilateralmente»

Valentina Matviyenko

Dopo le dichiarazioni di ieri di Donald Trump riguardanti la sua decisione di non continuare a certificare il rispetto dell’accordo nucleare con l’Iran, il Joint Comprehensive Plan Of Action, lasciandone il destino nelle mani del Congresso americano, gli altri membri del JCPOA hanno prontamente affermato pubblicamente che la sopravvivenza dell’accordo non è a rischio.

La Federazione Russa, per bocca del Presidente del Consiglio Federale (ossia il Senato) Valentina Matviyenko ha oggi ribadito che l’iniziativa di un solo Paese, per quanto potente possa essere, non può invalidare un accordo così importante. «Questo è un atto internazionale, un documento, che è stato adottato sotto forma di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Non è un accordo bilaterale tra l’Iran e gli Stati Uniti e, pertanto, non può essere revocato unilateralmente», ha detto la Matviyenko ai giornalisti.

«Spero che non ci sia alcuna decisione di abrogare l’accordo, dal momento che ogni tentativo di cambiarne l’equilibrio può essere molto pericoloso», ha continuato il Presidente del Senato russo, «tutti gli accordi di non proliferazioni sottoscritti internazionalmente sarebbero a rischio».

Valentina Matviyenko ha, inoltre, difeso i risultati sin qui ottenuti: «L’accordo con l’Iran sul programma nucleare è stato difficile da raggiungere e il mondo l’ha riconosciuto come una grandiosa vittoria della diplomazia internazionale. Oggi l’Iran è sottoposto al ferreo controllo dell’IAEA sul rispetto degli impegni previsti dall’accordo». «Non c’è alcuna ragione per dubitare dell’effettività di questo accordo, di questo documento», ha concluso, infine, la Matviyenko.

12 ottobre – Heather Nauert

Valerie Harper Visits "FOX & Friends"
foto via Politico.com

«Questa decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per il crescente arretramento dell’UNESCO, per la necessità di una fondamentale riforma nell’organizzazione e per i suoi continui pregiudizi anti-Israele»

Heather Nauert

Quest’oggi, con un comunicato pubblicato sul sito del Dipartimento di Stato, firmato dalla portavoce Heather Nauert, gli Stati Uniti hanno annunciato ufficialmente la loro decisione di ritirarsi dall’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

«In data 12 ottobre 2017, il Dipartimento di Stato ha notificato alla direttrice generale dell’UNESCO Irina Bokova la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’organizzazione e di cercare di istituire una missione come osservatore permanente presso l’UNESCO», si legge all’inizio del comunicato.

Il motivo dell’improvvisa e inaspettata decisione, secondo il Dipartimento Usa, sarebbe la postura decisamente anti-israeliana che l’organizzazione avrebbe assunto negli ultimi tempi. «Questa decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per il crescente arretramento dell’UNESCO, per la necessità di una fondamentale riforma nell’organizzazione e per i suoi continui pregiudizi anti-Israele», è scritto nel comunicato.

La decisione dell’amministrazione Trump ricalca quella già presa da Reagan nel 1984, quando gli Stati Uniti lasciarono l’UNESCO per rientrarvi solo nel 2002, per volere di George W. Bush. Mentre dal 2011, lo stato americano aveva smesso di finanziare l’organizzazione, a seguito della decisione di includere tra i membri pure la Palestina.

Gli Usa, tuttavia, non lasciano completamente l’organizzazione, ma continueranno a impegnarsi a perseguirne gli obiettivi da fuori, come stato osservatore. E’ quello che si evince anche dal tweet pubblicato sempre dall’account ufficiale del Dipartimento di Stato.

«Mi rammarico profondamente per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Unesco, di cui ho ricevuto notifica ufficiale con una lettera del segretario di stato americano, Rex Tillerson», ha detto in un comunicato Irina Bokova, Direttrice Generale dell’organizzazione. «Una perdita per l’Unesco, per le Nazioni Unite e per il mutilateralismo», ha continuato.

La decisione americana ha avuto ripercussioni significative a Gerusalemme. «La decisione del presidente Trump è coraggiosa e morale, perché l’Unesco è diventato un teatro dell’assurdo e perché piuttosto che preservare la storia la distorce», è stato il commento in una nota del premier israeliano Netanyahu. L’ufficio del primo ministro ha anch’esso reso pubblico una nota in cui si comunica l’intenzione di Israele di lasciare a sua volta l’organizzazione: «Il premier Netanyhau ha dato istruzioni al ministero degli Esteri di preparare il ritiro di Israele dall’organizzazione in parallelo agli Stati Uniti».

9 ottobre – Federica Mogherini

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foto via Reuters.com

«L’accordo con l’Iran ha concluso una delle peggiori crisi nucleari del nostro tempo. Ora, mentre ci troviamo ad affrontare una nuova minaccia nucleare, causata dalla Corea del Nord, non possiamo davvero permetterci di aprire un altro fronte. Abbiamo un interesse e una responsabilità, un dovere, di preservare l’accordo nucleare con l’Iran e di lavorare per rafforzare, non indebolire il regime globale di non proliferazione»

Federica Mogherini

E’ un periodo storico in cui la sicurezza e la proliferazione nucleare occupano un posto di assoluto rilievo nell’agenda politica globale. In un momento in cui i test missilistici di Kim Jong-un minacciano la stabilità dell’Asia-Pacifico, Donald Trump minaccia di uscire dall’accordo nucleare con l’Iran e il Premio Nobel per la Pace viene assegnato all’ICAN, ecco che ricorre anche il sessantesimo compleanno dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e del Trattato Euratom.

In un convegno di due giorni, che si terrà oggi e domani a Roma, presso l’Accademia dei Lincei, questi temi saranno dibattuti intensamente. L’Edoardo Amaldi Conference, infatti, raccoglierà relatori da 40 Paesi, provenienti da America, Medio Oriente, Asia e Africa. Ad aprire i lavori, è intervenuto il Direttore Generale dell’AIEA, Yukiya Amano, che ha difeso l’accordo nucleare con l’Iran (il JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action) firmato nel luglio 2015.

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Il direttore generale dell’AIEA, Yukiya Amano, parla a Roma all’Accademia dei Lincei (foto via Repubblica.it)

«L’Iran è sottoposto oggi al regime di controlli nucleari più robusto del mondo», ha detto Amano, «I nostri ispettori hanno accesso ai siti, abbiamo molte informazioni su un programma nucleare iraniano che oggi è più ridotto rispetto al periodo precedente gli accordi. E posso confermare che il paese sta mantenendo gli impegni».

Successivamente, è intervenuto anche l’Alto Rappresentante Dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, l’italiana Federica Mogherini, con un breve discorso. «Ancora una volta dobbiamo affrontare dei test e la minaccia di un attacco nucleare», ha esordito la Mogherini. «L’unica cosa saggia da fare, in un momento simile, è quella di investire tutto il nostro capitale politico nel potere della diplomazia, del multilateralismo e della cooperazione internazionale. Dobbiamo aprire nuovi canali per il dialogo e la mediazione e non dobbiamo assolutamente distruggere i canali che già abbiamo». Per il rappresentante della politica estera europea, è il tempo di «proteggere e ampliare tutti gli accordi internazionali sulla non proliferazione. Questo non è certamente il momento di smantellarli».

Federica Mogherini ha poi parlato dell’accordo nucleare con l’Iran firmato nel 2015, come il simbolo dell’importanza della cooperazione internazionale e del dialogo per garantire la pace. «L’accordo nucleare iraniano ha mostrato il potere della cooperazione internazionale. Attraverso la diplomazia e il dialogo abbiamo raggiunto una soluzione vincente per entrambi, abbiamo fissato una pietra miliare per la non proliferazione e abbiamo impedito un’escalation militare devastante e pericolosa», ha detto.

L’accordo con l’Iran va preservato, secondo la Mogherini, non soltanto perché ha risolto una minaccia importante, ma anche perché permette di concentrare gli sforzi sull’altra grande crisi, quella dei test missilistici in Corea del Nord. «L’accordo con l’Iran ha concluso una delle peggiori crisi nucleari del nostro tempo. Ora, mentre ci troviamo ad affrontare una nuova minaccia nucleare, causata dalla Corea del Nord, non possiamo davvero permetterci di aprire un altro fronte. Abbiamo un interesse e una responsabilità, un dovere, di preservare l’accordo nucleare con l’Iran e di lavorare per rafforzare, non indebolire il regime globale di non proliferazione».

Ha poi concluso ribadendo il ruolo cruciale dell’Unione Europea nel risolvere le principali crisi nucleari del nostro tempo: «Il mondo può contare su di noi. Il mondo può contare sull’Unione europea. Noi conserveremo l’accordo con l’Iran. Cercheremo di rendere la penisola coreana pacifica, sicura e non nuclearizzata».

Sempre nella giornata di oggi, dichiarazioni favorevoli al proseguimento degli accordi raggiungti con la Repubblica Islamica sono giunti anche da Cina e Russia. «Speriamo che l’accordo nucleare globale sull’Iran possa continuare ad essere attuato seriamente», ha affermato Hua Chunying, Portavoce del Ministero degli Esteri cinese. «Il Presidente Putin ha ripetutamente sottolineato l’importanza degli accordi nell’affrontare il dossier nucleare iraniano. Senza dubbio, il ritiro di qualsiasi Paese da questo accordo, e a maggior ragione degli Stati Uniti, avrà certamente delle conseguenze negative», ha detto invece Dmitry Peskov, Portavoce del Cremlino.

12 settembre – Steven Mnuchin

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foto via Cbsnews.com

«Se la Cina non dovesse rispettare queste sanzioni, noi metteremo nuove sanzioni e impediremo loro di accedere al mercato statunitense e internazionale in dollari, e questo è piuttosto significativo»

Steven Mnuchin

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità le nuove sanzioni contro il regime di Pyongyang. L’accordo prevede lo stop alla fornitura alla Corea del Nord di gas naturale e derivati del petrolio oltre la soglia di 500mila barili per tre mesi, dal primo ottobre al 31 dicembre, e oltre 2 milioni di barili all’anno a partire dal primo gennaio 2018. La risoluzione prevede poi il divieto dell’export di prodotti tessili, che sono la seconda maggiore esportazione del Paese, per un totale di 752 milioni di dollari, di cui quasi l’80% destinato alla Cina.

La bozza originale presentata dagli Stati Uniti per mezzo della loro ambasciatrice, Nikki Haley, era in realtà molto più dura. Tuttavia, il rischio che Russia e Cina potessero opporre il loro diritto di veto, mettendo in scacco l’intransigenza americana, ha convinto Washington a rivedere le proprie posizioni e a trovare un compromesso che fosse accettabile per tutti.

Nonostante la Corea del Nord potesse trovarsi in guai ben peggiori, oggi le sue autorità hanno reagito con furore alla notizia, minacciando nuovamente gli Stati Uniti. «Pagherete con le peggiori sofferenze», è stata la prima dichiarazione giunta da Pyongyang, a cui ha fatto poi eco un funzionario del governo nordcoreano che, parlando alla Cnn, ha detto: «Finché avremo il nostro arsenale nucleare, potremo garantire la sicurezza e la pace per il nostro Paese».

Gli Stati Uniti, che hanno dovuto fare un passo indietro di fronte alla ferma opposizione di Pechino e, in parte, anche di Mosca, si sono limitati a lanciare dei moniti verso gli altri membri del Consiglio di Sicurezza. In particolare, il Segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, ha avvertito la Cina che, qualora le sanzioni non venissero rispettate, potrebbero anche arrivare delle nuove sanzioni, tali da escludere Pechino dal sistema finanziario americano. «Se la Cina non dovesse rispettare queste sanzioni, noi metteremo nuove sanzioni e impediremo loro di accedere al mercato statunitense e internazionale in dollari, e questo è piuttosto significativo», ha detto Mnuchin.

Secondo quanto scrive l’agenzia americana Bloomberg, il prossimo novembre Donald Trump, nel corso del viaggio per partecipare ai vertici dell’ASEAN (Association of South East Asia Nations) e dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), si recherà anche in Cina. La Corea del Nord sarà sicuramente uno dei temi caldi di cui il Presidente americano dovrà discutere con Xi Jinping.

7 settembre – Wang Yi

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foto via Cnn.com

«Considerati i nuovi sviluppi nella penisola coreana, la Cina concorda sul fatto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe dare un’ulteriore risposta e adottare le misure necessarie»

Wang Yi

La crisi coreana prosegue, tra parole dure, minacce più o meno velate e tentativi diplomatici. La situazione generale rimane molto grave, con il regime di Pyongyng che, sebbene risulti sempre più isolato dal resto della comunità internazionale, continua a fare la voce grossa e a progettare nuovi test missilistici. «Risponderemo ai barbarici tentativi di esercitare pressioni da parte degli Stati Uniti con le nostre forti contromisure», ha detto il Ministro delle Relazioni Economiche Esterne della Corea del Nord, Kim Yong-jae.

Dopo che nei giorni scorsi erano intervenuti sia Donald Trump che l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, oggi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha iniziato a discutere di un embargo totale del petrolio nei confronti della Corea del Nord, assieme ad altre misure, quali il blocco delle esportazioni di tessuti e delle assunzioni di cittadini nord-coreani all’estero e il congelamento dei beni personali di Kim Jong-un.

Nonostante sia considerato il Paese più vicino a Pyongyang, la Cina ha confermato che sosterrà le sanzioni proposte dall’Onu. «Considerati i nuovi sviluppi nella penisola coreana, la Cina concorda sul fatto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe dare un’ulteriore risposta e adottare le misure necessarie», ha detto il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.

Lo stesso Wang ha poi affermato che la posizione della Cina non è cambiata, ma rimane fedele alla soluzione diplomatica della crisi. «Ogni nuova azione intrapresa dalla comunità internazionale contro la RPDC (Repubblica Democratica Popolare di Corea) dovrebbe servire a frenare i programmi nucleari e missilistici della RPDC, mentre allo stesso tempo favorisce il riavvio del dialogo e della consultazione», ha detto il Ministro.

Intanto, proprio nella giornata di oggi, è stata completata l’installazione del sistema di difesa anti-missile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) in Corea del Sud, uno dei Paesi maggiormente minacciati dal comportamento e della propaganda del regime di Pyongyang. «Il governo ha dispiegato provvisoriamente i lanciarazzi aggiuntivi del sistema Thaad delle forze degli Stati Uniti in Corea del Sud per proteggere la vita e la sicurezza della gente dalle sempre più intense minacce nucleari e missilistiche della Corea del Nord», ha affermato il Ministero della Difesa sudcoreano in un comunicato.

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L’installazione del Thaad presso Seongju, Corea del Sud (foto via Reuters.com)

La Cina, pur aprendo diplomaticamente alla risuoluzione dell’Onu, non ha affatto cambiato opinione sul sistema di difesa anti-missile in questione, che Pechino percepisce come una minaccia diretta alla propria sicurezza nella propria sfera di influenza. «Una volta ancora, domandiamo alla Corea del Sud e agli Stati Uniti di prendere in considerazione le inquietudini di sicurezza e gli interessi della Cina, di cessare il dispiegamento in corso e di ritirare le apparecchiature in questione», ha dichiarato Geng Shuang, portavoce del Ministero degli Esteri cinese.

Ramoscelli d’ulivo, invece, sono giunti dall’Eastern Economic Forum di Vladivostok. Prima, infatti, il Presidente sud-coreano Moon Jae-in ha affermato: «Nella penisola coreana, come in tutta la regione, non ci sarà  una guerra. Questo posso dirlo con certezza». Allo stesso modo, il padrone di casa, il Presidente Vladimir Putin ha dichiarato: «Come il mio collega della Corea del Sud, sono certo che non si arriverà a un conflitto su larga scala, soprattutto con le armi di distruzione di massa», e ha poi continuato: «Le parti in conflitto avranno abbastanza buon senso e consapevolezza delle loro responsabilità verso i popoli della regione, e saremo in grado di risolvere la questione con i mezzi diplomatici».

28 luglio – Liz Throssell

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foto via Un.org

«Il desiderio del popolo venezuelano di partecipare oppure no a queste elezioni dev’essere rispettato. Nessuno dovrebbe essere obbligato a votare, e chi desidera partecipare dovrebbe poterlo fare liberamente. Chiediamo alle autorità di gestire qualsiasi protesta contro l’Assemblea Costituente secondo le norme e i principi dei diritti umani internazionali, e perciò esprimiamo la nostra preoccupazione in merito alla proibizione, da oggi fino al 1 agosto, delle dimostrazioni che le autorità considerano interferire con le elezioni. Chiediamo anche a coloro che si oppongono alle elezioni e all’Assemblea di farlo pacificamente»

Liz Throssell

Quest’oggi l’ONU, tramite la sua portavoce Liz Throssell, ha ribadito la propria preccupazione in merito alla situazione politica in Venezuela. Già nelle scorse settimane, l’ONU aveva rilevato l’uso di metodi oppressivi e d’intimidazione del governo di Maduro contro civili, riportando ad esempio che 450 di loro sono stati processati da tribunali militari e non da civili. La stessa Throssell affermava a proposito: «Chiediamo che il governo cessi questa pratica, che è contraria alle leggi internazionali dei diritti umani, in particolare sotto il profilo delle garanzie processuali. I civili accusati di un crimine o di un atto illegale devono apparire di fronte a un tribunale civile». L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati stima che siano 27 mila i richiedenti asilo venezuelani e 52 mila quelli che lo stanno chiedendo, anche se queste cifre probabilmente rappresentano solo una parte del totale di coloro che avrebbero bisogno di aiuto internazionale.

Il presidente Nicolás Maduro, eletto nel 2013 (con il 50,78% dei voti), ha indetto per quest’ultimo weekend di luglio le elezioni per formare una Assemblea Costituente atta a rivedere la costituzione, scritta nel 1999 dal suo predecessore Hugo Chávez. 363 membri dell’Assemblea saranno scelti da elezioni locali, altri 181 invece saranno scelti dai membri di sette settori sociali (pensionati, gruppi indigeni, uomini d’affari, contadini, studenti e altri). L’opposizione ha proclamato scioperi e chiesto di boicottare il voto del 30 luglio, accusando il presidente di voler prolungare con questo espediente il suo mandato, che scade nel gennaio 2019, e di bypassare così il congresso, dove la maggioranza è dell’opposizione.

Inoltre, accusa l’opposizione, a differenza di Chávez che modificò la costituzione supportato dall’esito favorevole di un referendum popolare, Maduro ha indetto l’Assemblea Costituente tramite un decreto, perché, come dimostrerebbero le recenti votazioni informali organizzate dall’opposizione, il presidente non godrebbe della fiducia dei venezuelani.

«Da anni il Venezuela è una polveriera», scrive il The Guardian. Da aprile, per le strade del paese si susseguono manifestazioni di protesta contro il governo, accusato di non fare abbastanza per porre rimedio alla diffusa scarsità di beni di prima necessità e all’incremento dell’inflazione. La repressione delle proteste da parte del governo ha finora causato circa cento morti. Nei giorni scorsi, il governo americano ha preso posizione contro Maduro, mettendo in atto una serie di sanzioni e minacciando l’embargo del petrolio, la cui esportazione sta alla base dell’economia venezuelana.

20 giugno – Rex Tillerson

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foto via Huffingtonpost.it

«La stragrande maggioranza dei rifugiati vuole tornare a casa per aiutare a ricostruire le loro società, una volta che sarà cessata ogni violenza. In qualità di più grande donatore di aiuti umanitari del mondo, gli Stati Uniti sono un leader nel sostenere i rifugiati e nell’affrontare le cause dello sfollamento forzato»

Rex Tillerson

A partire dalla risoluzione 55/76 del 4 dicembre 2000, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha decretato che ogni anno, il giorno 20 giugno, si celebra il “World Refugee Day“, ossia la Giornata Mondiale del Rifugiato, il cui scopo è sensibilizzare tutti i paesi del mondo sulle condizioni e sulla situazione attuale dei rifugiati.

«Come ci sente a fuggire dalla guerra, dai disastri o dalle persecuzioni? A lasciarsi tutto alle spalle?» è l’inizio del messaggio introduttivo del Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, in occasione del World Refugees Day 2017. Secondo le stime dell’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees), sono almeno 65,6 milioni le persone costrette a fuggire dalla propria casa; un dato assolutamente senza precedenti. Tra di loro, ci sono circa 22,5 milioni di rifugiati, di cui oltre la metà di età inferiore ai 18 anni. Infine, 10 milioni sono gli apolidi, cioè coloro a cui è stata negata la cittadinanza e, di conseguenza, anche l’accesso ai diritti fondamentali dell’individuo.

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foto via UNHRC (19 giugno 2017)

Proprio in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato 2017, il Segretario di Stato americano, Rex Tillerson, ha rilasciato una dichiarazione, sul sito del Dipartimento di Stato, per ricordare «la condizione di chi è costretto dalle persecuzioni e dalla guerra a fuggire dal suo paese d’origine» e per riconoscere «le sfide pressanti poste dalla crisi dei rifugiati in corso. Oggi, i rifugiati sono più di 22 milioni in tutto il mondo».

«La stragrande maggioranza dei rifugiati vuole tornare a casa per aiutare a ricostruire le loro società, una volta che sarà cessata ogni violenza. In qualità di più grande donatore di aiuti umanitari del mondo, gli Stati Uniti sono un leader nel sostenere i rifugiati e nell’affrontare le cause dello sfollamento forzato» ha detto Tillerson, secondo cui gli Stati Uniti non verranno meno ai loro impegni umanitari nel mondo.

«Gli Stati Uniti riconoscono la straordinaria generosità dei paesi che accolgono i rifugiati e le loro comunità locali che sostengono le persone sfollate. Questi paesi offrono un atto di servizio verso coloro che soffrono grandi avversità» ha detto Tillerson, che ha poi concluso riaffermando il ruolo che spetta al proprio paese: «Nel celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato, noi continueremo ad aiutare coloro che sono stati costretti a fuggire dalle loro case, ad affrontare alla radice le cause del loro spostamento, e promuovere soluzioni a lungo termine alle crisi umanitarie».

Il generoso impegno umanitario degli Stati Uniti è stato al centro anche della dichiarazione rilasciata, sempre nella giornata odierna, da Nikki R. Haley, l’ambasciatore americano all’Onu: «Gli Stati Uniti forniscono più aiuti umanitari di ogni altro paese, ma il denaro da solo non è sufficiente, dobbiamo anche lavorare per porre fine ai conflitti che spingono queste persone a fuggire dalle loro case, mentre i loro paesi vengono lacerati. Abbiamo tanto lavoro da fare presso le Nazioni Unite, ma i rifugiati di tutto il mondo e i paesi che li ospitano devono sapere che possono continuare a contare sugli Stati Uniti come loro guida».

3 maggio – Jan Egeland

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foto via Twitter

“Sono profondamente scioccato da quello che ho visto e sentito qui, nello Yemen colpito dalla guerra e dalla fame”

Jan Egeland

Jan Egeland, Segretario Generale del Consiglio Norvegese per i Rifugiati, ha visitato in questi giorni le principali città dello Yemen e ha descritto la situazione drammatica in cui versa il Paese, teatro dal 2015 di una sanguinosa guerra civile.

“Il mondo sta lasciando che 7 milioni di uomini, donne e bambini vengano inghiottiti, lentamente, dalla fame” denuncia Egeland, “non si tratta di siccità, che è un evento casuale. Questa evitabile catastrofe è colpa dell’uomo dall’inizio alla fine”.

L’Onu ha stimato che circa 19 milioni di persone, su un totale di 27, necessitano di una qualche forma di auto umanitario. Il prezzo dei beni di prima necessità è aumentato di circa un terzo nel corso degli ultimi due anni e gran parte della popolazione fatica persino a sopravvivere. Come riporta lo stesso Egeland: “Ho incontrato insegnanti, operatori sanitari, ingegneri e altri dipendenti pubblici che non venivano pagati da almeno 8 mesi e che lottano per sopravvivere”.

Si ritiene che un numero stimato di 7 milioni di persone viva in uno stato di profonda emergenza, appena sotto il livello di carestia, secondo l’indice internazionale ufficiale IPC (Integrated food security Phase Classification), con almeno altri 10 milioni in crisi. I numeri riflettono un aumento del livello della fame pari al 21% soltanto rispetto al giugno 2016.

“Questo mese, gli sforzi umanitari guidati dal World Food Programme possono sfamare soltanto 3 dei 7 milioni di yemeniti sull’orlo della carestia”, ha affermato Egeland, che ha poi definito questa situazione “un gigantesco fallimento della diplomazia internazionale”. La guerra civile in corso, infatti, non soltanto è la causa scatenante della crisi alimentare, ma è anche il principale ostacolo alla sua soluzione.

In particolare, Egeland si riferisce al porto di al-Hudayda (o Hodeida), in questo momento nelle mani dei ribelli Huthi, attraverso cui giunge la quasi totalità degli aiuti umanitari. “La coalizione militare a guida saudita e sostenuta dall’Occidente”, ha detto il Segretario dell’Nrc, “ha minacciato di attaccare il porto, il che rischierebbe di distruggere la via di rifornimento per milioni di civili”.

Nei giorni scorsi, era stato preventivato un attacco militare saudita diretto contro al-Hudayda, con il sostegno materiale degli Usa. Il Segretario alla Difesa James Mattis aveva ricevuto una lettera bipartisan firmata da 55 rappresentanti del Congresso, chiedendo che ogni eventuale escalation militare in Yemen dovesse ottenere prima l’approvazione decisiva da parte dell’organo legislativo. Fonti saudite avevano, invece, riportato che gli Huthi “stanno adoperando il porto come base per importare armi e razzi”.

Secondo l’Onu, la distruzione del porto avrebbe effetti devastanti, dal momento che l’80% delle importazioni dello Yemen giunge attraverso al-Hudayda e che il 90% del cibo consumato nel Paese viene importato.

Come detto in precedenza, il porto è in mano agli Huthi, una tribù zaydista, quindi di religione islamico sciita, originaria del Nord del Paese. Nel settembre 2014, questa tribù aveva avviato una vasta ribellione contro ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, che governava lo Yemen dal 2012, dopo aver vinto le elezioni con il 99,8% dei voti, denunciandone l’illegittimità e sostenendo, invece, l’ex-Presidente ‘Ali ‘Abd Allah Saleh.

La conquista della capitale Sana’a da parte dei ribelli Huthi, nel gennaio 2015, e il conseguente attacco al Palazzo Presidenziale, aveva costretto Hadi prima alle dimissioni e poi alla fuga, trovando riparo a Ryad, capitale dell’Arabia Saudita. L’avanzata dei ribelli si era poi spinta verso le regioni orientali dello Yemen, raggiungendo la città di Aden, situata presso lo stretto cruciale di Bal al-Mandab, dove il Mar Rosso sfocia nell’Oceano Indiano.

Di fronte alla possibile disfatta delle tribù sunnite, che rappresentano la maggioranza della popolazione e che erano rimaste fedeli ad Hadi, e dell’esercito regolare ormai allo sbando, nel marzo 2015, l’Arabia Saudita ha deciso di intervenire direttamente nel conflitto.

Il Re Salman bin Abd al-Aziz al Saud, su consiglio del figlio Mohammad bin Salman, vice Principe ereditario, vice Primo Ministro e Ministro della Difesa della monarchia saudita, si è posto alla testa di una coalizione internazionale di Paesi sunniti per sconfiggere gli Huthi. Alla coalizione hanno partecipato, oltre all’Arabia Saudita, anche gli Emirati Arabi Uniti, la Giordania e il Pakistan, mentre Egitto, Sudan, Qatar e Kuwait hanno offerto un appoggio diretto di tipo prevalentemente aereo.

Gli Stati Uniti, invece, pur non partecipando attivamente agli attacchi aerei, hanno però sostenuto copiosamente l’iniziativa saudita. Innanzitutto, con attività di intelligence. In secondo luogo, vendendo a Ryad armi per miliardi di dollari. In terzo luogo, fornendo assistenza logistica e rifornimento alle unità impegnate nel combattimento.

Se da una parte, Ryad e la sua coalizione appoggiavano le tribù sunnite con bomardamenti aerei che hanno colpito anche la capitale Sana’a, dall’altra l’Iran, il più grande stato sciita al mondo, nonché principale rivale geopolitico dell’Arabia Saudita, ha sostenuto finanziariamente e bellicamente gli Huthi. In questo modo, la guerra civile in Yemen si è trasformata in un perfetto esempio di proxy war, ossia di una guerra per procura, in cui i due maggiori attori geopolitici del Golfo Persico, ossia Arabia Saudita e Iran, cercano di sfruttare le lotte intestine alla società yemenita per i propri interessi.

La situazione è tanto intricata da aver spinto una persona pragmatica quale il Cancelliere tedesco Angela Merkel, in questi giorni in visita ufficiale a Ryad, a ritenere che “non penso che ci possa essere una soluzione militare al conflitto”.

Non è dello stesso avviso, tuttavia, Donald Trump che, da quando si è insediato alla Casa Bianca a gennaio, ha dato il via a un aumento netto dei bombardamenti con i droni. Il Pentagono ha confermato che, a partire dal 28 febbraio, sono almeno 70 gli attacchi effettuati dai droni sul suolo yemenita; oltre il doppio di quelli condotti nell’intero 2016.

Obiettivo principale dell’offensiva americana è l’Aqap (Al Qaida in the Arabian Peninsula), ossia il terrorismo islamico, che ha trovato terreno fertile per espandersi in Yemen.

Ecco quindi che, in uno scenario in cui sono coinvolti contemporaneamente così tanti Paesi e così tanti interessi, l’appello di Egeland di “non gettare altra benzina sul fuoco, abbiamo bisogno di una tregua, di seri colloqui di pace e di assistenza per 19 milioni di persone” rischia di rimanere inascoltato.

15 febbraio – António Guterres

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foto via Un.org

“Non è più un mondo bipolare, o unipolare, ma al tempo stesso non è ancora un mondo multipolare. Sotto molti aspetti è un mondo ampiamente caotico.

L’impunità e l’imprevedibilità tendono a prevalere e i conflitti non sono solo interconnessi tra di loro, ma sono anche connessi a questa minaccia […] del terrorismo globale.

Il punto è che, per come la vedo io, un mondo senza istituzioni multilaterali forti non è necessariamente un mondo pacifico. […] Penso che il ruolo dell’Europa sia assolutamente essenziale per giungere a un mondo multipolare funzionale”

António Guterres

Parlando con i giornalisti di alcuni quotidiani europei, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres si è espresso su una serie di temi riguardanti la situazione politica del mondo contemporaneo. Guterres ha parlato, tra le altre cose, del ruolo che dovrebbero assumere i paesi europei all’interno dello scenario globale, uno scenario estremamente frammentato e ancora lontano dal raggiungimento di uno stabile equilibrio multipolare, e si è definito “un grande sostenitore di un’Europa unita”. Secondo il segretario dell’Onu, la capacità dell’Europa di rimanere unita e coesa può costituire un importante fattore di stabilizzazione in tempi di incertezze e pericoli. È necessario perciò rafforzare le istituzioni che consentono una governance multilaterale del vecchio continente. “L’Europa precedente la prima guerra mondiale era un’Europa multipolare, ma non c’era alcun meccanismo di governance multilaterale e il risultato fu la prima guerra mondiale”.

António Guterres è portoghese, ed è diventato segretario generale dell’Onu il 1° gennaio 2017, succedendo al sud-coreano Ban Ki-moon. In precedenza, dal 2005 al 2015, è stato a capo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

 

27 dicembre – Ron Dermer

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foto via The Times of Israel

“Non resteremo a prendere calci sui denti senza rispondere”

Ron Dermer

Intervistato dalla CNN, l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Ron Dermer, ha affermato che Israele prenderà provvedimenti in seguito alla risoluzione ONU contro gli insediamenti israeliani. Nel corso dell’intervista, Dermer ha inoltre sostenuto che la risoluzione è stata orchestrata dal governo degli Stati Uniti e che di ciò Israele fornirà le prove alla nuova amministrazione americana.

Il 23 dicembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva approvato un provvedimento in cui veniva chiesto ad Israele di interrompere l’espansione dei propri insediamenti nei cosiddetti “territori occupati” palestinesi, definendo le colonie israeliane “una flagrante violazione del diritto internazionale” e un ostacolo alla pace tra Israele e Palestina. La risoluzione era passata anche grazie alla decisione degli USA, tradizionalmente molto vicini ad Israele, di astenersi dal voto anziché porre il proprio veto.