10 ottobre – Soraya Sáenz de Santamaría

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foto via Lasexta.com

«Dopo essersi spinto così lontano e aver condotto la Catalogna al più livello alto di tensione della sua storia, oggi il presidente Puigdemont ha messo la sua comunità autonoma nel più alto livello di incertezza. Il discorso del presidente della Generalitat è il discorso di una persona che non sa dove si trova, verso dove va né con chi vuole andarci. Il governo non può accettare che si dia validità alla legge catalana del referendum perché è sospesa dalla Corte costituzionale. La Generalitat non può esibire i risultati del primo di ottobre perché è stato un atto illegale, fraudolento e senza le più minime garanzie (…) Nè il signor Puigdemont né nessuno può trarre conclusioni da una legge che non esiste, da un referendum che non si è dato e dalla volontà del popolo catalano della quale, ancora una volta, vogliono appropriarsi. Allo stesso modo né il signor Puigdemont né nessuno può pretendere, senza neppure tornare alla legalità e alla democrazia, di imporre una mediazione. Il dialogo tra democratici si fa dentro la legge e rispettando le regole del gioco, e non inventandole a proprio piacimento»

Soraya Sáenz de Santamaría

Questa sera, la vice-presidente spagnola Soraya Sáenz de Santamaría ha tenuto una breve ma significativa conferenza stampa. A nome del presidente Rajoy, si è espressa in merito alla dichiarazione d’indipendenza proclamata, nel pomeriggio, dal presidente della Generalitat catalana Puigdemont. Anzitutto ha comunicato che il presidente spagnolo Rajoy ha convocato una sessione straordinaria del consiglio dei ministri per domani alle 9 del mattino. Quindi ha tracciato quella che, probabilmente, sarà la risposta del governo a Puigdemont, ovvero rifiuto delle pretese indipendentiste e di accettare che sia la Generalitat catalana a offrire la mediazione: «Nè il signor Puigdemont né nessuno può trarre conclusioni da una legge che non esiste, da un referendum che non si è dato e dalla volontà del popolo catalano della quale, ancora una volta, vogliono appropriarsi. Allo stesso modo né il signor Puigdemont né nessuno può pretendere, senza neppure tornare alla legalità e alla democrazia, di imporre una mediazione».

Le parole della vice-presidente rilevano, d’altro lato, anche la generale di incertezza suscitata tra gli indipendentisti dal discorso di Puigdemont: «è il discorso di una persona che non sa dove si trova, verso dove va né con chi vuole andarci». Puigdemont è stato molto ambiguo, ha usato «formule chimeriche», commenta El País, che hanno «congelato» la stessa dichiarazione d’indipendenza, aprendo molti dubbi sulle implicazioni giuridiche del suo intervento. Egli ha affermato: «come presidente della Generalitat [assumo], presentando i risultati del referendum al Parlamento e ai nostri concittadini, il mandato del popolo che la Catalogna diventi uno stato indipendente nella forma della repubblica. Questo è ciò che oggi dev’essere fatto, per responsabilità e per rispetto. Con la stessa solennità, il Governo e io stesso proponiamo che il Parlamento sospenda gli effetti della dichiarazione di indipendenza perché nelle prossime settimane instauriamo un dialogo senza il quale non è possibile giungere a un accordo. Crediamo fermamente che il momento imponga di non aumentare la tensione, bensì, soprattutto, volontà chiara e decisione per avanzare con le richieste del popolo catalano alla luce dei risultati del primo di ottobre».

L’attesa seduta del Parlamento catalano è iniziata con due ore di ritardo, a causa dei grandi dibattiti che l’hanno preceduta. La divergenze tra gli indipendentisti sono state confermate dal fatto che soltanto metà dell’aula del Parlament ha applaudito il discorso di Puigdemont. Nel successivo dibattito, è emersa la divisione tra i partiti catalani: ve ne sono alcuni che non ritengono valido il referendum e altri che, invece, vedono in atto un processo costituente; tra questi, tuttavia, non tutti hanno firmato il documento che sancisce l’indipendenza. Per esempo, il Cup lo ha sottoscritto ma ha spiegato che ciò è stato fatto per dare una base formale alle dichiarazioni di Puigdemont, rispetto alle quali c’è delusione.

25 aprile – Carlo Calenda

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foto via Sviluppoeconomico.gov.it

“La cosa più plausibile è che si vada verso un breve periodo di amministrazione controllata che si potrà concludere, nel giro di sei mesi, o con una vedita parziale o totale degli asset di Alitalia oppure con la liquidazione”.

Carlo Calenda

In un’intervista al Tg3, il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, prende atto della decisione assunta in giornata dal Consiglio d’Amministrazione di Alitalia: la compagnia verrà commissariata.

Il Ministro ha confermato la linea ufficiale del Governo italiano, che si era sempre dichiarato contrario all’ipotesi della nazionalizzazione: “i cittadini italiani hanno messo circa 7 miliardi e 400 milioni nei vari progetti di salvataggio”. “Dunque, qual è adesso la soluzione? Mettere altri miliardi di euro pubblici e mantenere un’azienda in perdita?”, questo per il Ministro Calenda non solo non è più percorribile, ma nemmeno ben visto dalla maggioranza dei cittadini italiani.

Entro sei mesi la società verrà venduta oppure si procederà alla sua liquidazione. Una soluzione a breve termine potrebbe essere quella di ottenere il via libera dell’Unione Europea a un aiuto pubblico “per un orizzonte di 6 mesi, a condizioni molto precise che negozieremo sotto forma di prestito”. Si tratterebbe di un “ponte finanziario transitorio“, che comunque sarebbe preferibile sia a una nazionalizzazione che ad anni di amministrazione straordinaria, facendo risparmiare allo Stato miliardi di euro.

Allo stesso modo, il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha ribadito il “no” governativo alla nazionalizzazione ed espresso rammarico per le sorti dell’azienda e dei suoi lavoratori: “Alitalia è un’azienda privata: ora dobbiamo aspettare la decisione degli azionisti, poi siamo pronti ad applicare la legge per tutelare i lavoratori”.

In mattinata, il Cda di Alitalia aveva rilasciato il seguente comunicato: “Il Consiglio di Amministrazione di Alitalia, convocato oggi,  ha preso atto con rammarico della decisione dei propri dipendenti di non approvare il verbale di confronto firmato il 14 aprile tra l’azienda e le rappresentanze sindacali. L’approvazione del verbale avrebbe sbloccato un aumento di capitale da 2 miliardi, compresi oltre 900 milioni di nuova finanza, che sarebbero stati utilizzati per il rilancio della Compagnia. Data l’impossibilità  di procedere alla ricapitalizzazione, il Consiglio ha deciso di avviare le procedure previste dalla legge e ha convocato un’assemblea dei soci per il 27 aprile al fine di deliberare sulle stesse.”

E’ bene ricordare che Alitalia è controllata per il 51% da Cai, Compagnia Aerea Italia, un consorzio a sua volta composto da Unicredit (32,67%), Intesa San Paolo (32%) e altri azionisti minori, e per il 49% da Etihad, la compagnia di bandiera degli Emirati Arabi Uniti. James Hogan, presidente e amministratore delegato di quest’ultima, ha affermato che il pacchetto da due miliardi di euro, concesso da Etihad e  fondamentale per finanziare il piano industriale quinquennale di Alitalia, era “un lavoro condiviso e congiunto di tutte le parti interessate, inclusi i sindacati”. Tuttavia, una volta respinto l’accordo preliminare, non resta che supportare “la decisione odierna del consiglio di amministrazione di convocare un’Assemblea dei soci per il 27 di aprile per avviare le procedure previste dalla legge”.

Brevemente, il pre-accordo del 14 aprile tra azienda e sindacati prevedeva un taglio medio dell’8% alla retribuzione del personale navigante e la non conferma di circa 980 lavoratori a tempo indeterminato in cassa integrazione, 550 contratti a tempo determinato e 141 contratti esteri.

Chiamati a votare nella giornata di ieri, lunedì 24 aprile, i dipendenti di Milano, Roma e delle sedi periferiche hanno sonoramente bocciato la proposta precedentemente negoziata. Degli 11673 dipendenti aventi diritto di voto, ben 10184 hanno partecipato al referendum interno: un’affluenza superiore al 90%. Il “No” ha ottenuto 6816 voti, pari al 66,93% dei consensi, contro 3206 “Sì”; un risultato che lascia adito a pochi dubbi.

 

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foto via Roma.corriere.it

Molte perplessità rimangono, invece, nei confronti del futuro della compagnia di bandiera taliana. Innanzitutto, non si sa chi sarà chiamato a dirigere la società in qualità di “commissario”: i nomi più probabili rimangono quello di Luigi Gubitosi, presidente operativo in pectore, la cui nomina era però legata alla ricapitalizzazione e quindi al Sì al referendum, e quello di Enrico Laghi.

In secondo luogo, manca al momento un vero compratore interessato. La speranza diffusa è che la compagnia aerea tedesca Lufthansa si faccia avanti e acquisti Alitalia e tutti i suoi asset in blocco. Se, tuttavia,ciò non dovesse verificarsi, al futuro commissario non resterà che chiedere il fallimento.

15 gennaio – Matteo Renzi

G7 Leaders Meet To Discuss Ukraine During Nuclear Summit
foto via Fanpage.it

“Mi sono illuso che si votasse su province, Cnel, regioni. Errore clamoroso. In questo clima la parola riforma è suonata vuota, meccanica, artificiale. […] Avrei dovuto metterci più cuore, più valori, più ideali. Insomma, meno efficienza e più qualità”

Matteo Renzi

L’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è tornato a parlare pubblicamente, per la prima volta dopo le sue dimissioni. Intervistato da Ezio Mauro per la Repubblica, Renzi ha commentato il risultato del referendum dello scorso 4 dicembre, che aveva sancito la bocciatura della riforma costituzionale sostenuta dall’esecutivo.

Renzi, tra le altre cose, ha parlato anche delle misure prese durante il periodo trascorso a Palazzo Chigi e del futuro del Partito democratico, di cui è segretario. “Lanceremo una nuova classe dirigente” ha affermato “gireremo in lungo e largo l’Italia, scriveremo il programma dei prossimi cinque anni in modo originale. Siamo ammaccati dal referendum ma siamo una comunità piena di idee e di gente che va liberata dai vincoli delle correnti. Ci sarà da divertirsi nei prossimi mesi dalle parti del Nazareno”.