14 novembre – Jeff Sessions

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foto via Cnn.com

«In ogni mia testimonianza, posso solo fare del mio meglio per rispondere a tutte le vostre domande per come le capisco e al meglio della mia memoria. Ma non accetterò, e respingo, le accuse che io abbia mai mentito sotto giuramento»

Il Ministro della Giustizia Jeff Sessions si è oggi difeso davanti al Congresso dalle accuse di aver mentito sotto giuramento al massimo organo legislativo americano riguardo le sue conoscenze circa presunti contatti tra ufficiali del governo russo e membri della campagna elettorale di Donald Trump, nel corso del 2016.

«In ogni mia testimonianza, posso solo fare del mio meglio per rispondere a tutte le vostre domande per come le capisco e al meglio della mia memoria», ha dichiarato Sessions di fronte alla Commissione Giudiziaria della Camera, «Ma non accetterò, e respingo, le accuse che io abbia mai mentito sotto giuramento. Questa è una bugia».

La testimonianza odierna del Procuratore Generale era la sua prima apparizione davanti al Congresso, dopo che due ex consiglieri della campagna elettorale di Trump hanno dichiarato di aver avvertito lo stesso Sessions dei loro contatti con emissari del governo russo. Queste rivelazioni, rese da George Papadopoulos e da Carter Page, sembravano contraddire quanto Sessions aveva precedentemente dichiarato il mese scorso al Senato.

In risposta a queste rivelazioni, il Ministro della Giustizia ha affermato di non avere ricordo delle conversazioni avute con Page. Inoltre, ha dichiarato che, sebbene inizialmente non ricordasse alcuna conversazione del marzo 2016 con Papadopoulos, ora crede di aver detto allo stesso Papadopoulos di non essere autorizzato a rappresentare la campagna di Trump con il governo russo o con qualsiasi altro governo straniero.

Sessions ha, inoltre, detto alla Commissione del Congresso che non sussistono motivi sufficienti per nominare un consulente speciale per investigare sulla rivale alle ultime elezioni del Presidente Trump, la democratica Hillary Clinton. Il Dipartimento di Giustizia, infatti, in una lettera inviata alla Commissione Giudiziaria della Camera, aveva reso nota l’intenzione di avviare un’indagine speciale su alcune donazioni ricevute dalla Fondazione Clinton che sarebbero collegate alla decisione, presa nel 2010 dall’amministrazione Obama, di consentire a un’agenzia nucleare russa di acquistare Uranium One, una compagnia che possiede l’accesso all’uranio negli Stati Uniti.

«Il Dipartimento di Giustizia non può mai essere usato per fini di ritorsione politica contro gli oppositori. Sarebbe sbagliato», ha dichiarato Sessions, rispondendo alla domanda relativa ai tweet di Donald Trump, in cui il Presidente aveva ripetutamente chiesto che il Dipartimento indagasse sulla sua vecchia avversaria. «Il presidente espone la sua opinione. È audace e diretto in quello che dice. Noi però facciamo il nostro dovere ogni giorno in base ai fatti», è stata la difesa del Procuratore Generale.

11 novembre – Donald Trump

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«[Putin] ha detto di non avere assolutamente interferito nelle nostre elezioni … Ogni volta che mi vede mi dice: “Non l’ho fatto”, e quando me lo dice io gli credo, si vede che lo dice seriamente»

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto che Vladimir Putin gli ha assicurato che la Russia non ha interferito nella campagna elettorale statunitense dello scorso anno, facendo intendere di credere alla sincerità del presidente russo.

Trump e Putin si sono incontrati sabato a Danang, in Vietnam, dove hanno partecipato al summit dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC), l’organizzazione che si occupa di promuovere investimenti e libero scambio nell’area asiatico-pacifica. I due leader hanno avuto modo di parlarsi durante alcuni incontri informali a margine dell’evento.

Lasciando Danang, sul volo dell’Air Force One che lo avrebbe portato a Hanoi, Trump ha spiegato ai giornalisti che viaggiavano con lui di avere discusso con Putin, tra le altre cose, anche delle interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016.

«Mi ha detto di non avere interferito» ha detto Trump. «Gliel’ho chiesto di nuovo. Non è che puoi chiederglielo tutte le volte. Gliel’ho chiesto di nuovo. Ha detto di non avere assolutamente interferito nelle nostre elezioni. Non ha fatto ciò per cui viene accusato… Ogni volta che mi vede mi dice: “Non l’ho fatto”, e quando me lo dice io gli credo, si vede che lo dice seriamente. Penso sia molto offeso da questa cosa, e non è una buona cosa per il nostro paese».

Le dichiarazioni di Trump hanno immediatamente sollevato numerose polemiche e critiche, dal momento che tutte le principali agenzie di intelligence statunitensi, di cui Trump, in quanto presidente degli Stati Uniti, è a capo, concordano invece sul fatto che il governo russo abbia interferito nel processo elettorale statunitense.

James Clapper, ex direttore della National Intelligence americana, ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che «al presidente sono state fornite evidenze chiare e indisputabili sulle interferenze della Russia nelle elezioni. Gli stessi direttori della National Intelligence e della CIA hanno confermato queste scoperte … Il fatto che preferisca credere alla parole di Putin anziché a quelle dei servizi di intelligence è irragionevole».

30 ottobre – Donald Trump

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foto via Cnn.com

«Mi dispiace, ma questo risale ad anni fa, prima che Paul Manafort fosse parte della campagna di Trump»

L’ex manager della campagna elettorale di Trump si è costituito oggi all’Fbi, dopo essere stato accusato di aver nascosto milioni di dollari attraverso società operanti all’estero e aver adoperato quei soldi per acquistare auto di lusso, case, pezzi d’antiquariato e abiti costosi. Assieme a lui, è stato accusato anche il suo socio di lunga data, Rick Gates. Entrambi si sono presentati, accompagnati dai rispettivi avvocati, presso la Corte Federale di Washington, dichiarandosi tuttavia “non colpevoli”.

Separatamente, un altro dei consiglieri di politica estera di Trump, George Papadopoulos, ha ammesso di avere mentito all’Fbi riguardo ai suoi contatti con la Russia. In particolare, Papadopoulos avrebbe reso false dichiarazioni e omesso volontariamente del materiale durante un interrogatorio richiesto dal Procuratore Speciale Robert Mueller, nell’ambito dell’inchiesta denominata “Russiagate”. Negli atti giudiziari, si legge che Papadopoulos ha mentito «sui tempi, l’estensione e la natura dei suoi rapporti e della sua interazione con certi stranieri che aveva capito avere strette connessioni con alti dirigenti del governo russo».

L’accusa nei confronti di Manafort e Gates, seppur condotta dallo stesso Mueller, non fa ancora riferimento a presunte interferenze russe nella politica americana. Tuttavia, essa descrive in maniera dettagliata l’attività di lobbying che lo stesso Manafort ha svolto in Ucraina e che, secondo il Procuratore, è stata all’origine di un tentativo di riciclaggio di almeno 18 milioni di dollari, che non sarebbero stati dichiarati al fisco. «Manafort ha utilizzato la sua ricchezza nascosta all’estero per condurre uno stile di vita lussuoso negli Stati Uniti, senza pagare tasse su quel reddito», è scritto negli atti.

Gates è indagato per aver trasferito circa 3 milioni di dollari dai suoi conti offshore. I due sono accusati, inoltre, di false dichiarazioni. «Come parte dello schema, Manafort e Gates hanno ripetutamente fornito informazioni false, tra gli altri, ai contabili finanziari, agli agenti del fisco e al consulente legale», è scritto ancora negli atti. L’accusa più grave, tuttavia, rimane quella di riciclaggio di denaro, per cui è prevista una pena detentiva fino a 20 anni.

Paul Manafort, da lungo tempo impiegato come stratega elettorale per il Partito Repubblicano, era entrato a fare parte dell’entourage della campagna presidenziale di Donald Trump nel marzo 2016, salvo poi diventarne il manager. Un incarico importante e prestigioso, che aveva dovuto lasciare dopo pochissimo tempo, a seguito del licenziamento da parte dello stesso Trump, quando era emerso che Manafort aveva ricevuto in nero 12 milioni di dollari dall’ex-Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, per il quale aveva lavorato come consulente.

«Mi dispiace, ma questo risale ad anni fa, prima che Paul Manafort fosse parte della campagna di Trump», ha twittato oggi Donald Trump per sottolineare la propria estraneità dalla vicenda. In realtà, i capi di accusa contro Manafort e del suo ex socio Gates dicono che avrebbero cospirato contro gli Usa in un periodo compreso tra il 2006 e il 2017, quindi non tutti gli episodi contestati sono di «anni fa», come invece ha detto il Presiedente.

Sempre nello stesso tweet, Trump è tornato nuovamente ad attaccare la sua ex rivale democratica alle elezioni presidenziali dello scorso novembre: Hillary Clinton. «Perché la corrotta Hillary e i democratici non sono al centro dell’attenzione?????», ha scritto.

In un altro tweet, scritto immediatamente dopo, il Presidente ha aggiunto: «Inoltre, non c’e’ alcuna collusione». Si riferiva, chiaramente, alle presunte relazioni tra i membri del suo entourage ed eventuali emissari del governo russo.

24 luglio – Jared Kushner

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foto via Edition.cnn.com

«Sin da quando, a marzo, sono stati sollevati dei dubbi, sono stato coerente affermando di essere desideroso di condividere qualsiasi informazione a mia disposizione con i corpi investigativi. Quest’oggi l’ho fatto. Le registrazioni e i documenti che ho volontariamente fornito mostreranno che tutte le mie azioni sono state corrette e sono avvenute nel normale corso di una campagna elettorale unica. Permettetemi di essere molto chiaro: non sono colluso con i russi e non so di nessun altro nella campagna che lo sia; non ho avuto contatti illeciti; non mi sono affidato a rappresentanti russi per i miei affari, e sono stato perfettamente trasparente nel fornire tutte le informazioni richieste»

Jared Kushner

Lunedì Jared Kushner, influente consigliere del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e suo genero (è marito della figlia maggiore di Trump, Ivanka), è stato ascoltato dalla Commissione Intelligence del Senato a proposito dei suoi incontri con alcuni rappresentanti russi nel corso della scorsa campagna elettorale americana. Prima del colloquio, Kushner ha reso pubbliche le proprie dichiarazioni preparate per la Commissione e, subito dopo, ha tenuto una breve e inusuale conferenza stampa alla Casa Bianca in cui le ha ribadite.

Le dichiarazioni di Kushner, scrive BBC, sono «un esercizio di cautela e discrezione avvocatesca». Kushner, infatti, ha evitato di rivelare fatti nuovi e si è premurato di dare ragione solamente di quelli già noti al pubblico. Ad esempio, non ha negato di aver avuto quattro incontri con rappresentanti russi, ma ha li ha derubricati come parte del suo lavoro per Trump come intermediario con i governi stranieri. Ha respinto, invece, le accuse di aver voluto istituire un canale segreto non ufficiale per comunicare con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergey Kislyak, e ha spiegato di aver semplicemente voluto vagliare con lui la possibilità di avere una linea sicura per discutere della crisi in Siria. Questa difesa, commenta il The Guardian, probabilmente non risponde alle domande degli investigatori ma ne fa sorgere di nuove, poiché sembra che quanto affermato da Kushner sia avvenuto alle spalle dell’amministrazione Obama, ancora in carica all’epoca dei fatti.

Le agenzie investigative americane hanno assodato che Putin ha autorizzato una campagna di hackeraggio e di propaganda a favore dell’elezione di Donald Trump. Il Dipartimento di Giustizia e il Congresso vogliono ora stabilire se qualcuno dell’entourage di Trump abbia permesso che ciò avvenisse o se lo stesso presidente abbia ostacolato le indagine a riguardo. Kushner è uno dei possibili collegamenti tra Trump e la Russia. I prossimi che saranno ascoltati dalla Commissione sono il figlio maggiore del presidente, Donald Trump Jr., e l’ex-direttore della campagna elettorale Paul Manafort.

13 luglio – Donald Trump

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foto via Theguardian.com (Kevin Lamarque/Reuters)

«Mio figlio è un ragazzo magnifico. Si è recato a un incontro con un’avvocata russa, non un’avvocata del governo [russo], ma un’avvocata russa. È stato un incontro breve. È stato un incontro che si è svolto molto, molto velocemente […] C’erano altre due persone nella stanza, immagino che uno di loro se ne sia andato quasi subito e che l’altro non fosse molto interessato all’incontro. Penso che, da un punto di vista concreto, la maggior parte delle persone sarebbe andata a quell’incontro: si chiama studio dell’avversario […] Penso che la stampa abbia creato un caso enorme a proposito di una cosa che un sacco di gente avrebbe fatto»

Donald Trump

Per la prima volta, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha commentato pubblicamente la vicenda dell’incontro, avvenuto durante la scorsa campagna elettorale americana, tra suo figlio maggiore Donald Trump Jr. e l’avvocata russa Natalia Veselnitskaya.

Nel corso di una conferenza a Parigi, dove il presidente Usa ha incontrato oggi il suo omologo francese Emmanuel Macron, Trump ha difeso suo figlio («un ragazzo magnifico»), sostenendo che la stampa avrebbe creato «un caso enorme a proposito di una cosa che un sacco di gente avrebbe fatto».

 

La vicenda risale a giugno dell’anno scorso e si inserisce nel complesso intreccio di avvenimenti che riguardano l’interferenza della Russia nelle scorse elezioni presidenziali statunitensi.

Il 9 giugno 2016, Donald Trump Jr. si incontrò con l’avvocata russa Natalia Veselnitskaya dopo che un intermediario, il promoter inglese Rob Goldstone, lo aveva contattato via email per offrirgli informazioni compromettenti su Hillary Clinton, la candidata dei Democratici che avrebbe sfidato Trump alle elezioni di novembre. L’incontro si svolse presso la Trump Tower, e oltre al figlio di Trump, che era uno stretto collaboratore del comitato elettorale del padre, parteciparono anche Jared Kushner, genero di Trump e oggi influente consigliere alla Casa Bianca, e l’allora presidente del comitato elettorale Paul Manafort. Sia Kushner che Manafort sono oggi indagati per i loro rapporti con la Russia.

La vicenda è stato resa nota dopo che il New York Times martedì scorso ha pubblicato le email che Donald Trump Jr. e Rob Goldstone si scambiarono per organizzare l’incontro. Nelle email Goldstone presenta l’avvocata russa come rappresentante del governo di Mosca, e parla di «una questione di alto livello, molto sensibile […] parte del sostegno della Russia e del suo governo a Trump». Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante perché, come ricorda Francesco Costa de il Post, “l’indagine del procuratore speciale Robert Mueller sta cercando di accertare tra le altre cose se ci sia stata collaborazione tra il governo russo e il comitato elettorale di Donald Trump”.

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La mail nella quale Goldstone parlò a Donald Trump Jr. delle informazioni compromettenti sul conto di Hillary Clinton (foto via Ilpost.it)

 

Dal canto suo, durante la conferenza stampa a Parigi, Trump ha cercato di minimizzare la vicenda, sostenendo che «la maggior parte delle persone sarebbe andata a quell’incontro: si chiama studio dell’avversario». Come scrive il Guardian, Trump si è però rifiutato di riconoscere che le informazioni che venivano offerte allo scopo di influenzare le elezioni presidenziali americane provenivano da un governo straniero e, in seguito alla richiesta di un giornalista, non ha voluto dire se secondo lui suo figlio avrebbe dovuto informare l’FBI dei contatti che i russi stavano cercando di stabilire.

8 luglio – Vladimir Putin

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foto via Theguardian.com

«Il Trump che appare in tv è molto diverso da quello reale. È assolutamente concreto, percepisce l’interlocutore in modo adeguato, analizza rapidamente, risponde alle domande poste e agli elementi che sorgono nel corso del dibattito»

Vladimir Putin

Al termine del secondo giorno di summit del G20, il Presidente russo Vladimir Putin ha parlato alla stampa dell’incontro avvenuto ieri con il Presidente americano Donald Trump; sicuramente l’evento più atteso e che ha catalizzato maggiormente l’attenzione dei media di tutto il mondo.

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Il Presidente russo Vladimir Putin stringe la mano al Presidente americano Donald Trump (foto via Theguardian.com/Tass)

Putin ha affermato che la sua controparte gli ha rivolto numerose domande circa il presunto coinvolgimento russo nelle ultime elezioni americane. Il leader del Cremlino ha detto che le sue risposte sembrano aver soddisfatto Trump, ma che sarebbe comunque più opportuno chiedere al Presidente americano quali siano state le sue impressioni.

 «Trump ha fatto molte domande su questo argomento», ha detto Putin, «Io, per quanto ho potuto, ho risposto a queste domande. Mi sembra che abbia accolto favorevolmente queste risposte e si è mostrato d’accordo, ma in realtà è meglio chiedere direttamente a lui cosa ne pensa». A una richiesta più insistente della stampa su cosa esattamente Trump gli avesse chiesto, il leader russo ha risposto: «Ha cominciato a porre domande precise; era davvero interessato a conoscere i dettagli particolari. Io, per quanto possibile, gli ho risposto in modo abbastanza dettagliato».

Putin ha poi proseguito: «Credo che non sia del tutto appropriato da parte mia rivelare i dettagli della mia discussione con il signor Trump. Lui ha fatto delle domande, io gli ho risposto. Ha fatto domande precise, a cui io ho risposto. Mi sembrava che fosse soddisfatto di quelle risposte».

Da tempo si vocifera di una presunta vicinanza tra i leader delle due potenze, che tuttavia non si erano mai incontrati di persona, fino a ieri. Prima del G20 di Amburgo, infatti, Putin e Trump avevano avuto soltanto alcune conversazioni telefoniche, ma niente di più.

«Quanto ai rapporti a livello personale, credo che li abbiamo già stabiliti» ha detto Putin, che ha colto l’occasione per elogiare alcune delle qualità personali del Presidente americano, «Il Trump che appare in tv è molto diverso da quello reale. È assolutamente concreto, percepisce l’interlocutore in modo adeguato, analizza rapidamente, risponde alle domande poste e agli elementi che sorgono nel corso del dibattito».

«Mi sembra che se costruiamo i nostri rapporti nel ​​modo in cui abbiamo impostato la nostra conversazione di ieri, allora abbiamo tutti i motivi per credere che possiamo, almeno in parte, ripristinare il livello di cooperazione di cui abbiamo bisogno» ha detto in conclusione Putin.

16 giugno – Donald Trump

foto via Politico.com

«Sono indagato per avere licenziato il direttore dell’FBI dall’uomo che mi ha detto di licenziare il direttore dell’FBI! È una caccia alle streghe»

Donald Trump

Donald Trump ha scritto su Twitter di essere indagato per il suo ruolo nel licenziamento dell’ex direttore dell’FBI James Comey. La dichiarazione del presidente Usa sembra quindi dare credito alla notizia pubblicata ieri dal Washington Post, per cui l’indagine condotta dal Procuratore Speciale Robert Mueller sulle intromissioni della Russia nelle scorse elezioni presidenziali americane (il cosiddetto “Russiagate”), che vede sotto inchiesta alcuni importanti collaboratori ed ex collaboratori del presidente, si sarebbe estesa ad includere lo stesso Trump.

Secondo le fonti del Washington Post, l’accusa che riguarda Trump è di ostruzione alla giustizia; il fascicolo sul presidente sarebbe stato aperto in seguito al licenziamento di Comey, che fino a quel momento stava conducendo le indagini sul Russiagate.

Non è chiaro a chi si riferisca Trump con l’espressione “l’uomo che mi ha detto di licenziare il direttore dell’FBI”: sempre il Washington Post ipotizza che si tratti del viceprocuratore generale Rod Rosenstein, che scrisse una nota evidenziando alcuni aspetti critici della gestione dell’FBI da parte di Comey.

La Casa Bianca aveva inizialmente affermato che la nota di Rosenstein aveva contribuito alla decisione di Trump di licenziare Comey. Tuttavia, il presidente aveva in seguito dichiarato di averlo licenziato indipendentemente dalla nota di Rosenstein, spiegando di essere insoddisfatto di come l’FBI stava conducendo l’inchiesta sul Russiagate.

Come ricorda il Post, Rosenstein è anche la persona che, dopo il licenziamento di Comey, ha nominato Robert Mueller come Procuratore Speciale per proseguire l’indagine sulle intromissioni della Russia nella campagna elettorale dello scorso anno. È a Rosenstein, in quanto viceprocuratore generale, che Mueller riferisce, dal momento che il superiore di Rosenstein, il procuratore generale Jeff Sessions (la cui carica equivale a quella del ministro della Giustizia in Italia), si è estromesso da ogni ruolo nell’indagine sul Russiagate in seguito alle accuse di aver mentito al Congresso sui contatti che avrebbe avuto con funzionari russi durante la campagna elettorale.

Il viceprocuratore generale Rod Rosenstein (foto via Nytimes.com)

È quindi a Rosenstein che potrebbe riferirsi il vago e allusivo tweet del presidente Usa, nonostante le responsabilità del viceprocuratore siano più limitate di quanto la critica di Trump possa lasciare intendere: il Procuratore Speciale Mueller deve sì riferire a Rosenstein, ma gode anche di una certa indipendenza nella gestione dell’indagine.

Dal canto suo, Trump insiste nel definire l’inchiesta che lo riguarda come una «caccia alle streghe», e in un altro tweet pubblicato venerdì ha puntato il dito contro la presunta assenza di prove emerse finora:

«Dopo sette mesi di indagini e di audizioni della commissione sulla mia “collusione coi Russi”, nessuno è stato in grado di esibire alcuna prova. Che cosa triste!»

15 giugno – Vladimir Putin

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foto via Rt.com

«Comey ha preso nota delle sue conversazioni con il presidente Donald Trump e poi attraverso un amico le ha passate ai media. Suona davvero strano quando il capo dei servizi di sicurezza prende nota delle conversazioni con il comandante in capo e poi le passa ai media attraverso un amico. Cosa c’è di diverso rispetto a Snowden? Questo significa che egli non è il capo dei servizi di sicurezza, ma un difensore dei diritti umani. Quindi, ancora una volta, saremmo pronti a offrire asilo politico a Comey, nel caso in cui venisse perseguitato negli Stati Uniti»

Vladimir Putin

Oggi è un giorno molto importante in Russia. Infatti, come vuole una tradizione ormai consolidata, è andato in onda il “Direct line with Vladimir Putin”, un programma televisivo, trasmesso una sola volta all’anno su diversi canali (Russia-1, Russia-24, Russia Today e Channel One Russia), in cui il presidente russo risponde in diretta per quattro ore alle domande poste da alcuni giornalisti presenti in studio e dagli utenti dei social network.

È stata una grande occasione, per Putin, di parlare di diversi argomenti scottanti, a partire dalle prospettive future di crescita della Russia, dello stato delle forze armate, della situazione in Siria, del delicato e difficile rapporto con gli Stati Uniti, fino al caso Russiagate.

«Guardando alla russofobia che si sta alimentando qui negli Stati Uniti, che tipo di consigli potrebbe darmi per rendere maggiormente chiaro ai miei compatrioti in America, che la Russia non è un loro nemico?» ha chiesto un giornalista americano. Putin ha risposto: «Prima di tutto, da capo del governo, so quali sono i sentimenti del nostro popolo e so che non consideriamo l’America come un nemico. Per due volte nella storia, in un momento di difficoltà, abbiamo unito i nostri sforzi e siamo stati alleati nelle due guerre mondiali».

«Al giorno d’oggi, assistiamo a un sentimento russofobo negli Stati Uniti e questo è colpa dell’acuirsi del confronto politico in atto […] Sappiamo che ci sono tanti amici là fuori, negli Stati Uniti, amici della Russia. Eppure, anche in questo contesto storico in cui viviamo, in cui i media hanno un certo impatto, ci sono parecchie persone qui in Russia che hanno molto rispetto per i traguardi raggiunti dal popolo americano e sperano che le nostre relazioni future ritornino alla normalità» ha poi proseguito Putin.

Il tema del riavvicinamento tra Mosca e Washington è stato ripreso anche in relazione alla guerra in Siria. «Il problema della Siria, il problema del Medio Oriente, è già chiaro a tutti che non si arriverà a niente senza un lavoro costruttivo congiunto – ha detto il presidente russo, rinnovando il proprio impegno militare – Il nostro piano è quello di innalzare il livello di addestramento delle forze armate siriane e poi con calma tornare alle basi che abbiamo nel Paese, così che le truppe siriane possano agire in modo indipendente ed efficace: se sarà necessario le sosterremo con l’aviazione».

La questione del Russiagate è stata introdotta da un giornalista russo, che ha domandato: «Al mondo intero sembrano travolgenti gli ultimi sviluppi. Mi riferisco al confronto tra il presidente Trump e l’ex-direttore dell’Fbi Comey. Nelle audizioni si parla di coinvolgimenti russi, perciò quali sono le sue considerazioni? Quali possono essere le conseguenze?» «Non conosco i dettagli delle testimonianze del sig. Comey – ha risposto Putin – ma sono a conoscenza di alcuni dettagli che ha rivelato. Qual è l’impressione che ne ho ricavato? Per prima cosa, il sig. Comey crede che la Russia abbia interferito nelle elezioni americane, ma non ha prodotto alcuna prova».

Putin, però, non si è limitato a negare il coinvolgimento russo nel processo democratico americano, ma ha addirittura accusato Washington di essere la prima ad adoperarsi per influenzare la politica interna degli altri paesi, facendo pressioni non solo dall’esterno, ma anche agendo dall’interno, servendosi di alcune organizzazioni non governative (Ong).

«Comey ha detto che abbiamo influenzato i loro cuori e le loro menti, ma il mondo ci dice qualcosa di completamente diverso – ha affermato Putin – Gli Stati Uniti usano sempre la loro propaganda, sostengono delle Ong che difendono i loro interessi; queste hanno un impatto sui nostri cuori e sulle nostre menti. Questo è il loro tentativo di influenzare l’opinione pubblica durante il processo elettorale. Prendete l’intero globo, potete puntare il dito su qualsiasi paese in qualsiasi regione del mondo, gli interessi degli Stati Uniti sono ovunque. Conosco queste cose perché ho parlato con leader di altri paesi, che però non lo vogliono dire apertamente perché non vogliono avere problemi con gli Usa».

Se a Mosca il presidente russo è sembrato molto a suo agio, a tratti persino divertito nel discutere del Russiagate, come quando ha affermato di essere «pronto a offrire asilo politico a Comey», a Washington il suo omologo non se la passa altrettanto bene. Dopo l’audizione dell’altroieri del Ministro della Giustizia Sessions, ieri è trapelata la notizia che il procuratore special Robert Mueller starebbe indagando Trump per “ostruzione alla giustizia”.

Il presidente americano è stato, come al solito, molto attivo e anche molto polemico su Twitter. «Si sono inventati una finta collusione con la Russia, trovato nessuna prova, perciò adesso mi accusano di ostruzione alla giustizia sulla base di una storia falsa. Ottimo» è stato il primo messaggio.

«State assistendo alla singola più grande caccia alle streghe della storia politica americana, guidata da gente molto cattiva e in conflitto» è stato il secondo messaggio. L’hashtag è sempre lo stesso: MAGA (Make America Great Again).

13 giugno – Jeff Sessions

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foto via Theatlantic.com

«Lasciatemelo dire chiaramente: non ho mai incontrato né avuto conversazioni con funzionari russi o stranieri, che riguardassero qualsiasi tipo di interferenza in qualsiasi campagna elettorale o elezione. Inoltre, non sono a conoscenza di nessuna conversazione di qualcuno connesso alla campagna elettorale di Trump»

Jeff Sessions

Come previsto, oggi alle 14:30 (ora americana della costa est), il Ministro della Giustizia Jeff Sessions si è presentato a Capitol Hill, per un’audizione davanti alla Commissione Intelligence del Senato americano, presieduta dal senatore repubblicano del Nord Carolina, Richard M. Burr, e dal senatore democratico della Virginia, Mark Warner. Obiettivo dell’audizione, verificare il ruolo svolto dallo stesso Sessions nel caso Russiagate, soprattutto alla luce della precedente audizione di James Comey, ex-direttore dell’Fbi.

La seduta è stata introdotta dal capo-commissione senatore Richard Burr che, dopo aver ringraziato Sessions per essersi presentato a un appuntamento così importante, ha fatto presente al Ministro come «quest’audizione sia una grande opportunità per lei di separare i fatti dalla finzione e di riportare nella giusta direzione una serie di accuse riportate dalla stampa».

Nella sua dichiarazione iniziale, il Ministro Sessions ha innanzitutto ribadito di non avere alcuna intenzione di rivelare i dialoghi diretti da lui avuti con il Presidente Trump: «Come precedentemente notificato, Presidente, e nel rispetto della prassi consolidata del Ministero della Giustizia, non posso e non violerò il mio dovere di proteggere le comunicazioni confidenziali con il Presidente».

In secondo luogo, Sessions ha negato di aver avuto alcuna conversazione con funzionari russi al Mayflower Hotel di Washington durante un evento nell’aprile 2016. Si vocifera, infatti, che in quell’occasione egli avrebbe avuto un incontro privato con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak. «Non ho avuto alcun incontro privato né ricordo alcuna conversazione con funzionari russi al Mayflower Hotel […] Nonostante ricordi alcune conversazioni avute nella pausa prima del discorso ufficiale, non ho alcun ricordo di incontri o conversazioni con l’ambasciatore russo o con funzionari di quel paese. Se anche ci fosse stato qualche tipo di contatto passeggero con l’ambasciatore russo durante quel ricevimento, non me lo ricordo» ha detto il Ministro.

Sessions ha negato ogni tipo di coinvolgimento e di collusione tra la campagna elettorale di Trump e la Russia, nel tentativo di indebolire Hillary Clinton e falsare il processo democratico: «Sono stato vostro collega in questo corpo per vent’anni e l’ipotesi che io possa avere avuto qualche tipo di collusione o che fossi a conoscenza di qualche collusione col governo russo per danneggiare questo paese, che ho servito con onore per 35 anni, o per minare l’integrità del nostro processo democratico, è una bugia spaventosa e detestabile».

Riguardo all’audizione di James Comey della scorsa settimana, il Ministro della Giustizia ha voluto dare una diversa versione di quello che l’ex direttore dell’Fbi gli disse il 14 febbraio scorso dopo un incontro nello Studio Ovale con Trump. Comey, infatti, aveva raccontato che, terminata una riunione antiterrorismo, il Presidente era voluto rimanere solo con lui e, in quella circostanza, avrebbe fatto alcuni commenti che Comey aveva interpretato come una richiesta impropria di far cadere l’indagine riguardante l’ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn.

Sessions afferma: «Mentre non mi ha fornito alcun indizio sull’argomento di conversazione con il Presidente, il signor Comey ha espresso preoccupazione per il protocollo di comunicazione corretto con la casa Bianca e il Presidente. Ho risposto al suo commento concordando che che sia l’Fbi che il Dipartimento di Giustizia dovessero stare attenti nel seguire la prassi del Dipartimento per quanto riguarda gli opportuni contatti con il Presidente». Ha poi aggiunto: «Ero sicuro che il signor Comey avrebbe capito e avrebbe rispettato le regole consolidate del Dipartimento che disciplinano tutte le comunicazioni con la Casa Bianca sulle indagini in corso. I miei commenti lo hanno incoraggiato a fare proprio questo, e anzi, mi pare di capire, è proprio quello che ha fatto».

Sempre parlando di Comey, il Ministro ha difeso e rivendicato il suo ruolo nella decisione di Trump di licenziare l’ex direttore dell’Fbi: «Lo scopo della mia ricusazione, comunque, non ha interferito con la mia capacità di supervisionare il Dipartimento di Giustizia, compreso l’Fbi». «Ho presentato al Presidente le mie perplessità e quelle del Vice Procuratore Generale Rod Rosenstein riguardanti i problemi correnti all’interno della leadership dell’Fbi, come riportato nella mia lettera in cui viene raccomandata la rimozione di Comey».

Tuttavia, la parte più accesa dell’audizione è coincisa con le domande poste a Sessions da alcuni senatori democratici della commissione. In particolare, quando il senatore dell’Oregon Ron Wyden lo ha accusato di non rispondere pienamente alle domande e di essere reticente, Sessions ha replicato piccato: «Senatore, non sto facendo ostruzionismo. Seguo le politiche storiche del Dipartimento di Giustizia. Non si cammina in qualsiasi audizione o riunione di commissione e si rivelano comunicazioni riservate con il Presidente degli Stati Uniti».

Il senatore del Nuovo Messico, Martin Heinrich, ha però insistito: «Qui ci sono due inchieste. C’è un’indagine speciale del procuratore (Mueller). C’è anche un’indagine del Congresso. E lei sta ostacolando quell’indagine del Congresso non rispondendo a queste domande. E penso che il suo silenzio, come il silenzio del Direttore (del National Intelligence) Coats, come il silenzio del Direttore (della National Security Agency) Rogers, la dice lunga». «Direi che mi sono consultato con avvocati di carriera di alto livello al Dipartimento e loro ritengono che questo sia coerente con i miei doveri» ha replicato Sessions, in conclusione.

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Jeff Sessions davanti alla Commissione Intelligence del Senato (foto via Theatlantic.com)

18 maggio – Kevin McCarthy

GOP Meeting
foto via Huffingtonpost.com

“È stato un tentativo di umorismo andato male. Non stupisce che il Washington Post abbia provato a trasformare questo in una breaking news”
Kevin McCarthy

In un breve messaggio su Twitter, il Leader di Maggioranza del Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti, il deputato della California Kevin McCarthy ha replicato alle rivelazioni pubblicate oggi dal Washington Post, secondo cui Trump sarebbe pagato da Putin.

Il maggiore quotidiano della capitale, infatti, riporta di una conversazione privata avvenuta a Capitol Hill tra McCarthy e altri esponenti del Partito Repubblicano, tra cui lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, il deputato del Wisconsin Paul Ryan, di cui ci sarebbe una registrazione già ascoltata e verificata dal Washington Post medesimo.

E’ il 15 giugno 2016, Donald Trump ha appena vinto le Primarie del Partito Repubblicato ed è in attesa di ricevere la nomination ufficiale come candidato alla presidenza alla Convention del Partito (19 luglio). Il giorno precedente era avvenuto il celeberrimo attacco informatico contro la Commissione Nazionale del Partito Democratico, con il furto delle email e delle comunicazioni private dei vari membri, che era stato attribuito dai servizi di intelligence agli hacker russi.

Durante questa riunione, il deputato McCarthy avrebbe detto: “Ci sono due persone che penso Putin paghi: Rohrabacher e Trump”. Dana Rohrabacher è un altro deputato del Partito Repubblicano, originario della California, e conosciuto nel panorama politico americano per essere un fervente sostenitore di Putin e un ammiratore della Russia.

Alla frase di McCarthy, sempre secondo le registrazioni in possesso del Washington Post, gli altri repubblicani presenti si sarebbero messi a ridere, ma lui aveva aggiunto: “Giuro su Dio”. Dopo una pausa, infine, sarebbe intervenuto Paul Ryan, dicendo: “Questo è tutto off the record. Non deve arrivare niente alla stampa, ok? Così sappiamo di essere una famiglia”; bloccando di fatto ogni ulteriore intervento di McCarthy e ordinando ai propri compagni di partito di non farne parole con nessuno.

Al momento, non è possibile accertare quale sia la rilevanza attribuibile alla frase pronunciata da McCarthy. Tuttavia, è bene precisare che essa non fu motivata da informazioni di intelligence, bensì da una conversazione avuta proprio quel pomeriggio con il Primo ministro ucraino Vladimir Groysman. Questi, infatti, aveva a lungo parlato ai deputati repubblicani della tattica usuale del Cremlino di finanziare diversi politici populisti per controllare, danneggiare e indebolire le istituzioni democratiche in Europa, soprattutto nei Paesi ex-sovietici.

La questione del diretto coinvolgimento della Russia nell’attacco hacker al Partito Democratico e gli incontri con Groysman, pur non rappresentando un elemento probatorio, fanno capire quanto la questione dei rapporti tra Trump e la Russia impensierisse parecchio persino i capi del Partito Repubblicano.

Come riporta l’autore dell’articolo, Adam Entous, quando il Washington Post ha cercato di mettersi in contatto con gli uffici di McCarthy e di Ryan per rendere loro conto della riunione del 15 giugno, questi hanno negato che la conversazione fosse avvenuta proprio secondo quei termini, accusando il giornalista di essersela inventata. Quando poi il quotidiano ha affermato di essere in possesso della trascrizione della riunione, Ryan e McCarthy hanno suggerito che anche la trascrizione fosse inventata o, comunque, modificata ad hoc. Infine, quando Entous ha ammesso di avere la registrazione audio originale di quel pomeriggio e di averla trascritta, Ryan e McCarthy si sono difesi, dicendo che le loro affermazioni erano solamente uno scherzo, una battuta che il Washington Post aveva male intepretato.

Ecco, quindi, una nuova tegola contro il Presidente Donald Trump, in un periodo molto critico che lo vede coinvolto sia direttamente che indirettamente in un’indagine proprio riguardante i rapporti suoi e del suo entourage con i servizi di intelligence della Russia. Il diretto interessato si è difeso su Twitter, prima affermando che contro di lui si è scatenata “la più grande caccia alle streghe contro un politico nella storia americana”, aggiungendo poi che “con tutti gli atti illegali avvenuti nella campagna elettorale di Clinton e sotto l’amministrazione Obama, non è mai stato nominato un commissario speciale”.

Il commissario speciale di cui parla Trump è Robert S. Mueller III, l’ex direttore dell’Fbi, a cui il Dipartimento di Giustizia ha affidato l’incarico di guidare e supervisionare la delicata indagine riguardante i rapporti Trump-Russia. In una nota ufficiale, il Presidente ha rassicurato del fatto che “le indagini dimostreranno che non c’è stata nessuna collusione tra la mia campagna e alcuna entità straniera”. Ha poi proseguito: “Non vedo l’ora che questa vicenda si chiuda velocemente. Nel frattempo non smetterò mai di combattere per la gente e per le questioni che più interessano il futuro del nostro paese”.

Solitamente, la nomina di un procuratore speciale può essere considerata un passaggio preliminare alla procedura di “impeachment”. Tuttavia, solitamente è la Camera dei Rappresentanti a inoltrare al Dipartimento di Giustizia la richiesta di nominare lo “special counselor”. In questo caso, inece, la richiesta è partita in seno all’amministrazione Trump, dallo stesso Dipartimento di Giustizia, anche se non per volontà del ministro Jeff Sessions, che è a sua volta sfiorato dai sospetti sul Russiagate, ma del suo vice Rod Rosenstein.

La Casa Bianca, in questo senso, vorrebbe dare un segnale di credibilità e di indipendenza nella gestione di un’inchiesta che, fino a questo momento, è stata contrassegnata da numerose polemiche, non da ultimo il licenziamento del Direttore dell’Fbi, James Comey.

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Ricostruzione degli eventi (foto via Washingtonpost.com)

Il Russiagate, del resto, si arricchisce di elementi scottanti giorno dopo giorno, in una spirale potenzialmente distruttiva per il Presidente Trump. Oggi, su Reuters, alcuni ufficiali americani hanno rivelato che l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, assieme ad altri consiglieri elettorali di Trump, erano in contatto con ufficiali e membri del governo russo. In totale, sarebbero almeno 18 i contatti, tra email e telefonate, avvenuti nel corso degli ultimi 7 mesi della campagna elettorale.

Di questi 18 contatti, 6 sarebbero delle chiamate tra Sergei Kislyak, l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, e lo stesso Flynn, i cui rapporti sarebbero aumentati dopo l’8 novembre, con l’obiettivo di creare un canale di comunicazione secondario tra Putin e Trump, scavalcando l’intelligence e la burocrazia americana, che entrambi ritenevano ostili.

A rendere ancora più complessa la situzione sia di Flynn che dell’entourage di Trump, è l’indiscrezione di ieri del New York Times, secondo cui Flynn aveva avvisato la squadra di governo di Trump di essere sotto inchiesta settimane prima dell’inaugurazione della Presidenza. La polizia federale, infatti, stava indagando sui rapporti tra la Turchia e Flynn medesimo, ipotizzando che quest’ultimo fosse stato profumatamente pagato per svolgere attività di lobbying a favore del Paese di Erdogan all’interno del governo americano.

Precedentemente, la senatrice democratica ed ex-Ministro della Giustizia Sally Yates, in un’audizione al Senato, aveva dichiarato di aver avvisato Trump e i suoi uomini di non nominare Flynn come Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Quest’ultimo, secondo le dichiarazioni della Yates, aveva mentito pubblicamente riguardo ai suoi rapporti con la Russia ed era potenzialmente ricattabile dai vertici del Cremlino. Accuse che, neanche tre settimane dopo la sua nomina, hanno costretto Flynn alle dimissioni.