11 novembre – Donald Trump

foto via Uk.breakingnow.co

«[Putin] ha detto di non avere assolutamente interferito nelle nostre elezioni … Ogni volta che mi vede mi dice: “Non l’ho fatto”, e quando me lo dice io gli credo, si vede che lo dice seriamente»

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto che Vladimir Putin gli ha assicurato che la Russia non ha interferito nella campagna elettorale statunitense dello scorso anno, facendo intendere di credere alla sincerità del presidente russo.

Trump e Putin si sono incontrati sabato a Danang, in Vietnam, dove hanno partecipato al summit dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC), l’organizzazione che si occupa di promuovere investimenti e libero scambio nell’area asiatico-pacifica. I due leader hanno avuto modo di parlarsi durante alcuni incontri informali a margine dell’evento.

Lasciando Danang, sul volo dell’Air Force One che lo avrebbe portato a Hanoi, Trump ha spiegato ai giornalisti che viaggiavano con lui di avere discusso con Putin, tra le altre cose, anche delle interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016.

«Mi ha detto di non avere interferito» ha detto Trump. «Gliel’ho chiesto di nuovo. Non è che puoi chiederglielo tutte le volte. Gliel’ho chiesto di nuovo. Ha detto di non avere assolutamente interferito nelle nostre elezioni. Non ha fatto ciò per cui viene accusato… Ogni volta che mi vede mi dice: “Non l’ho fatto”, e quando me lo dice io gli credo, si vede che lo dice seriamente. Penso sia molto offeso da questa cosa, e non è una buona cosa per il nostro paese».

Le dichiarazioni di Trump hanno immediatamente sollevato numerose polemiche e critiche, dal momento che tutte le principali agenzie di intelligence statunitensi, di cui Trump, in quanto presidente degli Stati Uniti, è a capo, concordano invece sul fatto che il governo russo abbia interferito nel processo elettorale statunitense.

James Clapper, ex direttore della National Intelligence americana, ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che «al presidente sono state fornite evidenze chiare e indisputabili sulle interferenze della Russia nelle elezioni. Gli stessi direttori della National Intelligence e della CIA hanno confermato queste scoperte … Il fatto che preferisca credere alla parole di Putin anziché a quelle dei servizi di intelligence è irragionevole».

5 novembre – Donald Trump

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foto via Stripes.com

«Nessuno, nessun dittatore, nessun regime, nessuna nazione, dovrebbe mai sottostimare la risolutezza americana. Ogni volta che, in passato, ci hanno sottostimato, poi non è stato piacevole per loro»

E’ ufficialmente iniziato la lunga visita del Presidente americano Donald Trump in Asia. Un tour che toccherà alcuni dei principali Paesi della regione, tra cui Cina, Giappone e Corea del Sud, e in cui verrano discussi alcuni dei temi più scottanti della politica regionale e mondiale, non da ultimo i test missilistici della Corea del Nord.

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Le tappe del tour asiatico di Donald Trump (foto via Ft.com)

Proprio oggi, dopo essere atterrato alla base giapponese di Yokota, Trump ha subito tenuto un discorso di fronte alla truppe americane ivi stanziate. Pur non nominando mai direttamente Pyongyang, Trump ha adoperato un tono marcatamente militaristico, per segnalare la volontà di ferro e l’incredidile potenza del suo Paese nell’affrontare le sfide mondiali e nel proteggere i propri alleati.

«Nessuno- nessun dittatore, nessun regime, nessuna nazione- dovrebbe mai sottostimare la risolutezza americana. Ogni volta che, in passato, ci hanno sottostimato, poi non è stato piacevole per loro», ha affermato il Presidente e poi, rivolgendosi alle migliaia di soldati a stelle e strisce presenti, ha detto: «Voi siete la più grande minaccia per quei dittatori e per quei tiranni che cercano di tormentare gli innocenti».

Durante il viaggio verso il Giappone, sull’Air Force One, Trump ha raccontato ai giornalisti che avrebbe in programma di incontrare Vladimir Putin la prossima settimana, per discutere della Corea del Nord. «Speriamo di incontrarci con Vladimir Putin. Vogliamo che ci aiuti con la Corea del Nord», ha affermato Trump, il cui incontro con il Presidente russo dovrebbe tenersi a margine del prossimo vertice dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), in programma il 10 e 11 novembre a Da Nang, in Vietnam.

Dal momento che, oltre all’incontro odierno con Shinzo Abe, è previsto un faccia a faccia pure con il leader sud-coreano Moon Jae-in e con il Presidente cinese Xi Jinping, questa lunga visita in Asia rappresenta per Donald Trump un importante test per dimostrare le sue abilità comunicative e diplomatiche. Un campo, questo, in cui il Presidente americano ha finora mostraro gravi lacune, alternando gaffes grossolane a uscite aggressive e irrispettose nei confronti di altri Paesi o leader.

Alla domanda di alcuni giornalisti sul fatto se Trump abbia intenzione di moderare i toni durante questa visita ufficiale, il Consigliere della Sicurezza Nazionale è stato piuttosto franco. «Il Presidente utilizzerà ovviamente qualunque linguaggio voglia. Non penso che il Presidente mitigherà davvero il suo linguaggio, glielo avete mai visto fare?», ha risposto il generale McMaster.

30 ottobre – Donald Trump

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foto via Cnn.com

«Mi dispiace, ma questo risale ad anni fa, prima che Paul Manafort fosse parte della campagna di Trump»

L’ex manager della campagna elettorale di Trump si è costituito oggi all’Fbi, dopo essere stato accusato di aver nascosto milioni di dollari attraverso società operanti all’estero e aver adoperato quei soldi per acquistare auto di lusso, case, pezzi d’antiquariato e abiti costosi. Assieme a lui, è stato accusato anche il suo socio di lunga data, Rick Gates. Entrambi si sono presentati, accompagnati dai rispettivi avvocati, presso la Corte Federale di Washington, dichiarandosi tuttavia “non colpevoli”.

Separatamente, un altro dei consiglieri di politica estera di Trump, George Papadopoulos, ha ammesso di avere mentito all’Fbi riguardo ai suoi contatti con la Russia. In particolare, Papadopoulos avrebbe reso false dichiarazioni e omesso volontariamente del materiale durante un interrogatorio richiesto dal Procuratore Speciale Robert Mueller, nell’ambito dell’inchiesta denominata “Russiagate”. Negli atti giudiziari, si legge che Papadopoulos ha mentito «sui tempi, l’estensione e la natura dei suoi rapporti e della sua interazione con certi stranieri che aveva capito avere strette connessioni con alti dirigenti del governo russo».

L’accusa nei confronti di Manafort e Gates, seppur condotta dallo stesso Mueller, non fa ancora riferimento a presunte interferenze russe nella politica americana. Tuttavia, essa descrive in maniera dettagliata l’attività di lobbying che lo stesso Manafort ha svolto in Ucraina e che, secondo il Procuratore, è stata all’origine di un tentativo di riciclaggio di almeno 18 milioni di dollari, che non sarebbero stati dichiarati al fisco. «Manafort ha utilizzato la sua ricchezza nascosta all’estero per condurre uno stile di vita lussuoso negli Stati Uniti, senza pagare tasse su quel reddito», è scritto negli atti.

Gates è indagato per aver trasferito circa 3 milioni di dollari dai suoi conti offshore. I due sono accusati, inoltre, di false dichiarazioni. «Come parte dello schema, Manafort e Gates hanno ripetutamente fornito informazioni false, tra gli altri, ai contabili finanziari, agli agenti del fisco e al consulente legale», è scritto ancora negli atti. L’accusa più grave, tuttavia, rimane quella di riciclaggio di denaro, per cui è prevista una pena detentiva fino a 20 anni.

Paul Manafort, da lungo tempo impiegato come stratega elettorale per il Partito Repubblicano, era entrato a fare parte dell’entourage della campagna presidenziale di Donald Trump nel marzo 2016, salvo poi diventarne il manager. Un incarico importante e prestigioso, che aveva dovuto lasciare dopo pochissimo tempo, a seguito del licenziamento da parte dello stesso Trump, quando era emerso che Manafort aveva ricevuto in nero 12 milioni di dollari dall’ex-Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, per il quale aveva lavorato come consulente.

«Mi dispiace, ma questo risale ad anni fa, prima che Paul Manafort fosse parte della campagna di Trump», ha twittato oggi Donald Trump per sottolineare la propria estraneità dalla vicenda. In realtà, i capi di accusa contro Manafort e del suo ex socio Gates dicono che avrebbero cospirato contro gli Usa in un periodo compreso tra il 2006 e il 2017, quindi non tutti gli episodi contestati sono di «anni fa», come invece ha detto il Presiedente.

Sempre nello stesso tweet, Trump è tornato nuovamente ad attaccare la sua ex rivale democratica alle elezioni presidenziali dello scorso novembre: Hillary Clinton. «Perché la corrotta Hillary e i democratici non sono al centro dell’attenzione?????», ha scritto.

In un altro tweet, scritto immediatamente dopo, il Presidente ha aggiunto: «Inoltre, non c’e’ alcuna collusione». Si riferiva, chiaramente, alle presunte relazioni tra i membri del suo entourage ed eventuali emissari del governo russo.

15 ottobre – Rex Tillerson

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foto via Bbc.com

«Vediamo se riusciamo ad affrontare i difetti restando nell’accordo, lavorando con gli altri firmatari, lavorando con gli amici e gli alleati europei dentro l’accordo»

Rex Tillerson

Nel corso di un’intervista alla Cnn, nel programma domenicale “State of the Union” condotto dal giornalista Jake Tapper, il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha rilasciato alcune dichiarazioni che sembrano distanziarsi, in parte, da quelle rilasciate solo pochi giorni fa dal Presidente Trump sull’accordo nucleare iraniano.

Alla domanda diretta di Tapper se gli Usa debbano rimanere all’interno dell’accordo con l’Iran e se questo sia nell’interesse americano, Tillerson ha risposto chiaramente: «Noi rimarremo dentro l’accordo». Una posizione chiara e decisa, che stride con l’annuncio del Presidente di voler ripudiare l’accordo negoziato dall’amministrazione Obama, a causa delle ripetute violazioni dei termini da parte del regime di Teheran.

«Quello che il Presidente vuole è una strategia più comprensiva nella sua totalità», ha detto Tillerson, «Questo accordo nucleare ha una serie di difetti e di debolezze e il Presidente, nel corso della campagna elettorale, ha detto che avrebbe rivisto l’accordo o l’avrebbe rinegoziato per correggere questi difetti oppure che avrebbe cercato di ottenere un accordo completamente diverso».

«Noi vogliamo affrontare le debolezze contenute nell’accordo nucleare», ha continuato il Segretario di Stato, «ma dobbiamo anche affrontare una più ampia serie di minacce che l’Iran pone alla regione, ai nostri amici ed alleati e alla nostra sicurezza nazionale». Tra le accuse rivolte al regime di Teheran, Tillerson ha citato il legame stretto con le milizie libanesi di Hezbollah, il tentativo di destabilizzare lo Yemen appoggiando i ribelli Houthi e il sostegno finanziario offerto ad alcuni gruppi terroristici di matrice islamica.

Del resto, secondo Tillerson, l’Iran sta rispettando l’accordo negoziato nel 2015, a differenza di quanto sostenuto da Trump. Il regime di Teheran avrebbe commesso delle «violazioni tecniche» di alcune norme negoziate, ma «hanno rimediato a queste violazioni, il che li riporta nella conformità tecnica».

La necessità di rinegoziare l’accordo, sempre secondo il Segretario di Stato, non nasce dalla minaccia nucleare rappresentata dall’Iran, ma dalla complessa rete di alleanze e di influenze che Teheran sta consolidando ed espandendo in Medio Oriente. Il dialogo, tuttavia, non deve essere riaperto unilateralmente, ma con l’appoggio degli altri firmatari dell’accordo. «Vediamo se riusciamo ad affrontare i difetti restando nell’accordo, lavorando con gli altri firmatari, lavorando con gli amici e gli alleati europei dentro l’accordo», ha detto Tillerson.

14 ottobre – Valentina Matviyenko

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foto via Sputniknews.com

«Questo è un atto internazionale, un documento, che è stato adottato sotto forma di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Non è un accordo bilaterale tra l’Iran e gli Stati Uniti e, pertanto, non può essere revocato unilateralmente»

Valentina Matviyenko

Dopo le dichiarazioni di ieri di Donald Trump riguardanti la sua decisione di non continuare a certificare il rispetto dell’accordo nucleare con l’Iran, il Joint Comprehensive Plan Of Action, lasciandone il destino nelle mani del Congresso americano, gli altri membri del JCPOA hanno prontamente affermato pubblicamente che la sopravvivenza dell’accordo non è a rischio.

La Federazione Russa, per bocca del Presidente del Consiglio Federale (ossia il Senato) Valentina Matviyenko ha oggi ribadito che l’iniziativa di un solo Paese, per quanto potente possa essere, non può invalidare un accordo così importante. «Questo è un atto internazionale, un documento, che è stato adottato sotto forma di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Non è un accordo bilaterale tra l’Iran e gli Stati Uniti e, pertanto, non può essere revocato unilateralmente», ha detto la Matviyenko ai giornalisti.

«Spero che non ci sia alcuna decisione di abrogare l’accordo, dal momento che ogni tentativo di cambiarne l’equilibrio può essere molto pericoloso», ha continuato il Presidente del Senato russo, «tutti gli accordi di non proliferazioni sottoscritti internazionalmente sarebbero a rischio».

Valentina Matviyenko ha, inoltre, difeso i risultati sin qui ottenuti: «L’accordo con l’Iran sul programma nucleare è stato difficile da raggiungere e il mondo l’ha riconosciuto come una grandiosa vittoria della diplomazia internazionale. Oggi l’Iran è sottoposto al ferreo controllo dell’IAEA sul rispetto degli impegni previsti dall’accordo». «Non c’è alcuna ragione per dubitare dell’effettività di questo accordo, di questo documento», ha concluso, infine, la Matviyenko.

12 ottobre – Heather Nauert

Valerie Harper Visits "FOX & Friends"
foto via Politico.com

«Questa decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per il crescente arretramento dell’UNESCO, per la necessità di una fondamentale riforma nell’organizzazione e per i suoi continui pregiudizi anti-Israele»

Heather Nauert

Quest’oggi, con un comunicato pubblicato sul sito del Dipartimento di Stato, firmato dalla portavoce Heather Nauert, gli Stati Uniti hanno annunciato ufficialmente la loro decisione di ritirarsi dall’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

«In data 12 ottobre 2017, il Dipartimento di Stato ha notificato alla direttrice generale dell’UNESCO Irina Bokova la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’organizzazione e di cercare di istituire una missione come osservatore permanente presso l’UNESCO», si legge all’inizio del comunicato.

Il motivo dell’improvvisa e inaspettata decisione, secondo il Dipartimento Usa, sarebbe la postura decisamente anti-israeliana che l’organizzazione avrebbe assunto negli ultimi tempi. «Questa decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per il crescente arretramento dell’UNESCO, per la necessità di una fondamentale riforma nell’organizzazione e per i suoi continui pregiudizi anti-Israele», è scritto nel comunicato.

La decisione dell’amministrazione Trump ricalca quella già presa da Reagan nel 1984, quando gli Stati Uniti lasciarono l’UNESCO per rientrarvi solo nel 2002, per volere di George W. Bush. Mentre dal 2011, lo stato americano aveva smesso di finanziare l’organizzazione, a seguito della decisione di includere tra i membri pure la Palestina.

Gli Usa, tuttavia, non lasciano completamente l’organizzazione, ma continueranno a impegnarsi a perseguirne gli obiettivi da fuori, come stato osservatore. E’ quello che si evince anche dal tweet pubblicato sempre dall’account ufficiale del Dipartimento di Stato.

«Mi rammarico profondamente per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Unesco, di cui ho ricevuto notifica ufficiale con una lettera del segretario di stato americano, Rex Tillerson», ha detto in un comunicato Irina Bokova, Direttrice Generale dell’organizzazione. «Una perdita per l’Unesco, per le Nazioni Unite e per il mutilateralismo», ha continuato.

La decisione americana ha avuto ripercussioni significative a Gerusalemme. «La decisione del presidente Trump è coraggiosa e morale, perché l’Unesco è diventato un teatro dell’assurdo e perché piuttosto che preservare la storia la distorce», è stato il commento in una nota del premier israeliano Netanyahu. L’ufficio del primo ministro ha anch’esso reso pubblico una nota in cui si comunica l’intenzione di Israele di lasciare a sua volta l’organizzazione: «Il premier Netanyhau ha dato istruzioni al ministero degli Esteri di preparare il ritiro di Israele dall’organizzazione in parallelo agli Stati Uniti».

9 ottobre – Federica Mogherini

EU foreign policy chief Mogherini holds a news conference on the European Defence Action Plan in Brussels
foto via Reuters.com

«L’accordo con l’Iran ha concluso una delle peggiori crisi nucleari del nostro tempo. Ora, mentre ci troviamo ad affrontare una nuova minaccia nucleare, causata dalla Corea del Nord, non possiamo davvero permetterci di aprire un altro fronte. Abbiamo un interesse e una responsabilità, un dovere, di preservare l’accordo nucleare con l’Iran e di lavorare per rafforzare, non indebolire il regime globale di non proliferazione»

Federica Mogherini

E’ un periodo storico in cui la sicurezza e la proliferazione nucleare occupano un posto di assoluto rilievo nell’agenda politica globale. In un momento in cui i test missilistici di Kim Jong-un minacciano la stabilità dell’Asia-Pacifico, Donald Trump minaccia di uscire dall’accordo nucleare con l’Iran e il Premio Nobel per la Pace viene assegnato all’ICAN, ecco che ricorre anche il sessantesimo compleanno dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e del Trattato Euratom.

In un convegno di due giorni, che si terrà oggi e domani a Roma, presso l’Accademia dei Lincei, questi temi saranno dibattuti intensamente. L’Edoardo Amaldi Conference, infatti, raccoglierà relatori da 40 Paesi, provenienti da America, Medio Oriente, Asia e Africa. Ad aprire i lavori, è intervenuto il Direttore Generale dell’AIEA, Yukiya Amano, che ha difeso l’accordo nucleare con l’Iran (il JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action) firmato nel luglio 2015.

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Il direttore generale dell’AIEA, Yukiya Amano, parla a Roma all’Accademia dei Lincei (foto via Repubblica.it)

«L’Iran è sottoposto oggi al regime di controlli nucleari più robusto del mondo», ha detto Amano, «I nostri ispettori hanno accesso ai siti, abbiamo molte informazioni su un programma nucleare iraniano che oggi è più ridotto rispetto al periodo precedente gli accordi. E posso confermare che il paese sta mantenendo gli impegni».

Successivamente, è intervenuto anche l’Alto Rappresentante Dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, l’italiana Federica Mogherini, con un breve discorso. «Ancora una volta dobbiamo affrontare dei test e la minaccia di un attacco nucleare», ha esordito la Mogherini. «L’unica cosa saggia da fare, in un momento simile, è quella di investire tutto il nostro capitale politico nel potere della diplomazia, del multilateralismo e della cooperazione internazionale. Dobbiamo aprire nuovi canali per il dialogo e la mediazione e non dobbiamo assolutamente distruggere i canali che già abbiamo». Per il rappresentante della politica estera europea, è il tempo di «proteggere e ampliare tutti gli accordi internazionali sulla non proliferazione. Questo non è certamente il momento di smantellarli».

Federica Mogherini ha poi parlato dell’accordo nucleare con l’Iran firmato nel 2015, come il simbolo dell’importanza della cooperazione internazionale e del dialogo per garantire la pace. «L’accordo nucleare iraniano ha mostrato il potere della cooperazione internazionale. Attraverso la diplomazia e il dialogo abbiamo raggiunto una soluzione vincente per entrambi, abbiamo fissato una pietra miliare per la non proliferazione e abbiamo impedito un’escalation militare devastante e pericolosa», ha detto.

L’accordo con l’Iran va preservato, secondo la Mogherini, non soltanto perché ha risolto una minaccia importante, ma anche perché permette di concentrare gli sforzi sull’altra grande crisi, quella dei test missilistici in Corea del Nord. «L’accordo con l’Iran ha concluso una delle peggiori crisi nucleari del nostro tempo. Ora, mentre ci troviamo ad affrontare una nuova minaccia nucleare, causata dalla Corea del Nord, non possiamo davvero permetterci di aprire un altro fronte. Abbiamo un interesse e una responsabilità, un dovere, di preservare l’accordo nucleare con l’Iran e di lavorare per rafforzare, non indebolire il regime globale di non proliferazione».

Ha poi concluso ribadendo il ruolo cruciale dell’Unione Europea nel risolvere le principali crisi nucleari del nostro tempo: «Il mondo può contare su di noi. Il mondo può contare sull’Unione europea. Noi conserveremo l’accordo con l’Iran. Cercheremo di rendere la penisola coreana pacifica, sicura e non nuclearizzata».

Sempre nella giornata di oggi, dichiarazioni favorevoli al proseguimento degli accordi raggiungti con la Repubblica Islamica sono giunti anche da Cina e Russia. «Speriamo che l’accordo nucleare globale sull’Iran possa continuare ad essere attuato seriamente», ha affermato Hua Chunying, Portavoce del Ministero degli Esteri cinese. «Il Presidente Putin ha ripetutamente sottolineato l’importanza degli accordi nell’affrontare il dossier nucleare iraniano. Senza dubbio, il ritiro di qualsiasi Paese da questo accordo, e a maggior ragione degli Stati Uniti, avrà certamente delle conseguenze negative», ha detto invece Dmitry Peskov, Portavoce del Cremlino.

2 ottobre – Hillary Clinton

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foto via Cnbc.com

«Il nostro dolore non è abbastanza. Possiamo e dobbiamo mettere la politica da parte, prendere posizione contro la Nra (National Rifle Association) e lavorare insieme per evitare che questo succeda di nuovo»

Hillary Clinton

Notte di terrore a Las Vegas, al “Route 91 Harvest”, un festival di musica country. Durante uno dei concerti, tenutosi presso il Mandalay Bay Hotel, verso le dieci di sera (07:10 del mattino in Italia), un uomo ha aperto il fuoco sulla folla, sparando da una delle finestre al 32esimo piano dell’hotel. L’aggressore, il 64enne Stephen Paddock, residente nello stato del Nevada, si è ucciso prima che la polizia potesse intervenire per fermarlo.

Il bilancio complessivo, fino ad ora, parla di 58 morti e circa 515 feriti, di cui almeno una dozzina in condizioni gravi. Al momento della strage, circa 22 mila persone stavano partecipando al festival. Secondo quanto riporta la Cnn, si tratta della sparatoria più sanguinosa nella storia degli Stati Uniti. Prima di oggi, infatti, l’episodio più grave risaliva al 12 giugno 2016 a Orlando, Florida, quando 49 persone erano state uccise fuori da un night club, frequentato principalmente da omosessuali.

L’agenzia di propaganda Amaq ha più tardi riportato la notizia secondo cui Stephen Paddock fosse un soldato dello Stato Islamico. In un secondo comunicato, sempre l’Isis ha dichiarato che l’uomo si sarebbe convertito all’islam diversi mesi fa, cambiando persino il nome in Samir Al-Hajib. Tuttavia, per il momento, l’Fbi non ha trovato alcun legame esistente tra l’autore della strage e qualsivoglia organizzazione terroristica.

Quest’oggi il Presidente Donald Trump ha parlato alla nazione. Durante il suo discorso, Trump ha preferito concentrarsi sulle vittime e sui loro familiari, indirizzando loro il proprio sostegno e le proprie preghiere. «E’ stato un atto di pura malvagità», ha detto. Nonostante la rivendicazione dell’Isis, il Presidente non ha fatto alcun riferimento alla possibile matrice terroristica della strage, limitandosi a ringraziare le forze dell’ordine per il lavoro che stanno svolgendo.

L’accaduto ha riaperto il mai risolto dibattito interno all’America riguardante la legalizzazione delle armi. Hillary Clinton, che in campagna elettorale si era molto spesa per la limitazione di questa libertà, ha subito colto l’occasione per ribadire la sua posizione contraria alla vendita libera di armi. «Il nostro dolore non è abbastanza. Possiamo e dobbiamo mettere la politica da parte, prendere posizione contro la Nra (National Rifle Association) e lavorare insieme per evitare che questo succeda di nuovo», ha affermato in un tweet.

Bersaglio delle critiche della Clinton è la Nra (National Rifle Association), la più importante lobby americana delle armi. «La folla è fuggita al suono degli spari. Immaginate quanti morti se chi sparava avesse avuto un silenziatore, che è ciò che la Nra vuole rendere più facilmente acquistabile», è stato il messaggio del suo secondo tweet.

28 settembre – Lu Kang

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foto via Fmprc.gov.cn

«Siamo contrari a qualsiasi guerra nella Penisola Coreana. La comunità internazionale non permetterà mai una guerra che farebbe precipitare le persone in un abisso di miseria»

Lu Kang

La tensione tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti rimane altissima, soprattutto dopo le recenti dichiarazioni del Ministro Ri Yong Ho, secondo cui Washington avrebbe dichiarato guerra a Pyongyang e il suo Paese si starebbe attrezzando per infliggere «le peggiori sofferenze» al popolo americano. Chiaramente, nella contesa non poteva non far sentire la propria voce pure la Cina, che della regione è la maggiore potenza sia militare che economica.

Oggi, in un comunicato apparso sul sito internet del Ministero del Commercio, la Cina ha annunciato che attuerà presto le sanzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo scorso 11 settembre. Secondo il provvedimento, non saranno soltanto le compagnie nordcoreane presenti in Cina a dover chiudere, ma anche le joint-venture miste sino-nordcoreane operanti nel Paese. Il tutto dovrà essere eseguito entro 120 giorni dall’approvazione delle sanzioni, ossia entro il 1 gennaio 2018.

L’applicazione di tale provvedimento è una notizia particolarmente dura per il regime di Pyongyang, di cui Pechino è il maggior alleato nonché partner commerciale. Infatti, circa il 90% degli scambi complessivi della Corea del Nord è rivolto alla Cina. Motivo per cui gli Stati Uniti hanno insistito a lungo affinché Pechino adoperasse il proprio peso economico per ridimensionare i progetti nucleari di Kim Jong-un.

Del resto, la Cina si è sempre opposta a qualsiasi opzione militare, sia che si trattasse di un intervento americano preventivo che dell’installazione del sistema missilistico di difesa THAAD in Corea del Sud. Posizione ribadita ancora oggi dal portavoce del Ministero della Difesa, Lu Kang, che in conferenza stampa ha affermato: «Siamo contrari a qualsiasi guerra nella Penisola Coreana. La comunità internazionale non permetterà mai una guerra che farebbe precipitare le persone in un abisso di miseria».

«Le sanzioni e la promozione del dialogo sono entrambi requisiti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non dobbiamo dare troppa enfasi a un aspetto, ignorando l’altro», ha poi detto Lu Kang, sottolineando l’importanza del dialogo con la controparte nordcoreana. «La questione nucleare nella Penisola Coreana è legata alla pace e alla stabilità regionale, nonché agli interessi vitali di tutte le parti interessate», ha continuato il portavoce del Ministero della Difesa, «la rottura del blocco richiede che tutte le parti interessate mostrino la loro sincerità».

Anche il portavoce del Ministero della Difesa Nazionale, Wu Qian, ha tenuto a rimarcare gli “enormi” sforzi compiuti dalla Cina nell’affrontare la questione nucleare coreana. «Il nucleo della questione nucleare della Penisola Coreana è il conflitto tra la Repubblica Popolare Democratica di Corea e gli Stati Uniti», ha affermato Wu Qian in una conferenza stampa tenutasi oggi, «Noi speriamo che i paesi interessati possano assumere un atteggiamento responsabile e fare osservazioni volte ad alleviare le tensioni e fare qualcosa di concreto».

Di fronte alla domanda su come si comporterebbe la Cina a seguito di un intervento militare in Corea del Nord, il portavoce ha ribadito la necessità di proseguire con il dialogo. «L’intervento militare non può diventare un’opzione», ha detto Wu Qian, aggiungendo pure un monito: «L’esercito cinese farà tutti i preparativi necessari per proteggere la sovranità e la sicurezza del Paese e la pace e la stabilità regionale».

25 settembre – Robert Manning

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foto via Army.mil

«Gli Stati Uniti hanno un arsenale immenso da fornire al presidente Trump per affrontare la questione della Corea del Nord. Offriremo al presidente tutte le alternative necessarie se le provocazioni di Pyongyang continueranno»

Robert Manning

Dopo le dichiarazioni provocatorie di ieri del Ministro degli Esteri della Corea del Nord, Ri Yong Ho, pronunciate dinnanzi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, oggi è giunta la replica dai diretti interessati, gli Stati Uniti, attraverso un comunicato del portavoce del Pentagono, il colonnello Robert Manning.

Manning ha affermato che, qualora le provocazioni di Pyongyang non cesseranno, l’esercito americano provvederà a presentare al Presidente Trump tutta una serie di opzioni militari per terminare una volta per tutte la minaccia nucleare nord-coreana. «Gli Stati Uniti hanno un arsenale immenso da fornire al presidente Trump per affrontare la questione della Corea del Nord. Offriremo al presidente tutte le alternative necessarie se le provocazioni di Pyongyang continueranno», recita il comunicato.

Intanto, sempre oggi, il Ministro Ri Yong Ho è tornato nuovamente sull’argomento, rincarando la dose. «Lo scorso fine settimana Trump ha affermato che il nostro governo non durerà ancora a lungo e quindi ha finalmente dichiarato guerra al nostro Paese. Dato che questo è venuto da qualcuno che siede sulla poltrona della presidenza statunitense, questa è chiaramente una dichiarazione di guerra», ha affermato il Ministro nord-coreano.

«La carta della Nazioni Unite», ha aggiunto poi, «sancisce il diritto all’autodifesa degli stati membri, e visto che gli Usa hanno dichiarato guerra al nostro Paese, noi abbiamo il diritto di rispondere e di abbattere i caccia americani, anche se non sono ancora all’interno dei nostri confini». «Il mondo intero deve ricordare chiaramente che sono stati gli Usa a dichiarare guerra per primi al nostro Paese», ha detto infine Ri Yong Ho.