5 settembre – Vladimir Putin

Russian President Putin attends meeting with Greek President Pavlopoulos at Novo-Ogaryovo state residence outside Moscow
foto via Rawapress.com

«[Donald Trump] non è mia moglie, e io non sono suo marito»

Vladimir Putin

Nel corso di una conferenza stampa a Xiamen, in Cina, il presidente russo Vladimir Putin ha detto a proposito di Donald Trump: «non è mia moglie, e io non sono suo marito». A Putin era stato chiesto se fosse deluso dal suo omologo americano, una domanda che il presidente russo ha definito «ingenua».

Putin si è inoltre rifiutato di rispondere alla domanda di un giornalista che gli chiedeva come si sentirebbe la Russia nel caso in cui Trump dovesse subire un impeachment, sostenendo che è «assolutamente sbagliato» per la Russia commentare la politica interna degli Stati Uniti.

Come ricorda il quotidiano britannico The Guardian, lo scorso anno l’elezione di Trump era stata accolta con soddisfazione dalle autorità russe, e lo stesso Vladimir Putin aveva elogiato Trump per la sua volontà di migliorare i rapporti con la Russia. Pare tuttavia che nell’ultimo periodo i rapporti tra le due potenze mondiali siano piuttosto freddi: la recente decisione degli Stati Uniti di imporre nuove sanzioni nei confronti di Mosca e di chiudere un consolato russo sembrerebbe confermarlo.

30 luglio – Vladimir Putin

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foto via Nytimes.com (Olga Maltseva/Agence France-Presse – Getty Images)

«Da parte degli americani è stata fatta una mossa per peggiorare le relazioni Russia-USA, che non è stata provocata da alcunché, è importante notarlo. [Questa mossa] prevede restrizioni illegittime, tentativi di influenzare altri paesi del mondo, inclusi i nostri alleati, che sono interessati a sviluppare e mantenere le relazioni con la Russia. Abbiamo atteso a lungo che qualcosa migliorasse, speravamo che la situazione sarebbe cambiata. Ma sembra che non cambierà nel futuro prossimo… Ho deciso che è giunta l’ora di dimostrare che noi non lasceremo nulla senza risposta»

Vladimir Putin

In risposta alle nuove sanzioni economiche decise dagli Stati Uniti, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato che l’ambasciata americana in Russia dovrà ridurre di 755 persone il suo staff. Sebbene il provvedimento fosse già stato annunciato venerdì scorso, le dichiarazioni di Putin di oggi sono state le prime a confermare il grande numero di persone che ne sarà colpito.

Durante un’intervista concessa alla rete Rossiya 1, il presidente russo ha affermato che la pazienza nei confronti degli Stati Uniti e la speranza in relazioni migliori tra i due stati si sono affievolite. «Abbiamo atteso a lungo che qualcosa cambiasse in meglio, speravamo che la situazione sarebbe cambiata. Ma sembra che non cambierà nel futuro prossimo» ha detto Putin.

«Più di mille persone lavoravano e stanno ancora lavorando» nell’ambasciata americana di Mosca e nei consolati, e «755 persone dovranno terminare le proprie attività in Russia» ha aggiunto il presidente. Oltre alle espulsioni, il governo russo metterà in atto la confisca di due immobili utilizzati dalla diplomazia americana.

I provvedimenti presi da Mosca sono il segno di un inasprimento delle tensioni tra Stati Uniti e Russia. Questa settimana il Congresso americano ha approvato una serie di sanzioni contro la Russia con l’obiettivo di colpire, tra le altre cose, le aziende che forniscono armi al regime del presidente siriano Assad e quelle che producono strumentazioni potenzialmente dannose per la sicurezza informatica statunitense.

Nonostante l’amministrazione americana fosse contraria a sanzioni economiche contro la Russia, Donald Trump venerdì aveva acconsentito a firmare il provvedimento. Il presidente Usa sembrava avere poca scelta, scrive il New York Times, considerate le indagini che il Congresso sta conducendo sulle possibili collusioni tra la sua campagna elettorale e il Cremlino. Il provvedimento, inoltre, era stato approvato a maggioranza schiacciante sia alla Camera dei rappresentanti che al Senato, entrambi controllati dai Repubblicani, il partito di Trump.

12 aprile – Vladimir Putin

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foto via Newsweek.com

“Possiamo dire che il livello di fiducia, soprattutto sul piano militare, non è migliorato e anzi con ogni probabilità è peggiorato”

Vladimir Putin

In un’intervista concessa al canale tv Mir24, il presidente della Russia Vladimir Putin si è espresso in termini molto critici sullo stato delle relazioni tra Stati Uniti e Federazione Russa, ribadendo che “non ci sono prove che dietro al raid su Idlib ci sia Damasco”. Proprio l’attacco chimico nella regione siriana di Idlib e la successiva ritorsione militare degli Stati Uniti contro la base di Shayrat sono stati gli episodi alla base del rapido deteriorarsi dei rapporti tra Washington e Mosca.

Oggi c’è stata la visita del Segretario di Stato americano Rex Tillerson a Mosca. Tillerson ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e, inaspettatamente, lo stesso Vladimir Putin: anche ore dopo l’arrivo di Tillerson a Mosca, sembrava che il presidente russo non avrebbe incontrato il capo della delegazione statunitense, a causa dei rapporti tesi tra i due Paesi.

Alla vigilia della visita di Tillerson, c’era stato una sorta di botta e risposta a distanza tra il presidente Usa Donald Trump e Vladimir Putin. Ieri, in un’intervista trasmessa sulla rete Fox Business, Trump aveva accusato l’amministrazione Putin di nascondere le prove della responsabilità di Assad per l’attacco col gas sarin di Khan Shaykhun, definendo il presidente siriano “un animale”.

La replica del presidente russo non si era fatta attendere. Durante una conferenza stampa insieme al presidente italiano Sergio Mattarella, che ieri era in visita al Cremlino, Putin ha affermato: “Tutto ciò mi ricorda molto gli eventi del 2003, quando i rappresentanti degli Stati Uniti nel Consiglio di sicurezza dell’Onu mostrarono le presunte evidenze di armi chimiche nascoste in Iraq. La stessa cosa sta accadendo ora. ‘It’s boring, ladies’: abbiamo già assistito a tutto ciò”.

7 aprile – Jeff Davis

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foto via Editorials.voa.gov

“Le forze armate russe erano state avvisate in anticipo dell’attacco, secondo la linea di deconflitto mutualmente stabilita. I pianificatori dell’Esercito Usa hanno preso le precauzioni necessarie per minimizzare i rischi al personale russo e siriano situato all’interno della base aerea”

Jeff Davis

A poche ore dal lancio dei 59 Tomahawk che questa mattina, alle ore 02:45 italiane (20:45 secondo il fuso orario di Washington), hanno colpito e distrutto la base siriana di Shayrat, arriva la dichiarazione ufficiale del Portavoce del Pentagono, capitano Jeff Davis.

Secondo tale dichiarazione, l’Esercito Usa avrebbe deciso di colpire la base di Shayrat, partendo dalle informazioni e dalle valutazioni fornite dall’intelligence nazionale, che aveva identificato proprio in Shayrat il punto d’origine dell’attacco con armi chimiche che, appena due giorni fa (il 04 aprile), l’esercito regolare siriano aveva sferrato contro la cittadina di Khan Sheikhoun.

Obiettivo primario degli Stati Uniti, oltre alla distruzione della flotta aerea, dei mezzi di supporto logistico e dei sistemi di difesa radar e anti-aereo dell’esercito siriano nella regione di Homs, sarebbe stato fornire un deterrente forte e credibile contro ogni eventuale utilizzo di armi chimiche in futuro da parte delle forze fedeli ad Assad.

Precedentemente, in una breve conferenza stampa, il Presidente Donald Trump aveva dichiarato di aver ordinato personalmente l’attacco missilistico e aveva motivato tale scelta come risposta alla violazione, da parte della Siria, della Convenzione Onu sulle Armi Chimiche, sottolineando quanto fosse “vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti la prevenzione e la deterrenza contro la diffusione e l’uso delle armi chimiche”.

Mosca, dal canto suo, ha condannato fortemente l’azione militare di Washington. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha parlato senza mezzi termini di “aggressione contro uno stato sovrano in violazione delle leggi internazionali”, rinnovando l’impegno dell’aviazione russa nel fornire supporto militare all’esercito siriano.

3 aprile – Vladimir Putin

Vladimir Putin at a navy parade in Severomorsk
foto via Eunews.it

“Le forze dell’ordine e i servizi speciali stanno indagando, e faranno di tutto per scoprire le cause dell’incidente e fare piena luce su ciò che è accaduto. Naturalmente prendiamo sempre in considerazione tutte le ipotesi, sia quelle interne sia quelle criminali, con riferimento soprattutto ad azioni di tipo terroristico”

Vladimir Putin

Il presidente russo Vladimir Putin ha commentato così i fatti di oggi di San Pietroburgo, dove un’esplosione nella metropolitana della città ha provocato almeno nove morti e decine di feriti. Lo scoppio ha causato uno squarcio nella fiancata di un treno che stava transitando tra le fermate Sennaya Ploshchad e Tekhnologichesky Institut.

Lo stesso presidente Putin al momento dell’esplosione si trovava a San Pietroburgo, la seconda città russa per grandezza, per un incontro con il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko. Un ordigno inesploso è stato trovato in un’altra stazione della metropolitana. Sembra che le autorità siano in cerca di almeno due persone, ma non sono ancora stati forniti dettagli sull’identità dei sospettati.

27 marzo – Aleksei Navalny

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foto via Twitter.com

“Verrà il giorno in cui faremo noi il processo a loro (ma in modo giusto)”

Aleksei Navalny

Aleksei Navalny, il più importante leader russo di opposizione a Putin e l’unico che abbia raccolto consensi (nel 2013, ha ricevuto il 27% dei voti nelle elezioni per il sindaco di Mosca), è stato condannato quest’oggi a quindici giorni di carcere e ad un’ammenda di 20mila rubli, dopo essere arrestato ieri nel corso della manifestazione svoltasi a Mosca. Navalny, nel corso dell’udienza, ha twittato la foto e le parole sopra riportate e ha chiesto al giudice di convocare il primo ministro Dmitry Medvedev, uomo di fiducia di Putin, in qualità di testimone dei motivi della protesta.

Come spiega il “New York Times”, Medvedev è stato accusato di corruzione da Navalny e l’inchiesta pubblicata, nei giorni scorsi, sul suo blog, è stata uno dei motivi scatenanti della manifestazione. Navalny, infatti, ha mostrato, riportando documenti ufficiali, che Medvedev è a capo di un “intricato sistema di fiduciari, fondi di beneficenza e compagnie offshore” mediante il quale ha costruito “un lussuoso impero di ville, possedimenti, yachts, un vigneto in Italia e un palazzo del XVIII secolo vicino a San Pietroburgo”.

La protesta si è svolta ieri a Mosca e in altre 99 città, sotto forma di corteo pacifico: è stata una delle poche dimostrazioni ostili a Putin, da quando è diventato presidente, nel 1999, e ha portato a oltre un migliaio di arresti, denunciati da Amnesty International. Tra i fermati anche l’inviato del “The Guardian”, Alec Luhn che, testimoniando la propria esperienza, suggerisce che “gli arresti di massa di domenica dimostrano che, dopo l’euforia patriottica in Crimea, il governo russo sia nuovamente preoccupato della crescita di un movimento anti-corruzione, in vista delle elezioni presidenziali. Molte delle persone arrestate con me erano giovani di circa vent’anni, una nuova generazione di contestatori”.

23 marzo – Petro Poroshenko

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foto via Giornalettismo.com

“È un atto di terrorismo di stato da parte della Russia, paese che [Voronenkov] è stato costretto a lasciare per ragioni politiche. Voronenkov è stato uno dei testimoni principali dell’aggressione all’Ucraina da parte della Russia e, in particolare, del ruolo di Yanukovich per quanto riguarda l’impiego di truppe russe in Ucraina”

Petro Poroshenko

Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha accusato il governo russo dell’uccisione dell’ex parlamentare della Duma (la camera bassa del Parlamento russo) Denis Voronenkov, che questa mattina è morto dopo essere stato colpito da alcuni colpi di pistola mentre camminava per un’affollata via del centro di Kiev, la capitale dell’Ucraina. L’assassino è morto poco dopo in ospedale, a causa delle ferite riportate durante una sparatoria esplosa con la guardia del corpo di Voronenkov.

L’ex politico russo era un noto critico del presidente russo Vladimir Putin e delle politiche messe in atto dal Cremlino (aveva per esempio paragonato la Russia moderna alla Germania nazista). L’anno scorso aveva lasciato la Russia e si era rifugiato in Ucraina, paese di cui aveva ottenuto la cittadinanza. Da lì, Voronenkov aveva dichiarato di avere sostenuto, quando era parlamentare, l’annessione della Crimea alla Russia a causa delle pressioni politiche che aveva ricevuto. Voronenkov stava inoltre collaborando con le autorità ucraine in qualità di testimone in un caso giudiziario che vede accusato l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovych di avere coperto l’intervento armato della Russia in Crimea. In una recente intervista televisiva, a proposito delle minacce che diceva di ricevere dall’FSB (il servizio segreto russo), Voronenkov aveva dichiarato: “Credo che succederà quello che succederà. Non voglio nascondermi”.

29 dicembre – Vladimir Putin

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foto via Theguardian.com (AP)

“Ciò che tutti stavamo aspettando e per cui abbiamo lavorato duramente è avvenuto. […] Un vertice trilaterale tra i ministri degli Esteri di Russia, Turchia e Iran ha avuto luogo a Mosca, durante il quale tutti e tre i Paesi si sono assunti la responsabilità non solo di controllare ma anche di garantire l’avviamento di un processo di pace nella Repubblica Siriana”

Vladimir Putin

Il presidente russo Vladimir Putin ha confermato che il regime siriano di Bashar al Assad e i ribelli hanno accettato la sospensione dei combattimenti a partire dalla mezzanotte di venerdì 30 dicembre. L’obiettivo di questo cessate il fuoco è consentire l’avvio di negoziati politici che possano portare in Siria a una pace stabile e duratura.

Questi negoziati, ha annunciato il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, si terranno ad Astana, in Kazakistan, e coinvolgeranno la Russia, la Turchia e l’Iran, oltre ai rappresentanti delle parti in conflitto nella guerra siriana.